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Anni di piombo, la normalità del male

maggio 9, 2012

17 maggio 1976, a Torino si apre il processo alle Br: tra gli altri si riconoscono Renato Curcio (primo a sinistra) e Prospero Gallinari (ultimo a destra)

Nell’anniversario di Aldo Moro, si commemorano oggi tutte le vittime del terrorismo. Com’era la Torino dove nel ’77 fu ucciso l’avvocato Croce

Alberto Papuzzi per “la Stampa

Era normale. Al mattino presto o a tarda sera essere fermati ai posti di blocco. A notte vedere il centro semideserto, con il traffico che scappava via veloce. Sentire l’elenco di uomini politici, dirigenti d’azienda, magistrati, giornalisti, poliziotti, uccisi o gambizzati. Era normale vivere, lavorare, andare (in pochi) a teatro o al cinema, trovarsi con gli amici, scioperare e manifestare in una città che era sotto tiro, dove nessuno poteva più dirsi al sicuro. Per quanto oggi, giornata dedicata alle vittime del terrorismo, sembri incredibile, ci si era abituati a convivere con gli attentati. Questa era la Torino dove 35 anni fa l’avvocato civilista Fulvio Croce, quasi 76 anni, presidente dell’Ordine, veniva assassinato dalle Brigate rosse nel portone dello studio. «Avvocato!», lo chiamò il killer, e gli sparò alle spalle.

Tra il 1977 e il 1982 si contarono a Torino quasi centocinquanta vittime dei terroristi: 19 morti e 130 feriti. I due gruppi che tenevano la città sotto assedio erano le Brigate Rosse e Prima Linea. Le prime avevano radici più fitte fra gli operai e nelle fabbriche, nella seconda prevalevano i figli della borghesia. Ma uguale appariva la violenza degli agguati, negli androni, sui marciapiedi, alla fermata del bus, o sulle auto delle vittime. E uguale la strategia: colpire soprattutto figure che operavano in difesa della democrazia, figure che volevano salvaguardare le istituzioni. Perciò Croce venne ammazzato: perché era un gentiluomo liberale che aveva ritenuto suo dovere fare con un gruppo di colleghi da lui stesso indicati il difensore d’ufficio dei brigatisti, affinché anch’essi si avvalessero di un processo rispettoso delle regole.

Il processo contro le Brigate Rosse si aprì il 17 maggio 1976, nel vecchio e malandato Palazzo di Giustizia del capoluogo piemontese, in uno scenario confuso e un po’ deprimente, con gli imputati in gabbie di fortuna, circondati da una schiera di carabinieri. È in quella prima udienza che gli imputati revocano il mandato ai difensori di fiducia e successivamente rifiutano i difensori d’ufficio, minacciandoli di morte. All’epoca i brigatisti si erano già resi colpevoli del sequestro del magistrato Mario Sossi (Genova, aprile ’74) e dell’assassinio di due militanti missini (Padova, giugno ’74). Dopo l’avvio del processo ci fu l’uccisione di Francesco Coco, procuratore generale di Genova, con due carabinieri della sua scorta (Genova, giugno ’76). Quindi nelle more della vicenda processuale, mentre si cerca una soluzione al problema delle difese d’ufficio, in una livida Torino, il 12 marzo 1977, viene ucciso sotto casa il brigadiere di polizia Giuseppe Ciotta. Meno di due mesi dopo toccherà a Croce. Altri sei mesi più tardi è la volta di Carlo Casalegno.

Un elemento pesa come una cappa sull’intera vicenda: non è soltanto la paura, che provoca centinaia di rifiuti o giustificazioni (per sindrome depressiva) sia tra gli avvocati chiamati a difendere d’ufficio sia fra i cittadini candidati a giudici popolari; ciò che impressiona è il distacco con cui una parte del mondo operaio guarda a queste morti. Come se dovessero riguardare solo i ceti borghesi. Documento degli anni di piombo è lo slogan «Né con lo Stato né con le Br», fatto proprio da un intellettuale come Leonardo Sciascia. Dentro una tragica scia di morti (Berardi, Cutugno, Lanza e Porceddu, Coggiola, Iurilli, Civitate, Ghiglieno) bisogna arrivare nel 1979 all’assassinio di Guido Rossa, operaio comunista e delegato sindacale all’Italsider di Genova (che denuncia chi distribuiva in fabbrica volantini dei brigatisti), perché anche nelle officine, segnatamente in quelle torinesi, si diffondesse la consapevolezza che Brigate rosse e Prima Linea erano nemici della democrazia e della libertà.

Nel maggior polo industriale italiano, un nucleo di società civile che non tradiva le proprie responsabilità oppose un’esemplare resistenza a chi ideologizzava la violenza per colpire la democrazia. Come si vede nel film Avvocato! (di Bronzino e Melano), il commando Br che uccide Croce (Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa, Raffaele Fiore e Angela Vai) in realtà fallisce nel suo scopo, perché è proprio il sacrificio di quel mite borghese a risvegliare le coscienze.

mi dovete ammazzare

febbraio 8, 2012

Il governo chiude i sei manicomi criminali. Viaggio nell’Opg d’Aversa, il “lager del Sud”

gennaio 30, 2012

Raffaele Sardo e Katiuscia Laneri per “Il Fatto

La data è fissata: il 31 marzo 2013 gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) saranno chiusi. Il Senato ha già dato il suo via libera. Ora la parola passa alla Camera dei Deputati.

Poco più di 1400 sono le persone rinchiuse nei sei Opg (Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Napoli e Reggio Emilia), di cui 446 quelle che potrebbero uscire immediatamente. Sono ancora dentro perché ritenute socialmente pericolose. Anche se, in effetti, restano in carcere perché non c’è nessuno che li accolga all’esterno, né i familiari, né le strutture pubbliche.

Siamo andati a visitare l’Opg di Aversa, quello che molti politici, dopo averlo visitato, non hanno esitato a definire lager. Ci si arriva inoltrandosi nel cuore della città, lungo via San Francesco. Ci si imbatte subito in mura spesse e alte. Nelle torrette lungo il perimetro di cinta non ci sono più guardie armate, ma la struttura incute sempre timore. Il “Filippo Saporito” di Aversa è tra i “manicomi criminali” più grandi d’Europa. Costruito al centro della città nel 1876 fu destinato ad ospitare i “folli rei”, i matti che commettevano un delitto, e i “rei folli”, quelli che invece impazzivano in carcere.

Da qui sono passati tanti poveri cristi e molti ci sono morti. Soprattutto quando in psichiatria dominava il punto di vista di Cesare Lombroso, un medico e criminologo, sostenitore di una teoria secondo la quale l’origine del comportamento criminale è nelle caratteristiche anatomiche delle persone. Una teoria che oggi può apparire bizzarra, ma che fino ad una quarantina di anni fa ha contribuito a distruggere tante vite. Reperti umani si trovano ancora nel Museo del “Filippo Saporito”, ben conservati in contenitori di vetro.

“Nell’Opg di Aversa attualmente vi sono ospitate 190 persone – spiega la direttrice, Carlotta Giaquinto – sono diminuiti di un centinaio di unità perché abbiamo chiuso un reparto, “la staccata”, uno dei padiglioni più vecchi che ha bisogno di essere ristrutturato”.

“La staccata” è situata al centro dell’Opg (otto padiglioni in tutto) e fino agli inizi degli anni ’80, quando il manicomio ospitava un migliaio di persone, era il luogo di punizione dove venivano rinchiusi i casi più gravi. Era come l’inferno in terra. Una specie di buco nero dove si nascondevano le paure e le fobie della società. Qui tra violenzeelettroshock e letti di contenzione, avveniva la mortificazione dei diritti più elementari delle persone. Un mostruoso lager.

Nei primi anni ’70 uno degli internati, Aldo Trivini, riuscì a documentare con una telecamera nascosta gli orrori che si consumavano in questo reparto. I gruppi armati dell’ultrasinistra tentarono, a modo loro, di portare a conoscenza dell’opinione pubblica, ciò che accadeva ad Aversa. Soffiarono sulla disperazione che si viveva nell’ Opg, cercando di fomentare una rivolta all’interno del carcere. La notte del 30 maggio 1975, un giovane militante dei Nuclei Armati Proletari, Giovanni Taras, sale sul tetto del manicomio criminale, arrampicandosi attraverso uno stabile abbandonato. L’obiettivo è diffondere un messaggio registrato di solidarietà con gli internati e contro la gestione dell’Opg. Al termine del messaggio doveva anche scoppiare un ordigno collegato al registratore. Ma l’ordigno esplode nelle mani del militante dei Nap mentre lo sta collocando sul tetto. Taras è investito dallo scoppio e muore. Il cadavere verrà scoperto il mattino seguente al cambio del turno delle guardie carcerarie. L’azione dimostrativa viene rivendicata dal Nucleo Armato “Sergio Romeo”.

Intanto il filmato Trivini, finisce in mano al pretore di Aversa. In tutto sono 56 pagine dattiloscritte in cui Trivini descrive la vita all’interno della struttura manicomiale e allega le testimonianze di altri sei internati o ex internati del manicomio aversano. Si apre un processo al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Finisce con le condanne del direttore dell’Opg, Domenico Ragozzino e di due guardie carcerarie. Il direttore poi si impiccò. Il processo contribuì a far aprire un dibattito sui manicomi criminali.

Si scoprì che i finti matti e i simulatori, molti dei quali boss della camorra e criminali incalliti, attraverso perizie psichiatriche compiacenti, finivano nel manicomio per evitare il carcere. Un paio di anni e poi uscivano. E a differenza dei poveri cristi, avevano stanze più accoglienti che qualcuno le rendeva confortevoli, con mobili fatti entrare con autorizzazioni speciali. C’era anche chi decideva di uscire prima, come il boss Raffaele Cutolo, che da Aversa evase il pomeriggio del cinque febbraio del 1978. Quel giorno Cutolo raccolse le sue cose nella cella ammobiliata e con moquette colorata, proprio mentre una bomba apriva uno squarcio di una diecina di metri nel muro di cinta. Con tutta calma il boss della Nuova Camorra Organizzata uscì dalla sua stanza, fece pochi passi, attraversò le piccole macerie e si ritrovò fuori dal carcere, alle spalle del seminario vescovile della città. Qui lo attendevano, con un’auto già pronta per scappare, sua sorella Rosetta con i due luogotenenti, Corrado Iacolare e Vincenzo Casillo.

“Altri tempi – dice la direttrice – oggi i camorristi qui non entrano. Gli ospiti li teniamo in sette padiglioni e i più gravi sono distribuiti un po’ ovunque, per evitare proprio che si creino reparti ghetto. Nella gestione prevale sempre l’aspetto sanitario”. Ma qui si continua a morire. Suicidi. “Gli ultimi, tre, purtroppo, all’inizio del 2011 – spiega la direttrice Giaquinto che è ad Aversa dal 2008 – Si tenga presente che le persone rinchiuse sono affette da patologie psichiatriche, più o meno gravi, e alcune patologie portano a questo tipo di conclusione. C’è anche da considerare che ci sono episodi emulativi. In ogni caso nella struttura c’è un’attenzione massima, perché abbiamo i riflettori puntati da parte delle commissioni parlamentari, ma anche da parte del tribunale di Santa Maria Capua Vetere e, soprattutto, dai mass media“.

La maggior parte delle persone che si trovano nell’Opg di Aversa hanno commesso piccoli reati: maltrattamenti violenti, estorsioni in famiglia, violenza a pubblico ufficiale. C’è anche qualche criminale seriale, ma pochi. “I soggetti che arrivano qui – afferma ancora la direttrice dell’OPG – hanno commesso un reato anche banale. Il reato, ovviamente, è collegato al tipo di patologia, ma che ripetuto in un contesto sociale e familiare, dà luogo a denuncia penale. Arrivano da noi con una misura temporanea di sicurezza che ha una durata minima di sei mesi, ma che in teoria può anche non finire mai. Le famiglie all’esterno non rivogliono indietro i loro familiari e non c’è alcuna struttura che li accoglie. Capita che il magistrato debba prorogare la misura in attesa che il Dipartimento di Salute mentale faccia un programma per accogliere la persona in altra struttura. Attualmente sono circa quaranta le persone che pur essendo libere per aver scontato la pena, restano ancora qui rinchiuse“. Ergastolani, loro malgrado, ma che potrebbero uscire presto per ritornare ad una vita più dignitosa.

Trieste, ultima stazione

gennaio 29, 2012

Trieste Campo Marzio

La inaugurò Francesco Ferdinando, vide partire i soldati della Grande guerra e arrivare gli italiani in fuga dal comunismo. Oggi Campo Marzio è un museo unico al mondo. Gestito interamente da volontari senza contributi statali rischia di chiudere. Mentre una intera città viene cancellata dalla mappa delle ferrovie italiane

Paolo Rumiz per “la Repubblica”

Trieste – La inaugurò Francesco Ferdinando nel 1906 prima di morire ammazzato a Sarajevo. La usarono come terminal i convogli di lusso della Canadian Pacific giunti dalle gallerie dei Tauri. Vi partirono i soldati della Grande guerra e vi arrivarono gli italiani in fuga dallo jugo-comunismo. Negli anni Settanta vi approdarono dall´Est carrozze piene di compratori affamati di jeans, poi vi vennero girati film come Anna Karenina. Oggi non arrivano più treni e va di scena lo sfratto, la chiusura definitiva, la fine della più gloriosa stazione triestina e delle meraviglie in essa contenute, uno dei più bei musei ferroviari d´Europa. Succede che Trenitalia ha costretto i volontari che lo gestiscono ad andarsene, triplicando loro l´affitto già pesantissimo. La loro colpa? Avere impedito che andasse in rovina il capolavoro del più prestigioso waterfront dell´Adriatico. La stazione di Campo Marzio, capolinea di quella che l´Austria chiamò “Transalpina”. Narrano che nel 2008 Mauro Moretti, gran capo dell´azienda, in una sua visita a Trieste, dopo avere visto nelle sale d´aspetto le stufe originali in maiolica, la piumata feluca del primo capostazione, montagne di cimeli e un secolo di vaporiere schierate all´esterno, abbia dato una pacca sulle spalle ai custodi del Dopolavoro ferroviario, dicendo loro «bravi ragazzi». Aveva buone ragioni per fregarsi le mani. Quelli non solo gli avevano messo insieme un patrimonio collezionistico inestimabile e si erano presi sulle spalle il costo della manutenzione straordinaria, ma pagavano di tasca propria un affitto di 54mila euro l´anno senza un centesimo di aiuto pubblico.
Ma la partita, si capì di lì a poco, era più importante di un museo. Era la vendita della seconda stazione triestina. Era la chiusura della linea, la rottamazione dei binari “in sonno” che ancora collegano la città all´Istria, alla Slovenia e al Centro Europa. E poiché i “bravi ragazzi” erano un intralcio a questa operazione immobiliare, si è ben pensato di alzare loro il canone a 140mila euro. Cifra insostenibile, che – in assenza di aiuti dall´esterno – condanna il museo alla chiusura e la stazione (sulla quale Trenitalia non ha mai speso un euro) al decadimento e alla rovina. Sfratto, come a clandestini morosi e non a benefattori che danno lustro a Trenitalia e senso alla memoria ferroviaria del Paese.
Per chiudere in fretta l´affare Moretti andrà di persona a Trieste ai primi di febbraio, e subito si è capito che la partita sarà di vasta portata. Il rischio è la definitiva cancellazione della città dalla mappa ferroviaria italiana. Per capire cosa accade basta guardare gli orari conservati nelle bacheche della stazione. Un secolo fa, con una sola coincidenza si andava a Praga, Cracovia e Stoccarda. La città era al centro d´Europa. Perfino trent´anni fa era meglio di oggi, senza Schengen e con la cortina di ferro di mezzo. Sull´altopiano passava ancora il Simplon Orient Express diretto a Istanbul, e in wagon lit potevi andare a Parigi, Genova, Roma, Budapest, Belgrado. Oggi vai solo a Udine e Venezia, con i treni più lenti d´Italia.
Il confronto più deprimente è quello che tocca i collegamenti con Vienna. C´erano dodici treni al giorno, tutti diretti. Oggi nessuno. Con trazione a vapore, il viaggio durava dieci ore e sette minuti contro le nove e ventotto di oggi, epoca dell´alta velocità. Un viaggio così lento e così umiliante – due cambi, tre biglietti e una tratta in pullman – che il sindaco di Trieste Roberto Cosolini, dovendo incontrare il Burgermeister di Vienna, ha voluto farlo di persona, per masticare fino in fondo l´amaro della sua emarginazione.
Prima della Grande guerra, Trieste aveva tre strade di ferro per la città imperiale: una via Lubiana-Graz, una via Pontebba e una via Gorizia-Villach, linea che avvicinava la Germania di 250 chilometri. Oggi è rimasta solo la seconda. Fra Trieste e Lubiana due mesi fa è stato tolto l´ultimo treno. Quanto alla linea di Gorizia, è chiusa dai tempi della Guerra fredda, anche se i binari esistono ancora. Tutto è finito: niente per l´Ungheria, per Zagabria, per l´Istria, per Fiume e Dalmazia. Per Roma il mondo finisce a Mestre.
È chiaro: la gloriosa stazione inaugurata da Francesco Ferdinando non è solo un gioiello da conservare. È l´unico vettore di traffico alternativo al miserabile doppio binario che ancora collega Trieste al resto d´Italia. I soldi per ripartire ci sono, Bruxelles ha stanziato milioni di euro (progetto “Adria A”) per riattivare i vecchi binari come linee metropolitane. Trenitalia partecipa alle trattative per l´operazione, ma intanto, alla chetichella, spolpa le linee ovunque è possibile. Con la parola d´ordine «rete snella» si attua l´indicibile. Binari di precedenza tolti, declassamento di fermate, saccheggio di scali merci, caselli storici venduti o lasciati alle ortiche, linee vitali ridotte a raccordi industriali. Persino la bella stazione di Miramare, dove Massimiliano d´Asburgo scendeva dal treno per raggiungere in carrozza il castello, si è vista estirpare i binari di sorpasso. Il grave è che lo smantellamento trova alleati nel porto che, senza la minima lungimiranza, pare ora disposto a comprare i binari (vicinissimi ai moli) per ampliare l´area di sosta dei camion dietro il terminal traghetti. Operazione catastrofica, che significa waterfront degradato a parcheggio, scelta di un trasporto su gomma che Amburgo e Rotterdam hanno abbandonato da tempo, e soprattutto cancellazione di una strada ferrata vitale per lo sviluppo della città.
In questa corsa alla rottamazione, i matti del museo restano asserragliati nella loro trincea e conservano, conservano come formichine. Timbri, telefoni a manovella, quadri di comando, carri passeggeri, tappezzerie, amperometri, pompe, scambi, segnali, divise, spartineve, locomotive, fotografie, mappe, plastici, sigilli doganali per la piombatura dei vagoni, cappelli con visiera e decorazioni in oro di un mestiere che fu nobile. Nelle sale di Campo Marzio leggi la storia commerciale di mezzo mondo. Tutto è cominciato al tempo della dismissione delle vaporiere, ai tempi in cui per entrare in ferrovia dovevi giurare sulla bandiera. Ed è stata subito una lotta. Il mobilio della “Sala reale” della stazione centrale era già stato buttato via. «Stessa cosa per l´archivio delle ferrovie austriache, già destinato al macero», racconta Luciano Muran, classe ´29, macchinista dell´Orient Express.
I treni all´esterno sono pezzi unici, tutti funzionanti. La vecchia Gomulka sovietica usata dai treni di Tito. La Kriegslokomotive nazista, macchina di morte che deportò gli ebrei e poi divenne macchina di pace col trasporto degli aiuti del Piano Marshall. Carrozze fine Ottocento con tappezzeria intatta. La rete c´è ancora, i treni storici possono entrare e uscire, ma – mentre in Austria e Germania i viaggi della nostalgia fanno soldi a palate – le nuove, esose richieste tariffarie romane hanno bloccato anche questa opportunità. Non c´è un euro per il turismo, mentre se ne trovano milioni per iniziative truffaldine come il contiguo museo della fotografia, mai aperto e lasciato a metà.
E dire che non c´è niente di simile in Italia. Il museo di Pietrarsa, presso Napoli, ha i suoi bei cimeli, ma è lontano dalla città e i treni non possono entrarvi. E per giunta costa, perché Trenitalia, lì, paga il personale di custodia. Trieste no, funziona da sola. È in pieno centro. E i fessacchiotti pagano pure l´affitto, aggiustano i tetti, raccolgono i pezzi di un tempo perduto che anche l´Austria ci invidia. I turisti vengono da lontano, specie dalla Germania. Un dirigente delle ferrovie francesi ha mandato al sindaco una lettera d´allarme per le voci di chiusura. «Ho ammirato un gioiello – scrive il signor Vignaud – e so che un tale lavoro di conservazione non va ostacolato ma al contrario valorizzato».
«Ci amano più all´estero che in patria», lamenta Roberto Carollo, capo dei volontari al Dopolavoro. Nel 2009, racconta, il municipio di Vienna si offrì di dare al suo ex porto la preziosa copertura in ferro della vecchia Sudbahnhof, ex “stazione Trieste” ora in ristrutturazione, che sarebbe andata a pennello su quella di Campo Marzio. Era un magnifico regalo, e l´allora sindaco Roberto Dipiazza promise mari e monti. Poi tutto finì in nulla, i costi del trasporto parvero eccessivi, Trenitalia non volle spendere, la Regione non diede una mano. Così, a Vienna il glorioso ferro da museo è stato trasformato in barre. E a Trieste la stazione del “secolo breve” è stata condannata a morire sotto la pioggia.

Diritti Globali

Gli ultimi manicomi, la tortura dell’«orrore medievale»

gennaio 14, 2012

Dario Stefano Dell’Aquila per “il Manifesto”

Ospedali psichiatrici giudiziari/ LO SCANDALO ITALIANO
Nei sei Opg italiani sono internate circa 1400 persone. Il 40%, non socialmente pericoloso, è detenuto illegalmente e potrebbe essere preso in cura dai servizi sociosanitari territoriali L’annuncio è di quelli che fanno ben sperare. Gli ospedali psichiatrici giudiziari potrebbero chiudere entro il 31 marzo 2013. Questo stabilisce un emendamento, approvato all’unanimità in Commissione Giustizia al Senato, al disegno di legge del governo sulle carceri. Potrebbe divenire più concreta, quindi, se in aula si confermerà il testo, la possibilità di chiudere e superare quelli che una volta si chiamavano manicomi giudiziari.
Ad oggi nei sei Opg (Aversa, Barcellona P.G., Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Napoli, Reggio Emilia) sono presenti circa 1.400 internati. Sofferenti psichici, autori di un reato, sottoposti ad una misura di sicurezza detentiva che può essere prorogata. Il meccanismo della proroga fa sì che centinaia di persone, per le quali non vi è più alcuna condizione di pericolosità sociale, siano ancora internate. Secondo i dati della Commissione Marino almeno il 40% degli internati potrebbe trovare la libertà se fosse preso in carico dai servizi sociosanitari. Una condizione che va sommata allo stato di estremo degrado e abbandono di queste strutture, gironi danteschi di un inferno a lungo dimenticato (ma non da il manifesto).
È stato indispensabile che fosse reso pubblico, nel 2010, il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della Tortura sulla visita all’Opg di Aversa. Il rapporto denunciava le condizioni inumane e degradanti degli internati, in completo abbandono medico e sociale, l’uso della contenzione fisica, una lunga serie di morti. Ciò ha consentito si mettesse in moto il processo che ora sembra riuscire a portare alla chiusura di questi luoghi. La Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del sistema sanitario, presieduta da Ignazio Marino, ha ispezionato, a seguito del rapporto, (in compagnia dei carabinieri dei Nas), tutti gli Opg e ha riscontrato quasi ovunque condizioni vergognose e insufficienti a garantire cura e assistenza. Addirittura alcuni reparti di Barcellona e Montelupo sono stati posti sotto sequestro, per via delle loro stato di fatiscenza. La Commissione ha realizzato un filmato delle visite effettuate che non lascia spazio a dubbi sulla inumanità di queste ultime istituzioni totali. Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, prendendo atto di questo lavoro, li ha definiti «un orrore medioevale».
Bisogna ora dare concretezza alla prospettiva di chiusura. Non è semplice. Innanzitutto, perché è probabile che il governo chieda tempi più lunghi. Poi si pone il quesito di come sostituirli. Perché è alto, fanno notare da più parti, il rischio di riprodurre manicomi civili, magari in piccolo, o di prendere come modello per il futuro l’Opg di Castiglione. Inoltre, non sono previste modifiche al codice penale e al sistema di proroga delle misure di sicurezza.
Ignazio Marino è più ottimista. Le strutture sanitarie sostitutive, assicura, saranno conformi agli standard per le strutture residenziali di tipo psichiatrico e parla di «piccoli nuclei assistenziali (massimo 20 posti), ubicati all’interno della regione di appartenenza del malato» con il compito di garantire il reinserimento sociale una volta finita la pericolosità sociale. Certo è difficile garantire standard uniformi, se la materia sanitaria è di competenza delle Regioni e se l’intero sistema di tutela della salute mentale funziona a macchia di leopardo. Ma certo ben venga un termine, anche se non risolutivo di per sé. Perché bisogna non solo chiudere gli Opg, ma anche riuscire a scardinare il dispositivo di internamento psichiatrico. Non è facile, ma almeno oggi non sembra più impossibile.

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IL MODELLO DA EVITARE: CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

L’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn) ha da sempre rappresentato una “eccezione” nel sistema dei manicomi giudiziari. Dal 1939, in virtù di una convenzione, stipulata dal Ministero della Giustizia, è gestito direttamente dall’Azienda sanitaria di Mantova. La riforma del 2008, che ha sancito il trasferimento delle funzioni della sanità penitenziaria alle Regioni, non ha inciso quindi sugli assetti di questo istituto, che aveva già una unica direzione sanitaria. Nell’istituto non vi sono agenti di polizia penitenziaria, ma solo personale medico. Sono presenti circa 240 internati. Qui vi è l’unica sezione femminile d’Italia, dove sono ristrette circa 90 donne. Le risorse economiche destinate a Castiglione sono state circa il triplo di quelle impegnate per il funzionamento di un Org “normale”. La gestione dell’istituto costa circa 13 milioni di euro. Questo ha determinato la disponibilità di un numero molto più alto di personale medico e infermieristico rispetto alle altre strutture. Se a Reggio Emilia ad esempio erano presenti 14 unità di personale medico di ruolo, a Castiglione il numero di unità era oltre 170. Ciò nonostante in questa struttura si fa ugualmente ricorso alla contenzione fisica (un internato su cinque in base agli ultimi dati disponibili), non si realizza un numero di dimissioni particolarmente significativo, e anche qui si sono verificati episodi di suicidi e di autolesionismo. Nell’aprile del 2011 qui si è tolta la vita Adriana Ambrosini, appena 24 anni, e con ancora un anno da scontare. Perché sempre di manicomio si tratta e, come ricorda Luigi Benevelli (StopOpg) il fatto che non ci siano agenti «vuol solo dire che le funzioni di custodia sono svolte dal personale sanitario». Come nei manicomi civili prima della legge Basaglia.

Diritti Globali

Una assoluzione esemplare

dicembre 14, 2011

Il Tribunale di Cagliari ha assolto M. S. dall’imputazione di spaccio (per 38 grammi di marijuana) e di coltivazione di sei piantine di cannabis. Il Pm aveva chiesto un anno e quattro mesi di carcere e duemila euro di multa

Franco Corleone per “il Manifesto

Dopo la sentenza della Corte d’Appello di Cagliari, che ha assolto due fratelli condannati per coltivazione domestica di canapa ad uso personale (il manifesto, 16/11), il Tribunale di Cagliari ha assolto M. S. dall’imputazione di spaccio (per la detenzione di 38 grammi di marijuana) e di coltivazione di sei piantine di cannabis. Il Pubblico ministero aveva chiesto la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione e a duemila euro di multa, con l’attenuante dell’ipotesi di “lieve entità” (comma 5 dell’art.73 della legge). Lo svolgimento del processo, con rito direttissimo e con l’imputato in carcere in misura cautelare, offre uno spaccato della vita di un soggetto marginale. L’imputato di 33 anni, disoccupato, con un disturbo bipolare certificato dalla Clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari dichiara di essere tossicodipendente, in cura presso il servizio pubblico con assunzione quotidiana di metadone. Dice anche di fare uso, quasi quotidianamente, di spinelli che prepara con le foglie triturate delle piantine da lui coltivate. L’arresto è stato conseguente ad una perquisizione personale e domiciliare che ha portato al rinvenimento delle sei piante alte tra i 73 e i 170 centimetri “in vari gradi di infiorescenza”. Il giudice unico dott. Carlo Renoldi ha innanzitutto affrontato il problema della detenzione della marijuana. La nuova legge sulla droga del 2006 non ha introdotto un’inversione dell’onere della prova – argomenta il giudice – dunque sta all’accusa provare che la droga rinvenuta sia destinata ad uso “non esclusivamente personale”. Nel caso specifico, lo spaccio non può essere dedotto dal semplice dato ponderale e di conseguenza l’imputato viene assolto dall’accusa. Per quanto riguarda la coltivazione delle piantine, il giudice ha dovuto tener conto di diversi e contrastanti pronunciamenti. Da un lato, la sentenza della Corte Costituzionale n.360 del 1995 e diverse sentenze della Cassazione che, pur configurando la coltivazione come reato, distinguono però tra coltivazione industriale e coltivazione domestica: tale è quella destinata ad uso personale per un quantitativo non apprezzabile di sostanza, tale da non mettere in gioco il bene giuridico protetto della salute pubblica. La coltivazione domestica è in sostanza equiparabile alla detenzione (ad uso personale), che non è considerato reato penale. Dall’altro, c’è la pronuncia stravagante delle Sezioni unite della Cassazione del 2008 che afferma il principio della punibilità della coltivazione per qualsiasi uso e in qualsiasi quantità. Nel caso esaminato sarebbe stato difficile sostenere che l’azione dell’imputato ponesse in pericolo «la salute pubblica, la sicurezza e l’ordine pubblico e la salvaguardia delle giovani generazioni», secondo la ridondante prosa delle Sezioni Unite della Cassazione. Questo è stato anche il convincimento del dott. Renoldi, che ha assolto M.S. con queste argomentazioni: la coltivazione domestica lungi dall’incrementare le occasioni di spaccio, «sarebbe semmai idonea ad erodere dall’interno la richiesta di stupefacente sul mercato, senza finanziare l’attività della criminalità organizzata e in quel modo contribuire a rafforzarla». La giurisprudenza sta facendo la sua parte, è ora che anche la politica si adegui.
(Dossier su coltivazione domestica su http://www.fuoriluogo.it)

L’inverno di Poggioreale

novembre 27, 2011

Eleonora Martini per “il Manifesto”

C’è un luogo dove la splendida idea del capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, di aprire le celle dei carceri e trasformarle in pure «camere di pernottamento», si infrange come una bolla di sapone. Il detenuto Alfonso Papa, già deputato e magistrato, lo chiama «l’inferno di Poggioreale». Per il cronista, impossibilitato a scorgere la dimensione reale del carcere, l’unica cosa certa è che il prossimo inverno sarà molto, molto duro, nella casa circondariale di Napoli. Con 2634 detenuti che vivono chiusi 22 ore al giorno con i blindo sbarrati in celle che potrebbero ospitare complessivamente 1400 reclusi, o al massimo del tollerabile 1743 persone; con 2362 detenuti comuni e solo 699 con condanna definitiva, 671 tossicodipendenti, e solo 169 lavoranti, con un «turn over» medio – si fa per dire – di 16 ingressi e 9 uscite al giorno, con 730 agenti di custodia effettivamente in servizio (che poi in pratica si traduce a uno per piano ad ogni turno), sarà davvero interessante vedere come farà il direttore Cosimo Giordano ad applicare la circolare appena emanata da Ionta e dal direttore dell’ufficio detenuti, Sebastiano Ardita.
La circolare, intitolata «Modalità di esecuzione delle pena – Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione», da applicare entro tre mesi, prevede di “liberare” i detenuti di «media sicurezza» all’interno delle sezioni, ossia di aprire i blindo delle celle almeno per tutto il giorno lasciando ai reclusi – a seconda dell’affidabilità – maggiore possibilità di movimento almeno all’interno della sezione, spazi aperti inclusi.
Altro che «rieducazione»
«Aprire le celle? Ma come faccio in un carcere di queste dimensioni?», spiegava solo qualche giorno fa il direttore Giordano, davanti all’orrore di vedere tante persone assiepate in spazi così angusti, accompagnandoci nella visita al padiglione Napoli, dove i letti a castello arrivano attualmente al terzo piano (ma in alcuni momenti anche al quarto), con stanze di venti metri quadri in cui vivono dalle sei persone in su. «Io sono un trattamentalista – continua Giordano – ma senza soldi, senza uomini e mezzi, hai voglia a parlare di reinserimento sociale del detenuto». La parola «rieducazione», poi, è davvero fuoriluogo in un posto dove «a metà degli anni ’80 lavoravano 350 detenuti mentre oggi ne lavorano solo 169», come racconta il comandante degli agenti, il commissario Salvatore D’Avanzo, da 18 anni a Poggioreale e dal ’77 al Dap. Che spiega: «Negli ultimi anni è cambiato tutto, sono aumentati i malati psichici, i drogati, gli emarginati. A cosa è dovuto? Io credo al fallimento del mondo “fuori”». Educatori: 13, in servizio per due giorni la settimana (207 detenuti da seguire a testa). Psicologi: uno distaccato dall’Asl che affianca i quattro psicologi del carcere in servizio al reparto “Nuovi giunti” (dove attualmente ci sono 320 persone), più altri quattro psicologi per poche ore settimanali a disposizione di tutti gli altri. Inutile dire che gli psicofarmaci sono le medicine più richieste e più utilizzate.
«I tentativi di suicidio sono molti, sapesse quanti ne riusciamo a salvare», spiega ancora Giordano. Sabato 12 novembre però non ci sono riusciti e un uomo sulla cinquantina, un «ottimo falegname» entrato in carcere il giorno prima per aver accoltellato moglie e parte della famiglia, si è suicidato malgrado fosse stato inserito nel «Reparto osservazione» e sorvegliato «da un agente ogni 15-20 minuti», racconta il direttore. «In quel frangente si è tolto la vita – continua Giordano – e, malgrado sia il primo caso nel 2010, per noi è sempre un fallimento, anche se nella nostra esperienza sappiamo che se un detenuto vuole suicidarsi lo fa anche se guardato a vista».
Comunque, gli agenti sono troppo pochi e accumulano ore di straordinari pur sapendo che non c’è la copertura finanziaria per tutti: degli 828 poliziotti assegnati, almeno un centinaio sono distaccati al tribunale, dove sono utilizzati per presidiare i passaggi, o nelle corsie di ospedale, o sono addetti alle traduzioni dei detenuti e alle scorte, o sono in permesso (il 15% del totale) per assistere familiari malati usufruendo della legge 104 (requisito richiesto per ottenere il trasferimento di città, e dunque usato maggiormente dagli agenti originari del Mezzogiorno).
Ordine, contro il sovraffollamento
In questo contesto, la disciplina, a Poggioreale, è un’arma importante. Lo si capisce da come i detenuti camminano in fila e con le mani incrociate dietro la schiena, quando si muovono all’interno del carcere, accompagnati dai (pochi) agenti in servizio. «Qui da noi comanda solo lo Stato», si inorgoglisce Giordano, al sevizio del Dap da quarant’anni, quando gli si chiede del potere interno dei camorristi. «La cosa più dura da sopportare, quando sei dentro – spiega un ex detenuto a Poggioreale per sei mesi e poi scagionato – è la doppia legge: le regole imposte dai secondini e il “codice” interno dei carcerati». Ovvio che i capoclan «sono quelli che danno meno problemi» al personale (parola di Giordano), mentre ci vuole polso duro con la criminalità comune, con i tanti spacciatori, taglieggiatori, rapinatori, scippatori, spesso giovanissimi, che entrano e escono dal carcere in continuazione, ammassati in celle dove tocca fare i turni per stare in piedi, con water e cucina tutt’uno in un angolo, e docce sul corridoio – «schifosissime», ci racconta ancora il “nostro” ex detenuto (non avendole potute visitare) – «a disposizione due volte a settimana, e non sempre calde». Non è così dappertutto: l’inverno a Poggioreale sarà un po’ meno rigido in reparti come il Genova, che Giordano è riuscito finalmente a far ristrutturare di recente, con le docce in cella e le pareti ancora immacolate. «Da trent’anni – dice – chiediamo di sfollare Poggioreale perché senza spazio fallisce lo scopo del carcere, che comunque deve essere l’extrema ratio». Il direttore racconta che solo un anno fa ha ottenuto i soldi per ristrutturare la sala colloqui che non era a norma. E ora, per esempio, «abbiamo problemi enormi perfino con il censimento: non ci sono i moduli né tantomeno i computer con cui inserire i dati». «Cosa cambierei? Alcune leggi come quella sulle tossicodipendenze e sulle recidive. Il problema non è dentro il carcere, è fuori».

Diritti Globali

Canapa in giardino, la svolta

novembre 16, 2011

Franco Corleone per “il Manifesto”

Dalla Sardegna giungono buone notizie rispetto alla criminalizzazione della coltivazione domestica di canapa. L’8 luglio scorso, la Corte d’Appello di Cagliari ha cancellato la condanna contro due fratelli di Carbonia: in primo grado, il Tribunale di Cagliari li aveva condannati ad otto mesi di reclusione e duemila euro di multa per avere coltivato quindici piantine nella propria abitazione. La perizia aveva accertato che solo una piantina alta 50 cm. conteneva 164 mg di Thc (quantitativo inferiore al valore della quantità massima detenibile a uso personale), mentre le altre, tra i 10 e 20 cm., non avevano materiale analizzabile. Fiorella Pilato, presidente estensore della sentenza di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, ha affrontato il problema se la coltivazione di poche piante destinate all’uso personale possa avere rilevanza penale o se invece tale condotta possa essere assimilabile alla detenzione (ad uso personale): lo ha fatto prendendo le distanze dal dictum della sentenza 28605 del 10 luglio 2008 delle Sezioni Unite della Cassazione che affermò il principio della punibilità della coltivazione “senza se e senza ma”, indipendentemente dalla quantità e dalla destinazione. La Pilato sottopone a serrata confutazione l’assunto della Cassazione secondo cui la coltivazione «merita un trattamento diverso e più grave» rispetto alla detenzione, per il solo fatto di aumentare la quantità complessiva di stupefacenti presenti sul mercato (sic!). Questa affermazione apparentemente logica si mostra invece come un vero e proprio paralogismo. La quantità di stupefacenti presente sul mercato è nell’ordine di svariate tonnellate e non è certo qualche piantina che può aumentarla significativamente. Ma paradossali sono le conseguenze: il verdetto della Suprema Corte spingerebbe il consumatore, la cui attività è penalmente irrilevante, a rivolgersi al mercato illecito e clandestino incentivando lo spaccio e i proventi di una attività criminale. Conclude la Pilato: «Soltanto in astratto può affermarsi che qualsiasi coltivazione rappresenti un disvalore assoluto». La sentenza delle Sezioni unite della Cassazione afferma che la risoluzione del problema della droga «deve essere circoscritta al legislatore e ad esso soltanto è la responsabilità delle scelte circa i limiti, gli strumenti, le forme di controllo da adottare», volendo con ciò limitare il potere di interpretazione delle norme da parte del giudice. Ma, in contrasto con quanto dichiarato, si arroga il diritto di aggravare le disposizioni di una legge già estremamente punitiva per l’introduzione di un’unica tabella per tutte le sostanze; e perfino di andare oltre il dettato della Convenzione internazionale di Vienna del 1988 che equipara la coltivazione per consumo personale al possesso e all’acquisto. Come ho già scritto, la sentenza della Cassazione è culturalmente mediocre e senza alcun pregio giuridico, frutto solo del pregiudizio ideologico e moralistico. Infine, la Pilato ribadisce l’interpretazione contenuta in una sentenza del Tribunale di Milano: gli articoli 26 e successivi, che stabiliscono le pene per la coltivazione, si riferiscono alle attività di carattere industriale, non ai vasi sul balcone. Perciò, gli atti dei due fratelli di Carbonia sono stati rimessi al Prefetto per le sanzioni amministrative previste dall’art.75 per il consumo personale. Dopo la magistratura, sarebbe ora che anche la politica battesse un colpo.

Diritti Globali

Terzani con la cravatta, predestinato a vent’anni

novembre 7, 2011

Il compagno di studi De Maio e il giornalista Satriano raccontano lo scrittore alla vigilia delle sue grandi scelte nella professione e nella vita

Dario Fertilio per “Il Corriere della Sera

Ritratto di un grande del giornalismo da studente: anno 1957, ingresso della Scuola Normale di Pisa. Lui alto, aitante, elegante, con un montgomery e una lunga sciarpa poggiata su una sola spalla, una pipa spenta, l’aria ostentatamente vissuta dietro cui trapela una simpatica guasconeria da adolescente. Un metro e ottantasei di presenza scenica,tombeur de femmes, dizione che pare impostata da poeta o da attore, personalità forte con le stigmate del predestinato.

Accanto a lui un altro studente, tutto il contrario: piccolo al punto da arrivargli sì e no al petto, occhiali scuri, calabrese, («uno gnomo» sarà definito dall’amico) che lo scruta con ammirazione inquieta. Sono Tiziano Terzani, giornalista «per caso» ma destinato alla celebrità (Buonanotte signor LeninUn indovino mi disseUn altro giro di giostra) e Alberto De Maio, futuro manager pubblico. Soprannominati naturalmente «l’articolo il» quando sono insieme. Diversissimi, eppure uniti da un rapporto così saldo da spingere oggi De Maio a dedicare un libro di ricordi all’amico scomparso, insieme con il giornalista Dino Satriano, inviato di lungo corso e autore di vari libri, già vicedirettore di «Oggi».

Volume anomalo e inclassificabileIl mio fratellone Tiziano Terzani, affascinante e struggente quanto può esserlo ritrovare sul fondo del cassetto una fotografia gravida di presagi. (more…)

Salviamo le biblioteche dalla notte della civiltà

novembre 4, 2011

Nella crisi un Paese dovrebbe rinforzare i suoi pilastri, non snellirli

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera

Ci sono istituzioni e attività che in un periodo di crisi economica dovrebbero essere protette e rimanere al riparo dai tagli e dalle riduzioni finanziarie, perché la loro saldezza aiuta a resistere alle intemperie. Se una casa sta per crollare, un bravo ingegnere dovrebbe sapere che, per salvarla, i muri portanti dell’edificio non andrebbero snelliti, anzi sarebbero da rinforzare. Bisogna intendersi, certo, su quali siano i pilastri di un Paese democratico, ma anche per i meno idealisti è difficile escludere che tra questi pilastri ci debbano essere l’istruzione, la cultura, la ricerca. Dunque: scuola, università, biblioteche. Curiosamente, invece, in Italia i primi settori penalizzati sono proprio questi, segno di una miopia politica sconfortante. Prendiamo le biblioteche. Pochi giorni fa, Ida Bozzi segnalava sul Corriere l’appello «La notte delle biblioteche» lanciato in rete dall’Aib (Associazione italiana biblioteche), Forum del Libro e Generazione TQ. L’allarme non è affatto ingiustificato se negli ultimi cinque anni i finanziamenti delle biblioteche statali sono passati da 30 a 17 milioni: il che significa riduzione del personale, diminuzione delle acquisizioni di nuovi libri, limitazione degli orari d’apertura. Il confronto con i Paesi stranieri è deprimente, considerando che la sola Bibliothèque Nationale di Parigi gode di un budget di 254 milioni di euro, la British Library di 160 milioni e la Nacional di Madrid di 52 milioni. Bisognerebbe confrontare anche il numero di Maserati messe a disposizione dai ministeri ai loro dirigenti per valutare meglio quali sono le vere priorità nel nostro Paese.

Ci sono poi le biblioteche locali. Negli ultimi anni sono cresciute iniziative straordinarie anche da noi: basti leggere Le piazze del sapere, un libro di Antonella Agnoli (Laterza), per capire quel che è stato fatto e quel che si può fare per aprire spazi che vengono sempre più sentiti, in Italia come all’estero, quali centri di condivisione sociale e di animazione culturale per giovani. Restano però dei buchi clamorosi e insensibilità inspiegabili. Vorrei fare l’esempio del mio paese, Avola (Siracusa), dove c’è una biblioteca comunale con pregevoli fondi di interesse non solo locale. Ora, un suo cittadino, Sebastiano Burgaretta, intellettuale noto a livello nazionale per i suoi studi etnografici, offre alla città il proprio patrimonio librario (circa 15 mila titoli tra opere di linguistica ed etnoantropologia, testi letterari e critici, riviste), riservandosi di aggiungere più in là un prezioso archivio di documenti e lettere (tra cui quelle di Sciascia). (more…)

Una valanga di numeri

novembre 3, 2011

Alberto Bassini per “Il Sole 24 Ore”

L’università italiana sta per essere sommersa da una valanga di numeri. Partirà infatti tra breve l’esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) condotto dall’ANVUR il cui prodotto finale sarà una classifica delle università e degli enti di ricerca; e circolano da qualche settimana le bozze del decreto ministeriale per la valutazione dei candidati nei concorsi universitari.

tutto l’articolo qui

Compagnia delle Opere: il forziere del “partito di Dio”

ottobre 27, 2011

di Ettore Livini, da Affari & Finanza di Repubblica, da “Micromega

Prima le spinte del Vaticano. Poi Todi. Ora le grandi manovre al centro del quadro politico romano per gettare le basi del dopo Berlusconi. La Balena bianca dopo anni di letargo bipolare ha avviato le prove tecniche di risveglio. E in attesa di trovare leader, alleati e linea politica, si consola con una certezza: il forziere di Dio, vent’anni dopo l’eutanasia della Democrazia cristiana, gode ancora di ottima salute. Tenuto in piedi, anzi tonificato, negli anni bui del bipartitismo dall’unica macchina di voti, soldi e consensi sopravvissuta alle macerie dello scudo crociato: quella di Comunione e liberazione e della Compagnia delle Opere (Cdo). La Confindustria dei cieli pronta a fare da Cavallo di Troia qualcuno dice anche da Bancomat per il ritorno dei cattolici al centro della scena politica nazionale.

Fare un estratto conto preciso al centesimo dei soldi a disposizione di questa lobby politico-finanziaria non è facile. La Cdo è una nebulosa proteiforme posizionata nell’area grigia tra profit e noprofit dove i dati pubblici sono merce rara. L’unica certezza è che negli ultimi anni, crisi o non crisi, ha continuato a crescere. Le aziende iscritte (prezzo attorno ai 300 euro l’anno) sono 36.600, il 10% in più del 2010, per un giro d’affari complessivo attorno ai 70 miliardi. L’elenco ufficiale dei soci non esiste, ma solo in Lombardia, feudo del governatore Roberto Formigoni, sarebbero 6mila, più di quelli di Assolombarda. I documenti depositati sulla galassia si contano sulla punta delle dita. E raccontano solo una porzione infinitesimale del potere dell’armata ciellina. C’è un’Associazione Compagnia delle Opere con 4 milioni di attivi e 137mila euro di utile nel 2009. Sotto il suo cappello ci sono Cdo Net (servizi, 9 milioni di ricavi), la misteriosa Magifyng films negli Usa e Bps (consulenza finanziarie 5,5 milioni di fatturato). Dove tra gli azionisti spuntano alcuni degli uomini forti del gruppo come Graziano Tarantini presidente di A2a, membro della potentissima Fondazione Cariplo e consigliere di Akros e Bpm e Paolo Fumagalli, presente in alcuni cda in orbita IntesaSanpaolo. Ma si tratta solo di una goccia nell’oceano degli interessi della Compagnia.

I vantaggi per i soci. Il vero tesoro del forziere di Dio è altrove. Sfuggente e invisibile, fatto di mille rivoli di denaro (tutti insieme fanno un fiume d’oro) che corrono tra politica, affari e opere di bene. Un patrimonio milionario capace, al momento delle elezioni, di trasformarsi in un serbatoio da centinaia di migliaia di voti. La Compagnia delle Opere si è messa nel mezzo di questo crocevia strategico: «L’associazione è scritto nella brochure di presentazione dà la possibilità di trovarsi al centro di un complesso di relazioni in cui ciascun associato può trarre beneficio per la sua impresa». Come? (more…)

Cronisti nel mirino delle mafie

ottobre 17, 2011

Giovanni Spampinato

Massimiliano Castellani per “Avvenire

«Ieri papà mi ha fatto la predica, dicendo che mi espongo troppo, che nessuno si espone quanto me e che poi queste cose non le apprezzano, non le capiscono…». Così quarant’anni fa, in una lettera inviata al fratello minore, si confidava un giovane cronista del quotidiano palermitano “L’Ora”, Giovanni Spampinato. La discussione familiare aveva riguardato le scottanti inchieste che stava conducendo nella sua città, Ragusa.

Fu un presagio funesto, quello del papà di Giovanni Spampinato. Quel ragazzo gli fu ucciso due anni dopo, a colpi di pistola, dal figlio di un giudice che non gli perdonò l’insana passione che nutriva per il giornalismo puro: quello d’inchiesta, che anela sempre e soltanto alla verità. Non a caso, “L’Ora”, diretto dal temerario e indomito Vittorio Nisticò, all’indomani dell’omicidio del suo corrispondente, titolò a tutta pagina: «Assassinato perché cercava la verità». Giovanni aveva 25 anni, era uno studente in Filosofia, iscritto al Pci e partecipava attivamente alle iniziative sociali del gruppo spontaneo dei giovani cattolici ragusani “Dialogo”.

Quasi quarant’anni dopo, il giornalista Alberto Spampinato per primo ha censito e raccolto le storie di centinaia di cronisti, la maggior parte giovani, come era suo fratello Giovanni, minacciati nell’esercizio della loro attività giornalistica. Sono i figli e i nipoti ideali di Cosimo Cristina, Mauro De Mauro – fratello dell’ex ministro Tullio De Mauro, che firma l’editoriale di questo numero – e Giovanni Spampinato, tanto per rimanere ai tre cronisti de “L’Ora” assassinati. Sono i narratori umili e senza volto che provano ogni giorno a squarciare il velo spesso in cui è avvolto il Paese dei misteri, ritrovandosi quasi sempre scaraventati contro il muro di gomma dell’omertà.

Le loro urla di denuncia spesso non rimandano l’eco, quello delle redazioni di periferia o delle case di provincia in cui se ne stanno rintanati, protetti dalle loro famiglie, a volte scortati dalla polizia. «Nell’immaginario collettivo ormai si pensa che di giornalisti minacciati in Italia ce ne sia soltanto uno, Roberto Saviano. Noi invece sapevamo da tempo che erano molti di più e per farlo sapere anche agli altri nel 2008 abbiamo deciso di fondare l’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”. L’anno dopo, abbiamo pubblicato il primo rapporto ed è risultato, per difetto, che tra il 2006 e il 2008, in Italia sono stati almeno duecento i giornalisti coinvolti in minacce». Se si guarda all’ultimo quinquennio si sale fino a ottocento casi.«E sono solo gli episodi che ci sono stati segnalati. Molti casi infatti restano segreti. Quelli realmente accaduti – sottolinea Alberto Spampinato –, probabilmente sono dieci volte di più. E in quella casistica vanno inseriti non solo i giornalisti che hanno subito violenza fisica e intimidazioni, ma anche pretestuose richieste di risarcimento e querele per diffamazione infondate, puramente strumentali.

La nostra vetusta legislazione consente l’abuso di questi strumenti giudiziari per zittire un giornalista». È una legge punitiva che quando fu varata, nel 1948, previde condanne fino a sei anni di reclusione mentre per i rapinatori la pena massima era di quattro anni.

E le richieste di danni oggi ammontano a cifre vertiginose, centinaia di migliaia se non milioni di euro. Cifre in grado di mettere in ginocchio grandi editori, figurarsi giornalisti precari, spesso ascritti alla categoria collaboratori da cinque euro a pezzo o, nella migliore delle ipotesi, assunti come “ro” (redattori ordinari) in piccoli giornali che garantiscono stipendi da fame.

E poco consola che questa non sia solo una realtà italiana, ma una piaga di dimensione planetaria, come conferma l’ultimo rapporto dell’Unesco: l’80% dei 125 giornalisti uccisi nel mondo nel 2008-2009, non erano corrispondenti di guerra, ma cronisti locali (di stampa, radio, tv e internet) che facevano inchieste. E dietro di loro sono tanti quelli ancora minacciati.

Dal Messico alla Russia, arrivando in Italia, i cronisti locali, i corrispondenti, i giornalisti di inchiesta, sono le vittime sacrificali delle mafie e dei grandi centri di potere politico-finanziario, avvezzi a imbavagliare l’informazione fino a soffocarla. Dall’89 a oggi sono stati trecento i giornalisti russi assassinati. Da noi negli ultimi anni per fortuna non si sono registrate altre “morti bianche” della stampa, «ma per numero di casi, estensione e gravità l’Italia è la pecora nera d’Europa – interviene Spampinato –. E le minacce si realizzano con forme subdole, difficili da contrastare con gli attuali strumenti».Eppure nel nostro messico napoletano, oltre ai “minacciati speciali” – Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e Roberto Saviano –, anonimi cani sciolti dell’informazione scrivono e aggiornano, giornalmente, nuovi capitoli della Gomorra nazionale. Arnaldo Capezzutto, ha avuto il coraggio di denunciare il figlio dei boss di Forcella accusato di aver ucciso l’innocentissima quattordicenne Annalisa Durante. «Non credo di essere un eroe.

Ho fatto semplicemente il mio mestiere e ho potuto dimostrare quello che a Napoli ormai la gente pensa sia utopia, mentre invece è ancora possibile: denunciare e mandare in galera dei camorristi. Io e don Luigi Merola ce l’abbiamo fatta e naturalmente abbiamo pagato con minacce di morte, con l’isolamento e personalmente, in parte anche con la perdita del lavoro. In attesa che qualche giornale mi faccia riprendere le mie inchieste, adesso per vivere scrivo di tutt’altro». Non scrive più di camorristi, Capezzuto, come faceva nella redazione di “Napoli Più”, dove un giorno arrivò una lettera anonima con dei disegni di teste mozzate e un pizzino sgrammaticato, specchio fedele dell’ignoranza diffusa della malavita, in cui stava scritto: «Ti facciamo fare la fine di “Siano”».  (more…)

Il 44 % degli italiani “ostile” agli ebrei. L’antisemitismo si diffonde sul web

ottobre 16, 2011

L’indagine parlamentare conoscitiva rivela che on line si va estendendo l’idea che non è razzismo essere antisemiti. Oltre mille siti (+ 40%) dedicati alla diffusione dell’odio antiebraico

Alberto Custodero per “la Repubblica

Il 44  per cento degli italiani manifesta opinioni ostili agli ebrei. Nel 12 per cento dei casi questa ostilità si configura come antisemitismo vero e proprio. Ma l’antisemitismo, oggi, è online. Si diffonde sul Web, in modo nuovo perché trasmette agli internauti messaggi razzisti “subliminali”. L’obiettivo non è convincere alla conversione all’antisemitismo, ma rendere l’antisemitismo “socialmente” accettabile nella comunità online, facendo venire meno l’equazione razzismo uguale antisemitismo.
Sono, queste, le conclusioni dell’indagine parlamentare conoscitiva sull’antisemitismo fatta da Commissioni Affari costituzionali ed Esteri in collaborazione con la presidenza del Consiglio.

Nel 2008-09, si legge nella relazione, “s’è registrato in Italia un preoccupante incremento sulle piattaforme di Internet e nei social network di siti di tipo razzista: dagli 836 del ’08 si è passati a 1172 nel ’09, con un aumento del 40 per cento. In Italia, secondo la Polizia postale, sono una cinquantina i siti interamente dedicati alla diffusione dell’odio antiebraico, che pur essendo stati in passato oscurati, sono riusciti a eludere la legge italiana spostando i domini di registrazione all’estero.

L’avvento di Internet ha trasferito e amplificato a dismisura quanto prima avveniva in forma ridotta su graffiti o in pubblicazioni di nicchia. Ma soprattutto l’avvento dei social network come Facebook e Twitter ha comportato una specifica amplificazione del fenomeno che l’australiano Andrè Oboler (Chief executiveofficer di Zionism on the Web) ha denominato “antisemitismo 2.0” richiamando il passaggio da Web 1.0 a Web 2.0 avvenuto nel 2004 con la fondazione proprio di Facebook.    (more…)

Messina Denaro, la caccia infinita ma per la cattura è guerra tra apparati

ottobre 13, 2011

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per “la Repubblica”

Glielo chiede ogni giorno: «Dove sei, Matteo?». Da tre anni, alle 13.30 in punto, gli parla come se fosse da qualche parte vicino a lui. E dai microfoni della sua radio, ogni volta dà un piccolo indizio per trovare quello che il ministero dell´Interno indica come il latitante numero 1: Matteo Messina Denaro.
Il giovane giornalista Giacomo Di Girolamo vive a Marsala e a Marsala o a Castelvetrano o a Trapani vive libero anche il nuovo capo della mafia. Dicono tutti che è lì. A casa sua. In queste settimane è caccia grossa in Sicilia.
Lo inseguono in centinaia, qualcuno assicura che ha i giorni contati. Vero, non vero? Dopo diciotto anni di clandestinità – il boss è nascosto dal 2 giugno 1993, appena qualche mese dopo le stragi di Firenze e Milano e Roma – l´erede dei Corleonesi e il depositario dei segreti di Totò Riina pare che sia accerchiato. Il ministro dell´Interno Maroni ha annunciato più volte «la sua imminente cattura», negli ultimi anni gli hanno fatto terra bruciata intorno arrestando più di una quarantina di favoreggiatori. Sempre più solo, Matteo Messina Denaro è sotto assedio. (more…)

Ucciso a due anni dai terroristi, il mio fratellino dimenticato

ottobre 9, 2011

Pierluigi Battista per “Il Corriere della Sera”

«Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gay Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l’Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma».

«Nel Ghetto che aveva già conosciuto la vergogna della deportazione degli ebrei portati ad Auschwitz il 16 ottobre del ’43. In uno slargo tra via del Tempio e via Catalana che la giunta di Veltroni, accogliendo la richiesta della comunità ebraica romana, decise di intestare a Stefano Gay Taché, bambino romano, italiano, ebreo». (more…)

Pagamenti in ritardo e pochi investimenti. I collaboratori de L’Unità scioperano

ottobre 8, 2011

I precari delle redazioni di Roma, Milano, Firenze, Bologna e i corrispondenti regionali hanno deciso di incrociare le braccia perché, come spiegano nella lettera inviata al direttore Claudio Sardo, “non siamo più disposti ad accettare questa situazione”

Giuliana De Vivo per “Il Fatto

Mentre proprio oggi a Firenze si discute della difficilissima situazione in cui si trovano migliaia di giornalisti precari, i collaboratori del quotidianoL’Unità annunciano due giorni di sciopero per mancati pagamenti e una condizione di lavoro “non più accettabile”. Oggi e domani i precari delle redazioni di Roma, Milano, Firenze, Bologna e i corrispondenti regionali non lavorano perché, come spiegano nella lettera inviata al direttore Claudio Sardo, “non siamo più disposti ad accettare questa situazione”. Una protesta – sottolinea uno di loro che desidera restare anonimo – sollevata, non per il gusto di fare polemica, e “nel massimo rispetto del direttore che con noi è stato sempre disponibilissimo”.

Che il glorioso giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924 navigasse in cattive acque dal punto di vista economico si sapeva. Ma adesso, dopo che la testata è appena uscita da due anni di stato di crisi, con il blocco delle assunzioni che ne era conseguito, forse si sperava che la ripresa fosse differente. Magari ci si aspettava qualche investimento in più da parte della società. Invece, spiega ancora una delle decine di persone coinvolte nella protesta, c’è una “totale assenza di prospettive per i precari storici, anche a fronte di spazi che si sono aperti con i prepensionamenti”. In sostanza, “molti dei giornalisti che erano andati in prepensionamento continuano a lavorare a pieno ritmo”. Non che si voglia “sfilare” loro il posto di lavoro, ma se si pensa che gli ex organici prepensionati godono comunque di una pensione, mentre “molti dei giornalisti a contratto determinato sono stati mandati via per lo stato di crisi prima che maturassero i due anni utili ad ottenere l’indennità di disoccupazione”, si capisce la realtà dei fatti. E si comprende perché nella lettera si fa riferimento a “prospettive congelate sull’altare dell’attesa, in nome di un futuro migliore che non si scorge all’orizzonte”.

Ad aggravare la situazione c’è anche il pesante ritardo nei pagamenti: “Per la maggior parte di noi l’ultimo bonifico risale a giugno, e riguarda il compenso delle pubblicazioni di febbraio, con assegni ridotti a una media di 20 euro lordi a pezzo”. Il tutto al netto delle “spese che ci troviamo a sostenere relative al lavoro che forniamo a questo giornale, per cui – scrivono ancora i collaboratori – i compensi ricevuti con questo ritardo raramente possono essere considerati un guadagno”.

Da qui l’appello al direttore perché “si faccia portavoce con il Cda e con l’editore per il pagamento degli arretrati e per favorire la convocazione di un incontro”. Insomma, di certo questo sciopero non impedirà, domani e dopodomani, a L’Unità di andare in edicola, ma, almeno, è un tentativo di far sentire la propria voce, di non essere considerati invisibili e ottenere, si legge nella lettera inviata al direttore, “riconoscimento di rispetto e dignità” da parte di ”un’azienda che stimiamo e alla quale sentiamo di appartenere”. “Il nostro stato di esasperazione e la negazione dei nostri diritti  – continua il documento – non ci permette di sopportare oltre”.

La protesta ha raccolto la solidarietà dell’associazione della stampa Emilia-Romagna, dell’associazione stampa Toscana e dell’associazione stampa Romana.

Torino e gli industriali, destini incrociati

ottobre 4, 2011

Dalla riforma dell’associazione voluta da Agnelli all’isolamento nella marcia dei 40mila

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera”

In fondo lo «strappo» di Fiat da Confindustria si inserisce in una lunga, travagliata e per certi versi emblematica storia di destini incrociati che ha segnato in Italia l’evoluzione della rappresentanza di imprenditori e sindacati.

Lo spiega bene Cesare Annibaldi che, responsabile in Fiat di relazioni industriali ed esterne, si è occupato a lungo e strettamente dei rapporti con l’associazione degli industriali: «Dagli anni Settanta fino a tempi relativamente recenti non è facile mettere in evidenza grandi discontinuità. Il modello è stato abbastanza stabile: il Lingotto sosteneva l’organizzazione mettendo a disposizione uomini, risorse organizzative, e non solo a livello centrale. Anzi, c’era una grande attenzione alla “periferia”».

Un filo probabilmente ininterrotto che traccia il percorso di una relazione che con la presidenza di Giovanni Agnelli, fra il 1974 e il 1976, raggiunge ovviamente l’apice, quasi una identificazione dell’associazione nel suo leader più carismatico che, alla sua uscita, è il primo a indicare il suo «successore» in Guido Carli. Prima Governatore della Banca d’Italia, Carli è fra i pochi numero uno di Viale dell’Astronomia ad accedere agli «onori ed oneri» di quella posizione senza essere stato imprenditore o «padrone».

Ma Agnelli si può dire sia stato sempre in Confindustria e probabilmente mai abbia pensato che il Lingotto potesse uscirne. Un episodio significativo lo ha raccontato Enrico Salza che prima di diventare banchiere a Torino è stato imprenditore nell’azienda di famiglia che produce fiammiferi. E’ il 1965 e il giovane Salza raccoglie e partecipa ai fermenti degli industriali jr che arrivano anche a ipotizzare l’uscita dall’associazione. Agnelli, giovane anch’egli, esprime la propria solidarietà ma aggiunge con una certa diplomazia: «Non posso garantire che la Fiat esca da Confindustria con voi».

Ed è Agnelli a spendersi non poco accanto a Leopoldo Pirelli nel ’69-70 al progetto di riforma dell’associazione affidato dall’allora presidente Angelo Costa e che prenderà sostanza nella cosiddetta Riforma Pirelli. Una riforma che prevedeva «una collegialità di governo», spiega Carlo Callieri, che in Fiat ha ricoperto diversi incarichi ed è stato per otto anni vicepresidente della Confindustria e candidato alla presidenza quando ha prevalso Antonio D’Amato, «ma che poi non è stata applicata proprio a Torino dalla Unione industriali».

Ma se con Agnelli leader si arriva all’identificazione, che significa anche rappresentare i compiti associativi in intese come quella sul punto unico di contingenza firmata con Luciano Lama (che con l’Avvocato ha un rapporto di evidente reciproca stima) non si può dire che i rapporti fra Fiat e Confindustria siano sempre stati contrassegnati da questo registro. Annibaldi lo spiega facendo riferimento alla marcia dei 40 mila. «Fiat ha in quella occasione avuto l’impressione di essere sola. Io partecipai a diverse riunioni in Confindustria con presidente Vittorio Merloni, che uscì allo scoperto solo dopo 20-25 giorni. Non ci fu nulla che potesse dare effettivamente una percezione di distacco, ma…».

Un episodio, certo. Che tuttavia segnala l’evoluzione alterna dei destini incrociati. La Fiat in un’associazione dove acquistano peso i piccoli e le aziende pubbliche, è influente nella scelta dei presidenti, esprime fra gli altri in Viale dell’Astronomia un direttore generale di peso come Paolo Annibaldi, fratello di Cesare e un vicepresidente come Callieri, «sale» di nuovo alla presidenza con Luca Cordero di Montezemolo che, presidente di Ferrari, lo diventa di Fiat quattro giorni dopo la nomina al vertice dell’associazione. Ma quando Giovanni Agnelli sostiene ufficialmente Callieri e assiste alla sua sconfitta, non gli resta che dire con amarezza che è la «vittoria dei berluschini». D’Amato lancia il tema dell’associazione come lobby. Però Fiat, che di certo non ha mai avuto bisogno di Confindustria per sostenere i propri interessi, non «ci sta» in questa definizione. In crisi entrano le forme della rappresentanza. E ora lo «strappo» che il giovane Agnelli forse non avrebbe mai immaginato ne è la prova più significativa.

Diritti Globali

La camorra blocca Metropolis

ottobre 3, 2011

Francesca Pilla per “il Manifesto

A Castellammare, ieri mattina, non si riusciva a comprare una copia di Metropolis nemmeno a pagarla oro. E purtroppo non per l’inversione improvvisa del trend che fa del meridione la parte del paese dove in assoluto si leggono meno libri e giornali, ma perché la camorra ha impedito che il quotidiano locale venisse venduto al pubblico. In prima pagina c’era infatti la notizia delle nozze in carcere di Salvatore Belviso e della sua decisione di collaborare con lo stato, dopo essere stato arrestato nel 2009 per la barbara uccisione di Luigi Tommasino, consigliere del Pd crivellato di colpi mentre era in macchina con il figlio 13enne, rimasto illeso. Un doppio oltraggio per il clan D’Alessandro che da sempre aveva osteggiato il matrimonio con la giovane appartenente a una cosca rivale, ma soprattutto perché Belviso – rompendo qualsiasi codice d’onore – da ex braccio destro e cugino del boss Vincenzo D’Alessandro è diventato un pentito, pare proprio per influenza della neosposa. Un’infamia indelebile che, secondo i vertici del clan, avrebbe potuto indebolire la famiglia camorristica e lederne la credibilità.  (more…)

A 23 anni dall’omicidio Rostagno troppi misteri e strane ‘coincidenze’

settembre 29, 2011

Intercettazioni telefoniche prima giudicate ‘interessanti’ e poi distrutte, il ruolo di Bettino Craxi, la mano della mafia, le tracce dei servizi segreti deviati: era la sera del 26 settembre 1988 quando il giornalista venne ucciso da un commando, da allora a oggi ecco i retroscena di un ‘noir’ tutto italiano

Luciano Mirone per “Il Fatto

Chissà perché un anno dopo il delitto di Mauro Rostagno, il procuratore della Repubblica di Trapani, Antonino Coci, si affrettò a ordinare la smagnetizzazione delle intercettazioni telefoniche fra l’ex presidente del Consiglio, Bettino Craxi, e il suo amico fraterno Francesco Cardella. Certo, Cardella non era un personaggio qualsiasi: accusato otto anni dopo dal nuovo procuratore di essere il mandante dell’omicidio Rostagno, col quale nell’81 aveva fondato la comunità per il recupero dei tossicodipendenti “Saman”, dopo l’archiviazione di quell’indagine, fugge in Nicaragua dove, dal presidente comunista Daniel Ortega, viene nominato ambasciatore nei Paesi del Maghreb. (more…)

Parlare con i segni, ora è una lingua

settembre 29, 2011

Alcune lettere dell’alfabeto manuale nella lingua dei segni britannica (Wellcome Images)

Gli scienziati contro un testo di legge che trascura il carattere identitario dell’idioma usato dai sordi. Adoperare i gesti al posto dei suoni: un campo verbale di pari dignità e aperto a chiunque voglia impararne le regole

Massimo Piatelli palmarini per “Il Corriere della Sera”

Per dimostrare la sottigliezza, la completezza e la rapidità delle lingue dei segni vorrei portare un dato personale. In tre corsi universitari avanzati, da me tenuti all’Università dell’Arizona, avevo costantemente al mio fianco un interprete che rendeva, nella lingua dei segni più diffusa negli Stati Uniti (la Asl, American Sign Language), in tempo reale, per due studenti sordi regolarmente iscritti, tutto quanto dicevo in inglese. Si noti, erano corsi avanzati e non lesinavo termini tecnici, concetti complessi e commenti. Una lingua dei segni, infatti, a dispetto di un pregiudizio assai diffuso, è una lingua a pieno diritto, come l’italiano, l’inglese, il cinese. Non è un rudimentale veicolo di comunicazione a gesti né una serie di pantomime. Qualsiasi pensiero che può essere espresso in una lingua parlata può essere altrettanto bene e rapidamente espresso in una lingua dei segni. Nelle comunità di sordi segnanti, in tutto il mondo, in lingue tra loro tanto diverse quanto lo sono le lingue parlate, si raccontano storielle, si ride dei doppi sensi, si compongono poesie. (more…)

Ospedali psichiatrici giudiziari dal Senato sì alla chiusura

settembre 29, 2011

da “L’Unità

Il Senato ha approvato all’unanimità una risoluzione proposta dalla Commissione d’inchiesta sul sistema sanitario che impegna il Governo a una riforma del sistema della detenzione psichiatrica negli Ospedali psichiatrici giudiziari e alla loro chiusura. «Con il voto di oggi, il Senato – sottolinea Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta – fa un passo storico verso la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari». «Si dice in sostanza – spiega il senatore del Pd – un no netto ai manicomi criminali che vanno estirpati dal territorio in favore di un sistema di cure davvero degno di questo nome per i 1.500 internati nei sei OPG italiani». «Questo voto – aggiunge Marino – riconosce ufficialmente il lavoro svolto dalla Commissione d’inchiesta, dai sopralluoghi a sorpresa fino ai provvedimenti di sequestro di parte degli Opg di Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto». «La detenzione psichiatrica si è rivelata – conclude Marino – un territorio senza certezze e dignità di cure per questi malati, spesso vittime di contenzione e di un degrado indegno anche di un paese appena appena civile, come ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

“Custodiremo i terroristi” : La bugia di Craxi a Reagan

settembre 27, 2011

Sigonella, le carte segrete del Dipartimento di Stato: si parlarono per 20 minuti

Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli per “La Stampa

Bettino Craxi mentì a Ronald Reagan nella telefonata di 20 minuti durante la crisi di Sigonella perché si impegnò a tenere sotto custodia in Italia tutti i palestinesi coinvolti nel sequestro dell’Achille Lauro mentre due giorni dopo consentì ad Abu Abbas, regista dell’operazione, di partire da Roma per Belgrado.

A descrivere lo sgambetto del presidente del Consiglio italiano al presidente degli Stati Uniti è la ricostruzione della crisi dell’Achille Lauro contenuta in 95 documenti del Dipartimento di Stato di cui «La Stampa» è entrata in possesso nel rispetto delle leggi federali. L’Achille Lauro è la nave da crociera italiana che il 7 ottobre 1985 viene presa in ostaggio nelle acque egiziane da una commando di 4 terroristi del Fronte di liberazione della Palestina, che uccidono a largo della Siria il passeggero ebreo americano paraplegico Leon Klinghoffer buttandolo in mare. Quindi tentano invano di incassare la liberazione di 50 loro compagni detenuti in Israele, tornando in Egitto, dove il presidente Hosni Mubarak ottiene il rilascio di nave e passeggeri garantendogli il salvacondotto verso la Tunisia. Ma l’aereo di linea egiziano che, il 10 ottobre, li sta portando verso Tunisi – dove ha sede l’Olp di Yasser Arafat – viene intercettato dai jet Usa che lo obbligano ad atterrare nella base di Sigonella, in Sicilia, dove a notte inoltrata gli uomini della Delta Force del generale Carl Steiner sono sulla pista per catturare il commando. Ad impedirglielo sono militari italiani dando vita ad un braccio di ferro fra alleati risolto dalla telefonata Craxi Reagan.

Mentre i due leader si parlano l’aereo egiziano è circondato da due cerchi di militari, con gli italiani che impediscono agli americani di avvicinarsi, e all’interno vi sono, oltre ai piloti, sei palestinesi: i 4 sequestratori Bassam al-Asker, Ahmad Marrouf alAssadi, Youssef Majed al-Molqi e Ibrahim Fatayer Abdelatif accompagnati da Abu Abbas e Zulid Al-Qudra, entrambi nella veste di rappresentanti dell’Olp. (more…)

Alitalia, decollo mancato

settembre 6, 2011

A tre anni esatti dalla vendita ai privati, la compagnia non ha aumentato di un millimetro le quote di mercato e ha perso la gara con il treno sulla Milano-Roma. I soci aspettano solo il 2013, quando potranno venderla ad Air France. Sempre che se la prenda ancora

Alberto Brambilla per “l’Espresso

Ipossia, carenza di ossigeno. E’ l’incubo di chi si avventura ad alta quota e anche la sindrome della nuova Alitalia. Che nel 2013 rischia di arrivare all’appuntamento con una probabile fusione con l’azionista di maggioranza Air France in condizioni peggiori della vecchia azienda.

A tre anni dalla nascita, la Compagnia aerea italiana (Cai) sta provando a ingranare, ma i dati aggiornati al primo semestre 2011 sono sotto le performance della concorrenza. I calcoli, elaborati dall’Università Bicocca di Milano per “l’Espresso”, evidenziano che, in un contesto favorevole per molti altri competitor – in media il settore ha trasportato il 9,3 per cento di passeggeri in più rispetto alla prima metà del 2010 – Cai ha incrementato il numero di passeggeri solo del 5,7 per cento, salvo poi recuperare in luglio grazie a un’affluenza record, raggiungendo un picco mensile che non si vedeva dall’avviamento della compagnia. L’incremento – fisiologico nel periodo estivo – conferma il quadro di un vettore che, seppure in crescita, rimane sotto i livelli dei concorrenti, anche per quanto riguarda il load factor (fattore di riempimento), che in luglio ha raggiunto il 78 per cento, e la crescita dei passeggeri complessiva, che a conti fatti arriva al 6,1 per cento.  (more…)

Esauriti i tour a luci rosse nella Bologna dei bordelli

settembre 3, 2011

La riscoperta di una città bizzarra: gli organizzatori dopo i bordelli faranno visitare i luoghi dove si praticava la stregoneria

Carmen Pedullà per “Il Fatto

“Non so perché, ma a fare il giro esplorativo dei casini ci andavamo nel tardo pomeriggio del venerdì. Ci andavamo io e due o tre amici e il giro non poteva essere completo, ma insomma era pur sempre una bella esplorazione”. Questo l’affresco di Gianfranco Civolani nel volume ‘A Capocabana’ di una Bologna che fu, quella Bologna dalle tinte gialle e un po’ scolorite che vedeva nei casini, ora ex case chiuse, la sua anima goliardica e godereccia. Ne esistevano tanti, in diverse parti di Bologna, da quelli “più infimi-infami in via delle Ochevia del Falcone,via Valdonica, a quelli un po’ più accoglienti in via Bertiera, vicolo Cattani, via Miramonti, via dell’Unione, via degli Usberti, via San Marcellino”, tutti contraddistinti dal classico via vai di ricconi, militari e giovani alle prime armi. E così quei contorni sfuocati della Bologna in pieni anni Cinquanta sono riaffiorati in una sera d’estate, esattamente il 4 agosto scorso, per riportare nei vicoli e nelle strade, l’atmosfera a luci rosse dei ‘postriboli’.

Un tour quello ‘A luci rosse’, a cura della guida Flavia Pastina, all’interno del calendario di Bologna Estate, che ha visto, tra curiosi e turisti di passaggio, il tutto esaurito. Sarà che le atmosfere di una città del passato incuriosiscono e stuzzicano sempre ciò che i nostri occhi non sono riusciti a vedere, ma quello della città dei casini pare essere riuscita a ridare a Bologna le storie, i miti e le atmosfere che hanno vissuto per anni e anni sotto i portici della città medievale. (more…)

Fiamme sporche

agosto 8, 2011

Francesco Bonazzi per il Secolo XIX, da “Dagospia

La terribile profezia, per gli attuali vertici della Guardia di Finanza, uscì direttamente dalle labbra affilate del Signor Ministro: «Se continuate così, vi assicuro che il vostro prossimo comandante generale sarà un alpino».

Giulio Tremonti la proferì un paio di mesi fa in tempi non sospetti, ovvero ben prima che saltasse fuori la storia della casa in subaffitto dall’onorevole Marco Milanese e che la procura diNapoli chiedesse l’arresto del suo ex consigliere politico, colonnello nella riserva della Finanza.

Ora che le carte delle due inchieste napoletane che stanno movimentando l’estate romana, quella sulla P4 e quella sul «sistema Milanese», hanno reso pubblici i veleni dello scontro tra differenti cordate di generali, il comandante Nino Di Paolo ha provato a correre ai ripari con una vorticosa girandola di nomine. (more…)

San Patrignano SpA

agosto 8, 2011

L´inizio in un ex pollaio, la trasformazione in azienda, ora l´addio della famiglia Muccioli. Così è cambiata la comunità di recupero più famosa d´Italia

Dalle tossicodipendenze ai nuovi business così è cambiata la collina.  I dissapori, le liti, fino al divorzio tra i finanziatori Gianmarco e Letizia Moratti e Andrea Muccioli che, dopo sedici anni, lascia la guida dell´organizzazione fondata dal padre Vincenzo nel 1978. Nella comunità più controversa del Paese, finisce un´epoca. E ne comincia un´altra segnata da ospiti sempre meno numerosi e da imprese e investimenti non sempre fortunati. Si diceva: non siamo una monarchia, ma le redini passarono al primogenito. Quando arriva la bufera la comunità si chiude: niente visite, niente commenti. C´è chi parla di crisi di un uomo che non è riuscito a coniugare i ruoli di leader e manager

Jenner Meletti, da “la Repubblica”

CORIANO (RIMINI). C´è ancora la vecchia tigre, nel recinto accanto al piccolo cimitero dove è sepolto Vincenzo Muccioli. Nel piazzale, in questa domenica d´agosto, arrivano in auto nonni e nipotini che si aggrappano alle sbarre e gridano: «Tigre, tigre, vieni fuori». L´animale – era arrivato cucciolo più di vent´anni fa – sembra contento delle visite. Esce dalle piante di bambù e si sdraia al sole. La foto di Vincenzo Muccioli, sulla tomba, è più grande delle altre. Dietro di lui si intravedono infatti centinaia dei suoi ragazzi, saliti sulla «collina della salvezza» per tornare a vivere dopo gli anni dell´eroina. Alcuni di loro, purtroppo, sono qui nel cimitero.
Facce e sorrisi troppo giovani, uccisi da Aids e altre malattie quando la droga era un flagello. Il cimitero è incastonato nella comunità di San Patrignano. Era quello del paese poi Sanpa si è ingrandita e lo ha fatto proprio. Si sentono voci e grida di ragazzi, oltre la rete del piazzale. Alcuni corrono, fanno footing. Altri si fermano nel prato a fare flessioni. Sembra una domenica normale e invece è la prima di una nuova era: quella di una San Patrignano senza i Muccioli.
Come sempre, quando arriva la bufera, la comunità si chiude. «No, oggi non si fanno visite. No, non abbiamo nessun commento da fare. È tutto scritto nel comunicato». Poche righe per dire che Andrea Muccioli, il figlio maggiore di Vincenzo, lascia la comunità dopo 16 anni. Letizia e Gianmarco Moratti, che da 32 anni sostengono la comunità, continueranno il loro impegno. San Patrignano stessa, con i suoi operatori e volontari, deciderà il proprio futuro…». Un futuro senza Vincenzo e Andrea, senza il fratello minore Giacomo che se n´è andato quattro anni fa perché «nella comunità ci sono state cose che mi hanno fatto soffrire». Senza Antonietta Muccioli, la moglie del fondatore, che vive ancora in una villetta della collina ma non riesce più a dirigere la grande cucina che sforna 1500 pasti per il pranzo e per la cena.  (more…)

B. e don Verzè, la vera storia

agosto 2, 2011

La carriera del prete affarista è sempre stata intrecciata a quella del Cavaliere. Da quando trafficavano insieme per spostare le rotte Alitalia da Milano 2. Il marcio iniziò così e proseguì per decenni. Sempre con i due a braccetto

Marco Travaglio per “l’Espresso

A proposito di don Luigi Verzè, già cappellano di Craxi (“in lui vedo Cristo”) e di Berlusconi (“un dono di Dio all’Italia”), ma anche ben ammanicato con Nichi Vendola che gli ha spalancato le porte della Puglia (“uno dei pochissimi politici italiani ad avere un fondo di santità”), l’unico sentimento che non si può provare davanti al disastro del suo San Raffaele è lo stupore. La carriera di questo prete simoniaco è indissolubilmente legata a quella del premier: naturale che, se il Cav declina, il Don si senta poco bene.

Chi volesse saperne di più non ha che da leggere “L’Unto del Signore” di Gumpel e Pinotti (Bur) e “Dossier Berlusconi anni Settanta” (Kaos). I due libri raccontano la storia di un giovane costruttore brianzolo, schermato da strani paraventi svizzeri, che 40 anni fa compra per quattro soldi 700 mila metri quadri di terreni a Segrate e inizia a costruirvi la città satellite Milano2. Sventuratamente la quiete di quel paradiso è turbata dal frastuono di oltre 100 decibel degli aerei che decollano ogni 90 secondi dalla vicina Linate. Il che dovrebbe sconsigliare vivamente la costruzione di insediamenti residenziali e tanto più ospedalieri. Ma il palazzinaro regala un pezzo di terreni a un prete più spregiudicato di lui, sospeso a divinis dalla Curia milanese, perché vi eriga una bella clinica privata con soldi pubblici: il San Raffaele. Poi il gatto e la volpe, cioè il palazzinaro e il cappellano piagnucolano: non si possono ammorbare i malati con quel rumore.  (more…)

Sfrattati, soli e senza soldi: la parabola discendente dei pentiti

luglio 28, 2011

Oltre 90 hanno perso la casa e vivono in conventi o sistemazioni di fortuna. E mancano anche i fondi per farli deporre ai processi. “Prima ci hanno spremuti poi buttati”

Attilio Bolzoni per “la Repubblica

Coccolati alla bisogna, assecondati nelle loro bizze, per un bel po’ qualcuno li ha creduti in tutto e per tutto. Erano le voci della verità. Quando non sono serviti più li hanno buttati via. Si sa, lo Stato italiano ha sempre avuto la memoria corta. Pentiti. A Palermo, quasi trent’anni fa era parola d’offesa. Come cornuto e sbirro. Se volevi insultare qualcuno dicevi: “Sei un Buscetta”. O lo apostrofavi proprio in quel modo: pentito. Il capo dei capi di Cosa Nostra quando parlava di loro scandiva le sillabe – pen-ti-ti – e si difendeva raccontando che “quelli camminano mani per mani e sono tutta una bugiarderia”. Giulio Andreotti – ce n’erano trentasette che lo accusavano – rispondeva a tutti loro così: “Vendono bufale a rate”. Uno, Leonardo Messina, alla fine dell’estate del 1992 giurò che il divo Giulio era addirittura ‘punciuto’, cioè non un semplice simpatizzante ma un affiliato alle famiglie mafiose. Allora, se ne parlò tanto di quella rivelazione. Se Leonardo Messina la dovesse ripetere oggi, lo chiuderebbero in un manicomio giudiziario e getterebbero la chiave a mare. (more…)

P.A., l’esercito dei vincitori di concorso ma disoccupati da anni

luglio 12, 2011

Sono 100mila i vincitori di concorsi nella Pubblica amministrazione che, negli ultimi 10 anni, attendono ancora di essere chiamati in servizio. Alcuni in ruoli chiave, come le decine di psicologi che hanno vinto un impiego per lavorare nelle carceri. E poi i casi beffa, come i 107 funzionari ancora non assunti dall’Ice (Istituto per il commercio estero) e appena soppresso da Tremonti

Patrizia De Rubertis e Clemente Nazzaro per “Il Fatto

In Italia c’è una macchina che funziona benissimo: è quella dei concorsifici. Muove un giro d’affari da 3 miliardi di euro l’anno, tutto a carico delle amministrazioni pubbliche che devono pagare commissioni, società esterne di consulenza e affitti per le sedi di esame. Funziona così bene che solo nel 2010 sono stati banditi da ministeri, enti locali, previdenziali e di ricerca, e amministrazioni provinciali e comunali oltre 7 mila concorsi.

Peccato che – secondo la Cgil – ci siano già circa100mila tra vincitori e idonei a concorsi nella P.A. pubblicati negli ultimi 10 anni che attendono di essere chiamati in servizio. Insomma, persone che hanno festeggiato un’assunzione mai arrivata, perché ogni anno nella manovra finanziaria viene inserito il blocco del turnover. Anche la legge varata l’altro ieri ha stoppato le assunzioni fino al 2014. Così, se da un lato, il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, annuncia l’esubero di 300mila lavoratori nel comparto pubblico, dall’altro, però, non ferma la stessa Funzione Pubblica che continua a concedere l’autorizzazione a concorsi che sfornano nuovi vincitori precari.

Storie paradossali che andranno ad aggiungersi a quelle che già popolano il Comitato XXVII ottobre che riunisce vincitori e idonei di pubblico concorso ancora in attesa di assunzione. (more…)

LA ‘MADAMA’ IN MUTANDE

luglio 11, 2011

LA POLIZIA SULL’ORLO DELLA BANCAROTTA: MANCANO I SOLDI PER LE SPESE ORDINARIE E GLI STIPENDI – IN ALCUNI COMMISSARIATI MANCANO LE DIVISE, GLI ANFIBI, I FOGLI PER LE DENUNCE, LA CARTA IGIENICA, LA BENZINA PER LE AUTO – DALLA BARZELLETTA ALLA REALTÀ: I CARABINIERI SI SONO PRESENTATI AL COMMISSARIATO DI CERIGNOLA CON L’ORDINE DI ESEGUIRE LO SFRATTO (LA POLIZIA NON AVEVA PAGATO L’AFFITTO)…

Niccolò Zancan per “la Stampa“, da “Dagospia

Ci sono persone abituate a risolvere i problemi in silenzio, continuando a lavorare a testa bassa. Ma è stato comunque imbarazzante vedere l’ufficiale giudiziario bussare alla porta del commissariato di Cefalù con in mano un’ingiunzione di pagamento. Una piccola, perfetta, storia italiana. Perché il commissariato sotto sfratto, moroso, era quello diretto da Manfredi Borsellino, figlio del magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. Quando lo Stato dimentica se stesso.

Oggi il commissario Borsellino, fedele al suo stile sobrio, dice soltanto: «Il problema è risolto. E’ stato firmato un accordo fra il Ministero dell’Interno, la prefettura e il proprietario dell’immobile. Non abbiamo più visto l’ufficiale giudiziario. E questo credo sia uno dei commissariati più moderni della Sicilia: non abbiamo nulla di cui lamentarci». Beati loro, verrebbe da dire. (more…)

La guerra dei vent´anni tra mediazioni e tradimenti

luglio 10, 2011

La mediazione di Ciarrapico per arginare Craxi e il Cavaliere
Nel giugno 1990 un primo lodo dà ragione al numero uno di Cir, ma poi a gennaio 1991 il ribaltone con sentenza “aggiustata”
Lo scontro decisivo tra i due gruppi inizia a fine 1989, dopo che De Benedetti nel 1984 era stato chiamato a risolvere il buco Rete4

Giovanni Pons per “la Repubblica”

Ventidue anni di battaglie, sentenze e colpi di scena. Tanto è durata la cosiddetta “Guerra di Segrate” che ha visto i due tycoon dei media italiani, Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, contendersi il controllo della Mondadori. La sentenza della Corte di Appello di ieri scrive una parola definitiva alla vicenda con un risarcimento a favore della Cir di 560 milioni, per compensare il danno subito per una sentenza comprata con i soldi della Fininvest e per conto di Berlusconi.
Ma ci sono voluti più di vent´anni per ribaltare gli effetti di quella sentenza del gennaio 1991, che a sua volta annullava il risultato del Lodo Mondadori di soli sei mesi prima. E chi ha vissuto quei momenti così intensi oggi li ricorda con un pizzico di nostalgia. Il passaggio cruciale avviene nel dicembre 1989 e viene dipinto dai giornali dell´epoca nella cornice del Castello Sforzesco di Milano, va in scena la prima visita in Italia di Michail Gorbaciov a un mese dal crollo del Muro di Berlino. I presenti descrivono un Carlo De Benedetti scuro in volto e un Silvio Berlusconi raggiante. Che cos´era successo di tanto eclatante? Luca Formenton e la madre Cristina Mondadori erano appena saltati sul carro del fondatore di Canale 5, con il loro pacchetto di azioni Amef decisivo per il controllo della casa editrice di Segrate. Lasciando De Benedetti solo con il suo contratto firmato un anno prima e con il quale si impegnavano a vendere le stesse azioni alla Cir. Un salto della barricata frutto di una decisione sicuramente «difficile e sofferta», come hanno ricordato i protagonisti dell´epoca due anni fa quando contestarono questa ricostruzione dei fatti definita «offensiva e odiosamente sprezzante», ma che resta decisiva poiché permise a Berlusconi di diventare primo azionista di Segrate e da quel pulpito far partire l´offensiva che lo portò a trattare da posizioni di forza la spartizione successiva.  (more…)

CROCE ROTTA

giugno 30, 2011

CRI CRI! DA FIORE ALL’OCCHIELLO IMITATO IN TUTTO IL MONDO A CARROZZONE PARA-SOVIETICO MANGIA SOLDI – COME PASSARE DALL’EROICA RISALITA DELL’ITALIA CON IL GENERALE CLARK DI SUSANNA AGNELLI ALLA CONDANNA (900MILA €) DI MAURIZIO SCELLI PER “DANNO ERARIALE” – BILANCI IN ROSSO, 1600 PRECARI, MILITARI DISTACCATI IN SOVRANNUMERO – FINO ALL’IDEA MERAVIGLIOSA DI TREMONTI: PRIVATIZZIAMO LA CROCE ROSSA…

Fabio Martini per “la Stampa“, da “Dagospia

Era spuntata, eroicamente e per caso, sul campo di battaglia di Solferino nel 1859 e da allora, per un secolo e mezzo, è stata imitata in tutto il mondo. Ma proprio da noi – i pionieri – la Croce rossa è via via diventata uno degli ultimi lembi di Unione Sovietica, un carrozzone pubblico nel quale il costante afflato umanitario dei volontari ha finito per essere soffocato dalla gestione clientelare, statalista e spendacciona dei partiti.

Probabilmente la Croce rossa italiana – guidata per ironia involontaria da un organismo che si chiama Comitato centrale, proprio come quello del Pcus – sarà privatizzata per effetto della manovra economica in gestazione in queste ore: se così fosse, saranno i posteri a decidere, come dice il proverbio, chi abbia sparato sulla Croce rossa. (more…)

MORO TOP SECRET (O QUASI)

giugno 24, 2011

“L’HANNO PORTATO A MILANO”, DICEVANO I SERVIZI ALL’INDOMANI DEL RAPIMENTO – FRANCA RAME PEDINATA, TONI NEGRI SUPER SOSPETTATO, ERRORI, INDAGINI APPROSSIMATIVE, PISTA GIAPPONESE, TEDESCA, UNGHERESE… – LE CARTE DEGLI 007 SUL SEQUESTRO DEL LEADER DC DIVENTANO PUBBLICHE MA SVELANO SOPRATTUTTO UNA COSA: “I PRIMI FOMENTATORI DELLA DIETROLOGIA SONO STATI PROPRIO I SERVIZI, CON L´EFFICACISSIMA INTENZIONE DI ALZARE UNA CORTINA FUMOGENA SULLA LORO EFFETTIVA ATTIVITÀ”…

Alberto Custodero per “la Repubblica“, da “Dagospia

«Aldo Moro? L’hanno portato a Milano». Questo ipotizzavano i nostri servizi segreti all’indomani del sequestro dello statista dc. In quei giorni bui l’intelligence seguiva Franca Rame, sospettata di contiguità con le Brigate Rosse, pedinava l’avvocato Tina Lagostena Bassi mentre si recava in Cecoslovacchia, soprattutto era convinta che c’entrasse qualcosa Toni Negri.

I sospetti sul leader dell’Autonomia erano tali, che furono acquisitii nomi dei suoi laureati, dal 1974 al 1978, alla facoltà di scienze politiche a Padova. Sono solo alcuni dei frammenti contenuti nelle migliaia di carte sul “rapimento ed assassinio” dello statista democristiano che la Presidenza del Consiglio ha consegnato all’Archivio Centrale dello Stato. (more…)

Le carceri italiane dimenticate dalla legge

giugno 24, 2011

di Adriano Prosperi, da Repubblica, 24 giugno 2011

«Quello della giustizia e della sua appendice carceraria è il tema principe della crisi del Paese»: così, parola più parola meno, sembra che abbia detto il ministro Angelino Alfano a Marco Pannella ricoverato per le conseguenze di un durissimo sciopero della fame e della sete sui problemi del carcere. Dispiace non poter essere d’accordo col ministro. Le sue parole sono un bell’esempio dell’arte del politico di mestiere di cambiare le carte in tavola. Il «tema principe» del Paese, cioè il problema dei processi di Berlusconi, non ha niente a che spartire con la questione carceraria.

No, il carcere non è un’appendice del problema della giustizia, è “il” problema. Lo è in assoluto: noi non abbiamo per fortuna la pena di morte, ma abbiamo carcerazioni di una lunghezza tale da esserne l’equivalente. Eppure si dice che la gente chiede pene sempre più dure: sarà vero? Di fatto c’è solo che nel Paese non c’è un’emergenza criminalità. Tutte le statistiche dicono che in Italia il numero dei reati è fermo da anni. Eppure cresce di continuo l’affollamento delle prigioni. (more…)

Ustica, la verità sembra più vicina

giugno 19, 2011

Giusi Marcante per “Il Manifesto

Silenzi che durano anni e che a un certo punto s’interrompono. Mentre un’inchiesta è stata riaperta e le tesi espresse nel 1999 dal giudice Rosario Priore nella sua sentenza ordinanza non sono state ancora scalfite e hanno rappresentato il punto di ripartenza per i pm Erminio Amelio e Maria Monteleone. Quella notte ci fu una battaglia aerea nei cieli del Tirreno. Il Dc9 ne fu vittima inconsapevole. Per questo le parole dette da Daria Bonfietti venerdì durante una trasmissione televisiva, Agorà su Rai3, condotta da Andrea Vianello, hanno il sapore della novità: «Cossiga ci ha dato un’indicazione, dopo il 2007. Dopo l’assoluzione dei generali ha cominciato a dire queste cose (e cioè che il Dc9 era stato abbattuto da un missile, ndr) e devo dire che altri stanno seguendo questo esempio. Forse sentendo la voce di Cossiga qualcuno ha pensato che poteva cominciare a parlare». (more…)

Romani scippa le frequenze alla Rai

giugno 18, 2011

Carlo Rognoni per “Il Riformista

Dalla Rai non se ne va solo Santoro. Se ne stanno andando anche le frequenze! Più ci avviciniamo alla data dello switch-off – ovvero del passaggio dall’analogico al digitale in tutta Italia – più diventa evidente la rapina che il governo Berlusconi ha immaginato. e programmato.
Eh bravo il ministro Romani! Sta riuscendo nell’operazione più devastante e più nell’ombra che mai sia stata immaginata ai danni del servizio pubblico: ridurre la Rai in miseria togliendole il primato del controllo dell’etere, cioè del possesso delle migliori frequenze. E tutto ciò molto banalmente vuol dire che i programmi della Rai si vedranno meno bene in diverse parti d’Italia. (more…)

CGIL, IL SINDACATO DELLE LIBERTÀ DI NON PENSIERO

giugno 16, 2011

HAI OSATO FARE UNA BATTUTACCIA IN RIMA BACIATA ALLA CAMUSSO (“SUSANNA NON TI ABBIAMO CHIESTO DI FARE SESSO MA DI RIFARE IL CONGRESSO”)? COME TI PERMETTI? È DIFFAMAZIONE! 17 ESPULSI DALLA FILT DI TRENTO! – IL SINDACATO: “È STATO SOLO L’ULTIMO DI UNA LUNGA SERIE DI ATTACCHI VIOLENTI” – PREGASI RICORDARE L’ART. 21 DELLA COSTITUZIONE…

Salvatore Cannavò per “il Fatto quotidiano“, da “Dagospia

Tra i 17 espulsi della Cgil trentina, responsabili, secondo la segreteria nazionale e regionale, “di azioni contrarie ai dettami statutari”, c’è anche una donna, Nicoletta Soini. E la sua vicenda testimonia tutta la complessità di questa storia esplosa per uno striscione sessista – “Susanna non ti abbiamo chiesto di fare sesso ma di rifare il congresso Filt in Trentino” – ma incubata in più di un anno di scontri interni. Basta leggere la versione di Soini pubblicata sull’Adige, il quotidiano del Trentino Alto Adige.

Soini è arrivata al Festival dell’Economia in cui era presente Susanna Camusso e, senza accorgersi del contenuto dello striscione, ha preso parte alla protesta contro la Cgil nazionale e regionale, accusate di negare un congresso straordinario chiesto dal dicembre scorso. Quando ha visto lo striscione, Soini non ci ha pensato un minuto a protestare: “Uno striscione offensivo, sessista, non solo verso la segretaria generale, alla quale va tutta la mia solidarietà di donna, ma verso tutte le donne e dal quale mi dissocio pienamente”. (more…)

MARONI SPY STORY

giugno 15, 2011

LE IMPRONTE DIGITALI VALGONO 20 MLN € – AI COLOSSI MONDIALI DEL SOFTWARE FA GOLA L’APPALTO PER LA GESTIONE DEL DATABASE DELLA POLIZIA DI STATO – IL BANDO DI GARA E’ MISTERIOSAMENTE BLOCCATO DA MARZO –  DIETRO LO STOP CI SONO INTRECCI SOCIETARI E ACCORDI SEGRETI CHE AGITANO I PIANI ALTI DEL VIMINALE – DOSSIER IN PARLAMENTO, MA IL MINISTRO BOBO, DA DUE MESI, NON RISPONDE A UN’INTERROGAZIONE DEL PD…

Francesco De Dominicis per “Libero”, da “Dagospia

Ai piani alti del Viminale i mal di pancia non mancano. E qualcuno azzarda financo l’ipotesi di «intrigo internazionale». Gli ingredienti per la spy story, in effetti, ci sono tutti: complessi sistemi di sicurezza per la Polizia di Stato, giganti mondiali del software in manovra, appalti pubblici da 20 milioni di euro, un dossier in Parlamento. Stiamo parlando di Afis, megacervellone elettronico che raccoglie le impronte digitali dei criminali e, da qualche tempo, pure degli immigrati che varcano i confini del nostro Paese.

Il database italiano è supportato da un  programma che,  grazie a un sofisticato algoritmo, riconosce le impronte e le  incrocia anche con i server stranieri. Insomma, roba delicatissima. Fatto sta che era sostanzialmente scaduto il contratto di  manutenzione del software, creato da una azienda Usa (la Cogent) e funzionante da circa 10 anni.     (more…)

Lufthansa abbandona Malpensa. L’hub milanese sempre più vuoto

giugno 3, 2011

L’abbandono dello scalo lombardo da parte della compagnia di bandiera tedesca riporta a galla quelle criticità di sistema denunciate nel corso degli anni dagli osservatori. In attesa del debutto a Piazza Affari della Sea, Malpensa vive giorni critici per la preoccupazione del mondo politico e sindacale. Alla faccia dei proclami di grandezza del recente passato

Matteo Cavallito per “Il Fatto

La fuga dei tedeschi, le possibili ricadute sull’occupazione e la perdita di consenso politico. E poi ancora le riflessioni sulla carenze logistiche, le inquietudini del collocamento borsistico e gli spettri del buco di bilancio comunale. Sono giorni agitatissimi quelli vissuti dal vastissimo club dei portatori di interesse di Malpensa. Per aziende, sindacati, politici e funzionari pubblici il cambio di rotta annunciato da Lufthansa è stato l’ennesimo fulmine, magari non proprio a ciel sereno, abbattutosi su una vicenda che da tempo produce più perplessità che entusiasmi. E che, negli ultimi giorni, ha riportato a galla quelle criticità di sistema denunciate nel corso degli anni dagli osservatori.

Malpensa addio, si vola altrove. Lufthansa annuncia la “revisione della propria strategia” abbandonando entro ottobre lo scalo varesino. Tempo quattro mesi, insomma, e la compagnia di bandiera tedesca farà mancare il proprio supporto costituito da 170 voli settimanali. Dati 2010 alla mano si tratta di 1,2 milioni di passeggeri in meno all’anno con una perdita potenziale che, assicura il numero uno di Sea, l’azienda aeroportuale milanese, Giuseppe Bonomi, dovrebbe limitarsi al 3% del fatturato. Il gap sarebbe pure contenuto, insomma, e in definitiva non troppo difficile da colmare (attraendo nuovi operatori, s’intende) ma certo non costituisce un buon biglietto da visita per l’appuntamento del prossimo ottobre quando la stessa Sea dovrebbe realizzare l’atteso debutto in borsa. (more…)

BILANCIO CREATIVO

giugno 1, 2011

CONSIGLIO DI STATO

COME RISOLVERE IL PROBLEMA DEI DERIVATI CHE ZAVORRANO I CONTI DI 476 ENTI LOCALI PER 33 MLD €? SEMPLICE: CANCELLARLI, IN NOME DELL’AUTOTUTELA – COME HA FATTO LA PROVINCIA DI PISA CHE HA ANNULLATO D’UFFICIO TUTTI GLI ATTI CON CUI AVEVA STIPULATO I CONTRATTI CON DEXIA CREDIOP E DEPFA – SE IL CONSIGLIO DI STATO (CHE DEVE PRONUNCIARSI SULLA VICENDA) DESSE RAGIONE ALLA PROVINCIA, GLI ALTRI ENTI LOCALI POTREBBERO DIMOSTRARE CHE LE BANCHE HANNO CARICATO SUI DERIVATI COSTI OCCULTI E AZZERARE COSÌ I CONTRATTI E LE PERDITE (FACENDO RIFIATARE LE CASSE)…

Morya Longo per il “Sole 24 Ore“, da “Dagospia

Sarebbe la soluzione più semplice e indolore per risolvere il problema dei derivati che oggi zavorrano i conti di 476 Comuni, Province e Regioni: annullarli. Far finta che non siano mai esistiti. Farli sparire come in una magia: niente più perdite, niente più commissioni occulte. A giorni questa magia potrebbe diventare alla portata di tutti gli Enti locali italiani.

È infatti imminente – forse già oggi – la sentenza del Consiglio di Stato sul caso della Provincia di Pisa, che proprio questo ha fatto: ha annullato d’ufficio tutti gli atti amministrativi e le delibere con cui aveva deciso di stipulare i contratti derivati con Dexia Crediop e Depfa, puntando di fatto sull’annullamento anche dei derivati stessi.
Se il Consiglio di Stato dovesse dare ragione alla Provincia, e decretare l’automatico annullamento dei contratti derivati insieme agli atti amministrativi, la “magia” diventerebbe un gioco da ragazzi per tutti: molti Enti locali (si veda articolo a fianco) potrebbero fare lo stesso.

Se invece il Consiglio di Stato dovesse dare ragione alle banche, e negare l’automatica cancellazione dei derivati, la “magia” diventerebbe ben difficile. Sembrerà una questione giuridica, ma in gioco c’è il futuro di tutti gli italiani: gli Enti locali hanno infatti in bilancio – stima il Tesoro – derivati per un valore nozionale di 33 miliardi. (more…)

‘Farò di Treviso l’Italian Valley’

maggio 31, 2011

Un incubatore di imprese hi tech con clienti in tutto il mondo. Dai software per il web alle applicazioni iPad. Nel mezzo della campagna veneta, in un borgo di 500 abitanti. L’ultima sfida di Renzo Rosso, il fondatore di Diesel

Cristina Cucciniello per “l’Espresso

Frazione di Ca’ Tron, comune di Roncade, provincia di Treviso, un borgo di 448 anime nel verde della pianura veneta. Può sembrare strano stabilirci un’azienda: figuriamoci crearvi addirittura un incubatore di start up, ovvero una sorta di asilo nido per progetti imprenditoriali innovativi.

Non per Renzo Rosso, però. Il fondatore e proprietario dell’azienda di abbigliamento Diesel ha fatto di ‘Be stupid’- slogan di una provocatoria campagna pubblicitaria nonché titolo della sua autobiografia appena edita da Rizzoli – una filosofia di vita. E c’è appunto questa ispirazione dietro alla recente decisione di Rosso di investire in H-Farm, un venture incubator con sede a Ca’Tron ma operativo a livello globale in ambito web, digital e new media, il cui obiettivo è lo sviluppo di nuovi progetti imprenditoriali.

«Il furbo vede le cose come sono, lo stupido come potrebbero essere», si legge nell’autobiografia di Rosso: che ha visto la piana del trevigiano come potrebbe essere in futuro, ovvero il nucleo di una sorta di Silicon Valley italiana.  (more…)

VA’ A LAURÀ, NEGHER

maggio 24, 2011

NON DITE ALLA LEGA CHE GLI EXTRACOMUNITARI FANNO GIRARE (E TANTO) L’ECONOMIA – A MILANO LE IMPRESE GESTITE DA STRANIERI CRESCONO A RITMO DOPPIO RISPETTO A QUELLE TIRATE SU DAGLI ITALIANI E, SECONDO BANKITALIA, IL LORO LAVORO, IN TUTTO IL PAESE, VALE 35 MLD € L’ANNO (IL 3,2% DEL PIL) – GRAZIE AI FRUTTIVENDOLI EGIZIANI, MACELLAI CINESI E BARISTI MAROCCHINI SI RIMPINGUANO ANCHE LE CASSE DELL’INPS, PER GARANTIRE LA PENSIONE AGLI ITALIANI…

Fabio Poletti per “la Stampa“, da “Dagospia

Silvio Berlusconi ha ragione ma sbaglia mira. Non è Giuliano Pisapia a volere una moschea in ogni quartiere di Milano. E’ il cardinale Dionigi Tettamanzi: lo ha detto il 6 dicembre del 2008 in occasione del discorso alla città per Sant’Ambrogio: «C’è bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della città, specie per le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam».

Lo ha detto nel 2008 e lo ripete da allora, una convinzione che si è fatta ancora più forte dopo quella estemporanea preghiera in faccia al Duomo di un centinaio di musulmani, il 4 gennaio di due anni fa. Perché a Milano dove Umberto Bossi teme possa venire costruita la «più grande moschea di Europa», per ora di moschee non ce n’è nemmeno una.

I tre centri islamici più attivi – via Porpora, viale Jenner, via Quaranta – non sono luoghi di preghiera. I musulmani dopo essersi inginocchiati all’Arena, al Palasharp, in qualche sottoscala, nella vicina moschea di Segrate sul confine tra Milano e la Milano 2 di Silvio Berlusconi, aspettano ancora di sapere dove possano riunirsi in santa pace per celebrare le loro funzioni. (more…)

ZITTO, TELECOM CI ASCOLTA!

maggio 19, 2011

LE MIGLIAIA DI DOSSIER ILLEGALI DEL DUO CIPRIANI-TAVAROLI (CHE HA GIA’ PATTEGGIATO 4 ANNI E DUE MESI) NON SOLO NON SARANNO DISTRUTTI PERCHÉ “CORPO DEL REATO” MA POTRANNO ESSERE ESAMINATI – RIGETTATA LA RICHIESTA DI DISTRUGGERE I FASCICOLI (COME PREVISTO DA UN DECRETO 2006 DEL GOVERNO PRODI) CHE RIGUARDANO 132 SOCIETÀ E 4.287 PERSONE FISICHE, TRA CUI DE BENEDETTI E SUO FIGLIO MARCO, MUCCHETTI, I CONCORRENTI VODAFONE, FASTWEB, H3G, GERONZI, BOBO VIERI E MOGGI…

Giuseppe Guastella per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

Sono «corpo del reato» e come tali migliaia di dossier realizzati illegalmente dalla security Telecom non saranno distrutti e potranno essere esaminati, a specifiche condizioni, uno per uno nel corso del processo. I giudici della prima Corte d’Assise di Milano acquisiscono i fascicoli degli 007 e rigettano la richiesta di mandare al macero i dossier in base al decreto legge 259 del 22 settembre 2006.

Un provvedimento varato in tutta fretta dal governo Prodi proprio sull’onda emotiva generata da pochi documenti allegati all’arresto, il 20 settembre, di Tavaroli e del suo investigatore privato di fiducia Emanuele Cipriani e da notizie di fantomatiche intercettazioni illegali.

La Corte- presidente Piero Gamacchio, giudice Ilaria Simi- con un’ordinanza di 15 pagine e dopo 4 ore di camera di consiglio accoglie per intero le richieste del sostituto procuratore Nicola Piacente e rigetta una lunga serie di eccezioni e di richieste delle difese, come quella di distruggere i fascicoli oppure nuovi ricorsi alla Corte costituzionale. Eppure era stato lo stesso pubblico ministero a chiedere, prima del processo, di eliminare quei dossier proprio in base alla «volontà del legislatore storico» del 2006 e alla decisione 2009 della Consulta sulla stessa materia. (more…)

La mafia cinese a crescita record

maggio 18, 2011

Marco Ludovico per “Il Sole 24 Ore

Flessibile, diversificata, camaleontica. Sempre più infiltrata nell’economia e nel tessuto sociale di almeno cinque province: Roma, Milano, Napoli, Firenze e Prato.

È la criminalità organizzata cinese, declinazione illegale di una comunità in continua espansione in Italia. In queste città i cinesi sono una presenza ormai consolidata, ma l’incremento dei reati commessi è costante. Sono tremila, su un totale di 27mila, le segnalazioni della Banca d’Italia.
Non sarà un caso, insomma, se oggi la presentazione a Roma di una ricerca ad hoc di 150 pagine del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) vede la presenza del ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Basta guardare gli ultimi e poco rassicuranti dati: dal 2009 al 2010 aumentano del doppio o anche di più le denunce per estorsione (da 74 a 140), i sequestri di persona (da 20 a 59), le associazioni per delinquere (da 111 a 269), i reati per traffico di stupefacenti (da 78 a 141). (more…)