Il museo delle opere perdute: qui rivive ciò che non c’è più

Vincenzo Trione per “Il Corriere della Sera

Il tempo. È il «nostro coinquilino essenziale», ha scritto Tabucchi. Lo interroghiamo senza ricevere risposte. Non sappiamo se lo stiamo attraversando o se è lui ad attraversarci. Per secoli, gli artisti hanno provato a sconfiggere questa divinità. Per loro, infatti, dipingere un quadro o scolpire una scultura è innanzitutto un modo per edificare un monumentum aere perennius: per sottrarsi all’inesorabile destino terreno. A orientare le loro opzioni è l’idea secondo cui il creatore rimane un «errore biologico» rispetto alla creazione. «Ars longa, vita brevis».

Poi, è accaduto qualcosa. Ed è qualcosa che viene documentato in un affascinante progetto, curato da Jennifer Mundy, disegnato dallo studio ISO, per iniziativa della Tate Modern di Londra e di Channel4, con il supporto dell’Arts & Humanities Research Council. È un ghost museum. Non ha nulla in comune con i consueti siti dei musei, che si limitano a esibire il loro patrimonio. È un archivio immaginario, impossibile. E, insieme, un catalogo in divenire, che, settimanalmente, verrà arricchito. Si chiamaGallery of Lost Art, e vive solo nella Rete. Seleziona significativi momenti dell’«arte fantasma» del XX secolo. Vi scopriamo opere che tutti conosciamo, ma che non si possono più vedere, per varie ragioni. Sono opere che «esistono» solo nelle fotografie o grazie a racconti e testimonianze. In filigrana, si possono intuire gli echi di un’epica segreta: ogni «tassello» di questo museo virtuale suggerisce spy stories, stimolando narrazioni e affabulazioni.

Basta collegarsi al sito http://www.galleryoflostart.com, per assistere alla riproposizione della scenografia del film Dogville di Lars Von Trier. Lì gli attori si destreggiavano in una piccola città dove i quartieri erano demarcati da linee bianche. Il medesimo artificio ritorna nella Gallery of Lost Art. Dapprima, possiamo guardare dall’alto un lungo tavolo, simile a quelli che si trovano nei laboratori di restauro. Possiamo andare in ogni direzione, senza preoccuparci di cronologie e di gerarchie. Sul tavolo, tanteminiature. Poi, ci avviciniamo. È allora che la prospettiva cambia. E, grazie a zoomate, possiamo scegliere una delle opere custodite nel museo dell’Arte perduta. Ciascuna «figurina» è accompagnata da puntuali testi critici. In un’ideale flânerie, incontriamo, tra gli altri, Braque e Duchamp, Tatlin e Schwitters, Miró e de Kooning, Beuys e Bacon, Freud e Baldessari, Haring e Buren, la Emin e la Withread.

La Gallery of Lost Art raccoglie quel che nessun museo del mondo potrà mai esporre: dipinti perduti, distrutti o rubati, sculture di cui si è persa ogni traccia, installazioni andate a fuoco, lavori censurati, creazioni disperse durante le guerre. E, soprattutto, opere pensate per non essere «tramandate».

Dinanzi a questo materiale, siamo invitati a riflettere sul diverso rapporto intrattenuto dagli artisti del Novecento con il tempo. Che viene inteso non più come dimensione da superare, vincere, o addirittura cancellare. Ma come geografia da abitare. Per curvarsi su quella imprendibile divinità che è Chronos, molti sperimentatori del XX secolo spesso si affidano a gesti tesi a varcare la soglia classica della cornice e a violare la specificità dei generi artistici. Sorretti da un profondo cupio dissolvi, si sottraggono alla fascinazione del «respiro lungo». Concepiscono le loro architetture immaginarie come territori sensibili all’irruzione del vissuto, plasmate da quello che, con Foucault, potremmo chiamare il «pensiero del fuori»: recinti dove si determina la convergenza tra l’anima e le forme, tra il linguaggio e la vita, tra il metodo e il caos.

Nel rimandare a questi passaggi, la Gallery of Lost Art si fa specchio di un secolo che ha sospeso parole d’ordine «definitive» come progresso, trascendenza, verità e assoluto, per offrirsi come non-sistema, governato da indeterminazione, provvisorietà, parzialità, desiderio di istantaneità. Un secolo che, nella storia dell’arte, è stato costellato di alcune permanenze, e anche di tante dimenticanze. Da un lato, sculture e quadri che, in linea con la tradizione, vogliono «rimanere» ed essere ammirate dalle generazioni future. Dall’altro lato, installazioni, performance e multipli che — feticci moderni — scelgono di «svanire».

La Gallery of Lost Art è proprio questo: un défilé di feticci moderni. Innanzitutto, ci imbattiamo in prototipi ormai leggendari: opere fondate sulla centralità dell’atto ideativo-concettuale, di cui esistono solo repliche (in molti casi, si sono smarriti i modelli originali). Si pensi a Fountain di Duchamp,matrice di tutti i «concettualismi». Un igienico capovolto, trasformato in fontana o, per dirla con Apollinaire, in un «Buddha della stanza da bagno»: un ready made esposto nel 1917 e mai più ritrovato. Poi, ammiriamo alcune sculture «irreperibili»: come la fragile Paper sculpture construction di Braque (del 1914) e il Monumento alla Terza Internazionale di Tatlin (del 1919). E ancora: installazioni site specific, andate distrutte: come il Merzbau di Schwitters. Un ambiente in cui sono accatastate reliquie private. Una scultura incompiuta, non-finita, fatta di cascami accumulati dall’artista nella sua casa di Hannover, tra il 1924 e il 1932: un’opera aperta, interrotta, distrutta e ricostruita per tre volte (ad Hannover, in Norvegia e nel Westmoreland).

Poi, in un’immaginaria sala, sono radunati i quadri «irrintracciabili»: un dipinto di de Kooning (1950), l’omaggio di Freud a Bacon (1952), il collage Creation Project di Baldessari (1970). Siamo all’epilogo: i lavori spariti in seguito a eventi improvvisi, come la tenda di Tracey Emin, distrutta nel 2004 dopo l’incendio del deposito dove era conservata parte della collezione Saatchi. La lista potrebbe estendersi ulteriormente, accogliendo le provocazioni «effimere» dei protagonisti di movimenti come fluxus, happening, azionismo, graffitismo; gli esercizi sonori di John Cage; i wall drawings di Sol LeWitt, progettati per essere imbiancati subito dopo la chiusura delle mostre. Ad accomunare molte tra queste voci d’avanguardia è una necessità: realizzare creazioni destinate a «sfumare» nel nulla.

La Gallery of Lost Art dunque mette insieme opere che si sottraggono alla «lunga durata» (per un gioco del caso o per decisione dei loro autori), ma sceglie anche di non farsi ingabbiare nella «lunga durata»: nel 2013 il sito chiuderà. Forse, proprio per assecondare il bisogno sotteso a molte costruzioni contemporanee: non lasciare tracce. Per restare solo come meravigliosi simulacri. Miti di un secolo di mitologie declinanti.

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Una Risposta to “Il museo delle opere perdute: qui rivive ciò che non c’è più”

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