Archive for the ‘Economia’ Category

Da Mattei a Cuccia, l’élite che non si misurava in busta paga

gennaio 26, 2012

La «regola aurea» di Adriano Olivetti: a nessuno più di 10 volte il salario minimo

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera

Senza dubbio i piani del governo inglese o la legge che ha ora in cantiere la Commissione europea sui tetti alle maxi-retribuzioni dei manager resteranno ben lontani per propositi e risultati dalla regola morale di Adriano Olivetti: «Nessun dirigente, neanche il più alto, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minino». Ma si sa, accanto alla fabbrica dell’imprenditore-utopista c’erano la più grande biblioteca privata del Piemonte e una scuola materna che figurava nelle più importanti riviste di architettura del mondo.

Nel post crac Lehman, quando gli Stati di tutto il mondo si prodigavano per salvare le banche con i soldi dei contribuenti, è tornato di attualità anche il tema della disparità fra le retribuzioni dei manager e quelle degli impiegati o operai e si è cominciato a parlare di leggi, tetti, «moral suasion» delle authority per porre un freno a eccessi che hanno trovato terreno particolarmente fertile nel turbocapitalismo finanziario degli anni Novanta, ma che nascono prima: in Italia il rapporto fra i compensi degli alti dirigenti e dei dipendenti medi, pari nel 1980 a 45 a uno, già nel Duemila era «esploso» raggiungendo la quota di 500 a uno. E negli anni successivi le distanze sono aumentate in modo siderale.

Un trionfo dell’élite manageriale che non ha confronti con il passato.Quando almeno una parte della classe dirigente sembrava condividere, per necessità o virtù, se non proprio la regola aurea di Adriano Olivetti, un principio di moderazione che vedeva prevalere servizio e responsabilità. Certo, può far sorridere la frase di Antonio Maccanico sul rapporto fra il fondatore di Mediobanca Enrico Cuccia e il denaro: «Per lui era solo un mezzo». Detto di un banchiere può sembrare una battuta. Ma basta ricordare un episodio per capire il senso vero delle parole: la retribuzione di Cuccia era allineata a quelle che l’Iri decideva per le Bin, le banche d’interesse nazionale. Quando Lucio Rondelli di Unicredit va a Roma per «negoziare» un aumento e torna a Milano con un buon risultato, Francesco Cingano (allora Comit) e Cuccia si auto-tagliano l’incremento del 20%. Difficile ricostruire quanto percepisse Cuccia, perché allora non c’erano obblighi di comunicare le retribuzioni «apicali», ma nel 1999, un anno prima della sua morte, il banchiere aveva dichiarato al fisco 350 milioni di lire, metà dei quali in virtù della carica di presidente onorario di Mediobanca. Solo che lui, uno degli uomini più potenti d’Italia, che si recava in vacanza sulla A112 della figlia, quel compenso non ha mai voluto incassarlo. E il suo Delfino, Vincenzo Maranghi, nel 1998, primo anno in cui l’istituto ha reso noti i compensi osservando le nuove regole Consob, percepiva 81 milioni come consigliere e 1,4 miliardi (sempre di lire) come direttore generale. Per allineare Mediobanca alle «richieste» degli analisti internazionali, ha introdotto le stock option nel 2001, distribuendole peraltro a tutti i dipendenti, ma per sé non le ha mai volute perché, come Cuccia, non le condivideva. E il 7 aprile 2003, quando lascia Mediobanca per espressa richiesta di alcuni azionisti, dice: «Non voglio un euro in più di quanto mi spetta. La liquidazione e basta. Nemmeno l’indennità di licenziamento». Nessun paracadute o premio alla carriera: esce di scena con la liquidazione e 1,6 milioni per le ferie arretrate.

Non sono note nemmeno le retribuzioni del mitico Raffaele Mattioli per lungo tempo a capo della Comit. Però un indizio sulle loro dimensioni, tutt’altro che modeste ma probabilmente non paragonabili a quelle oggi da «frenare» per legge, lo si può ricavare da un calepino nel quale il banchiere umanista annotava i libri di antiquariato che «non poteva permettersi» di acquistare.

E che dire di Enrico Mattei? Come ha riferito lo storico dell’economia Giulio Sapelli, il numero uno dell’Eni che sfida le Sette Sorelle aveva disposto che il suo stipendio da supermanager venisse versato al monastero delle Clarisse di Matelica, cittadina nella quale la sua famiglia si era trasferita pochi anni dopo la sua nascita. La ragione? Conflitto d’interessi, visto la originaria comproprietà con il fratello di una piccola azienda chimica.

Il sogno dei fondi illimitati

settembre 27, 2011

Isabella Bufacchi per “Il Sole 24 Ore

I numeroni fanno sempre stragi di cuori. Piacciono, a prima vista, seducono perché fanno sognare. È circolata l’ipotesi di un fondo salva-Stati con una potenza di fuoco da 3mila (o 2mila, perché no) miliardi di euro e questa cifra mozzafiato ha sostenuto le Borse – oscurando provvisoriamente i timori di recessione e default greco – e ha contribuito a riportare lo spread tra BTp e Bund a 385 punti, con il rendimento dei titoli tedeschi in risalita dall’1,71 all’1,81 per cento.

Ma esiste un precedente: quando esplose il caso della Grecia, nel maggio 2010, il clamore dell’annuncio del piano da “one trillion dollars” fu seguito da una crisi senza precedenti del debito sovrano europeo. Nella sua prima versione (quella attuale) l’Efsf può emettere bond fino a 225 miliardi, nella seconda (non ancora attuata) 440 miliardi in vista del fondo permanente Esm (anticipato forse dal 2013 al 2012) con una capacità di intervento da 500 miliardi. Ma non basta. Quando a Grecia, Portogallo e Irlanda la crisi di fiducia si è allargata a Spagna e Italia, il mercato ha calcolato che le risorse per ipotetici salvataggi degli Stati europei in crisi di liquidità sarebbero dovute lievitare ad almeno 2mila miliardi (le aste a medio-lungo termine di Italia e Spagna potrebbero superare i 1.200 miliardi nel 2012-2015). (more…)

Il lingotto e i rischi di dollaro e liquidità

settembre 24, 2011

Sissi Bellomo per “Il Sole 24 Ore

La caduta dell’oro, quasi il 10% in due giorni, preoccupa: il lingotto non è il bene rifugio per eccellenza e la valuta più sicura del mondo? Non nei periodi di vera emergenza, in cui la caccia alla liquidità privilegia il dollaro. È una caduta, quella dell’oro, che senza dubbio sta provocando sconcerto tra i risparmiatori. Ma come? Dov’è finito il lingotto-bene rifugio? Che fine ha fatto la regina delle valute, quella che non si può stampare e che ci protegge dallo spauracchio dell’inflazione e dalla potenziale catastrofe dei debiti sovrani?

L’andamento dei prezzi dell’oro, proprio mentre sull’economia globale si addensano nuvole sempre più minacciose, sembra smentire ogni certezza: il lingotto in un paio di giorni ha perso quasi il 10% del suo valore e costa oggi circa 200 dollari l’oncia in meno rispetto al record , recentissimo, stabilito di tre settimane fa a 1.920 dollari. (more…)

L’arte in odore di bolla

settembre 18, 2011

L'opera di Willem de Kooning, "Pink Angels" (Frederick R. Weisman Art Foundation, Los Angeles. © 2011 The Willem de Kooning Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York )

Mario Platero per “Il Sole 24 Ore

Domani apre al pubblico una straordinaria retrospettiva di Willeam de Kooning al Moma. Straordinaria perché l’anteprima conferma le cose nuove: la mano dell’artista in tutte le sue variazioni, la grandezza d’insieme delle sue opere che hanno plasmato i movimenti artistici del dopoguerra in America e la grandezza della mostra, 200 opere che occupano l’intero sesto piano del Moma, 1.700 metri quadrati. Mai successo da quando c’è il “nuovo” Moma.

Ma per gli aspetti critici vi rimando a Carl Vogel, sul Nyt. Sapete quanto capitalizza la mostra? 4 miliardi di dollari alle valutazioni attuali delle 200 opere esposte. Una cifra colossale; per darvi un’idea si tratta di circa il doppio della partecipazione di Exor in Fiat Auto. Logico? Mah. Poi l’altro giorno passeggio su Madison Avenue e vedo due poltrone in pelle Art Deco in vetrina, molto belle, di Emile-Jacques Ruhlmann, desing di grande visione. Chiedo per curiosità il prezzo: 1,1 milioni di dollari, per due poltroncine da usare in salotto. E’ ovvio, se c’è il mercato che compra, 200 quadri possono valere la metà dell’intera Fiat Auto.

Ma è una bolla? C’è un rischio esplosivo di qualche genere. Pensate che la collezione di Deutsche Bank è composta da 56mila opere. Che cosa succede se alcune migliaia vengono messe sul mercato per fare cassa? Valgono davvero come garanzia? Ma la riflessione più importante che mi porta a pensare che la bolla ci sia è un’altra. Visto che il mercato dell’arte ha battuto in media i ritorni di molti investimenti.

Sono sorti una quantità di fondi per consentire al medio grande di approfittare della forza di questo mercato. Non puoi comprare un de Kooning per 20 milioni di dollari? Compra una partecipazione. I fondi sono di ogni genere. Stanley Gibbons tanto per fare un esempio che a Londra commercia in francobolli da 150 anni, ha creato un fondo per francobolli e documenti rari ha circa 40 milioini di dollari in gestione e circa 20 per reperire rarità di vario genere. L’altro fondo è per le macchine da collezione. Fondi simili sono sorti nel Golfo. Insomma c’è un po’ di frenesia da investimento nell’arte. Cosa mi preoccupa? Le bolle in genere si preparano a esplodere quando dagli investimenti degli addetti ai lavori si passa a quelli del piccolo. E udite udite, dal fatto che ci sono ormai prodotti derivati su opere d’arte e transazioni in opere d’arte. Che Dio ci protegga.

«Mi serve un miracolo» scriveva Kweku su Facebook, ma il trader Ubs è finito in manette

settembre 16, 2011

Leonardo Maisano per “Il Sole 24 Ore

Un miracolo per salvarsi da Delta One. L’epitaffio sulla lapide della carriera finanziaria di Kweku Adoboli, trentunenne trader di Ubs che ha fulminato 2 miliardi di dollari – ovvero la stessa cifra che il colosso svizzero aveva programmato per ristrutturarsi dopo la crisi del credito – in operazioni non autorizzate, potrebbe essere più o meno così.

Delta One è una forma di trading che JP Morgan aveva già identificato lo scorso anno come una grande risorsa per le banche d’investimento e che prevede operazioni su derivati legati ad asset che possono essere azioni o materie prime e non solo.

Il meccanismo garantirebbe un delta molto vicino all’uno, ovvero un punto in percentuale di scostamento dell’asset provoca un analogo andamento sullo strumento finanziario. Kweku Adoboli, operava con Delta One associandoli ad Etf. Le fluttuazioni violente dei mercati di queste settimane hanno mandato il sistema fuori controllo tanto da indurre l’ex studente di e-economy dell’università di Nottingham a battere un ultimo laconico messaggio su Facebook. “Ho bisogno di un miracolo”. L’apparizione ha avuto invece la più prosaica forma di un paio di manette della City police. Ora Kweku collabora con la polizia e sta aiutando gli inquirenti a svolgere la matassa di un trading complesso.

Il caso anglo-elevetico scuote la City. C’è stupore perché chi gestisce il rischio negli istituti ha dimostrato una volta di più di non essere al corrente di quanto accade se è vero, come pare, che lo stesso Adoboli ha avvertito i suoi superiori di quanto aveva fatto, ma soprattutto c’è la percezione che la riforma che Londra si appresta a varare sia ormai un’emergenza. Ci riferiamo alla divisione delle attività bancarie, al ringfencing della banca commerciale rispetto a quella d’investimento. La Commissione indipendente voluta dal governo Cameron ha appena sollecitato urgenti misure del genere e l’esecutivo è deciso a metterle in campo. E probabilmente lo farà in tempi più rapidi dei sei anni previsti ( si muove con Basilea III) grazie a Kweku svelto trader a cui è mancato solo…un miracolo.

Quel giudice a Berlino che parla di noi

settembre 8, 2011

Carlo Bastasin per “Il Sole 24 Ore

La Corte costituzionale tedesca ha respinto ieri l’obiezione di illegittimità degli aiuti offerti alla Grecia dalla Germania nel contesto delle decisioni dei Consigli europei del 2010. La sentenza è stata accolta con sollievo in tutta Europa. Essa contiene osservazioni che garantiscono l’impegno tedesco a difesa dell’euro e del progetto europeo.

Ma prima di rallegrarsi sarà necessario valutare, più in profondità di quanto possibile in queste ore, le implicazioni del giudizio della Corte su tre piani: quello dei mercati, quello istituzionale e infine quello politico. Alcune osservazioni sembrano cruciali per l’Italia. (more…)

Goldman Sachs regista anti-euro

settembre 2, 2011

“È il momento di speculare contro”  Report riservato ai clienti Vip: la moneta unica non regge.   Opzioni put a sei mesi euro contro franco svizzero per sfruttare le debolezze europee. Il 20% dei gruppi finanziari è molto indebitato: il costo dei credit default swaps salirà. La banca d´affari ha anche un ruolo di punta come consulente di governi Ue

Federico Rampini per “la Repubblica”

Nell´accumularsi di posizioni ribassiste contro alcuni paesi dell´eurozona rispunta la regìa dei soliti noti: Goldman Sachs, che proprio ieri ha patteggiato con le autorità federali Usa per mettere fine ad alcuni abusi sui mutui casa. Con l´aggiunta di un sospetto conflitto d´interesse, perché la stessa banca di Wall Street ha anche un ruolo di punta come consulente di alcuni governi europei, Spagna in testa. A sollevare il caso è il Wall Street Journal pubblicando estratti da un documento di 54 pagine firmato da uno dei più importanti strateghi della banca, il 57enne Alan Brazil, e riservato a poche centinaia di grossi investitori istituzionali che sono i migliori clienti di Goldman Sachs. Il rapporto di Brazil è estremamente negativo sulle possibilità di salvare l´eurozona dalla crisi attuale. Fra l´altro stima che le banche europee possono necessitare di 1.000 miliardi di dollari per ricapitalizzarsi, in conseguenza delle perdite subite sui titoli di Stato.  (more…)

Dall’Eni a BP: la guerra non è ancora finita ma il business libico è già ripartito

agosto 30, 2011

Scaroni vola a Bengasi per accordarsi con i nuovo governo transitorio. La BP nel frattempo pianifica nuovi maxi investimenti con Tripoli mentre gli Usa sbloccano il primo fondo speculativo a capitale libico. Le relazioni commerciali e finanziarie costruite in passato tra l’Occidente e Gheddafi sembrano destinate a sopravvivere alla caduta del dittatore

Matteo Cavallito per “Il Fatto

Paolo Scaroni, si sa, è uno che non ama perdere tempo. Specialmente quando in ballo ci sono i destini dell’Eni, il colosso degli idrocarburi di cui è amministratore delegato da sei anni a questa parte. E così, in ossequio alla tempestività, il numero uno del cane a sei zampe non si è fatto attendere volando in quel di Bengasi, Libia, per siglare il primo accordo di massima con il consiglio transitorio del Paese. Un vero e proprio “veni, vidi, vici” per la corporation della Penisola che nello spazio di poche ore ha ottenuto quello che voleva: sì allo scambio benzina per petrolio, sì alla valutazione tecnica degli impianti e sì, in prospettiva futura, alla riattivazione del gasdottoGreenstream, responsabile della fornitura di gas dalla Libia alla Sicilia. Una giornata di festa, insomma, che in borsa si è tradotta in un guadagno di 2,5 punti percentuali per il titolo Eni. (more…)

Lo yuan debole non serve più

agosto 26, 2011

Martin Feldstein, da “Il Sole 24 Ore

Forse nei prossimi mesi il Governo cinese lascerà che lo yuan si rivaluti rispetto al dollaro più di quanto non abbia fatto l’anno scorso. Durante la crisi Pechino aveva congelato il tasso di cambio; dall’estate 2010 ha lasciato che la moneta si rivalutasse. Negli ultimi 12 mesi, lo yuan si è rafforzato del 6% rispetto al dollaro.

Una rivalutazione più rapida limiterebbe l’export e incrementerebbe l’import del Paese asiatico. E consentirebbe ad altri Stati dell’area di lasciar rivalutare le loro monete o potenziare le esportazioni a spese di Pechino. La cosa potrà far piacere ai vicini, ma non ai produttori cinesi. E allora perché le autorità di Pechino stanno consentendo questa rapida rivalutazione dello yuan? Le ragioni fondamentali di questa scelta sono due: ridurre il livello di rischio del portafoglio titoli e contenere l’inflazione. Partiamo dai timori delle autorità rispetto ai rischi legati alle riserve di titoli esteri detenuti da Pechino, 3mila miliardi in obbligazioni in dollari e altri titoli esteri, che espongono la Cina a due pericoli.
Il Governo di Pechino è spaventato dall’incremento dell’inflazione negli Stati Uniti e in Europa e da una rapida svalutazione del dollaro rispetto all’euro e alle altre valute. (more…)

La lezione antica dell’oro: non esistono «porti sicuri»

agosto 25, 2011

Maximilian Cellino per “Il Sole 24 Ore

Il segnale inviato ieri dall’improvviso tracollo dell’oro è di quelli che il risparmiatore farà bene a custodire a lungo nella memoria: nei mercati non esistono ormai più «porti sicuri» presso cui rifugiarsi durante le tempeste finanziarie e con questo nuovo scenario si dovrà necessariamente imparare a convivere.
Gli scettici non mancheranno di far notare che ai 1.770 dollari l’oncia di ieri a Londra il prezzo del lingotto è in fin dei conti tornato soltanto sui livelli di Ferragosto, cioè oltre il doppio rispetto a quanto quotava 3 anni fa. E ci sarà anche chi proverà a spiegare con motivazioni tecniche un movimento così inatteso.
La sostanza, però, non cambia poi tanto: chi con scarso tempismo avesse cercato di ripararsi negli ultimi giorni sotto la protezione del metallo giallo, accodandosi al carro dei vincitori, oggi sarebbe inevitabilmente costretto a leccarsi le ferite. E il discorso, a pensarci bene, può essere replicato per gli altri presunti beni rifugio, spinti a quotazioni da record e probabilmente fuori da ogni logica economica e finanziaria dalla fuga disordinata degli investitori dalle attività a rischio. Ieri infatti hanno perso terreno – chi più, chi meno – i titoli di Stato tedeschi e quelli statunitensi, il franco svizzero e lo yen: tutti luoghi di rifugio divenuti evidentemente poco affidabili. (more…)

Usa, Harrington svela gli inganni delle agenzie di rating

agosto 23, 2011

Inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. La confessione pubblica dell’ex vicepresidente di Moody’s giunge in uno dei momenti più critici nella storia di questi arbitri del mercato. Mai come oggi nell’occhio del ciclone

Matteo Cavallito per “Il Fatto

“Mi chiamo William J. Harrington, sono stato impiegato da Moody’s Investor Service(Moody’s) come analista nella divisione derivatidal giugno del 1999 fino alle mie dimissioni del luglio 2010. Nel 2006 sono stato nominato vice presidente senior, il titolo più elevato cui un analista puro possa aspirare”. Inizia così la “confessione” aperta dell’uomo che promette di diventare il più interessante insider d’America. La gola profonda, ma non anonima, che tutti si attendevano in un momento chiave: con la Secimpegnata a disegnare le nuove regole di disciplina delle agenzie di rating nel momento di massima collera collettiva nei confronti di queste ultime. Un astio emerso già all’alba della crisi ma ora divenuto pressoché incontrollabile su entrambe le sponde dell’Atlantico. (more…)

La Fed: per salvare le banche Usa furono impiegati 1200 miliardi di dollari

agosto 23, 2011

I numeri forniti da Bloomberg News in base al Fredoom of Information Act. Morgan Stanley avrebbe ricevuto 107,3 miliardi di dollari, Citigroup 99,5 e Bank of America 91,4 miliardi di dollari. Soldi e tanti anche alla Royal Bank of Scotland e alla svizzera Ubs

da “la Repubblica

Nel 2006, con i prezzi immobiliari che raggiungevano il loro apice, Citigroup e Bank of America erano le regine incontrastate del settore finanziario statunitense. Complessivamente, le dieci più grandi istituzioni finanziarie americane riportavano utili per 104 miliardi di dollari. Due anni dopo, il collasso del mercato immobiliare obbligava queste stesse istituzioni a prendere in prestito 669 miliardi di dollari dalla Federal reserve, una cifra che finora era rimasta segreta. Stando a Bloomberg news, il salvataggio del sistema finanziario da parte del presidente della Banca centrale americana Ben Bernanke sarebbe costato agli stati uniti oltre 1.200 Miliardi di dollari. (more…)

Ora sono le imprese a prestare soldi ai banchieri

agosto 20, 2011

Morya Longo per “Il Sole 24 Ore

Una volta erano le banche a finanziare le imprese. Ma questa, ormai, potremmo chiamarla «old economy»: la grande crisi finanziaria, che sta colpendo proprio gli istituti di credito, sta stravolgendo anche questo dogma. Così accade che negli ultimi mesi sono aumentati notevolmente in Italia e in Europa i “prestiti” che le imprese fanno agli istituti di credito. Non c’è banchiere, anche ai massimi livelli, che dietro le quinte non lo confermi: le imprese europee, che hanno molta liquidità difficilmente investibile in mercati sottosopra, stanno diventando un bastone di sostegno per il settore creditizio. E lo stesso sta accedendo in Italia. Si potrebbe dire che banche e imprese siano tornate a «fare sistema». Al rovescio, però. (more…)

Usa, dietro alla tempesta delle borse spuntano i profitti degli “speculatori veloci”

agosto 20, 2011

La rivelazione di Bloomberg e del Wall Street Journal: per gli operatori dell’high frequency trading i giorni più convulsi di Wall Street si sono tradotti in profitti giornalieri da decine di milioni di dollari. Cifre ridotte, ma pesanti, in prospettiva, su scala annuale. E intanto all’orizzonte non c’è alcuna regolamentazione

Matteo Cavallito per “Il Fatto

Dice il saggio: i veri soldi, quelli “a palate”, si fanno solo con la speculazione. E la speculazione, quella vera, si nutre essenzialmente di una sola cosa: di volatilità. Un ragionamento che deve essere risuonato prepotentemente nelle orecchie di decine e decine di esperti traders statunitensi che nei primi caldissimi dieci giorni di agosto hanno scelto addirittura di abbandonare le proprie esclusive località vacanziere per rimettersi prontamente al tavolo delle negoziazioni. Scelta folle? Mica tanto. Perché rinunciare alle proprie ferie per tornare a immergersi nel calderone di Wall Street può sembrare assurdo per chi si è guadagnato un breve periodo di meritatissimo riposo. Ma non certo per chi, nel pieno della tempesta finanziaria che ha assalito le piazze mondiali, ha fiutato da distante, magari all’ombra di qualche palma caraibica, l’affare del momento. (more…)

LA CINA SI INCRINA – CON L’INFLAZIONE AL 6.5%, I PREZZI DELLE PRODUZIONI SALITI DEL 7 E QUELLI DELLA TERRA SCHIZZATI DEL 20, LA LOCOMOTIVA DEL MONDO (CHE TALE RIMANE) NON È PIÙ IL BENGODI DI UN TEMPO PER LE IMPRESE – INDEBITATI FINO AL COLLO, I GOVERNI PROVINCIALI HANNO INIZIATO A BADARE A COSE PRIMA TRASCURATE: SICUREZZA SUL LAVORO, NORME AMBIENTALI… – IL RISPARMIO SUI COSTI OCCIDENTALI NON VALE PIÙ DEL 15 % E MOLTI GRANDI (CATERPILLAR, IKEA, FLEXTRONIC) GUARDANO ALTROVE – MEGLIO VIETNAM, CAMBOGIA E INDONESIA…

agosto 19, 2011

Marco Alfieri per “La Stampa”, da “Dagospia

Qualche mese fa il colosso dei giocattoli Wham-O, che produce frisbee e Hula Hoop per i ragazzini di mezzo mondo, ha riportato metà delle sue fabbriche dalla Cina in California e Michigan. Caterpillar, racconta il Sole 24Ore , per produrre la sua nuova escavatrice non ha scelto i costi bassi dell’Asia ma una cittadina della Carolina del Nord, che ha messo sul tavolo un pacchetto di incentivi da 14 milioni di dollari. La stessa Flextronics, che fornisce Cisco e Hewlett-Packard, sta pensando di ridurre la base cinese per puntare su un paese come il Messico. Poi c’è Ikea, che presidia coi megastore il mercato asiatico ma ha ormai ridotto sotto il 20% del totale acquisti le sue forniture cinesi. (more…)

I paradossi della fuga verso i porti sicuri

agosto 12, 2011

Morya Longo per “Il Sole 24 Ore

Li chiamano beni rifugio: sono oro, titoli di Stato americani e tedeschi, franchi svizzeri. Sono gli ‘ombrelli’ sotto cui tutti cercano di ripararsi quando sui mercati finanziari infuria la bufera. Ma cosa succede se troppi investitori si riparano sotto pochi ‘ombrelli’? Ovvio: si bagnano comunque.

Questo è il rischio oggi: le quotazioni di oro, titoli di Stato americani, Bund tedeschi e franchi svizzeri hanno infatti raggiunto livelli tali – per effetto della super domanda di orde di investitori presi dal panico – che ormai è diventato quasi paradossale acquistarli. Eppure tutti li comprano ugualmente: perché gli investitori non sanno cos’altro fare per ripararsi dalla bufera e perché altri mercati (per esempio quelli dei titoli in dollari australiani o canadesi) sono troppo piccoli per soddisfare tutti. Morale: tutti vanno sotto gli stessi ‘ombrelli’. Senza rendersi conto che ha sempre meno senso. (more…)

L’America che nacque dai debiti

agosto 12, 2011

Mark Roe per “Il Sole 24 Ore

L’Occidente è stretto nella morsa di una crisi del debito. Sia l’Europa che l’America possono imparare una lezione dalla storia americana perché, avvolto nella nebbia della venerazione patriottica dei fondatori dell’America, si nasconde il fatto che essi crearono un nuovo Paese durante una paralizzante crisi del debito e, in larga misura, proprio a causa di tale crisi. Sarebbe auspicabile che le crisi di oggi potessero trasformarsi in un analogo momento di creatività politica.

Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1783, gli Stati dell’America si rifiutarono di ripagare i debiti della loro Guerra d’Indipendenza. Alcuni non erano in grado; altri non erano disposti. Nell’insieme, il Paese funzionava come una lasca confederazione che, come la Ue oggi, mancava di un’autorità fiscale e di altro genere. Non poteva risolvere i suoi problemi finanziari, e alla fine quei problemi – principalmente insolvenze ricorrenti – furono i catalizzatori della Convenzione di Filadelfia del 1787, destinata a creare una nuova versione degli Stati Uniti. E all’epoca, nel 1790-1791, Alexander Hamilton, primo segretario del Tesoro, risolse la crisi con uno dei grandi successi della storia in fatto di costruzione di una nazione. Hamilton trasformò il disastro finanziario dell’America degli anni precedenti in prosperità e coerenza politica nel decennio successivo. (more…)

Dietro le agenzie di rating gli interessi della finanza mondiale

agosto 11, 2011

Tra gli azionisti di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch ci sono gli stessi grandi investitori che non esitano ad attaccare Stati e imprese quando si diffondono voci su possibili downgrade. Le valutazioni sono affidabili? Lehman Brothers ha continuato ad avere il rating “A” fino al 15 settembre del 2008, il giorno del suo fallimento

Mauro Meggiolaro per “Il Fatto”

Sarkozy torna dalle vacanze. In giro circolano voci che anche la sua Francia sarebbe pronta a perdere la tripla A, il voto più alto assegnato dalle agenzie di rating. “La Francia sente la pressione sugli obiettivi del debito pubblico”, titolava ieri il Financial Times. “I mercati sono alla ricerca del prossimo paese che potrebbe perdere la tripla A”.

Venerdì scorso il declassamento del debito – per la prima volta nella storia – era toccato agli Stati Uniti, costretti a scendere di uno scalino da AAA a AA+, secondo la valutazione di Standard & Poor’s (S&P). Tre giorni fa Barack Obama è intervenuto per ribadire che “l’America è, è stata e sarà sempre” un paese da tripla A. Il tesoro americano ha anche evidenziato gravi errori di S&P nelle proiezioni sul debito USA. Ma non c’è stato verso: i mercati hanno cominciato a sparare contro gli Stati Uniti.

Il 16 giugno scorso i riflettori erano stati puntati da un’altra agenzia di rating, l’americana Moody’s, sull’Italia. Il rating Aa2, che corrisponde all’AA di S&P (due gradini sotto la tripla A), era stato confermato, ma con molte riserve e il nostro paese era stato posto sotto osservazione per un possibile futuro declassamento. L’uscita di Moody’s era stata anticipata a fine maggio da una decisione analoga da parte di Standard & Poor’s. (more…)

Anche l’import può creare posti

agosto 8, 2011

Jagdish Bhagwati

Jagdish Bhagwati, da “Il Sole 24 Ore

È ormai chiaro che gli Stati Uniti siano i principali responsabili dalla mancata chiusura delle decennali negoziazioni commerciali multilaterali, note con il nome di “Doha round”, che sarebbero dovute giungere a compimento quest’anno.

Gli Stati Uniti hanno persino respinto il tentativo disperato del direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (World trade organization – Wto), Pascal Lamy, di far accettare agli stati membri un accordo evirato – descritto dalle critiche come il “Doha magro e decaffeinato” – che è praticamente ridotto a qualche concessione ai paesi meno sviluppati.

 Sebbene si debba riconoscere il ruolo negativo giocato da alcuni attori secondari, l’ambasciatore americano presso il Wto, Michael Punke, ha assunto il ruolo di “Mr. No” del commercio globale. Ma il problema non è Punke. Il rifiuto americano arriva dal l’alto del governo degli Stati Uniti, a cominciare dalla mancanza di leadership del presidente Barack Obama. (more…)

Balletto franco-tedesco sulla Grecia all’origine di questa crisi di mezza estate

agosto 4, 2011

Carlo Bastasin per “Il Sole 24 Ore

L’origine della crisi di questa estate nella zona euro va ricercata in una pagina mai scritta del Consiglio europeo del 7-8 maggio 2010 in cui fu salvata per la prima volta la Grecia.
Su pressione della cancelliera tedesca Angela Merkel, i capi di Stato e di Governo raggiunsero un accordo informale tra i 16 Paesi dell’area dell’euro sulla necessità di coinvolgere le banche nazionali – i creditori privati della Grecia – nella messa in sicurezza del debito greco.

L’origine della crisi di questa estate nella zona euro va ricercata in una pagina mai scritta del Consiglio europeo del 7-8 maggio 2010 in cui fu salvata per la prima volta la Grecia. Su pressione della cancelliera tedesca Angela Merkel, i capi di Stato e di Governo raggiunsero un accordo informale tra i 16 Paesi dell’area dell’euro sulla necessità di coinvolgere le banche nazionali – i creditori privati della Grecia – nella messa in sicurezza del debito greco. Per Merkel il coinvolgimento punitivo dei banchieri rappresentava un obiettivo indispensabile a convincere l’opinione pubblica e i parlamentari tedeschi ad aderire a una soluzione europea alla crisi. (more…)

Europa e Usa, serve coraggio nei bilanci

agosto 3, 2011

Michael Boskin

Michael Boskin, da “Il Sole 24 Ore

Le ricche Europa e America, gioielli di democrazia capitalista di tipo misto, stanno affogando nei deficit e nei debiti, a causa dello stato assistenziale diffusosi in Europa e negli Stati Uniti. Dal momento che l’Europa lotta per evitare il contagio finanziario e l’America per ridurre i suoi deficit record, i pericolosi livelli debitori minacciano i futuri standard di vita e affaticano istituzioni politiche interne e internazionali.

Le agenzie di rating minacciano ulteriori downgrade; altri prospettano un eventuale crollo dell’euro e/o la fine del dollaro come valuta di riserva globale. (more…)

La guerra a Gheddafi e la difficoltà di Eni, Finmeccanica e Impregilo

luglio 30, 2011

Il cane a sei zampre perde 280 mila barili al giorno. Minori entrate anche per lo Stato

Vittorio Malagutti per “Il Fatto

Quando tutto è cominciato, a febbraio di quest’anno, Paolo Scaroni aveva tagliato corto con queste parole: “Le agitazioni politiche nei Paesi del Nordafrica non avranno alcun impatto su Eni”. Troppo presto. Troppo facile. Certo, in quel momento solo le solite Cassandre ammonivano sul rischio che la rivolta libica si trasformasse in una vera e propria crisi internazionale. Fatto sta che ieri Scaroni è stato costretto a fare marcia indietro. “Il primo semestre del 2011 – ha spiegato agli analisti il numero uno dell’Eni – ha sofferto della mancata produzione in Libia che ha avuto un impatto su tutti i nostri settori d’attività”. Ecco spiegato, allora, il calo del 6 per cento (a 3,8 miliardi di euro) dei profitti del gruppo nei primi sei mesi dell’anno. E l’effetto Gheddafi si è fatto sentire soprattutto da aprile a giugno, quando la rivolta è diventata una guerra. In quel trimestre la produzione è calata addirittura del 15 per cento, con profitti in diminuzione del 30 per cento circa. (more…)

È figlia di Reagan quella voragine pari al 140% del Pil

luglio 29, 2011

Marco Margiocco per “Il Sole 24 Ore

Il debito pubblico americano, più che conseguenza della crisi finanziaria del 2008, è figlio primogenito dell’ottimismo reaganiano, e dei suoi eredi. È un problema serio da un quarto di secolo e drammatico da almeno due anni. Ben prima del duro scontro di questi giorni sull’innalzamento del tetto legale.

C’è una certa confusione e persino l’Economist può farla, parlando di un debito al 65% del Pil una volta (il 9 luglio 2011), del 92% un’altra (il 28 aprile). Per chiarezza è bene partire, arrotondando, dai 14.500 miliardi di dollari per il debito federale totale (Total public debt). Si passa a 17.500 aggiungendo il debito di Stati ed enti locali, e poi a 20.500 con tutte le garanzie non direttamente iscritte a bilancio che Washington con la crisi ha dovuto assicurare, essenzialmente al sistema della finanza immobiliare pubblica. Le percentuali dicono che il Total public debt sarà presto al 100% del Pil. Al 120 con Stati ed enti locali. Al 140% con la finanza immobiliare. (more…)

Alitalia, patrioti a spese degli italiani (e dei lavoratori)

luglio 28, 2011

Lo chiamavano “salvataggio dell’italianità”: ci è costato 4 miliardi. E Air France è sempre dietro l’angolo

Daniele Martini per “Il Fatto

Se le Ferrovie piangono, Alitalia non ride. E se le condizioni di un paese si misurano anche con la qualità del suo sistema di trasporti, le vicende Fs e Alitalia, a cui si aggiunge un caro benzina da incubo, oltre 1,60 euro al litro, sono la spia di un inesorabile scivolamento verso la serie B. I dirigenti della compagnia un tempo pubblica e oggi nelle mani di un manipolo di privati “patrioti” voluti da Silvio Berlusconi e guidati dalla coppia Rocco Sabelli e Roberto Colaninno, hanno impiegato quasi due giorni per rendersi conto che l’incendio scoppiato sabato notte alla stazione Tiburtina stava sconvolgendo l’Italia dei treni, e quindi era un’occasione da cogliere al balzo per loro manager di un’azienda dei voli. E che il tempestivo intervento Alitalia sarebbe stato non solo un affare per la compagnia, ma anche una mano santa per i viaggiatori che avrebbero trovato un’alternativa al treno. (more…)

COME SI DICE IN INGLESE MARPIONNE?

luglio 28, 2011

Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

La cattiva giornata della Borsa non ha certo favorito il recupero del titolo Fiat Spa. Ma più dell’ 8% della quotazione sacrificato in due giorni dopo l’anticipazione della semestrale 2011 a far riflettere è la Fiat Spa che consolida la Chrysler. L’euforia che aveva accolto la scissione del gruppo storico cede il passo al realismo: promossa Fiat Industrial, con i camion e le macchine agricole, voto sospeso per Fiat Spa, i cui conti sono pesantemente influenzati da partite straordinarie e dall’incertezza su tre partite: Fabbrica Italia; il collocamento in Borsa di Chrysler; il destino della quota Chrysler in mano al sindacato Uaw. (more…)

Attacchi speculativi e borse alternative

luglio 27, 2011

In gergo si chiamano dark pools. Facilitano la manipolazione dei prezzi e la speculazione. Lontano da occhi indiscreti. A lanciare l’allarme è stato il finanziere americano Thomas Caldwell. “La proliferazione delle nuove borse private aumenta il rischio che i prezzi siano manipolati”

Mauro Meggiolaro per “Il Fatto

Si chiamano Turquoise, RiverCross, CrossStream, Baikal. Nomi che evocano mari trasparenti, laghi profondi e puliti, fiumi alpini da attraversare. In realtà sono quanto di più oscuro abbiano prodotto i mercati finanziari negli ultimi anni. Tanto che, in gergo, sono indicati come “dark pools” (pozze, piscine scure): borse alternative dove si possono negoziare grandi quantitativi di azioni senza che nessuno riesca a vedere i prezzi intermedi della contrattazione (Leggi l’articolo di Matteo Cavallito). Si vede solo il prezzo finale, quando i giochi sono fatti. (more…)

Soros, addio al mondo degli hedge

luglio 27, 2011

La rinuncia nel momento in cui l’amministrazione Obama tenta di limitare il raggio d’azione dei fondi speculativi

Fabio Savelli per “Il Corriere della Sera

Il re degli hedge-funds George Soros si ritira. Il magnate americano, finanziere e filantropo noto per aver messo al tappeto la Banca d’Inghilterra negli anni ’90 (e per aver “attaccato” la lira nel ’92 lucrando sulle disastrate finanze pubbliche italiane) ha annunciato l’abbandono dall’attività di gestione di hedge e di restituire il denaro agli investitori. È così  arrivato il giorno dell’addio per il guru dei cosiddetti fondi «speculativi», spesso accusati di provocare o accentuare le tempeste nei mercati finanziari. La mossa, però, appare «più simbolica che sostanziale», scrive il New York Times. Anche perché Soros è l’ultimo dei tycoon, dei capitani di ventura, dopo la rinuncia (seppure parziale) di Warren Buffet, che abbandona la gestione dei soldi degli investitori per dedicarsi a quelli della propria famiglia. Dei circa 26 miliardi del fondo che gestisce, circa un miliardo appartiene a investitori esterni. Cifra questa che verrà restituita entro dicembre. (more…)

Può fallire anche l’America?

luglio 16, 2011

Federico Rampini per “la Repubblica

L’ultimo segnale che la situazione è davvero grave, è l’appello del governo cinese rivolto a Washington: “Dovete proteggere gli interessi degli investitori”. Con 1.000 miliardi di titoli del Tesoro Usa nella cassaforte della sua banca centrale, la Cina è il primo di quegli investitori esteri a dovere immaginare l’impensabile: il “default” degli Stati Uniti d’America. Altro che Grecia, altro che Italia. Lo stallo, tutto politico, del negoziato fra Barack Obama e i repubblicani costringe il mondo intero a interrogarsi su uno scenario assurdo, inaudito, l’Apocalisse della finanza globale. Ma davvero può fallire la più grande economia mondiale? (more…)

Tutti i debiti dello Zio Sam

luglio 14, 2011

Giorgio Barba Navaretti per “Il Sole 24 Ore

L’estate scorsa i giornali americani contenevano pagine di pubblicità della Bank of America che promuovevano la parsimonia. La banca non avrebbe più permesso ai propri clienti di fare pagamenti con le carte di debito se non avessero avuto un ammontare equivalente sul conto corrente. In sostanza, smetteva di far credito ai consumatori.
Il monito, figlio della crisi dei subprime, segnava un netto stacco rispetto a cinquant’anni di incoraggiamento morale ed economico al debito. Nel 1971, la Household Finance Corporation, storica società di credito al consumo, pubblicava un librettino di istruzioni alle famiglie, Children’s spending per spiegare come educare i bambini alle virtù del credito. I genitori avrebbero dovuto sgridare i figli oculati che volevano mettere i soldini nel salvadanaio invece di spendere per le cose che desideravano. La virtù, non stava nel risparmio, ma nell’ottenere un buon merito di credito, nel programmare acquisti e un piano realistico di rimborso del debito. Questo dovevano insegnare le famiglie americane ai propri rampolli. (more…)

Che cosa sono le agenzie di rating

luglio 7, 2011

E come sono diventate così influenti nel determinare la sorte di intere nazioni

da “ilpost

Le agenzie di rating sono società private che, al termine di studi e ricerche, forniscono giudizi – rating, appunto – su titoli obbligazionari e imprese. Semplificando, tali giudizi fanno riferimento all’affidabilità degli investimenti: un rating basso corrisponde a un rischio più alto e viceversa. Esistono diverse agenzie di rating e la gran parte di queste si occupano di declassare o promuovere i titoli delle società quotate in borsa. Ce ne sono tre, però, che fanno la stessa cosa con i titoli di Stato. Sono le tre agenzie di rating più grosse e influenti e i loro nomi ci sono familiari: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. Insieme, vengono definite le Tre Grandi, le Big Three. (more…)

Il vero problema è il deficit commerciale

luglio 7, 2011

di Emiliano Brancaccio, da Il Sole 24 Ore, 6 luglio 2011

I differenziali tra i tassi d’interesse sui titoli tedeschi e quelli dell’Italia e degli altri paesi “periferici” dell’Unione monetaria europea continuano ad aumentare. E’ questo il sintomo più evidente di una crisi dell’unità europea che le politiche finora poste in essere non sembrano in grado di risolvere. Ma quali sono le cause delle attuali difficoltà della zona euro?

L’opinione prevalente individua negli eccessi di indebitamento pubblico l’origine di tutti i mali. Paesi come la Grecia, caratterizzati da una elevata spesa pubblica rispetto alle entrate fiscali e quindi da ingenti disavanzi statali, starebbero mettendo in pericolo la tenuta dell’Unione monetaria. E’ noto che nel dibattito politico tale opinione non viene quasi mai criticata. Nel campo dell’analisi economica, invece, crescono i dubbi intorno alla sua validità.  (more…)

Gheddafi puntava a ovest. Ma gli investimenti alternativi lo stavano “dissanguando”

luglio 2, 2011

Come rivela Global Witness, 4 mesi prima dello scoppio delle ostilità in Libia, il Rais decise di aumentare di 10 miliardi gli investimenti nelle corporation occidentali. Una serie di operazioni che interessò tra le altre anche la banca italiana Unicredit e il colosso energetico Eni

Matteo Cavallito per “Il Fatto

Nei mesi precedenti lo scoppio della guerra civile che sta tuttora spaccando in due il Paese, il fondo sovrano libico aumentò in modo significativo i legami d’affari con le major finanziarie e industriali europee, incrementando di dieci miliardi di dollari l’ammontare totale dei capitali gestiti tra il giugno 2010 e il settembre dello stesso anno.

Una serie di operazioni che interessò tra le altre anche la banca italiana Unicredit e il colosso energetico Eni e che avrebbe dovuto accompagnarsi, nell’immediato futuro, ad un progressivo disimpegno delle finanze libiche dagli investimenti complessi e speculativi. Responsabili, dati alla mano, di cattive performance finanziarie. Lo rivela un documento (scarica) pubblicato oggi in esclusiva da Global Witness, un’organizzazione non governativa di base a Londra. Il file, la cui autenticità è stata confermata da fonti interpellate dal New York Times, presenta una sintesi delle partecipazioni della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo statale di Tripoli, al 30 settembre scorso. Ovvero, circa quattro mesi prima dell’embargo finanziario imposto a Gheddafi dopo l’avvio delle ostilità interne. (more…)

DRIN DRIN, TELECOM SVALUTATION!

luglio 2, 2011

RISCHIANO UNA MINUSVALENZA MILIARDARIA GLI SPAGNOLI DI TELEFONICA: ALL’EPOCA PAGARONO TUTTO CASH (2,6 EURO), OGGI NAVIGA SOTTO 1 EURO. SE TUTTI I SOCI DEPREZZASSERO DI 0,4 EURO COME PROPONE LAZARD, LA PERDITA POTENZIALE SAREBBE DI 120-130 MILIONI PER MEDIOBANCA E INTESA E DI 370 MILIONI PER GENERALI…

Camilla Conti per Il Giornale, da “Dagospia

Per Telco, la cassaforte che controlla il 22,4% di Telecom Italia, si avvicina l’ora della svalutazione dei titoli del gruppo di tlc. Il cda del prossimo 6 luglio riunito per esaminare il bilancio al 30 aprile 2011, si troverà sul tavolo il report messo a punto da Lazard. L’advisor incaricato da Telco di stabilire la congruità del valore delle quote in portafoglio ha proposto una rettifica da 2,2 a circa 1,8 euro per azione per ridurre lo scollamento con il mercato.

Le azioni del gruppo guidato da Bernabè sono in carico a 2,2 euro proprio sulla base di un’indicazione della stessa Lazard risalente al 2009. Nel frattempo però Telecom si è depressa in Borsa e da mesi naviga sotto 1 euro (ieri ha lasciato sul terreno lo 0,26% attestandosi a 0,95 euro). (more…)

Doppia sfida su regole e debiti

giugno 25, 2011

Fabrizio Galimberti per “Il Sole 24 Ore

Narrano le leggende bancocentrali che quando nel 1959 Fidel Castro nominò Che Guevara governatore della Banca centrale cubana la nomina fu frutto di un malinteso nel senso letterale della parola: in una riunione confusa e rumorosa i ribelli vittoriosi dovevano decidere cariche e ministri, e qualcuno disse che per la Banca centrale ci voleva un economista; solo che nel baccano generale Che Guevara capì che ci voleva un comunista”, alzò la mano, e la nomina fu approvata per acclamazione.
La procedura che ha portato Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea è stata certamente meno sbrigativa di quella ma i tumulti della storia non sono da meno. Mervyin King – il governatore della Bank of England – disse che «l’obiettivo delle banche centrali dovrebbe essere quello di rendere la politica monetaria il più noiosa possibile». Un’aspirazione che da un paio di anni almeno non è stata esaudita. Le banche centrali si sono trovate nell’occhio del ciclone e hanno dovuto stracciare i manuali d’istruzioni che compulsavano in tempi tranquilli. (more…)

LA BATTAGLIA FINALE PER L’EURO SARÀ COMBATTUTTA IN ITALIA

giugno 21, 2011

Dall’articolo di Edward Altman e Maurizio Esentato per il “Financial Times”, da “Dagospia
http://www.ft.com
http://video.ft.com/v/1007994235001/Italy-next– (VIDEO)
http://www.cnbc.com/id/43474315

Alcuni analisti ritengono che la Spagna sia l’ultimo bastione per la sopravvivenza dell’euro. Noi no, scrivono Edwaed Altman e Maurizio Esentato, rispettivamente professore di finanza alla Stern School of Business di New York e Ceo, nonché fondatore, di Classis Capital. Noi crediamo che l’ultima battaglia sarà combattuta nella pittoresca Italia, con la conseguente elezione di Roma a eroina oppure a cattiva a seconda che l’euro si salvi oppure no.

La maggior parte dei politici europei vuole ardentemente che la “fuga” da molti dei membri del loro “club” finisca, e che i salvataggi ripristino la fiducia. Ma questo, purtroppo, è un sogno che rischia di essere infranto mentre il prossimo pezzo del domino – la Spagna – è sotto un severo scrutinio circa la propria solvibilità. (more…)

Rischi finanziari, Consob ripensaci

giugno 20, 2011

Riccardo Cesari e Luigi Guiso per “Il Sole 24 Ore

Mentre molti investitori si leccano ancora le ferite per le perdite subìte durante la crisi finanziaria, c’è il pericolo che venga dissipata un’importante lezione che la crisi ci ha insegnato: l’importanza che il risparmiatore presti una costante attenzione ai rischi dei suoi investimenti e, fatto ancor più importante, che quando investe i propri risparmi abbia consapevolezza del rischio che assume.

Ma questa consapevolezza dipende dal tipo di informazione che è messa a disposizione dell’investitore al momento di decidere se investire in uno strumento oppure no e dal modo in cui l’informazione sul rischio è trasmessa. (more…)

BNP HA MESSO GLI OCCHI SU BPM MA L’AFFAIRE NON PIACE A DRAGHI

giugno 17, 2011

Carlotta Scozzari per “Finanza & Mercati”, da “Dagospia

Se qualcuno ha pensato che con l’operazione Parmalat-Lactalis le ambizioni dei francesi nel Belpaese si fossero esaurite ha sbagliato di grosso. Secondo quanto risulta a Finanza & Mercati, infatti, Bnp Paribas ha messo gli occhi sulla Banca Popolare di Milano. Anzi, avrebbe già presentato un’offerta in contanti per assicurarsi l’istituto milanese. (more…)

Lezione inglese per le banche

giugno 16, 2011

Donato Masciandaro per “Il Sole 24 Ore

Banche e regole, dal Regno Unito può arrivare una lezione importante: senza aspettare gli americani, cercare regole per ridurre l’eventualità che gli eccessi di rischio della finanza non bancaria causino nuovamente danni collettivi al sistema bancario e all’economia. Se la campana inglese suonerà, potrebbe valere anche per l’Europa e l’Italia, se solo si avrà voglia di sentirla.

Nel Regno Unito il Governo sembra determinato ad avviare una riforma che dovrà rendere operativo il principio di separatezza fra l’attività di banca commerciale e quella di banca d’investimento, al fine di ridurre il rischio di crisi sistemiche.

La notizia è interessante, in quanto mostra che c’è un Paese che dà l’impressione di voler superare lo stato di stallo nella riforma delle regole che, per ragioni diverse, oggi caratterizza sia gli Stati Uniti che l’Unione europa.
Partiamo da un fatto: la crisi finanziaria ha mostrato che il sistema di regole basato sui principi di Basilea 2 è fallito.  (more…)

I derivati valgono 10 economie mondiali. E la regolamentazione resta lontana

giugno 11, 2011

601 mila miliardi di dollari, 10 volte il Pil globale. A tanto ammonta il controvalore degli strumenti finanziari derivati scambiati nel Pianeta. A rivelarlo la Banca dei regolamenti internazionale nel suo bollettino trimestrale. Il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner invoca regole globali, un traguardo tuttora lontano

Matteo Cavallito per “Il Fatto

Nella gestione del mercato dei derivati occorre implementare norme più severe evitando di seguire “il tragico esempio” di una regolamentazione soft di scuola britannica. Il segretario al tesoro degli Stati Uniti Timothy Geithner non ha certo usato mezze parole per esprimere quello che evidentemente è un concetto che gli sta profondamente a cuore. Responsabile forse numero uno della crisi finanziaria – o per meglio dire della sua diffusione dalla California all’Islanda fino ai mercati emergenti e all’Europa continentale – la finanza strutturata continua a destare i peggiori timori agli occhi degli analisti. E sì, perché alla luce dei dati odierni non traspare soltanto come la crisi mondiale non sia affatto in remissione. Ma anche come i suoi catalizzatori principali godano tuttora di ottima salute. Grazie anche alla possibilità di alimentare milioni di transazioni nella più assoluta indipendenza. (more…)

Il modello tedesco? Organizzare le idee

giugno 9, 2011

Luigi Guiso per “Il Sole 24 Ore

Niente è più illuminante del raffronto con la Germania per capire la dimensione della stagnazione dell’economia in Italia. Fatto 100 il Pil dei due Paesi nel 2007, nel giro di tre anni e mezzo si è aperto un divario di 7 punti percentuali. Questo è il divario che avremmo osservato se la grande recessione si fosse abbattuta solo sull’Italia e non anche sulla Germania, come violentemente invece ha fatto.

Ma la Germania cresce e si riprende con grande rapidità, l’Italia no.
Qual è il segreto tedesco? È stato detto che la differenza risiede, oltre che nelle riforme del mercato del lavoro che la Germania ha adottato precocemente, nella capacità delle imprese tedesche di innovare. Ma non è stato detto perché. Perché gli imprenditori tedeschi sono più ambiziosi e lungimiranti? Perché hanno più fantasia? Perché la Germania ha imprese più grandi e quindi maggiore capacità di investire in ricerca e sviluppo? Perché le università sfornano ingegneri più dotti? Nessuno di questi fattori può ragionevolmente spiegare la capacità di innovare del sistema industriale tedesco. Difficile credere che gli imprenditori italiani non abbiano ambizione o fantasia e ingegno: se c’è dote di cui abbondano, talvolta rischiando lo stereotipo, è quella. (more…)

OPEC SPACCATO

giugno 7, 2011

L’INCONTRO DEI PAESI PRODUTTORI DI PETROLIO A VIENNA SI PREANNUNCIA UN BORDELLO A CAUSA DELLE RIVOLTE – ARABIA SAUDITA E IRAN SI CONTENDONO LA LEADERSHIP – LA LIBIA SI PRESENTA CON DUE DELEGATI: UNO DI GHEDDAFI E L’ALTRO DEI RIBELLI – SPACCATURA ANCHE SUL PREZZO DEI BARILI: TEHERAN E LA NIGERIA VOGLIONO GONFIARLO PER SANARE I BILANCI – L’UNICA CERTEZZA È IL TERRORE DEI PAESI OCCIDENTALI, CHE RISCHIANO NUOVE STANGATE (LA PRODUZIONE DI PETROLIO È SCESA DI 1,4 MILIONI DI BARILI AL GIORNO)…

Maurizio Molinari per “la Stampa“, da “Dagospia

Washington teme la vendetta saudita, la Libia è presente con due delegati che sostengono tesi opposte, l’Iran guida la seduta puntando a mettere in difficoltà l’Occidente e sullo sfondo i più timorosi di una spaccatura sono i cinesi: il summit ministeriale dell’Opec che si apre domani a Vienna riassume e rispecchia le tensioni politiche internazionali innescate dalle rivolte arabe ruotando attorno all’interrogativo se far scendere o no il prezzo di 100 dollari a barile che minaccia la ripresa globale.

«Il tema in cima all’agenda è l’impatto del prezzo del petrolio su una crescita ancora debole – spiega Amy Myers Jaffe, analista di punta sui temi energetici del Baker Institute della Rice University di Houston in Texas – e dunque conterà la decisione presa dagli unici Paesi produttori che possono aumentare le estrazioni, anzitutto Arabia Saudita e subito dopo Kuwait ed Emirati Arabi Uniti». Se il prezzo del barile oscilla attorno ai 100 dollari e il 29 aprile è salito fino a 113,93 – il livello più alto degli ultimi due anni – è a causa delle rivolte arabe che hanno bloccato la produzione di 1,4 milioni di barili al giorno, secondo una valutazione del «Petroleum Policy Intelligence» britannico. (more…)

FIAT BLUFF

giugno 6, 2011

PER COMMENTARE LE SCELTE DI MARPIONNE NON C’È BISOGNO DI CORAGGIO: BASTA METTERE IN FILA I NUMERI – MUCCHETTI: “I GOVERNI AMERICANO E CANADESE SONO STATI RIMBORSATI FACENDO ALTRI DEBITI CON LE BANCHE USA, SALVATE DALLA CASA BIANCA – NÉ LA FIAT NÉ CHRYSLER HANNO IL VOTO DI SUFFICIENZA DELLE AGENZIE DI RATING. ECCO PERCHÉ SI TENGONO TANTA, COSTOSA LIQUIDITÀ IN CASA: L’ACCESSO AI MERCATI FINANZIARI RIMANE UNA SCOMMESSA”…

Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

C’è qualcosa che stona nel modo in cui Sergio Marchionne, reduce dall’ascesa al 52%della Chrysler, si rivolge all’Italia: in questo suo ripetuto lagnarsi di non ricevere gli stessi elogi che gli vengono rivolti negli Stati Uniti. Stona, perché a un’intelligenza tanto veloce non sfugge la differenza di peso tra il vasto coro dei consensi e le isolate riserve della Fiom e le impertinenze di qualche osservatore.

Nel Paese dove la libertà si esercita anche dicendo male di Garibaldi, un manager che giostra sui due mondi, ma non ha una Caprera nel suo domani, sa bene che né lui né gli Agnelli possono vantare verso lo Stato italiano lo stesso credito politico che hanno verso la Casa Bianca: là la Fiat ha aiutato, qui è stata aiutata. La verità è che Marchionne segue la politica del carciofo. Mette sul piatto una foglia per volta. (more…)

Tra Bce e Fed tutto sbagliato tutto da rifare

giugno 4, 2011

Paul Krugman, da “Il Sole 24 Ore

Due domande sull’inflazione: che cosa farebbe la Banca centrale europea se fosse la Federal Reserve? Perché recentemente alcuni parametri dell’inflazione inerziale negli Stati Uniti hanno segnato un leggero rialzo?
Rispetto alla prima domanda, Eurostat fornisce un indice dei prezzi al consumo che non include i prezzi dell’energia, dei prodotti alimentari e del tabacco (più o meno come il parametro usato negli Stati Uniti per calcolare l’inflazione inerziale). Se guardiamo alla variazione nell’arco di dodici mesi, vediamo che la zona euro ha un andamento simile a quello degli Stati Uniti, e dunque non c’è nessuna ragione valida per alzare i tassi.

C’è da dire che sul versante della manodopera la situazione è leggermente diversa: in alcune parti d’Europa si registrano carenze di manodopera frutto della bassa mobilità lavorativa e della forte asimmetria della crisi sul Vecchio continente. Ma alzare i tassi per tutta l’Europa perché alcune parti della Germania sono in ripresa è – come già ho scritto – peggio della politica monetaria “a taglia unica per tutti” contro cui mettevano in guardia gli euroscettici. Siamo alla “taglia unica per un’unica nazione”. E in Europa ci sarebbero ragioni ancora più forti che in America per rivedere al rialzo l’obiettivo d’inflazione.

 Ma torniamo nel Nuovo mondo: l’inflazione inerziale in America di recente è leggermente aumentata. Perché?

Credo che il problema sia nel fatto che l’inflazione inerziale non riesce ad annullare gli effetti transitori dei prezzi volatili: è una misura che esclude gli acquisti di prodotti alimentari ed energia, ma non esclude gli effetti indiretti dei prezzi delle materie prime sui costi.

Una nuova ricerca della Goldman Sachs sembra dare credito a questa ipotesi: lo studio ha riscontrato che l’inflazione inerziale è aumentata temporaneamente a causa dei prezzi delle materie prime importate, e che probabilmente scenderà una volta concluso questo rialzo delle commodity. Tutto questo spinge a ipotizzare che per decidere quali misure applicare ci si dovrebbe basare su una sorta d’inflazione “superinerziale”.

Questo parametro dovrebbe essere semplicemente la crescita dei salari? L’economista Adam Posen, della Banca d’Inghilterra, la pensa così e sostiene che il tasso d’inflazione inerziale relativamente alto registrato dalla Gran Bretagna è dovuto a fattori contingenti, e che la stagnazione dei salari indica che i rischi sono limitati.

Sulle politiche adottate dalla Gran Bretagna io sono totalmente d’accordo con Posen. Fissare un target salariale però presenta dei problemi, in primo luogo il fatto che non è il caso di fondare la politica monetaria sul concetto che un aumento dei salari è sempre negativo. Forse si potrebbe risolvere la cosa aggiungendo un adeguamento alla produttività tendenziale.

Comunque sia, la sostanza per il momento è che né la Fed né la Bce hanno motivo di preoccuparsi per l’inflazione. Il guaio è che la Bce non ha nessuna intenzione di mettere in discussione la sua ortodossia.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© 2011 NYT DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE

PARMALAT AVARIATO

giugno 3, 2011

Enrico Bondi

AGIOGRAFIA DI NONNO BONDI BY MUCCHETTI: IL MANAGER TOSCANO SALVÒ MONTEDISON COME L’AZIENDA DI TANZI, MA IN ENTRAMBI I CASI INVECE DI “GRAZIE” HA RICEVUTO UN CALCIO NEL CULO – IL FALLITO PIANO PATRIOTTICO DI TREMONTI E LETTA ALMENO “HA OBBLIGATO LACTALIS A LANCIARE L’OPA E HA EVITATO L’ENNESIMO PASSAGGIO TRA I SOLITI NOTI IN STILE TELECOM” – PROFUMO ACCUSA BONDI DI NON AVER USATO IL TESORETTO: NON AVREBBE POTUTO, ANCHE SE SI È POI SCOPERTO CHE LACTALIS È PIÙ INDEBITATA E DEBOLE DI PARMALAT…

Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera”, da “Dagospia

Enrico Bondi doveva essere l’ospite d’onore della serata inaugurale del Festival dell’Economia a Trento. Per la prima volta avrebbe aperto il libro della Parmalat, ma l’offerta pubblica d’acquisto lanciata da Lactalis gli ha imposto il silenzio. E tuttavia qualcosa va pur detto sulla curiosa sorte di questo ruvido manager toscano, capace di raddrizzare i due maggiori disastri degli ultimi vent’anni, Montedison e Parmalat, e due volte lasciato solo di fronte agli scalatori. L’insipienza non manca mai al capitalismo italiano più blasonato.

Ricordate? Il gruppo Ferruzzi-Montedison era soffocato da debiti e malversazioni. Un disastro intuibile che non venne intuito dalle banche timorose di perdere cotanto cliente. Nel 1993, quelle stesse banche, guidate dall’unica non invischiata, Mediobanca, trasformarono i crediti in azioni per evitare una liquidazione con perdite più gravi. Bondi rimise le cose a posto e sette anni dopo venne scalato da Fiat, Capitalia e altre banche che avevano scelto proprio Montedison come campo di battaglia contro Mediobanca. Il risultato si è poi visto. Bondi ha ben meritato. (more…)

FRANCIA COLONIALISTA

maggio 25, 2011

DALL’ALITALIA DI COLANINNO ALLE FERROVIE DI MORETTI, PARIGI METTE SOTTO ASSEDIO L’INDUSTRIA DEI TRASPORTI ITALIANA – MENTRE SULLA COMPAGNIA AEREA, AIR FRANCE GIÀ SPADRONEGGIA SENZA AVER BISOGNO DI PRENDERLA TUTTA, PER L’ALTA VELOCITÀ LA BATTAGLIA SARÀ DURA TRA FS E LA SMONTEZEMOLATA NTV, SOSTENUTA DAI COLOSSI FRANCESI SNCF E ALSTOM: OGNI MESE DI RITARDO MANGIA CAPITALE. E GLI AZIONISTI DI NTV CHE INTENZIONI HANNO?….

Massimo Mucchetti per il “Corriere Economia”, da “Dagospia

Alleate o rivali? Nella cruciale industria dei trasporti, nei cieli e sui binari, Italia e Francia stanno giocando una partita a scacchi dagli esiti forse meno prevedibili di quanto appaia. Air France è il partner strategico della nuova Alitalia, con il 25%del capitale. La Sociètè nationale des chemins de fer (Sncf) ricopre lo stesso ruolo, con il 20%, nella Ntv-Nuovo trasporto viaggiatori che sfida Trenitalia, gruppo Fs, nell’alta velocità ferroviaria. I francesi sembrano destinati a prendere in mano, presto o tardi, le redini delle due imprese.

Stazza, competenza e potere di mercato di Air France e Sncf già oggi condizionano pesantemente Alitalia e l’esordiente Ntv, entrambe con una strada in salita davanti a sé. E non è una questione di management: Rocco Sabelli nella compagnia aerea e Giuseppe Sciarrone nell’azienda ferroviaria la sanno lunga.

È questione di mercato e di tendenze dell’economia, cui l’industria dei trasporti è per definizione tributaria. I conti della compagnia Alitalia ha chiuso il bilancio 2010 con una perdita operativa di 106 milioni cui si aggiungono 60 milioni tra oneri finanziari ed Irap. (more…)