SAUL BELLOW INEDITO

Saul Bellow

Satisfiction.me

Nel Natale del 1997 Bellow legge il manoscritto di Ho sposato un comunista, ultimo romanzo di Philip Roth dopo l’acclamato Pastorale americana, che di lì a poco avrebbe vinto il premio Pulitzer. Roth è alle prese con l’ascesa e il fallimento della famiglia americana nel Novecento, e in Ho sposato un comunista affronta gli anni della caccia alle streghe e del maccartismo. Attraverso le voci di Nathan Zuckerman e di un suo vecchio insegnante di liceo, segue le orme dell’ebreo Ira Ringold – alias “Iron” Rinn – da operaio sindacalista a attore radiofonico di successo e quindi a marito e padre, diviso tra una moglie ebrea e antisemita e una figlia gelosa e incontentabile. La famiglia di Ira finirà per distruggersi, inevitabilmente – come quella dello Svedese in Pastorale americana.

Bellow dunque riceve e legge il manoscritto, restandone “insoddisfatto”. Non gli piacciono le somiglianze tra la moglie di Ira e l’ex moglie di Roth, non condivide l’implicita condanna del maccartismo, non capisce perché Roth si sia fissato tanto con un “idiota grande e grosso” come Ira, con “questo testone di ferro”. In sostanza, Bellow non ama niente di Ho sposato un comunista, forse non finisce nemmeno di leggerlo. Dal tono della lettera, sembra persino un po’ stizzito: perché Roth ha scritto un libro del genere?

Bisogna fare qualche premessa al Bellow di quegli anni, però. Nel 1992 è morto il suo caro amico e intellettuale di destra Allan Bloom, e da allora Bellow viene tacciato sempre più spesso di misoginia, di razzismo, di arroganza, di essere un “angry old man”. Le sue dichiarazioni di certo non lo aiutano. Come racconta Guido Fink nella fondamentale edizione dei Meridiani, già nel 1988 Bellow si chiedeva: “Qual è il Tolstoj degli zulù? Chi è il Proust della Papuasia? Mi piacerebbe leggerli.” E la morte di Bloom – che nel 2000 diventerà Abe Ravelstein, protagonista dell’ultimo, grande romanzo bellowiano – non farà che acuire il suo ultraconservatorismo.

Il Bellow di questa lettera legge quindi Ho sposato un comunista in chiave essenzialmente “politica”, e non può fare a meno di stroncarlo. Ma, come scrive affettuosamente a Roth, “non c’è molta gente con cui possa essere così aperto”.

Edoardo Pisani

Caro Philip,

Scusa se sono stato così lento. Janis ha preso per prima il tuo manoscritto e tutto il suo entusiasmo, i suoi apprezzamenti e le sue perplessità mi sono poi state comunicate. Un nuovo libro di Roth è un grande evento, da queste parti. Siamo, per usare i termini della Chicago degli anni venti, tuoi tifosi e seguaci.

Quando è partita in Canada per Natale, a vedere genitori, sorella, fratello e marmocchi, mi ha lasciato Ho sposato un comunista per le vacanze. Leggere il tuo libro mi ha consolato in questa casa vuota. È una gioia poter leggere uno dei tuoi manoscritti – mi dicevo in anticipo –, ma stavolta l’effetto complessivo non è stato soddisfacente. Ero particolarmente consapevole dell’assenza di distanza – non che uno scrittore debba per forza mettere dello spazio tra se stesso e i personaggi, nel suo libro. Ma dovrebbe esserci un certo distacco dalle passioni personali dello scrittore. E qui parla uno che ha commesso lo stesso peccato in Herzog. Eppure ho attraversato il confine troppe volte, per assalire il campo nemico. Dopotutto il mio Herzog era uno sciocco, un intellettuale fallito, in fondo un sentimentale. Nel tuo caso, l’uomo che ci dà Eve e Sylphid è un enragé, un fanatico-sul-serio.

Ma non è questo il difetto maggiore di Ho sposato un comunista. Il lettore, per rispetto al tuo talento, è più che disposto ad andare avanti con te. Ma non sarebbe capace, come non lo sono stato io, di andare avanti con Ira, probabilmente il meno riuscito dei tuoi personaggi. Suppongo che tu non riesca a sopportare Ira più del lettore. E tuttavia rimani fedele a questo testone di ferro – questo idiota grande e grosso, che ti attrae per motivi a me del tutto sconosciuti.

Ora, c’è un vero mistero riguardo ai comunisti occidentali, per limitarmi a quelli. Come hanno potuto accettare Stalin – uno dei tiranni più mostruosi di sempre? Avresti pensato che la divisione tra Hitler e Stalin della Polonia, la sconfitta dei francesi e la conseguente invasione della Russia avrebbero dovuto far riconsiderare ai membri del Partito Comunista le loro fedeltà. Invece no. Quando andai a Parigi nel 1948, scoprii che i maggiori intellettuali francesi (Sartre, Merleau-Ponty, etc) restavano fedeli a Stalin, nonostante il suo mare di sangue. E vabbè, qualsiasi paese, qualsiasi governo, ha il suo mare, o lago, o stagno. Stalin rimaneva ancora “la speranza” – malgrado il chiaro parallelismo con Hitler.

Per farla breve – la ragione: la ragione risiede nell’odio verso il proprio paese. Tra i francesi si trattava del vecchio confronto degli “spiriti liberi”, o artisti, con la borghesia al potere. In America era la lotta contro il maccartismo, la House Committee che indagava sulle sovversioni e via dicendo, il che giustificava la sinistra, i sostenitori di Henry Wallace, eccetera. Il vero nemico era a casa (slogan di Lenin nella prima guerra mondiale). Se ti opponevi al Partito Comunista, stavi con McCarthy, non c’erano altri modi di vederla.

Beh, è stata un’idiozia pessima e grave. Non ci voleva un gran cervello, per vedere cosa fosse lo Stalinismo. Ma i gli attivisti e i militanti rifiutavano di confrontarsi con i semplici fatti, disponibili a tutti.

Basta: obietterai che tutto ciò è riconosciuto in Ho sposato un comunista. Beh, sì e no. Tu ci dici che Ira è un bruto, un assassino. Ma chi altro c’è? Ira e Eve sono al centro del tuo romanzo – e questa coppia, a cosa ammonta?

Uno dei tuoi temi persistenti è la purificazione che si può ottenere solo attraverso la rabbia. Le forze aggressive sono liberatrici, etc. E questo mi sembra un punto di vista legittimo. OK, se i tuoi personaggi sono titani. Ma Eve è semplicemente una donna pietosa, e Sylphid una ragazzina viziata, debole e grassa, con una gobba da bisonte. Questi non sono titani.

Non c’è molta gente con cui possa essere così aperto. Siamo sempre stati schietti fra di noi, e spero che continueremo a esserlo, a dirci entrambi cosa pensiamo. Sarai arrabbiato con me, ma credo che non mi taglierai fuori per sempre.

Sempre tuo,

Saul

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