Archive for the ‘commenti’ Category

In Cina il modello dell’antica Roma

settembre 11, 2011

Francesco Sisci per “Il Sole 24 Ore”

Credevo fosse pazzo, o mi prendesse in giro. Quando Xu Guodong, a Pechino all’inizio del 1988, mi disse che lui stava studiando diritto romano e voleva studiare italiano, me lo feci ripetere due volte, pensavo di non avere capito bene. «Perché», gli chiesi. e senza aspettare la risposta aggiunsi: «Sei sicuro? A che serve?».
Eravamo alla Scuola superiore dell’Accademia delle scienze sociali cinesi, ero il primo studente straniero mai ammesso lì. Per i miei colleghi di lì, scelti uno a uno, per diventare la futura classe dirigente del Paese, ero una curiosità quasi da circo. Tanto più perché ero italiano ma venivo dall’università di Londra, avevo studiato cinese ma lo parlavo a fatica mentre conoscevo discretamente la mia strada tra i libri antichi e il cinese classico, su cui avevo faticato per anni.
Allora il cinese classico in Cina non lo studiava quasi nessuno. Pochissimi dei miei compagni avevano avuto contatto con degli stranieri ed ero una specie di mascotte involontaria: «Tutti gli stranieri erano come me?» chiedevano, intendendo che ero bizzarro. (more…)

Berlino creda negli «Stati Uniti d’Europa»

settembre 9, 2011

Uri Dadush, da “Il Sole 24 Ore

L’euro è un assetto monetario, non una religione. Dunque non c’è nulla di strano se tutti i Paesi che lo adottano cercano di capire se i suoi benefici sono superiori ai costi. Il Paese dove questo calcolo è più gravido di conseguenze o più pressante per l’Europa è la Germania, probabilmente il maggior beneficiario dell’euro, ma anche quello che dovrà sopportare i costi maggiori di un proseguimento di questa esperienza.

Quando è scoppiata la crisi della moneta unica, la Germania dava la colpa agli altri ma, via via che sempre più Paesi venivano risucchiati nel baratro, la sua tesi è diventata insostenibile. La Grecia poteva essere accusata d’irresponsabilità finanziaria, ma la Spagna? Il Portogallo poteva essere accusato di performance economiche regolarmente sotto la media, ma l’Irlanda? (more…)

Tunisi, la disillusione dopo i giorni dell’euforia

settembre 8, 2011

La città è stata la capitale del mondo arabo in rivolta. Ma oggi, caduto Ben Alì e ripresi i barocchismi della politica, la rivoluzione sembra il ricordo d’una fiaba

Domenico Quirico per “La Stampa

Quello che ha dichiarato bancarotta nel mondo arabo è lo Stato. Lo Stato di diritto, uscito già morto dai movimenti di liberazione nazionale e dai falsi socialismi; a cui il ritorno al liberalismo economico non ha ridato certo vita. E ora sono scherniti e turlupinati dai ladri in guanti bianchi di paesi e ambienti dove si conta solo per miliardi e dove il milione è l’unità. Anche negli Stati arabi dove è consentito un certo grado di libertà di espressione quelli che mancano sono i cittadini: perché non è permessa l’alternanza. Compatti, opachi, senza falde autocritiche o faiblesses estetiche. Reazionari nelle midolla. L’islamismo, questa pericolosa teologia che è risposta a poteri inefficaci e iniqui, talora davvero empi, e reazione alla cultura della modernizzazione, replica e fa argine a questo fallimento dello Stato e delle ideologie progressiste. Anche i rifiuti tornano nell’alambicco, secondo un ciclo metabolico materno-cannibalesco. In questo senso è simile ai fascismi europei del periodo tra le due guerre mondiali. E invece quello che occorre agli arabi è diventare atei in politica.  (more…)

La guerra in Somalia e le nostre colpe

settembre 8, 2011

La guerra agli islamici ha bloccato gli aiuti

Alex Perry per “Il Corriere della Sera”

Per la fine di giugno e l’inizio di luglio, quando le capre erano ormai sparite e le ultime mucche si erano accasciate sulle zampe per morire, gli uomini avevano detto alle famiglie che era ora di partire. A Daynunay, Haji Hassan e i figli hanno raccolto tutti i loro averi — qualche straccio, bottiglie di plastica, un paio di vecchie pentole — e si sono diretti a Mogadiscio, a 250 km verso Est.
Ad ogni villaggio attraversato, il gruppetto cresceva, trasformandosi dapprima in una colonna di centinaia, poi di migliaia, e infine di decine di migliaia di profughi, via via che milioni di uomini, da un capo all’altro della Somalia del sud, abbandonavano le loro abitazioni. Con poca acqua a disposizione e solo foglie da mangiare, i bambini e gli anziani sono stati i primi a soccombere: un nipote di Hassan è stato seppellito nel punto in cui è crollato a terra. Bagey Ali, 50 anni, che ha percorso a piedi 300 km da Qansax Dheere, riferisce di aver visto sette persone che «si sono sedute a terra e sono morte». Quando i suoi figli hanno cominciato a barcollare, lungo i 500 km di cammino da Baoli, Bishar Abdi Shaith, 60 anni, se li è caricati sulle spalle. «Quando mi sono accorto che erano morti, li ho seppelliti lungo la strada». Gli sono spirati tra le braccia due ragazzi e tre bambine.
In Somalia assistiamo oggi a un esodo di massa, allo svuotamento di una metà del paese, un evento senza precedenti, di dimensioni bibliche. Che cosa lo ha scatenato? La causa più immediata è stata la siccità. Non è piovuto a sufficienza lo scorso ottobre nell’Africa orientale, le piogge sono mancate di nuovo ad aprile ed entro i primi di agosto le Nazioni Unite avevano stimato che 12,4 milioni di persone rischiavano di morire di fame nella regione compresa tra Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Somalia e Uganda.
Ma com’è accaduta una simile tragedia? Perché non si è fatto nulla per prevenirla? E come mai milioni di somali erano così sicuri di non ricevere alcun aiuto che si sono messi in marcia con le loro famiglie attraverso il deserto, una marcia della morte? Le risposte svelano che è stata la guerra tra le milizie islamiche e gli Stati Uniti e i suoi alleati la causa diretta di questa catastrofe umanitaria. (more…)

Il gioco pericoloso

settembre 6, 2011

Pierpaolo Benigno per “Il Sole 24 Ore

Ieri fra gli investitori londinesi girava il menù di un ristorante italiano con la richiesta di fare l’ordine per pranzo. Ad agosto è stata una leggera colazione, ora iniziano il pasto. Sono impazienti e non vogliono aspettare il cenone di Capodanno. E così i differenziali dei tassi d’interesse sono ritornati non molto lontani dai picchi di agosto.

Ieri il divario è arrivato a 375 punti, nonostante ora ci sia l’intervento della Bce, addirittura raddoppiato nella scorsa settimana rispetto a quella precedente. La crisi di fiducia sull’Italia è così forte che, sebbene gli aiuti della Banca centrale mantengano i tassi decennali italiani a livello inferiore rispetto ai massimi registrati ad agosto, l’appetito per i beni rifugio ha fatto sprofondare il Bund tedesco sotto soglia 2%, a 1,85% contro il 2,30% del mese scorso. E il peggio deve ancora arrivare, se mai la Bce non garantisse più l’acquisto dei titoli, come ha detto ieri Draghi, o lasciasse il compito ad un fondo di stabilità Efsf sottodimensionato. (more…)

Ecco perché il termine ‘Shoah’ richiama l’unicità di quell’evento

settembre 2, 2011

Mordechay Lewy

Mordechay Lewy per “Il Corriere della Sera”

Durante un incontro tra diplomatici israeliani un mio anziano collega disse che il ricordo della Shoah si sarebbe dovuto mantenere come intima memoria piuttosto che come esposizione in pubblico delle sofferenze e dei traumi. Solo così il ricordo sarebbe rimasto autentico e immune da banalità e strumentalizzazioni. Nonostante ciò, coltivare la memoria collettiva di un evento così traumatico, unico nel suo genere, è una necessità. Con il trascorrere del tempo, i sopravvissuti scompaiono e il ricordo dei fatti potrebbe sbiadire. I primi anni ’50 furono caratterizzati dal silenzio delle vittime e degli aguzzini, un silenzio che si ruppe con il processo Eichmann che portò a una nuova riflessione sulla Shoah fra i membri della seconda generazione – sia delle vittime sia degli aguzzini. Si iniziò a promuovere la cultura della memoria. La Shoah doveva essere spiegata alle generazioni più giovani e si ritenne che si potesse mantenere viva grazie alla ripetizione. (more…)

Disincentivano la disciplina di bilancio dei singoli Paesi

agosto 28, 2011

Hans-Werner Sinn

Hans-Werner Sinn per “Il Sole 24 Ore”

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha resistito alle pressioni provenienti dal Sud Europa e ha detto no agli eurobond. Per i mercati si tratta di una delusione, ma per la ripartenza di questi Paesi non si può far altro che insistere pazientemente su una maggiore disciplina sul debito pubblico e porre fine ai permissivi vincoli di bilancio.

Gli investitori provenienti dagli Stati europei in difficoltà stanno già ottenendo molto dalla situazione attuale. La decisione presa dai leader dell’Eurozona il 21 luglio per consentire al fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf) di procedere con il buy back (riacquisto) dei vecchi debiti – malgrado le insufficienti risorse del fondo – rappresenta già una sorta di eurobond. La Bce continuerà altresì serenamente con la politica di salvataggio, e quindi fornirà prestiti agli Stati membri dell’Eurozona in difficoltà e acquisterà i rispettivi titoli di Stato. (more…)

Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam

agosto 26, 2011

Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto Il destino dei despoti è la polvere. Unica «scandalosa» eccezione: Stalin
Fu al calar del sole che Acab re d’Israele, che aveva pur fondato tante città e costruito un palazzo d’avorio, morì per un colpo di freccia mentre combatteva sul suo carro da guerra. Una bella morte, in fondo: ma il grande e terribile profeta Elia gliel’aveva predetta, come si legge nella Bibbia, nel I libro dei Re. Correva l’anno 852 a. C.; e il glorioso re Acab aveva meritato che il Signore lo abbandonasse, poiché aveva restaurato in Israele e in Samaria il culto degli idoli e aveva commesso ogni sorta di prevaricazioni

Franco Cardini per “Il Corriere della Sera”

Eppure, non pare fosse quella la sua natura. Ma era stato travolto dalla passione per una bella e malvagia dame sans merci, la sua sposa Gezabele: avida, corrotta, idolatra, assassina di profeti. Per lei aveva malgovernato, rubato e ucciso.
Acab è rimasto nei secoli l’archetipo del rex iniustus, che sovente è buono e giusto agli inizi ma che finisce con l’abusare del suo potere e della fortuna, magari dello stesso favore divino. Non è solo malvagio: la sua malvagità è frutto della corruzione di qualcosa di originariamente buono, corruptio optimi pessima. La Bibbia ce ne fornisce altri esempi, da Nabucodonosor e da Baldassarre sovrani di Babilonia all’orgoglioso faraone avverso a Mosè fino allo stesso Saul roso dalla vanagloria e dall’invidia; e a Erode, odiatore del Messia e infanticida, che muore divorato dai vermi nati dal suo stesso corpo infermo. Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha sottoposto a una vorticosa avventura semantica un termine greco,tyrannos, che nella lingua degli elleni non ha affatto un valore di per sé moralmente peggiorativo, ma che suona esclusivamente come una denunzia giuridica. È tyrannoschi s’impadronisce del potere e lo esercita senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali; poi, può essere in realtà anche il migliore e più giusto. Ma il governo in Atene dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., impresse al termine il valore negativo, legato al malgoverno e all’ingiustizia, che ancor oggi esso conserva. Furono soprattutto alcuni personaggi della Magna Grecia, come Gelone e Dionisio di Siracusa, a divenir modelli di tirannia; ma i greci, seguiti in ciò dai romani, preferivano indicare come esempi ovvi e inevitabili di tirannide i re o i capi barbari (dai re persiani a Pirro d’Epiro ad Annibale). Attenzione, però: se la tirannide era condizione «naturale» dei barbari, in quanto inferiori e corrotti, essa era eccezione orribile e vergognosa in Atene o in Roma, patrie di libertà e di giustizia garantite dagli dei. Difatti, in ultima analisi, la vera natura del tiranno non è neppure la crudeltà, neppure la violenza: bensì l’hybris, l’empietà. Ciò soprattutto condanna lo spartano Pausania o il tebano Creonte al pari dei romani Tullio Ostilio o Tarquinio il Superbo; ciò condanna gli imperatori come Caligola, Nerone o Domiziano che, secondo l’aristocrazia senatoriale custode delle tradizioni, hanno prevaricato nell’abuso e nell’arbitrio. (more…)

Così petrolio e ideologia anticoloniale hanno «riscritto» la storia

agosto 23, 2011

Sergio Romano per “Il Corriere della Sera”

Negli ultimi decenni l’immagine corrente della Tripoli italiana e della nostra presenza coloniale in Libia fra il 1911 e la fine della Seconda guerra mondiale è stata influenzata da due fattori, solo apparentemente contraddittori. La critica del colonialismo rendeva impossibile qualsiasi analisi o rievocazione da cui potessero emergere giudizi troppo equanimi e riflessioni troppo nostalgiche. E il desiderio di fare affari con Gheddafi suggeriva prudenza.
Se il pubblico dibattito investiva la Libia, quindi, l’ideologia anticolonialista e il petrolio producevano lo stesso effetto. I ricordi «giusti» erano soltanto le rappresaglie italiane dopo il massacro dei bersaglieri nell’oasi di Sciara Sciat, i prigionieri politici trasportati nelle isole Tremiti sin dall’epoca di Giolitti, la spietata repressione cirenaica del generale Graziani, i campi di concentramento, l’impiccagione di Omar el Mukhtar, le vittime delle mine disseminate dall’esercito italiano nel deserto libico durante la Seconda guerra mondiale.  (more…)

Attenzione, «classi pericolose»

agosto 10, 2011

Marco d’Eramo per “il Manifesto

A ragione nell’800 le chiamavano «le classi pericolose». Erano quelle classi – dai proletari in giù – che costituivano un pericolo per l’ordine borghese e la sua polizia, ed erano le classi per cui la polizia dei borghesi era un pericolo costante, una minaccia sul collo.

A leggere gli articoli, a guardare i servizi televisivi sulle sommosse urbane che in queste notti scuotono la Gran Bretagna, sembra di rivivere l’orrore del benpensantismo borghese ottocentesco di fronte alle folle «urlanti, bestiali, animalesche e minacciose».
Le sommosse di Tottenham, Hackney, Leeds, Brixton, Birmingham sono narrate come lo scatenarsi immotivato e irragionevole di una bestia primordiale. Una violenza ferina contro cui la polizia sarebbe troppo mite, mai abbastanza dura, come se fosse il permissivismo, anzi il lassismo capitalista moderno il responsabile di questi sussulti tellurici delle nostre società tecnologiche del Terzo millennio.
Non per nulla sono chiamati «disordini», perché vogliono scompigliare l’ordine, o reagire e scrollarsi di dosso un ordine che li disciplina, li sorveglia (e li punisce). Ogni volta sembra sempre la prima volta. Ogni rivolta appare inedita, imprevista, inusitata, come se sfuggisse a ogni logica. (more…)

Quel che resta del Muro

agosto 10, 2011

Luigi Geninazzi per “Avvenire

Era ancora buio quando, il 13 agosto 1961, a Berlino migliaia di soldati della Germania comunista iniziarono a chiudere le strade, installando posti di blocco e srotolando reticolati di filo spinato, mentre squadre di operai lavoravano alacremente per innalzare una barriera di cemento. La “cortina di ferro”, evocata qualche anno prima da Churchill, uscì dall’allegoria politica per diventare una mostruosa realtà. Quella notte d’estate cominciò un lungo inverno all’ombra del Muro, tragico simbolo della divisione tra Est ed Ovest conficcato nel cuore dell’Europa. Un incubo che sarebbe durato ventotto anni, fino alla sua caduta il 9 novembre dell’89.  (more…)

Benedetto sia il porno

agosto 8, 2011

Scrittori, attrici, registi bandìti solo perché parlano di sesso. E invece fanno poesia… Ecco l’elogio dell’hard nella provocazione di un giovane autore

Mario Desiati per “l’Espresso

Da alcuni anni ho iniziato a raccogliere materiali, storie, testimonianze per una narrazione sui lati oscuri. Non è per interesse antropologico come molti autori ipocritamente dicono quando ci mettono piede. Bensì un’attitudine.

Violenza, doppie vite, gioco, gola, sessualità estrema. Quando entro in quest’ultimo campo, la sua rappresentazione, ossia la pornografia, ho sempre trovato un muro nei miei interlocutori. E parlo di scrittori, intellettuali, colleghi editoriali. La maledizione del porno è l’aura nera che aleggia su chi lo ha raccontato. Spesso opere minori di grandissimi scrittori dimostrano che il porno è croce e delizia. Un breve repertorio: il romanzo dimenticato di Martin Amis “Money” tuttora fuori catalogo in Italia; il reportage sugli Hot d’or (gli Oscar del Porno) pubblicato in Italia nella raccolta “Considera l’Aragosta” di David Foster Wallace dove si racconta l’apparenza della serata di gala e non l’essenza; il criticatissimo “Porno” di Irvine Welsh, nonostante gli interessanti presupposti su come la pornografia cambi gli sguardi della vita di ogni giorno. Nessuno di questi scritti si smuove mai da un invadente e mortificante sguardo maschile.  (more…)

I profughi siriani che spezzano il sogno turco

agosto 7, 2011

Lucia Annunziata per “La Stampa

Negli scorsi due mesi la Turchia ha preparato ai confini con la Siria un campo di accoglienza in grado di ospitare fino a 200 mila profughi. Lavoro fatto in silenzio e senza allarmi, ma confermato da ambienti diplomatici stranieri nel Paese. Il livello e la velocità di questa preparazione è la migliore indicazione delle nere previsioni e della preoccupazione con cui anche la Turchia, Paese finora molto vicino alla Siria, segue l’avvitarsi verso l’inferno della Casa degli Assad di Damasco. La deriva siriana lambisce dunque anche il Paese più dinamico, e più differente (in quanto non arabo) del Medioriente. Il pericolo per la Turchia non è certo la destabilizzazione interna – troppo grande il suo Pil, troppo solido il suo consenso interno. Ma la fine precoce di un rinnovato sogno delle sue élite: la voglia di contare di nuovo, la non confessata ma coltivata determinazione di far rivivere un neo-Ottomanismo del terzo millennio. Era proprio all’insegna di queste aspirazioni «Ottomane» che i rapporti fra Turchia e Siria si erano fatti strettissimi, e sono rimasti tali anche dopo settimane dall’inizio della protesta contro gli Assad. La repressione della protesta in Siria ha però infine scavato un profondo solco tra le due nazioni confinanti. Nel corso di giugno, secondo la Commissione Onu per i rifugiati dal 7 a fine giugno tra i 500 e i 1500 cittadini siriani hanno attraversato in fuga gli 840 chilometri di confine tra il loro Paese e la Turchia. (more…)

Un popolo che scuote le nostre coscienze

agosto 6, 2011

David Grossman, da “la Repubblica”

Sabato scorso, durante la manifestazione svoltasi a Gerusalemme, mi sono guardato intorno e ho visto nelle strade un fiume di gente. Migliaia di persone che da anni non facevano sentire la propria voce. Che, chiuse nei loro problemi e nella loro disperazione, avevano perso ogni speranza di un cambiamento.
Non è stato facile per loro unirsi alle urla ritmate dei giovani coi megafoni. Forse, non essendo abituate ad alzare la voce, si sono sentite imbarazzate, timorose di gridare. E in coro per di più. A tratti avevo l´impressione che ci guardassimo stupiti, perplessi e un po´ increduli di ciò che ci usciva di bocca: eravamo davvero una “folla” rabbiosa che agita i pugni come nelle manifestazioni in Tunisia, in Egitto, in Siria, in Grecia? Volevamo essere una folla come quella? Avevamo intenzioni serie quando gridavamo a ritmo cadenzato “ri-vo-lu-zio-ne!”? E che accadrà se avremo “troppo successo”? Se i cerchi che tengono insieme questo fragile Paese si spezzeranno? Se le contestazioni e l´impeto si trasformeranno in anarchia? (more…)

Manca la passione d’essere letti

luglio 16, 2011

Anselm Kiefer, «Volkszählung», 1991, installazione

La poesia condivide i difetti dell’arte contemporanea: noia e incomprensibilità. La prosa è rovinata dal mercato, i poeti dal feticcio di se stessi

Alfonso Berardinelli per “Il Corriere della Sera

Qualche mese fa, discutendo con due giovani poeti particolarmente intelligenti e colti, Carlo Carabba e Matteo Marchesini, abbiamo concluso che oggi (e da tempo) la poesia italiana è prevalentemente divisa in due tipi: c’è quella incomprensibile e c’è quella noiosa, perché manca, da parte degli autori, la passione di essere letti. Questa idea sarà crudele, ha tuttavia il vantaggio di spiegare perché di poesia se ne pubblica tanta e nessuno se ne accorge. Il fatto che la critica non ne parli e che i giornali evitino il più possibile di recensire i poeti, è solo una conseguenza. Nominalmente e idealmente la poesia resta un valore virtuale, una specie di feticcio intoccabile. Di fatto, se ci si fa un’idea dei libri di poesia che escono e se si prova a leggerli, si arriva a conclusioni desolanti. (more…)

Questione palestinese: i sauditi si preparano a intervenire

luglio 14, 2011

Original Version: The Saudis prepare to step up

Il piano palestinese di dichiarare un proprio Stato alle Nazioni Unite, sempre più minacciato da Israele e dagli Stati Uniti, potrebbe guadagnarsi nuovo sostegno a livello internazionale; in particolare quello dei sauditi – scrive l’analista ebreo americano MJ Rosenberg

da “Medarabnews

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Fortemente incoraggiato dai finanziatori dell’AIPAC, il Congresso tratta i palestinesi come guerrafondai anche quando perseguono la pace, e gli israeliani come amanti della pace anche quando la rifiutano. Questo è cinico. E le persone che esigono che il Congresso si comporti in questo modo sono solo degli sciovinisti che tifano per la propria squadra, come se si trattasse di una partita di baseball e non di un conflitto che uccide.

Alla fine di giugno il Senato  ha approvato all’unanimità una risoluzione redatta dall’AIPAC con lo scopo di mettere in guardia i palestinesi contro le terribili conseguenze che dovranno affrontare se si rivolgeranno alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento del loro Stato. (more…)

Céline e il suo doppio. Com’è difficile celebrare un genio cattivo

luglio 8, 2011

Alan Riding per “la Repubblica”

Gli anniversari di solito sono una buona occasione per celebrare grandi artisti del passato. E così sembrava dovesse essere anche per lo scrittore francese noto con il nome d´arte di Louis-Ferdinand Céline, morto cinquant´anni fa. I preparativi per commemorare la ricorrenza erano già in fase avanzata quando qualcuno ha cominciato a rimarcare che Céline era un feroce antisemita, che fomentò l´odio nei confronti degli ebrei prima e durante l´occupazione tedesca della Francia.
Il problema è che la Francia venera ancora Céline, non per le sue idee politiche ma per il suo modo di scrivere, soprattutto in Viaggio al termine della notte. Quando questo straordinario romanzo semiautobiografico fu pubblicato, nel 1932, cinque anni prima che Céline abbracciasse l´antisemitismo come suo nuovo credo, fu subito salutato come un capolavoro, e oggi nella letteratura francese moderna occupa un posto paragonabile a quello che occupa per la letteratura inglese l´Ulisse di Joyce.
Ma è possibile separare il Céline scrittore dal Céline uomo? (more…)

La strategia americana in Afghanistan somiglia a quella sovietica

luglio 5, 2011

Original Version: US strategy in Afghanistan resembles that of the Soviet Union

La strategia americana di ritirarsi progressivamente, lasciando all’esercito afghano il compito di presidiare le principali città del paese, assomiglia a quella sovietica dopo il ritiro del 1989; ma questo significa che l’Afghanistan rimarrà sprofondato nella guerra – scrive l’analista Anatol Lieven

da “Medarabnews

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A quanto pare l’amministrazione Obama segue, in Afghanistan, praticamente la stessa strategia adottata da Mosca nel periodo tra il ritiro sovietico dall’Afghanistan nel 1989 e il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Vale a dire che Washington sta cercando di rafforzare l’Esercito Nazionale Afghano in modo che sia in grado di controllare le principali città nelle zone di etnia pashtun senza l’aiuto delle forze terrestri statunitensi, allo scopo di evitare il crollo del governo afghano e l’umiliazione degli Stati Uniti. La maggior parte delle truppe statunitensi si ritirerà, ma gli Stati Uniti manterranno alcune basi in Afghanistan dalle quali gli aerei potranno alzarsi in volo per reprimere eventuali concentrazioni di Talebani che tentino di prendere il controllo delle città. L’aeronautica e le forze speciali statunitensi continueranno a tenere sotto tiro nel paese qualsiasi gruppo identificabile come affiliato ad al-Qaeda. (more…)

Vantaggi etici dal libero scambio

luglio 4, 2011

Jagdish Bhagwat, da “Il Sole 24 Ore

Contrariamente a quanto di solito asseriscono gli scettici, le argomentazioni a favore del libero scambio hanno solide fondamenta. Infatti non riguardano solamente la prosperità generale (o il “Pnl aggregato”), ma influenzano anche i risultati ottenuti attraverso il processo di distribuzione, rendendo interessanti le argomentazioni a favore del libero scambio anche dal punto di vista morale.

Il nesso tra apertura commerciale e prosperità economica è forte e suggestivo. Arvind Panagariya della Columbia University ha suddiviso i Paesi in via di sviluppo in due gruppi: i Paesi “miracle” che hanno registrato tassi di crescita annui del Pil pro capite pari o superiori al 3%, e i Paesi “debacle” che hanno evidenziato tassi di crescita negativi o pari a zero. Panagariya ha riscontrato in entrambi i casi un’adeguata corrispondenza dei tassi di crescita relativi al commercio nel periodo 1961-1999.
Ovviamente si potrebbe affermare che l’aumento del Pil tende a favorire la crescita del commercio e non viceversa – almeno fino al momento in cui non si esaminano i Paesi in modo approfondito. Non si può nemmeno sostenere che lo sviluppo del commercio non dipenda dalle politiche commerciali: i minori costi di trasporto hanno incrementato i volumi commerciali e la costante riduzione delle barriere commerciali ha sortito lo stesso effetto. (more…)

Le guerre senza uomini sotto gli occhi di Borges

luglio 1, 2011

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 29 giugno 2011

Le chiamano guerre senza uomini, unmanned wars, e stanno stravolgendo il nostro rapporto con i conflitti militari e anche col potere. Protagonista è un velivolo che non ha bisogno di pilota perché basta schiacciare da lontano un bottone, e l’aggeggio parte: si chiama drone. A seconda della convenienza esplora terreni oppure decima persone: è un proiettile che varca oceani. Traiettoria, bersaglio, funzioni sono decisi da impenetrabili cerchie di tecnici e politici. Dopo aver bramato per anni guerre a zero morti, adesso Washington predilige guerre a zero uomini. Costano meno, e soprattutto non sono politicamente dannose: l’avversario stramazza, ma svanisce il rischio di veder tornare le salme dei nostri soldati. La connessione tra potere e opinione pubblica si spezza, così come si spezza il nesso tra guerra, legge, democrazia. Non solo. Hai l’impressione che il mondo non sia che un video con playstation, azionato da ignoti individui al servizio di un centro sfuggente che s’avvale impunemente dell’extraterritorialità: come la smisurata mappa di Borges, che «aveva l’immensità dell’impero e coincideva perfettamente con esso». Parte il proiettile, colpisce, e non resta che un ronzio (questo significa drone: il ronzio di un’ape maschio). (more…)

La Palestina non è stata rubata, è stato acquistato Israele

giugno 27, 2011

di Daniel Pipes

“I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi”. È questo il mantra che l’Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media. Quest’asserzione riveste un’enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: “Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un’ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell’Ap del diritto d’Israele ad esistere”. L’accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un’immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina. Ma quest’accusa è fondata? (more…)

L’immigrato tra talento e reati

giugno 26, 2011

Moisés Naím, da “Il Sole 24 Ore

Ecco un articolo che vi sorprenderà. La prima sorpresa è che il New York Times ha appena pubblicato un importante articolo che è stato originariamente raccolto, rivisto e preparato dal rivale Washington Post. La seconda sorpresa è che questo è stato possibile proprio grazie al consenso del Post. La terza è che un giovane giornalista di punta, ex dipendente del Post, utilizza l’articolo per confessare un reato per il quale potrebbe finire in carcere o essere espulso dagli Stati Uniti, Paese nel quale vive da quando aveva 12 anni. La quarta sorpresa è che tutto ciò accende i riflettori sui pregiudizi collettivi, sulle tragedie personali e sugli spinosi dilemmi che i Governi affrontano nel momento in cui devono occuparsi degli immigrati. Infine, proprio per questo, si tratta di una vicenda personale sorprendente con enormi ripercussioni a livello globale: sono pochi i Paesi in grado di gestire la questione immigrazione, nonostante diventi ogni anno sempre più problematica. (more…)

PETROS MARKARIS

giugno 26, 2011

Petros Markaris, da “Il Giornale

Bertolt Brecht pubblicò nel 1939 un articolo dal titolo «Cinque difficoltà per chi scrive la verità». La prima difficoltà, sostiene Brecht, è «il coraggio di scrivere la verità». La seconda difficoltà è «l’accortezza di riconoscere la verità». La terza è «l’arte di maneggiare la verità come un’arma». La quarta è «il sapere scegliere coloro nelle cui mani la verità diventa efficace». E, infine, la quinta difficoltà è «l’astuzia di divulgare la verità ai molti». L’articolo fu pubblicato su un giornale in lingua tedesca che usciva a Parigi quando le armate di Hitler avevano già aggredito la Polonia e la Seconda guerra mondiale era appena iniziata. Di conseguenza Brecht scrisse il suo articolo in un momento in cui la bugia aveva il monopolio nella comunicazione pubblica, alla radio e sui giornali di molti stati, mentre venivano innalzate altissime mura che la verità avrebbe dovuto scavalcare per giungere nelle mani di coloro in grado di utilizzarla efficacemente. \
Di sicuro, ai nostri giorni, non ci vuole più un coraggio particolare per scrivere la verità, come lamentava Brecht nella prima difficoltà. E allo stesso modo non vale più la quinta difficoltà \. Oggi la diffusione della verità è talmente semplice che, in ogni modo, si diffonde ai molti, almeno all’interno dell’Europa. (more…)

Disperso in Libia il generale Sarkozy

giugno 20, 2011

Cesare Martinetti per “La Stampa

Chi ha visto il generale Sarkozy? A tre mesi dall’inizio delle operazioni in Libia il presidente appare disperso in battaglia. L’Eliseo ha celebrato sabato il 71° anniversario dell’appello di De Gaulle alla Francia occupata: «La fiamma della resistenza francese non si spegnerà…». Ma dell’altro anniversario, nessuna notizia.

Più ravvicinata e più modesta, anche la campagna contro Gheddafi era cominciata con un proclama: «Accompagniamo la Libia verso un nuovo avvenire…». Sono passati novanta giorni e non si è detto una parola. Sul sito dell’Eliseo (www.elysee.fr) campeggia tuttora una grande foto del vecchio De Gaulle. E del «generale» Sarkozy non c’è traccia. (more…)

Il profumo di pulito di Spadolini

giugno 19, 2011

Alessandro De Nicola per “Il Sole 24 Ore

Il 28 giugno del 1981 è una data che ormai non ricorda più nessuno, credo. Però in quel giorno accadde un evento importante per il nostro Paese, che avrebbe potuto portare uno sviluppo diverso della politica e dell’economia italiana. Quel giorno, infatti entrò in carica il primo Governo dell’Italia del dopoguerra presieduto da un non democristiano, Giovanni Spadolini.

Allora come oggi, l’Italia e il mondo erano in crisi. L’Occidente era in recessione dopo aver patito da poco tempo il secondo shock petrolifero dovuto alla rivoluzione degli ayatollah in Iran. Inoltre, l’espansionismo di Mosca sembrava dilagante: dal 1974 erano diventati comunisti o filo-sovietici Laos, Cambogia, Vietnam del Sud, Etiopia, Angola, Mozambico, Nicaragua e nel 1979 l’Armata Rossa aveva invaso l’Afghanistan. I russi avevano inoltre installato i missili SS20 puntati sull’Europa occidentale, percorsa da fremiti di pacifismo ingenuo o prezzolato. In Italia l’inflazione aveva toccato il 21%, la crescita del Pil era ferma, le lotte sociali riprese con vigore. In più, il Paese era ancora sotto la cappa degli anni di piombo, la malavita organizzata era entrata clamorosamente nella scena politica con il rapimento dell’assessore campano della Dc Ciro Cirillo da parte delle Br e che vide protagonista nelle trattative per il suo rilascio la camorra. (more…)

Solo l’unione fiscale può salvare l’Europa

giugno 17, 2011

Francesco Caselli per “Il Sole 24 Ore

Le istituzioni politiche ed economiche di quella che oggi è l’Unione europea sono state disegnate da élite politiche e tecnocratiche il cui obiettivo finale era la costruzione di una nuova entità federale, gli Stati Uniti d’Europa, ma che erano costrette a procedere con cautela perché l’opinione pubblica di alcuni Paesi-chiave (e i Governi di altri, soprattutto la Gran Bretagna) non condivideva affatto questo loro progetto.

È per questa necessità di compromesso che tanti aspetti della governance europea appaiono mal disegnati . E dalla stessa necessità nacque la strategia di “unificazione strisciante”, che consisteva in varare iniziative di cooperazione apparentemente solo economica ma la cui vera finalità era di creare la necessità di ulteriori trasferimenti di sovranità politica dagli Stati all’Unione. (more…)

Sinistra televisiva, l’ossessione del Cavaliere

giugno 8, 2011

Tutto partì da Guglielmi e Curzi-Telekabul. Format azzeccati e satira, con due nemici: Berlusconi e D’Alema

Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera

All’inizio furono i collegamenti di Samarcanda con le piazze, dove Sandro Ruotolo – «Michele, qui la gente è molto arrabbiata…» – trovava sempre qualche signore sovrappeso in canottiera che urlava: «Santoooro, il Sud ha seeete!». E fu Umberto Bossi giovane, seduto sulle cassette di frutta, che da Legnano intercalava con il suo accento altolombardo: «Veda Lerner…». (Racconta Stefano Balassone, uno dei padri di Raitre: «Quella fu una trovata perfida del regista, che fece sedere i notabili democristiani e comunisti sulle poltroncine di velluto e i leghisti sulla pancaccia di legno. Il pubblico era tutto per i “barbari”»).

Eravamo a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. E la sinistra televisiva era nata. Raccontava la fine della Prima Repubblica. E un poco contribuiva ad affrettarla. Fin dall’inizio, si intuì quali sarebbero stati i grandi nemici. Berlusconi. E D’Alema. Il proprietario della tv concorrente, poi sceso in campo a prendersi pure quella pubblica. E il simbolo della sinistra postcomunista e neoriformista, impegnata a costruire un «Paese normale» anche dialogando («inciuciando», nel gergo romanesco della tv) con il nemico. (more…)

Usa-Cina la fatica del potere

Mag 30, 2011

Bill Emmott per “La Stampa

Desideriamo tutti la semplicità, o almeno spiegazioni facili. Mentre Barack Obama compiva il suo tour trionfale, da celebrità politica numero uno in Europa, in tanti hanno voluto credere che l’America resta la potenza mondiale dominante, egemonica, nonostante tutte le profezie di un suo declino. Pochi giorni dopo, alla notizia che la Cina si sarebbe presto dotata di una base navale in Pakistan, in tanti l’hanno interpretata come una defezione di Islamabad nel campo cinese, a conferma che il potere andava a Oriente. Quale delle due affermazioni è corretta? Nessuna.

La realtà è molto più complessa. La natura e la distribuzione del potere nel mondo sono cambiate. E’ una mutazione avvenuta gradualmente nel corso degli ultimi decenni, ma ogni tanto un improvviso spiraglio di luce svela il grado di cambiamento. (more…)

FELTRI FA OUTING!

Mag 18, 2011

“HO SESSANTOTTO ANNI E HO IMPARATO CHE NON È IL VIAGRA A TRASFORMARE UN UOMO IN STRAUSS KAHN. SATIRI SI DIVENTA PER ALTRI MOTIVI CHE NON DIPENDONO DALL’INGESTIONE DI UNA PASTICCA CHE MODIFICA SOLTANTO LA CIRCOLAZIONE DEL SANGUE E NON INCIDE MINIMAMENTE SULLA NASCITA DEL DESIDERIO, SEMMAI AIUTA A SODDISFARLO. SE INGOI LA PILLOLA AZZURRA NON HAI NEPPURE UNA EREZIONE, SE NON C’È QUALCUNO CHE SI IMPEGNA, CON MOLTA BUONA VOLONTÀ, A PROVOCARLA” – 2- MESSO A POSTO PIGI BATTISTA, FELTRI SISTEMA LUCIA ANNUNZIATA, REA DI AVER MESSO NELLA STESSO PORCILE STRAUSS-KAHN E BERLUSCONI, “SEGNALEREI CHE IL FRANCESE È IMPUTATO DI STUPRO (E IL REATO È DA VERIFICARE); L’ITALIANO INVECE DI CONCUSSIONE (MANCA PERÒ IL CONCUSSO) E DI “UTILIZZAZIONE FINALE” DI MIGNOTTA MINORENNE (CHE TUTTAVIA NEGA DI ESSERE TALE E ANCHE DI ESSERSI CORICATA COL PREMIER)”

Vittorio Feltri per “Libero“, da “Dagospia

Sentite cos’ha scritto Lucia Annunziata, noto personaggio televisivo e giornalista ora alla Stampa di Torino: «… è difficile non ammettere che l’arresto di Dominique Strauss-Kahn ci riempie di gioia». Credo che anche il lettore si ponga la domanda che mi sono posto io: ma cosa ha fatto a Lucia, questo socialistone in manette, per suscitare in lei tanto entusiasmo? Che abbia tentato di stuprarla?

Nell’articolo simile ipotesi non è confermata. Semplicemente l’Annunziata detesta gli uomini infoiati e nel mazzo ci mette anche il sessantaduenne Dominique, benché fino adesso, per quanto lo abbiano arrestato, non esistano prove di colpevolezza. Le accuse contro di lui si basano soltanto sulla denuncia della presunta vittima di aggressione a sfondo sessuale. Troppo poco per condannarlo prima ancora si sia svolto il processo di primo grado. (more…)

La dea della giustizia e quella della caccia

Mag 18, 2011

di Claudio Magris, Il Corriere della Sera, 18 maggio 2011, da “Micromega

Giustizia è fatta, ha detto Obama annunciando l’uccisione di Bin Laden. È stato eliminato, ha detto invece Netanyahu. Le due frasi esprimono entrambe un profondo compiacimento per la notizia, ma anche un atteggiamento e una valutazione molto diversa nei confronti del medesimo evento, che per ambedue — e non solo per essi, ma per la stragrande maggioranza di noi — è un lieto evento.

Forse dubbioso e incerto nelle modalità in cui è avvenuto e nelle comunicazioni ufficiali, ma indubitabile per quanto riguarda la sua sostanza ossia la morte del maggiore responsabile, istigatore e organizzatore dell’inaudita strage dell’ 11 settembre. Anch’essa rivela punti oscuri, che hanno destato dubbi e illazioni, anche se è difficile, quasi grottesco pensare che gli Stati Uniti — il cui potere, Machiavelli insegna, gronda anch’esso di lacrime e sangue come ogni potere — potessero architettare non solo un’ecatombe dei propri cittadini ma anche un’umiliante messinscena della propria vulnerabilità, un immane e riuscito attentato al proprio prestigio. La morte di Bin Laden non è certo la fine della guerra col terrorismo. La definizione che ne ha dato Netanyahu è meno simpatica di quella di Obama, così come del resto il premier israeliano non può competere, in simpatia, col presidente americano e col suo affascinante sorriso. (more…)

Dostoevskij nella suite

Mag 18, 2011

Dostoevskij ci fornisce il ritratto più calzante di quel che Dominique Strauss-Kahn è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto è un suicidato. Più precisamente: un giocatore d’azzardo che non gioca a casaccio, ma compulsivamente.

di Barbara Spinelli, la Repubblica, 18 maggio 2011, da “Micromega

Ecco, quello che si può leggere sul volto di Dominique Strauss-Kahn mentre sta in tribunale e viene a sapere che resterà in carcere, che nessuna cauzione lo tirerà fuori di lì, che non solo una grande avventura politica finisce in quell’aula ma una vita libera, una reputazione politica nobile. Ha la barba sfatta, gli occhi sperduti, la bocca come di chi d’un tratto s’accorge d’aver bevuto veleno, i tratti legnosi del caduto, colpito da nemesi inaudita. Eppure quel volto non appartiene a un uomo ignaro, incosciente di sé e del paese dove lavora, colto di sorpresa dalla vastità del delitto (tentato stupro, aggressione sessuale, sequestro di persona: non sono accuse minori). (more…)

Liu Xiaobo: La mia Cina sperduta nel deserto dello spirito

Mag 16, 2011

Liu Xiaobo, da “Avvenire

A livello spirituale la Cina è entrata in un periodo di “cinismo”: non esiste la fiducia, gli atti non corrispondono alle parole, la lingua differisce dal cuore. La gente, compresi gli alti funzionari e i membri del Partito, non credono più al discorso ufficiale; la lealtà verso gli interessi ha rimpiazzato la fedeltà a ciò in cui si crede. […] La schizofrenia delle élite in seno al sistema, particolarmente diffusa tra i giovani e tra le persone di mezza età, rivela un «comportamento da militante clandestino»: in pubblico tutti ripetono il discorso ufficiale come pappagalli e non perdono occasione per fare carriera, ma in privato, nelle cene in villa, è tutto un altro discorso e dicono: «Benché io sia al potere e che tu sia all’opposizione, nei fatti abbiamo le stesse idee. Non c’è che una differenza di metodo: tu lanci i tuoi appelli all’esterno, io mino il sistema all’interno». […] Le persone sono unanimi su questo: in seno al sistema, sono numerosi coloro che non sono d’accordo con la direzione e i loro atti hanno ben più peso di quelli dell’opposizione fuori dal sistema.  (more…)

“Patto per la crescita”, la svolta moderata della Cgil

Mag 15, 2011

Giorgio Cremaschi, da “Micromega

Patto per la crescita. Questo è il titolo con cui è stato annunciato dalla stampa il documento votato poi a maggioranza dal direttivo della Cgil. La sintesi, per quanto brutale, chiarisce il senso negativo di questa scelta. La Cgil fa propria la priorità della “crescita”, sulla quale si stanno orientando non solo le posizioni della Confindustria, ma tutta la politica economica dell’Unione Europea, del sistema bancario, del Fondo monetario internazionale. E’ una scelta profondamente sbagliata che, al di là delle cautele e delle attenuazioni di circostanza, accetta che la crisi possa essere affrontata con il rilancio dell’attuale modello di sviluppo. Tutti vogliono la crescita, ma la crescita di che? Quella dei salari, quella dei diritti sociali, quella dell’area dei beni comuni e dell’economia sottratta a una produzione di massa che distrugge tanto la salute delle persone quanto quelle del pianeta, oppure la crescita del Pil secca e brutale? Non si scappa da questo punto e assumere oggi la priorità della crescita significa inevitabilmente diventare subalterni alla strategia della competitività, della produttività, del profitto a tutti i costi che oggi anima gli indirizzi della Confindustria e dei principali governi europei. (more…)

Europa, crisi del debito o crisi della democrazia?

Mag 14, 2011

di Marco d’Eramo, da il manifesto, 13 maggio 2011, da “Micromega

Là dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discreta Bundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.

Come chiamare altrimenti quel che sta avvenendo nel nostro continente? Siamo talmente presi a seguire le cabrate dell’imperialismo Nato, i tonneau dei Mirages di Nicolas Sarkozy, le picchiate dei Tornado di David Cameron, da perdere di vista il pugno d’acciaio con cui la Germania unificata di Angela Merkel impone le sue regole draconiane. Una volta, per abolire la costituzione di un paese e privarlo della sua sovranità bisognava invaderlo, occuparlo militarmente. Oggi Grecia, Irlanda e Portogallo sono state assoggettate dalle cambiali.  (more…)

Osama, venuto da lontano

Mag 9, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Ahahahahahah!!!!!-
Sospiro di immenso sollievo, nella confusione truce degli spari incrociati, di Osama bin Laden.
In un barlume estremo di coscienza, l’uomo che per molti anni è vissuto braccato, di rifugio in rifugio, tra spelonche, catacombe e occultamenti governativi.

Temuto anche dai suoi alleati, orfano di amici – avrà percepito la gioia di sentirsi sollevato da tutte quelle catene? E anche dalla più pesante di tutte: la catena del ruolo immutabile, dell’obbligo di rappresentare senza variazioni il male, di distillare, in azioni mostruose e anacronistiche, concentrazioni alchemiche di scellerato odio, di non essere più in grado di staccarsene, di avere sulla pelle appiccicata la camicia di Nesso, ardendone senza fine? Essere Osama era un brutto, impossibile mestiere; ed ecco è finita. Il primo al mondo a mormorare: grazie America è stato lui – Bin Laden. Ma adesso gli sta sopra la parola coranica sul Giudizio Finale: «Un atomo di bene compiuto, chi l’avrà fatto lo vedrà – Un atomo di male compiuto chi l’avrà fatto lo vedrà». Di laconica esattezza e di smisurata applicabilità. Dopo il soffio di sollievo nel momento della morte, la voragine espiatoria secondo il dogma islamico.
Su questa soglia ambigua lo lascio. (more…)

Senza voci la patria della lirica

Mag 2, 2011

Finita la stagione di nomi leggendari come Di Stefano, Tebaldi, Corelli, Simionato. Cartelloni pieni di stranieri che cantano in un italiano barbaro

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Fra gli automi semoventi rievocati nel volume Il Turco, ho fatto in tempo a incontrarne a Roma almeno tre. Due da Mario Praz che li teneva sotto un divano orientale in via Giulia, e non appena tirati fuori suonavano e ballavano in onore di Edmund Wilson. Un altro sedeva, naturalmente alla turchesca, nel salotto di Kiki Brandolini in piazza di Spagna; e opportunamente sollecitato fumava il narghilè, traendone magnifici sbuffi di fumo.

***

Nell’immediato dopoguerra, al Carlo Felice genovese ancora sfasciato, Franco Zeffirelli presentò una Carmen con sigaraie abbigliate da Pier Luigi Pizzi tipo «noi siam come le lucciole, noi del Venticinque siamo le donne…». Umberto Tirelli e Danilo Donati, in vesti di megere, spazzavano qua e là per fa muovere le coriste immobili.
La protagonista Giulietta Simionato si accorse a un tratto che qualcuno rideva, mentre lei eseguiva l’assai impegnativa Seguidilla con pacche sul sedere e nacchere su un tavolone della taverna. Sbirciò dietro, e fulminò una delle megere che la stava imitando su un tavolino piccolissimo. (more…)

Tutta la vita per uno scatto

aprile 21, 2011

PIETRO MASTURZO*, da “La Stampa

C’è chi per lavoro rischia la vita per uno scatto come quello che vedete qui .

A molti sembrerà impossibile, nell’era delle immagini catturate con il cellulare. È ciò che facevano Tim, morto ieri a Misurata, Chris, l’autore della foto e gli altri rimasti feriti. Le nostre strade si erano incrociate nelle ultime settimane. Anch’io ero in Libia fino a pochi giorni fa, a fare lo stesso lavoro. Una fine che ho vissuto quasi in diretta, nonostante la lontananza: me l’ha raccontata da Misurata su Facebook un amico fotografo norvegese, André Liohn, pochi minuti dopo essersi trovato di fronte ai corpi straziati. Ne sono rimasto scioccato sul piano umano, ma purtroppo non sorpreso su quello professionale, perché la Libia in guerra è sicuramente uno dei luoghi più pericolosi in cui mi sia capitato di lavorare.

Per quanta tensione ci fosse in piazza Tahrir al Cairo, per quanti rischi si possano correre in Iran, niente è paragonabile al caos che domina la prima linea di questa guerra. Anche e soprattutto perché il problema principale è capire dove sia, quella prima linea. Da Bengasi mi sono avventurato sulle strade della Libia con l’esercito dei ribelli e ho scoperto quanto sia azzardato chiamarlo «esercito». Per la gran parte si tratta di ragazzi armati d’improvviso e volontari, senza un’idea di cosa devono fare. Stando con loro, si rischia di trovarsi di fronte alle truppe di Gheddafi senza essersi neppure resi conto di avere oltrepassato l’immaginaria linea del fronte.

I giornalisti, i fotografi, gli operatori Tv che stanno raccontando questa guerra, corrono rischi enormi. Lo si capisce dall’alto numero di coloro che sono già stati rapiti, o sono finiti in qualche modo nei guai. Neppure professionisti di grande esperienza come Tim, Chris e gli altri colleghi rimasti feriti ieri, purtroppo, possono muoversi con quel minimo di sicurezza necessario.

Sacrifici come questi ci ricordano che anche in un’era di sovrabbondanza di immagini come la nostra, continuano a esserci testimoni che rischiano la vita per offrire qualcosa di più. Che cosa? Ammiro molto gli scatti amatoriali come quelli della gente che aveva invaso piazza Tahrir: sono immagini essenziali, più «pure» di quelle che cerca di catturare un professionista. Penso però che ci sia bisogno, insieme e a integrazione di questi documenti catturati all’istante, anche del lavoro di giornalisti che provino ad andare «oltre», offrendo immagini che possono indurre alla riflessione su eventi di portata storica. Per questo c’è chi solleva un teleobiettivo in luoghi dove altri impugnano le armi.

*Vincitore del World Press Photo 2009

Perché l’Europa ha paura della Turchia

aprile 15, 2011

Sergio Romano per “Il Corriere della Sera”

La Turchia, scrive Carlo Marsili. è una «democrazia secolarizzata con una maggioranza islamica» . La logica vorrebbe che i laici fossero favorevoli all’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea e i musulmani diffidenti, se non addirittura ostili. Ma le cose nella realtà sono alquanto diverse. I laici sanno che la Turchia deve alla cultura europea la grande rivoluzione kemalista del 1923, ma hanno reagito con orgoglio nazionale ai molti sgarbi ricevuti da alcuni membri dell’Ue (soprattutto Francia, Germania e Austria) in questi ultimi anni. I musulmani di più stretta osservanza, invece, hanno generalmente votato per un partito (l’Akp del primo ministro Recep Tayyip Erdogan) che non ha mai smesso di collocare l’ingresso nell’Unione al vertice delle sue priorità. (more…)

La sindrome Fukushima a Wall Street

aprile 13, 2011

Cosa hanno in comune la grande crisi economica scoppiata nel 2008 e il disastro nucleare di Fukushima? Entrambi costituiscono importanti ammonimenti sul fattore “rischio” e su quanto malamente i mercati e le nostre società siano in grado di comprenderlo e gestirlo.

di Joseph Stiglitz, da Affari & Finanza di Repubblica, 11 aprile 2011, da “Micromega

Le conseguenze del terremoto in Giappone, e in modo particolare la grave situazione tuttora in corso nella centrale nucleare di Fukushima, appaiono lugubri agli osservatori della crisi finanziaria americana che ha dato il via alla Grande Recessione. I due avvenimenti costituiscono altrettanti ammonimenti sui rischi e su come malamente i mercati e le società li gestiscano. Naturalmente, da un certo punto di vista, non è possibile instaurare alcun paragone tra la tragedia del terremoto – che ha provocato la morte o la scomparsa di oltre 25.000 persone e la crisi finanziaria, alla quale non si può di sicuro attribuire una sofferenza fisica così devastante.

Quando però parliamo della fusione nucleare di Fukushima, subentra un aspetto comune a entrambi gli avvenimenti. Gli esperti in campo nucleare e finanziario ci avevano assicurato che le nuove tecnologie avevano pressoché eliminato il rischio di una catastrofe. Ma gli eventi li hanno smentiti categoricamente: non soltanto i rischi sussistevano, ma oltretutto le loro conseguenze sono state di tale immane portata da annientare d’un sol colpo e assai facilmente i presunti vantaggi dei sistemi che i massimi esponenti di questi settori promuovevano. Prima della Grande Recessione, i guru dell’economia in America – dal capo della Federal Reserve ai magnati della finanza – si vantavano di aver imparato a tenere sotto controllo il rischio. Strumenti finanziari “innovativi”, quali i derivati e i “credit default swap”, permettevano di spalmare il rischio in tutti i settori economici. Adesso sappiamo che quei guru non hanno disatteso soltanto le aspettative della società, ma addirittura le loro. (more…)

La libertà delle volpi e delle galline

aprile 12, 2011

Dopo il secolo dei totalitarismi, un nuovo mostro tirannico l’individualismo senza freni che distrugge la società

TZVETAN TODOROV per “la Stampa

Perché un potere sia legittimo, non basta sapere com’è stato conquistato (ad esempio con libere elezioni o un colpo di Stato), occorre ancora vedere in che modo viene esercitato. Fra poco saranno tre secoli dacché Montesquieu ha formulato una regola per guidare il nostro giudizio: «Ogni potere senza limiti non può essere legittimo». Le esperienze totalitarie del XX secolo ci hanno resi particolarmente sensibili ai misfatti di un potere statale illimitato, in grado di controllore ogni atto di ogni cittadino. (more…)

Kasparov: il poker fa scacco matto

aprile 10, 2011

Garry Kasparov, da “Avvenire

Nel 1985, ad Amburgo, in quella che viene definita una “simultanea”, ho giocato contro trentadue diversi software di scacchi allo stesso tempo. Ho giocato per più di cinque ore. I quattro principali produttori di questi software avevano schierato i loro modelli più sofisticati, inclusi gli otto della Saitek che portavano il mio nome. Indicativo dello stadio evolutivo di quelle macchine è il fatto che la mia vittoria di 32 a 0 non stupì nessuno, nonostante non fosse mancato un momento critico: a un certo punto, infatti, mi resi conto di essere in difficoltà contro uno dei modelli “Kasparov”.  (more…)

Dal mare il pericolo senza nome

aprile 5, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Tento di dare un’opinione-pirata. Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. «Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro». Esempio strategico pregnante: la linea Maginot aggirata, nel 1940; in quel momento i tedeschi erano già a Parigi. Ebbe inizio una convivenza tragica, finché la talpa si riscoprì uomo.

Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare. Quello che è strano, in questo dramma dell’assurdo, è che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. Se Israele accogliesse tre o quattromila palestinesi, Gerusalemme, il supremo esito del 1967, sarebbe subito, com’è già in parte, casa loro. Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione. (more…)

Moneta del potere, genealogia della libertà

marzo 30, 2011

Gianfranco Ravasi

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

Il termine “laico”, nonostante l’attuale accezione dominante, ha sostanzialmente una genesi “religiosa” (designava, infatti, il semplice fedele “popolare” – da laós, in greco “popolo” – rispetto alla gerarchia ecclesiastica). Per impostare il discorso sulla laicità è legittimo risalire a una scena evangelica, così nota da diventare proverbiale. È l’unico pronunciamento direttamente politico di Gesù. Egli viene provocato dai suoi avversari a intervenire sulla questione fiscale, ossia sul tributo imperiale da versare da parte dei cittadini dei territori occupati da Roma. La replica di Cristo è lapidaria: «Ta Kaisaros apodote Kaisari kai ta Theou Theo», «rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (si può leggere l’episodio sia nel Vangelo di Matteo, sia in quello di Marco o di Luca).

Risposta tagliente e a prima vista netta nel tracciare una linea di demarcazione che dovrebbe esorcizzare ogni teocrazia (la shari’a musulmana, per la quale il codice di diritto canonico diventa il codice civile, non è evangelica) e ogni cesaropapismo. Tuttavia, il discorso è più sofisticato e complesso se si tiene conto della parabola in azione che si consuma attorno a quella frase. Cristo, infatti, argomenta tenendo tra le mani simbolicamente una moneta con l'”immagine”, l’icona (eikon in greco) del l’imperatore, simbolo evidente della politica e dell’economia, alla quale viene riconosciuta una sua autonomia, un campo di esercizio proprio, una sua capacità e indipendenza normativa. (more…)

Il realismo americano. L’Arabia conta di più

marzo 30, 2011

Robert Kaplan per “Il Corriere della Sera”

Malgrado il dramma in pieno svolgimento in Libia, lo scompaginamento del Medio Oriente è appena all’inizio. Finora gli analisti politici americani hanno avuto gioco fin troppo facile visto l’evolversi degli eventi in Tunisia e in Egitto, Paesi che vantano entrambi istituzioni relativamente salde, numerose associazioni nella società civile e una classe media diffusa, oltre a essere antichi aggregati di civiltà dove varie forme di Stato si sono succedute sin dall’antichità. Prospettive ben più incerte si profilano altrove nella regione, negli Stati che si ritroveranno sostanzialmente indeboliti non appena il guscio della tirannide si sarà sgretolato. Al di là del caso contingente della Libia, nuove e cruciali prove si profilano in futuro. Gli Stati Uniti sono una democrazia, ma anche una potenza fondata su determinati rapporti di potere, la cui posizione globale si regge sul presupposto che il mondo resti così com’è. (more…)

Atei di statura, televisivi e liquidi

marzo 28, 2011

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

In viaggio nell’Irlanda del Nord, Giulio Giorello, giunto a sera in una cittadina di campagna, chiese ospitalità per la notte a una famiglia. Subito scattò la domanda: «Cattolico o protestante?». «Per trarmi d’impiccio, risposi: Ateo!». Un attimo di silenzio perplesso, poi, un’altra domanda: «Sì, ma ateo cattolico o ateo protestante?». Questo divertente ma significativo apologo che il filosofo milanese racconta in apertura al suo Senza Dio, pubblicato qualche mese fa da Longanesi e già recensito su queste pagine da Remo Bodei, mi fa venire in mente una coppia di dichiarazioni di due filosofi dai percorsi differenti. (more…)