Le 5 pagine della letteratura sui cocktail

Ernest Hemingway and F. Scott Fitzgerald

Francesco Longo per “Il Corriere della Sera

Lucidi banconi di bar in penombra, camerieri riservati, party indimenticabili. Nelle pagine di alcuni grandi scrittori non si fa altro che ordinare e sorseggiare drink. A volte, è sufficiente sapere in che modo urtano i bicchieri di un brindisi per intuire se una storia d’amore sta nascendo o se sta tramontando. Le coppe piene di bollicine producono un bel suono, oppure si sfiorano in modo impercettibile. La letteratura ha celebrato i cocktail e gli scrittori ne hanno fatto largo uso, sia nella vita che nelle loro pagine.

Le bottiglie di whisky e di scotch si collezionano, quelle di champagne si versano, quelle di birra cinese si ordinano due alla volta. Alcuni personaggi letterari sono rimasti nella storia a forza di scolare bourbon con ghiaccio, Calvados, o Mojito, e nelle frivole chiacchiere delle feste esclusive non è raro che si discuta della ricetta perfetta per preparare un Martini o un Daiquiri.

Si sono sbronzate tutte le vecchie e le nuove generazioni perdute. Hanno mandato giù alcol tutti i grandi corteggiatori tenebrosi, si sono ubriacati tutti i detective malinconici — per alleviare la solitudine — e si è brindato all’infinito, con leggerezza, magari accennando a qualche passo di swing, per onorare epoche scintillanti e sempre sul punto di svanire. Dolci come un Bellini, secche, o molto secche, le trame dei romanzi hanno trovato a volte la stessa inafferrabile alchimia di un cocktail eccellente: proporzioni dosate con saggezza, cura degli ambienti, temperatura giusta.

Ernest Hemingway,
Di là dal fiume e tra gli alberi
«”Fammi un Martini molto secco”, disse il colonnello».

Tutto ha inizio con Ernest Hemingway. O forse con Francis Scott Fitzgerald. Più probabilmente però, tutto deflagra quando i due si incontrarono a Parigi, e Zelda, la moglie di Fitzgerald, ha sempre postumi di sbornie da smaltire; mentre i due scrittori mandavano giù un whisky al limone dopo l’altro, e parlavano di romanzi letti e di quelli da inventare.

Tutta la narrativa di Hemingway è innaffiata di alcol. Così come la storia dei cocktail deve molto all’immaginario costruito nei suoi romanzi.

Nei suoi libri si beve sempre. In Di là dal fiume e tra gli alberi si esagera spesso: «Bevevano un negroni, un miscuglio di due vermouth dolci con selz». Si beve controvoglia: «Il colonnello prese il bicchiere che Arnaldo, il cameriere dall’occhio di vetro, gli aveva preparato. Non ne aveva voglia e sapeva che gli faceva male». Ma si beve soprattutto Martini: «Ragazzo, come ti chiami? Giorgio? Un altro Martini. Secco, molto secco e doppio». In una Venezia grigia, col Canal Grande ancora più grigio dei palazzi spettrali, in una luce invernale buona solo per ammuffire, non resta che sognare la caccia alle anatre, e bere: «”Vuoi anche tu unMartini secco?”. “Sì” disse. “Volentieri”. “Due Martini molto secchi” disse il colonnello. “Montgomery. Quindici a uno”. Il cameriere, che era stato nel deserto, sorrise e scomparve».

Francis Scott Fitzgerald,
Belli e dannati
Belli e dannati, belli e innamorati, belli e ubriachi. Per condurre uno stile di vita elegante e inimitabile bisogna sempre avere a portata di mano — giorno e notte — un cocktail adatto. È questa le regola ferrea di Francis Scott Fitzgerald e delle sue storie. In Belli e dannati bere è sinonimo di frivolezza e divertimento. Non c’è niente di meglio di un cocktail per scaldare le serate e sciogliere le ragazze: «Salirono a casa sua e Anthony fece scorrere il tavolino a scomparsa degli alcolici, scegliendo vermouth, gin e assenzio come stimolante perfetto all’occasione». Geraldine si accoccola sul divano. «”Ma ogni giorno bevi qualcosa e hai solo venticinque anni. Non hai ambizioni? Non ti chiedi come sarai a quarant’anni?”. “Spero francamente di non vivere tanto a lungo”. Lei schioccò la lingua. “Che maa-atto!”, gli disse mentre lui preparava un altro cocktail».

L’educazione sentimentale è a base di alcol: «Lui che non aveva mai bevuto più di un paio di cocktail o mezzo litro di vino per serata, imparò a bere da autodidatta come avrebbe potuto imparare il greco». Le ragazze divine, raffinate, coi loro cappellini e i guanti, stelle del fox-trot, sono creature affascinanti e disilluse e non sanno quasi mai resistere. I risultati infatti non mancano: «Dopo il quinto cocktail lui la baciò, e tra risate e giocose carezze e un accesso di passione mezzo soffocato, passarono insieme un’ora».

Graham Greene,
Il nostro agente all’Avana
Fuori, la luce del sole scende perpendicolare e le onde dell’Atlantico spruzzano di nebbiolina i parabrezza delle auto. Dentro, nei locali, c’è sempre una semioscurità che contrasta il caldo di Cuba. Nei locali dai nomi evocativi, il Wonder Bar, il Seville-Biltmore, il Cha Cha Club o il Tropicana (con palme e ballerine sensuali) si mandano giù numerosissimi e zuccherosi daiquiri.

Il nostro agente all’Avana di Graham Greene, uscito nel 1958, è un omaggio al cocktail a base di rum: il daiquiri. Il rappresentante di aspirapolvere, Jim Wormold, si ritrova a far parte dei Servizi segreti inglesi. L’alcol scandisce il tempo, i capitoli si aprono così: «Era l’ora del daiquiri, e nel Wonder Bar il dottor Hasselbacher si stava gustando il suo secondo scotch». Il daiquiri è «rilassante», è «gelido», sana e nuoce: «Mandò giù il daiquiri troppo in fretta e quando uscì dall’Habana aveva gli occhi che gli dolevano».

In una Cuba afosa, coi gabbiani che rigano i tramonti, e notti umide, Jim Wormold finisce nel paradiso di ogni bevitore: «All’Habana Club tutte le bevande a base di rum sono gratis». Attenzione però. Quando in scena ci sono spie, nei bicchieri si possono nascondere dei veleni.

Charles Bukowski, Pulp
E il lato riflessivo e amaro delle bevute letterarie? Lo incarna Charles Bukowski. Niente calici in aria, niente party. Nel romanzo Pulp l’alcol serve per addolcire l’asprezza della vita. L’investigatore protagonista del romanzo si infila nei locali, si siede sugli sgabelli alti, manda giù bicchieri. «”Be’ Eddie, smettila di pensare e vedi se riesci a prepararmi una vodka doppia con acqua e qualche goccia di limetta”. “Non abbiamo limette.” “Sì che le avete, ne vedo una da qui”. “Quella limetta non è per lei”. “Ah, sì? Per chi è? Per Elizabeth Taylor? Senti se stanotte vuoi dormire nel tuo letto mi dai quella limetta. Nel mio drink. Subito”. “Ah sì. Che cosa hai intenzione di fare? Di chiamare l’esercito?”. “Un’altra parola, ragazzo, e avrai qualche problema di respirazione”. Mi guardò per decidere se vedere le mie carte oppure no. Batté le palpebre, poi, ragionevolmente, si allontanò e si mise a prepararmi il drink. Lo osservai attentamente. Niente trucchi. Me lo portò. “Stavo scherzando, signore, non accetta uno scherzo?”. “Dipende da come viene detto”. Eddie si allontanò di nuovo, si fermò all’estremità opposta del banco. Alzai il bicchiere, lo scolai. Poi tirai fuori una banconota, presi la limetta e gliela spremetti sopra».

Come tutti i grandi detective di Los Angeles, nelle attese tra i pedinamenti, tra sigari, matrimoni falliti e insegne a neon, non resta che bere. Qui con nostalgica ironia: «Ho avuto un’infanzia infelice. Due bottiglie alla volta riempiono un vuoto che ha bisogno di essere colmato. Forse. Non ne sono certo».

Bret Easton Ellis, Glamorama
«Con una tale quantità di Xanax in corpo è molto facile concentrarsi unicamente sulla preparazione di un Cosmopolitan. Non pensi ad altro mentre versi succo di mirtillo, Cointreau e vodka al limone in uno shaker pieno di ghiaccio che hai tritato personalmente poi prendi un lime e lo affetti, spremi il succo dentro lo shaker e usi un colino per versare il cocktail dentro un enorme bicchiere da martini».

Più le società si fanno complesse più l’angoscia dilaga. L’alcol non basta più, meglio mandare giù, con lo champagne, anche una pasticca di Xanax. Lo scrittore che ha raccontato meglio l’abisso della società americana è Bret Easton Ellis. Il serial killer di American Psycho ordinava J&B e beveva trenta litri d’acqua al giorno: placava la follia e teneva in forma il fisico.

In Glamorama, ambientato nel mondo della moda, bere drink pone il problema di essere trendy. «”Cosa stai bevendo?” Chiede Jamie, togliendole il bicchiere di mano. “Posso assaggiare?” “Rum, tonica e succo di lime”, dice Tammy. “Abbiamo sentito dire che è il nuovo drink del decennio”. “Il nuovo drink del decennio?” mugola Bentley. “Che schifo. Quale disgustoso individuo può aver detto una cosa simile di questo meschino cocktail da due soldi?” “Stella McCartney” dice Tammy. “Oh, Stella è stupenda”, dice Bentley, raddrizzandosi. “Adoro Stella — ooh, fammelo assaggiare”. Poi schiocca le labbra. “Oddio — Stella ha ragione. Questo tesorino è il nuovo drink del decennio. Jamie — allerta i media. Qualcuno acchiappi al volo un pubblicitario”».

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