Archive for the ‘ritratti’ Category

Zolla, gli occhiali magici di un visionario razionale

maggio 31, 2012

Elémire Zolla

La sua lezione per l’oggi è nel corto circuito fra Oriente e Occidente, incanto e tecnica, metafisica ed elettronica

Marcello Veneziani per “il Giornale

Cos’ha lasciato Elémire Zolla, uscito dal mondo il 29 maggio di dieci anni fa? Ha lasciato un paio di occhiali magici per andare oltre la realtà, la vita, la storia. Occhiali magici per congedarsi dal Novecento e dall’occidente, per distaccarsi dal mondo e per cercare nella Tradizione tracce di sacro e presagi di futuro.

È curioso pensare che l’autore di Volgarità e dolore (Bompiani), che nel 1962 accusava l’industria, la tecnica e l’industria culturale in particolare, di sfregiare il mondo, violare la sua bellezza, corrompere gli animi, trent’anni dopo in Uscite dal mondo (Adelphi e ora Marsilio), si sia innamorato della realtà virtuale, «vertice e rovesciamento salutare della rivoluzione industriale».

Trent’anni prima il cinema era da lui disprezzato come Grande Corruttore e arte minore, e così la televisione; trent’anni dopo, i pixel, i pc, gli occhiali magici, generavano per Zolla una grande palingenesi da schermo: la realtà virtuale ci solleva dalla realtà volgare. La liberazione indù tramite la liberazione in 3D. Cortocircuito tra occidente e oriente, tra tecnica e magia, tra elettronica e metafisica.

Questo fu Zolla che sempre fece dell’estraneità al suo tempo, il Novecento, e al suo luogo, l’Italia, la cifra del proprio pensiero. Nella sua opera, Zolla inseguì i mistici d’occidente e i sapienti d’oriente, ritrasse aure e archetipi, si soffermò sullo stupore infantile e presentò gli hobbit di Tolkien, navigò nell’alchimia, frequentò gli sciamani e le ebbrezze dionisiache, narrò di amanti invisibili e androgini, si spinse a definire cos’è la Filosofia perenne e la Tradizione: civiltà del commento, rispetto alla modernità, che è civiltà della critica. Ma a volte poco civiltà, per Zolla, e poi la critica migliore per lui si fa all’ombra della tradizione; ci vuole un punto fermo e trascendente per giudicare.
Nonostante la sua dura critica della modernità – che però aveva punti di contatto con la scuola di Francoforte – Zolla non fu un maestro di tradizione spregiato dalla cultura e dai media, anzi scrisse per i maggiori quotidiani, pubblicò con le maggiori case editrici, ebbe cattedra universitaria alla Sapienza romana e dialogò col suo tempo e i potenti della cultura.

Non fu un Evola, e nemmeno un Guénon, e non ne subì la sorte. Duettò con Moravia come con Del Noce, pubblicò con Einaudi e Adelphi come con la Rusconi di Cattabiani. Andò perfino in tv. Una volta mi trovai con lui, ospiti di Barbiellini Amidei, a discorrere in tv del sacro nel nostro presente. Temo di averlo visto anche sul palco del Maurizio Costanzo Show. Eppure il suo itinerario resta eccezionale, nelle sue opere, nelle sue conoscenze, nei suoi amori con tre donne non comuni: prima la poetessa Maria Luisa Spaziani, poi la straordinaria Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo, venuta da un altro mondo e vissuta con lui per tanti anni fino alla sua morte precoce, in uno «strano rapporto», come lui stesso disse a Doriano Fasoli (Un destino itinerante, Marsilio); infine, l’orientalista Grazia Marchianò, a cui si deve una bella biografia di Zolla, Il conoscitore di segreti (Marsilio). Che fa il paio con il recente Elémire Zolla. La luce delle idee di Hervé Cavallera (Le Lettere).

Curioso pensare che sulla sua rivista, Conoscenza religiosa, Zolla, pensatore gnostico e aristocratico, abbia pubblicato, ammirato, uno scritto del santo più popolare, ruvido e miracoloso del ’900, Padre Pio: Breve trattato della notte oscura, che Zolla definì «un capolavoro, nello stile dei mistici del Seicento».
Benché accostato a Julius Evola nel nome della Tradizione e degli studi orientali, di René Guénon e di Mircea Eliade, Zolla ebbe antipatia e disagio nei suoi confronti e preferì tenersi lontano da lui e non essere assimilato alla sua demonizzazione. Pur vivendo entrambi per molti anni a Roma, neanche lontani, non ebbero contatti. Evola lo liquidò con giudizi sprezzanti (il suo libro Che cos’è la Tradizione lo definì «pretenzioso»). Zolla preferì non parlarne mai in Italia, salvo giudizi sprezzanti di passaggio (per esempio quando scrisse del massone esoterico Arturo Reghini, sodale di Evola per molti anni). Ma vent’anni fa ci capitò di scoprire e di render noto in Italia che Zolla aveva scritto pagine non del tutto critiche su Evola nella rivista americana Gnosis della Lumen Foundation. Pagine non tradotte in Italia, a differenza di analoghi profili, come quello su Reghini. Del resto, lo stesso Zolla, nel libro intervista a Fasolo, cita André Malraux che dopo aver detto di considerare Guénon la vera novità del suo tempo, aggiunse «però non bisogna parlarne»…

Se dovessimo definire il pensiero di Zolla dovremmo parlare di Gnosi e di Sincretismo, sia sul versante filosofico che religioso. Zolla non coltiva l’autorevolezza impersonale di Guénon, si avverte nelle sue pagine la sua presenza e la sua opinione, il suo stile letterario, i suoi gusti narrativi, la sua soggettività. Del resto, il sincretismo presuppone un soggetto che sceglie e combina tradizioni differenti, miscela fedi e culture diverse; assembla, rimescola, opera, come un alchimista. A volte la sua fu alchemicamente «un’opera al nero»: Zolla ha viaggiato anche all’inferno, dal suo romanzo d’esordio, ora ristampato, Minuetto all’inferno, alle pagine dedicate ai demoni e al satanismo, alla magia nera e ad alcuni aspetti «sinistri» delle tradizioni d’oriente e d’occidente. Zolla ha rappresentato nei piani alti e sacri del sapere un bisogno diffuso anche nei piani bassi e profani, nelle pieghe delle inquietudini contemporanee e nei risvolti del nichilismo di massa: fuoruscita dalla storia e dal proprio tempo, ebbrezze dionisiache ed esotiche, oracoli e oroscopi, tisane e percorsi emozionali, segni zodiacali e altre forme di esoterismo di massa, un ossimoro e una contraddizione in termini. Del resto i seguaci del Siddharta di Hesse, di Castaneda e Hillman, degli intellettuali-sciamani a metà strada tra Jung e i «lanzichenecchi del nulla», hanno uno spazio non di nicchia nell’ipermercato del nostro tempo.

Pur distante, Zolla appare in sintonia con il fiume carsico dei nostri anni e la sua ansia di oriente e nirvana. Ma i suoi occhiali magici non sono quelli di Harry Potter.

Due romanzi, racconti inediti e un ritratto del grande autore danese

maggio 26, 2012

Herman Bang

Daniele Abbiati per “il Giornale

Bang, un colpo di pistola al cuore di alcuni «ismi» (il conformismo, il bacchettonismo, il provincialismo…). Ed Herman, una carezza a un altro «ismo», l’impressionismo. Herman Bang (1857-1912) era infatti, altre che “l’Oscar Wilde danese”, lo scandaloso e goffo dandy dai grandi occhi indagatori, l’attore e impresario teatrale pasticcione, il viaggiatore in fuga dalle voci maligne, anche il primo grande scrittore impressionista. Lo disse Claude Monet, uno che di impressioni in punta di pennello se ne intendeva…
Ma in Herman Bang, uno di quei classici misconosciuti e lasciati macerare, dagli editori distratti, nella corrosiva salamoia dell’oblio, troviamo molto altro ancora. Ecco, se ne osserviamo il volto ci pare già di riconoscere quasi un fratello di Marcel Proust, però dai tratti meno gentili e più passionali. E se poi lo leggiamo, il suo proustismo fisiognomico assume, per converso, una consistenza da acquerello, una levità fabulosa e onirica che fanno pensare non soltanto alla Recherche, e assumono una musicalità alla Valle-Inclán. La casa bianca (1898) e La casa grigia (1901), che Iperborea ripropone da oggi dopo l’edizione Marietti dell’86, sono i ricordi della bella e della brutta stagione: da un lato l’infanzia e l’adolescenza idillica sull’isola di Als, con la figura dolcemente dominante della madre e del suo spirito poetico; dall’altro il passaggio alla maturità a Copenaghen, con la sagoma del nonno, «Sua Eccellenza», medico-filosofo novantenne, a scandire i nuovi tempi del disincanto e delle ristrettezze. Gli Hvide sono letterariamente coetanei dei Buddenbrook manniani, e un sottile legame di affinità elettive lega le due famiglie. Le vicende, qui come là, si trascolorano assorbendo l’inchiostro della Storia. E se nel grande affresco del tedesco è la dittatura dell’economia a governare di lontano la trama più che secolare, nei quadri del danese a fare da spartiacque è la catastrofica guerra con la Prussia del 1864. Lì si colloca la perdita dell’innocenza per un mondo ovattato e familistico, figlio della tradizione e delle piccole cose di ottimo gusto.
E allora, dov’è l’eccentricità di Bang, perché lo si avvolse, ancora in vita, nel sudario di una pelosa damnatio memoriae? Per la sua omosessualità, ovvio, e per il suo schierarsi con decisione nel campo degli sconfitti. Per quel Mikaël che narra dell’amore fra un bel giovane e il pittore Claude Zoret, forse realizzato sul modello di Rodin, per Generazioni senza speranza, e per Lungo la strada, e per quella Tine vittima dell’invasione dello Schleswig. Tutti perdenti, tutti ostaggio di un dualismo cannibale, i suoi personaggi portanti, stretti nella morsa tra convenzione e inclinazione. Il flaubertiano «c’est moi», Bang in cuor suo lo dichiarò per loro, i reietti e gli spiantati.
Ma lui stesso, nell’ultima trasferta per la sopravvivenza civile, quella che ebbe come tappa e ultima meta la patria delle libertà, gli Stati Uniti, diviene personaggio sotto la penna di Klaus Mann, il figlio primogenito di Thomas, anch’egli abituato a pagare a caro prezzo la propria «eresia» sessuale. Sempre Iperborea, in occasione del centenario della morte di Bang e nel contesto del Festival di Cultura Danese in corso a Milano fino al 25 giugno, presenta per la prima volta in italiano il ritratto dal titolo céliniano Viaggio al termine della notte. Herman Bang all’interno del volume L’ultimo viaggio di un poeta, che comprende due racconti inediti di Bang (Il transatlantico e Il biglietto di ritorno) e la sua ultima lettera all’amica Betty Nansen.
La comunità danese degli States, all’inizio del ’12, è in subbuglio per l’annunciato arrivo di quel gatto nero lunatico e pericoloso. Fra dame ingioiellate e severi professori corre voce che sia drogato, perverso, corruttore. Ma lui, con di fianco l’aitante John, il suo «angelo custode» affiancatogli dagli organizzatori, sale sul palco a New York per una lettura pubblica dei suoi scritti, in cui scatena un’irresistibile verve istrionica. Fa riflettere, commuove, coinvolge. Pochi giorni dopo, è di nuovo in viaggio in direzione West Coast, senza angelo custode. Morì su un treno, e da solo, come si conviene a un gatto nero.

L’artista della coscienza

maggio 25, 2012

Fabio Mauri

Oggetti e utopie di Fabio Mauri, il male del mondo in una valigia.   Anticipiamo un brano della prefazione di Umberto Eco al volume dedicato al celebre pittore. Che raccontava la storia come non avrebbe dovuto essere. Se Guttuso era “politico”, lui meditava sull´orrore in atmosfere semibuie, non era sorretto da alcuna ideologia dominante. Diceva: “Mi sono sempre chiesto che opere farei di fronte all´Apocalisse… Nasce la decisione ferma di seguire poche cose”

Umberto Eco, da “la Repubblica”

È stato Fabio Mauri un pittore figurativo – visto che si era chiesto cosa fosse la figuratività in un intervento del 1997? Certo, se lo si paragona, che so, a Mondrian, Mauri ha proiettato su cose o corpi riconoscibili immagini di altre cose o addirittura ha messo in scena (installato) oggetti che di per sé dovrebbero rappresentare solo se stessi: uno zaino, un vecchio corno, un orologio, molte valige. No, se il pittore figurativo dei tempi suoi, e per eccellenza, era Guttuso.
Negli anni in cui si sviluppa la vocazione artistica di Mauri, Guttuso era il pittore «politico» per eccellenza, impegnato, sorretto da una ideologia fortissima, quella di un partito e – si noti – ottimisticamente certo della propria ideologia e sventolante come una bandiera rossa. Negli stessi anni Mauri, invece, meditava sull´orrore in atmosfere semibuie, era poco incline all´utopia, non era sorretto da alcuna ideologia dominante, e tempo dopo ha affermato: «io non facevo politica, ma coscienza; è una cosa identica e insieme profondamente diversa. Sentivo che la volontà di far politica poteva diventare presunzione. Molte volte sono stato invitato a fare parte di gruppi, ma ho sempre detto di no, io non faccio arte politica, dicevo, non sono un militante di partito, non mi calo in una postazione e se lo faccio, lo faccio già attraverso una moralità dell´arte» (Intervista, 2009).
Eppure tutta l´arte di Mauri parla del mondo così come è, come è stato, e come non avrebbe dovuto essere.
Verso la fine della sua carriera artistica e terrena, Mauri si era detto: «Non so ancora se a Dio interessi l´arte, non l´ho mai capito, tanto meno la mia che sottolinea il male per cui ho un certo occhio» (Nota autobiografica, 2002). E che occhio. Mauri ha sempre raffigurato il Male, di cui aveva tanto sofferto. (…)
Alla base di tutte le esperienze artistiche di Mauri c´è un sentimento fondamentale di insicurezza. (…). È incerto sulla sua incertezza. Analizzate in termini logici questa frase: «C´è sempre il suicidio a indicare il punto irremovibile d´uscita per la sopravvivenza dell´artista al crollo dell´idea che il rapporto tra sé e il mondo sia inconciliabile» (Blu cobalto, 1982). A che cosa dovrebbe sottrarci il suicidio? All´idea che il rapporto tra artista e mondo sia inconciliabile o al crollo (persino) di questa idea? Ad ogni buon conto, forse perché era insicuro di entrambe le interpretazioni di quell´affermazione, Mauri non si suicida. Lavora per decenni a spiegarci (e a spiegare a se stesso) perché.
Di che cosa non è incerto? La sua vita è davanti ai nostri occhi per ricordarcelo: non è incerto sulla funzione catartica dell´arte, sola terapia possibile.
Non è incerto delle sue «proiezioni». Aveva detto che l´esistenza non è priva di senso, ma non possiede tutto il senso di cui ha bisogno. Insicuro sul senso dell´esistenza, la sottopone alla manipolazione dell´arte. Se potrebbe essere privo di senso un corpo umano, dal torso di un amico al proprio volto, Mauri con le sue proiezioni cerca di trovare quel senso: «Noi proiettiamo come su uno schermo la nostra cultura, la nostra decifrazione delle cose del mondo … La proiezione mi spiega la nascita del significato, così vedo che la proiezione modifica il senso dell´oggetto» (Alfabeta2, 2, 2010).
«Nel 1978 tentai di esemplificare materialmente, attraverso una performance fondata sul cinema, la complessa parabola del pensiero. Una serie di proiettori dirige i suoi film su una pari serie di schermi. Oggetti-schermo: un corpo nudo di negra, una conca di latte, un ventilatore in moto, una bilancia ecc. Schermi anormali dunque. Altrettanti veri oggetti del mondo. Si assiste alla dimostrazione fisica della nascita del significato».
E tale è anche il modo in cui il Mauri “nuovo realista” sottrae gli oggetti alla loro fisicità abitualmente attonita. Si veda l´uso che egli fa delle valige per raccontarci, con gli orrori dell´Olocausto, la melanconia del Muro del Pianto, l´insicurezza di una diaspora permanente, quel popolo ebreo a cui varie volte avrebbe desiderato appartenere: la valigia, il muro di valige, l´ammasso di valige diventa la storia di un viaggio continuo. Ecco come gli oggetti, se stupidi, acquistano un senso. Isolando gli oggetti, Mauri (che tra l´altro pare carnalmente amarli, e compiacersene) ne fa apparire quel senso che essi hanno (o acquistano per mano sua) in più.
Di tutti i sensi che l´esistenza, e la Storia, possono assumere, Mauri ha quasi sempre scelto il più malefico (fare arte è per lui terapia di un Male che ha sperimentato): «Ricompongo con pazienza con le mie mani, l´esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali» (Ebrea, 1971). Lo aveva detto, di avere un occhio per il Male.
Ed ecco dunque la sua ideologia: l´arte è il modo di rivivere (e non dimenticare) la storia del presente: «Un testimone, più paziente che attore, decide di reagire poeticamente, utilizzando la “distanza” della storia. A forza di inconfutabile memoria, egli rimonta un evento d´archivio, raccostandolo, nel ripresentarlo come “vero”, al presente … Si traduce il passato in presente» (Cosa è, se è, l´ideologia nell´arte,1984).
Mauri è stato artista impegnato a ricostruire l´esperienza del turpe senza essere artista politico dato che la sua unica certezza non era un progetto sul dover essere ma un rifiuto dolente di quello che era stato.
«Mi sono sempre chiesto che opere farei di fronte all´Apocalisse… Nasce la decisione ferma di seguire poche cose, fuori epoca, che ricordano i presenti e chi c´è già stato. Pochi temi interrogativi, il motivo dell´esistenza, la sua fine, il male, l´ingiustizia, il dolore… Il senso del mondo si tramuta in un sentimento di strazio… Questa mia è una resa formale. Una bandiera bianca. Una certa misura di resa può scoprire forse alternative inedite di pace» (La resa, 2002).
Ho in casa un quadro di Fabio: una scritta su un pallido sfondo grigiastro, «The End».
Vedo che nell´installazione del 2003 dedicata al Muro del Pianto, dietro a una barriera di valige, campeggia uno schermo con la stessa scritta. Ogni viaggio ansioso ha una fine. Una delle poche certezze di un uomo insicuro.

Diritti Globali

Il futurista di Hollywood

maggio 18, 2012

Mariarosa Mancuso per “Il Corriere della Sera

Prima di Saul Bass, i titoli di testa dei film venivano proiettati senza neanche darsi la pena di sollevare il sipario. Fu nel 1955, quando uscì L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, che i proiezionisti ricevettero assieme alle bobine un bigliettino: «Alzare il sipario prima di proiettare i titoli». Invece del solito elenco di nomi, gli spettatori videro un gioco di righe bianche su fondo nero che, al ritmo della musica di Elmer Bernstein, si trasformava nella silhouette di un braccio deforme. Dimenticarono per un attimo di sgranocchiare il popcorn: lo spettacolo era iniziato, l’atmosfera del film — protagonista Frank Sinatra, in faticosa disintossicazione casalinga dalla morfina — li aveva già conquistati. La sagoma campeggiava anche sul poster: e ci volle un bel coraggio, in pieno star system, a scegliere l’astrattezza della grafica e non un riconoscibile ritratto dell’attore e cantante.

La collaborazione di Saul Bass con Otto Preminger era iniziata con il manifesto di Carmen Jones, la Carmen all black con Harry Belafonte e Dorothy Dandridge. Dopo i primi successi, Saul Bass disegnò titoli di testa per Alfred Hitchcock, Robert Aldrich, Carol Reed, Billy Wilder, Stanley Kubrick, Martin Scorsese. Una sessantina in tutto, più che sufficienti per collocarlo tra i grandi protagonisti del cinema. E per rivolgergli un pensiero affettuoso quando vediamo pellicole che iniziano direttamente con la prima scena, a volte piuttosto lunga. Poi all’improvviso — quando ormai non li aspettiamo più — arrivano il titolo e il nome del regista.

I suoi titoli di testa, come i suoi manifesti, si riconoscono all’istante. Per i colori decisi e contrastanti, per le scritte a stampatello (il carattere si chiama Hitchcock e, assieme al Silentina che serviva per le didascalie dei film muti, è uno dei due intrecciati con il cinema). Per la modernità, che puntava sulla forza di immagini semplicissime, rinunciando alle cornici elaborate o agli svolazzi da scuola di calligrafia.

Per Uno due tre! di Billy Wilder disegnò una ragazza con tre palloncini bianchi all’altezza del seno: un misto di candore e di sensualità, perfetto per aggirare la censura. Per Bonjour tristesse abbozzò un ritratto di ragazza, con una grossa lacrima rubata a un disegno infantile. La donna che visse due volteebbe la sua ipnotica spirale, presa da un libro di matematica.

Nessuno meglio di Saul Bass sapeva legare le sequenze animate alla prima scena del film. La griglia diIntrigo internazionale si trasforma nella facciata a specchio del Palazzo delle Nazioni Unite. West Side Story inizia rivelando l’isola di Manhattan, e nei titoli di coda i nomi degli attori appaiono come graffiti su un muro. Il fattore umano, tratto da Graham Greene, ha come icona una cornetta del telefono e un filo attorcigliato che si sfilaccia.

Era nato l’8 maggio del 1920 a New York, quartiere Bronx, da genitori immigrati dalla Russia (il padre faceva il pellicciaio). A sedici anni trovò lavoro in un’agenzia pubblicitaria, e si definiva un «subway scholar», per i molti libri letti in metropolitana. Ebbe come maestro il pittore e designer ungherese Georgy Kepes, che aveva trasportato negli Stati Uniti i principi della Bauhaus (e anche un po’ di costruttivismo russo). Nel 1946 si trasferì a Los Angeles, dove una decina di anni dopo aprì uno studio suo, Saul Bass & Associates.

Terminata la prima stagione d’oro cinematografica, negli anni Settanta si dedicò con la moglie Elaine al disegno dei loghi e delle immagini aziendali. Fece centro un’altra volta. Portano la sua firma la At&t, la Minolta, la Quaker, le United Airlines, i fazzoletti Kleenex, le stazioni di servizio Exxon, molte copertine di dischi e di libri. Preparò anche un’installazione per la Triennale di Milano del 1968, cancellata per la protesta studentesca. Disegnò il manifesto per i Giochi Olimpici del 1984 a Los Angeles.

A ripescarlo dal dorato esilio fu Martin Scorsese, che da ragazzo lo venerava. E da adulto lo considerava «un genio che trova la bellezza nella modernità e nell’industria». Lo riportò al cinema commissionandogli i titoli di Goodfellas e L’età dell’innocenza. Saul Bass morì nel 1996. L’obituary sul «New York Times» gli riconobbe un talento unico nel sintetizzare in una sequenza d’apertura due ore di film: lo spettatore poteva alzarsi soddisfatto e tornarsene a casa.

Lo celebra di recente un volume con 1400 illustrazioni: Saul BassA Life in Film and Design, scritto dalla figlia Jennifer Bass e dallo storico del design Pat Kirkham, con prefazione di Martin Scorsese (Laurence King Publishers). La sua influenza si fa sentire nei titoli di testa della serie tv Mad Men, con la sagoma dell’uomo che precipita sullo sfondo del grattacielo (già evocata nei romanzi L’uomo che cadedi Don DeLillo e Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer). Prima, era stato omaggiato da Olivier Kuntzel e Florence Deygas, nei titoli di testa di Prova a prendermi, e da Spike Lee nel manifesto di Clockers. Questa era l’intenzione del regista, ma Saul Bass parlò francamente di furto: la sagoma umana bucata dai proiettili copiava spudoratamente il manichino disarticolato di Anatomia di un omicidio. Con il senno di poi, si pentì anche del braccio deforme: troppi lo avevano imitato.

Volendogli trovare un erede, possiamo pensare al britannico Olly Moss, che riprende la grafica dei classici volumi Penguin degli anni Sessanta e Settanta: ma i titoli son quelli dei videogiochi. Lo stesso artista ha messo in mostra silhouettes di stampo ottocentesco, dedicate però ai personaggi della cultura popolare, dai protagonisti dei Simpson al cuoco Linguini di Ratatouille. I suoi manifesti cinematografici, pubblicati sulla rivista «Empire» e molto ammirati su Internet, usano colori primari e uno stile grafico pulitissimo. Derivano dal lavoro di Saul Bass anche le molte gallerie di minimalist movie poster: pochi tratti, ma il film si riconosce all’istante.

Il lungo rapporto con il cinema — e il terrore mai superato per la pagina bianca, si dichiarava «dotato di poca immaginazione e di molta perseveranza» — gli suggerì un cortometraggio premiato con l’Oscar:Why Man Creates (senza titoli di testa, entra subito in materia). Nel 1974 girò un film di fantascienza intitolato Fase IV: distruzione Terra. Il manifesto è quanto più lontano possibile dallo stile Saul Bass: una realisticamano assalita da una formica assassina. Accade nel deserto dell’Arizona, dove le formiche sono diventate intelligenti, costruiscono colonne simili a Stonehenge e divorano gli umani. Non fu un grande successo.

Un anno prima, a Londra, dichiarò che era stato lui — e non Hitchcock — a disegnare lo storyboard e a girare la sequenza della doccia in Psycho. La versione di Alfred, nell’intervista rilasciata a François Truffaut, dice invece che Saul Bass disegnò lo storyboard per un’altra scena, poi scartato perché «non funzionava». Il regista titolare non commentò mai in pubblico la richiesta di paternità. Mr Bass, che evidentemente non l’aveva presa bene, affidò al giornalista i suoi disegni e la definitiva dichiarazione: «È un genio, ma non capisco perché a un genio si debba perdonare tutto».

Norman Manea: Il dolore dell’esilio che nutre la vita

maggio 11, 2012

«Vita e Morte» (1908) un dipinto dell’artista austriaco Gustav Klimt (1862-1918), protagonista della Secessione viennese

Dalla tragedia dello sradicamento una fonte inesauribile di creatività

Claudio Magris per “Il Corriere della Sera

Secondo Marx, i grandi eventi storici si presentano una prima volta in forma di tragedia per ripetersi in forma di commedia; nella storia contemporanea, scrive Norman Manea nel suo romanzo Il rifugio magico, la farsa precede la tragedia. Forse nessuno lo ha sperimentato sulla propria pelle come l’esule est-europeo fuggito in America dal nazismo o più tardi dal comunismo, superstite di tragedie grandiose e devastanti finite in indecorosa commedia e catapultato, come un alieno, in un «grande mercato carnevalesco – scrive Manea – in cui niente sembra più udibile se non è scandaloso, ma niente è abbastanza scandaloso da diventare memorabile». La realtà contemporanea appare allo scrittore un circo, un avanspettacolo di acrobati e clown che annuncia incombenti catastrofi.

Norman Manea è partito dalla tragedia, che nutre la sua narrativa di grande scrittore cui si devono grandi libri – Ottobre ore ottoIl ritorno dell’huliganoLa busta nera, per citarne solo alcuni, noti in Italia soprattutto grazie alle eccellenti versioni di Marco Cugno, suo finissimo interprete – e ha accompagnato la sua esistenza, senza piegare la sua libertà e coerenza morale e senza intaccare la sua amabile, affascinante ironia ebraica, che lo fa assomigliare a quei modesti, rispettosi e anche sfacciatamente indistruttibili personaggi della letteratura jiddisch, cui tutto va storto ma che niente abbatte e ai quali la fede ha insegnato a ridere del mondo, pur spesso così terribile, e magari anche di Dio che lo ha creato così, quasi all’ultimo momento gli fosse un po’ sfuggito dalle mani.

Nato nel 1936 a Suceava, in Romania – più precisamente in Bucovina, crogiolo plurinazionale e multireligioso di culture – Manea conosce come pochi altri «la sarcastica simmetria dell’esilio», com’egli l’ha chiamata, e ne ha fatto la chiave per capire e rappresentare il mondo e la sua incomprensibilità. Sono gli scrittori mitteleuropei ad aver vissuto con particolare intensità l’esilio quale forma di vivere, come rivela Enzo Bettiza nel suo splendido Esilio. A cinque anni Manea è stato deportato con la famiglia, in quanto ebreo, dai tedeschi nel Lager della Transnistria, in Ucraina. Nella Romania del dopoguerra ha vissuto gli anni peggiori del comunismo satrapesco, «miscuglio bizantino di demagogia, miseria e terrore» che trasforma la patria in esilio, in un luogo in cui non ci si può sentire a casa, perché tutto è diventato altro, deformato e falso. Nei suoi romanzi e nei suoi saggi la perversione totalitaria non è solo tirannide imposta all’individuo dall’esterno, ma è divenuta corruzione interiore della persona, vizio e droga alla fine difficilmente distinguibili dalla natura dell’individuo stesso. Si scrive, ma si finisce anche per vivere, in uno stile cifrato, che nasce per sfuggire alle maglie di una tirannide politica e diviene un modo di essere, un depistaggio per sottrarsi alle maglie di ogni potere, anche a quello gelatinoso delle società in cui dostoevskijanamente «tutto è permesso».

Ammirato da Heinrich Böll e da Philip Roth, Manea, sempre più vessato dal regime romeno per la sua coraggiosa indipendenza, è emigrato nel 1986 negli Stati Uniti, dove insegna al Bard College. Altro esilio: «liberatorio», come egli ha scritto con grande riconoscenza al Paese che lo ha accolto nella libertà e gli ha dato la possibilità di lavorare e di vivere, ma pur sempre esilio, esistenziale e soprattutto linguistico; «combustione in profondità» e possibile «olocausto» per uno scrittore – ha detto – privato dell’immediatezza della sua lingua e dunque incrinato nella sua identità. Tale scissione è tragicomica; lo scrittore assomiglia più di ogni altro a un clown – figura analizzata da Manea in incisivi saggi – esposto alle botte e alle manfrine della storia universale.

L’esilio è il tema delle Conversazioni in esilio tra Manea e Hannes Stein, edite ora dal Saggiatore nella versione di Agnese Grieco, come delle pagine errabonde di Al di là della montagna; è pure il Leitmotiv del romanzo Il rifugio magico, uscito alcuni mesi fa presso il medesimo editore nella traduzione di Marco Cugno. Parlando con Hannes Stein, scrittore e giornalista che vive a New York, in inglese («la lingua dei senzapatria», dice Stein) Manea – ironicamente e dolorosamente comprensivo di tutta la gamma dell’umano, compresi la menzogna e l’orrore, ma inesorabile nella sua precisione che è insieme onestà morale e rigorosa poetica – penetra come un coltello in quel basso ventre della cultura e della vita che è il Sudest europeo, specialmente la Romania negli anni della Guardia di Ferro fascista e poi del comunismo e di Ceausescu, perversioni non solo politiche ma, prima ancora, culturali, intellettuali ed umane.

Il caos delle leggi razziali, col loro intreccio di fanatismo orrendamente «puro» e di sudicia corruzione d’infimo grado, gli anni staliniani di depravazione e di tragedia, le proteiformi trasformazioni e rinascite dell’antisemitismo vecchio e nuovo emergono con vivezza, tracciando l’immagine di un mondo pervertito in cui, paradossalmente, la falsificazione totale della vita pubblica sembra stimolare, quale estrema resistenza, un’integrità di vita privata, una raccolta interiorità che in Occidente appare più indifesa, più esposta a una sorta di videogioco in cui non si distinguono più passioni recitate e passioni vere, volti in carne e ossa e immagini digitali, così come si finisce spesso per non distinguere alla tv le scene di un film dalle interruzioni pubblicitarie. E Norman Manea, con la sua aria dimessa e sorniona, si rivela, in queste conversazioni, uomo di valori forti e di sentimenti profondi, come indicano i concisi accenni alla sua vita affettiva e in particolare al suo matrimonio d’amore e alla sua vita con Cella, sua moglie. Siamo amici da molti anni, uniti da parecchie affinità, fra cui una comune difficoltà a staccarci da qualsiasi cosa, persone, paesaggi, lingua, casa. Non sembriamo fatti per l’esilio…

Nelle Conversazioni e nel Rifugio magico l’esule approdato in America viene talora risucchiato nelle sabbie mobili di quella grande e spesso cialtronesca cultura romena che ha genialmente indagato e talora pasticciato e falsificato l’universo del mito, disprezzando le ideologie (quelle liberali e democratiche) in nome delle ineffabili verità dell’occulto e compromettendosi con la più pacchiana delle ideologie, col fascismo e con l’antisemitismo nazistoide. Mircea Eliade, il più grande rappresentante di questa cultura in adorazione del Minotauro, è presente infatti, in un personaggio centrale ricalcato su di lui, nel Rifugio magico e, nelleConversazioni, quale mostro sacro, oggetto di un culto intollerante di ogni critica, come ha sperimentato in passato Manea stesso nelle reazioni a un suo articolo su di lui, tutt’altro che privo di ammirazione per la grande opera di mitologo, ma scevro di ogni succube devozione liturgica.

Manea ha ben presente la forza di certe intuizioni di quella cultura che comprende anche altri nomi famosi, ad esempio Cioran, e nel romanzo fa dire al «Vecchio», figura nella quale è adombrato Eliade, che l’unica salvezza è ampliare il labirinto, il regno del Minotauro, sino a includere in esso il mondo intero. È il tono ieratico e iniziatico di quella cultura, così vezzeggiata in Occidente, che Manea demistifica, mostrando la banale volgarità di tante sue pose. Il mito, così profondamente studiato da Eliade, rivela una verità solo quando lo si guarda con spirito illuminista, sfatando la sua pretesa di esser preso alla lettera, che lo declassa a goffo idolo. Nel romanzo di Manea questa cultura esoterica – che pretende di abitare l’ineffabile non-tempo del mito ed è intrisa di esaltato nazionalismo storicamente datato – è come una medusa arenata sulla spiaggia, che perde le sue iridescenze. La verità dell’esilio è anche lo smascheramento del Minotauro, la scoperta che può essere un trucco da baraccone; allineati negli appositi reparti del supermarket universale e offerti a buon prezzo, quei magici amuleti rivelano la loro componente kitsch; l’antisemitismo, del resto è per eccellenza un cocktail di orrore e kitsch, una cartina tornasole che rivela quanto sia facile declassare i Misteri eleusini a tunnel dell’orrore di un luna park. L’occulto, scrive Manea, diviene così «un soggetto da commedia», una farsa, come i sospetti della polizia segreta comunista che vede ovunque trame oscure. L’esule, che proviene dal mondo atroce e atrocemente ridicolo della Guardia di Ferro e della Hiroshima di Ceausescu (così la gente di Bucarest chiamava i quartieri della città demoliti dal Conducator per costruire il suo faraonico palazzo del potere), sa di recare in se stesso questa degradazione, di essere, come si dice nel romanzo, «un buffone est-europeo».

In Al di là della montagna, Manea si confronta con due grandi figure che hanno assunto su di sé – come il Messia peccatore della tradizione ebraica, che prende realmente e non solo metaforicamente il Male nella sua persona per distruggerlo insieme a se stesso – l’orrore, la tenebra e la menzogna universale. Uno, poco noto in Italia, è Benjamin Fondane, filosofo e scrittore romeno, ebreo d’origine tedesca dai molti nomi, trasferitosi a Parigi da dove, durante la Seconda guerra mondiale, è stato deportato e assassinato ad Auschwitz. L’altro, simbolo ormai per il mondo intero di una poesia che per essere autentica deve bruciarsi insieme alla vita dell’autore, è Paul Celan, ben noto in Italia soprattutto grazie alle splendide versioni di Giuseppe Bevilacqua. Due esuli; nelle pagine loro dedicate, arricchite da un dialogo con Ilana Shmueli che fu amica e per breve tempo amante di Celan, Manea va al cuore di un esilio che riguarda non un Paese, una patria o una lingua, ma la vita stessa.

Celan non è morto a Auschwitz, ma in un Lager nazista sono morti i suoi genitori e, come è stato detto, egli «scrive come se scrivesse dopo la sua morte», dopo il suo suicidio nella Senna. Ben più dei grandi mitologi suoi connazionali. Affascinato dai misteri orfici, egli ha portato all’estremo lo spegnersi della poesia nella notte orfica dell’assoluto e della morte, il canto d’amore che è, come testimonia pure Ilana Shmueli, rinuncia all’amore, impossibilità di vivere insieme. Adorno, in una celebre frase, ha detto che dopo Auschwitz non si possono scrivere poesie; sentenza sbagliata e non solo perché smentita – ad esempio da Celan – ma perché proprio dopo Auschwitz è necessario scrivere poesie. Adorno si è corretto, precisando che dopo Auschwitz la poesia autentica non può abbandonarsi al sentimento di lasciarsi vivere, ma ha bisogno di assumere su di sé quella stessa freddezza, quella mancanza di calda umanità normale che alla fine ha permesso l’inumanità di Auschwitz. Celan l’ha assunta e non ha retto a questa assoluta negazione, a questa necessità di sacrificare l’umanità alla poesia.

L’esilio è necessario alla vita e alla creazione; senza l’esilio da Troia, la stirpe di Enea non fonderebbe Roma e l’Esodo, come racconta la Bibbia, è necessario alla Storia Sacra. L’esilio si identifica con la vita, perché – ha scritto Manea in un suo romanzo – «ha inizio nel momento stesso in cui lasciamo la placenta materna». Ma Norman è troppo ironicamente esperto del circo e del mercato universale per non sapere che anche l’esilio – come il mito – può diventare slogan politico o spot pubblicitario. «Esuli di tutti i Paesi – si dice nel Rifugio magico – unitevi».

Zolla, lo sciamano che viaggiava fuori dalla storia

maggio 8, 2012

Elèmire Zolla

Luca Negri per “il Giornale

Dieci anni fa, proprio in maggio, Elèmire Zolla lasciava a terra le sue spoglie di ultrasettantenne ed approdava nel continente metafisico che probabilmente già visitò nel corso della vita. «La metafisica è ben più che un linguaggio», aveva scritto, ma “un’esperienza che trasforma”. E’ infatti credibile che l’aver frequentato per anni mistici, sciamani ed alchimisti gli abbia reso dolce il transito. Comunque rimangono le sue opere, fra le più preziose del Novecento italiano, perché a Zolla riuscì benissimo la missione di sprovincializzare la cultura del nostro paese, aprendola alle Americhe e all’Oriente. Si sentiva «alieno dalle imposizioni marxiste o fasciste» e alla furia fin troppo razionale degli anni di piombo rispondeva animando la rivista Conoscenza religiosa. La soluzione del problema uomo, della tragedia ripetuta chiamata storia, della nostra stessa esistenza, lui suggeriva di cercarla sulle orme dei classici, fuori dalla storia, oltre il rinserrarsi «nell’umano che soffoca». I suoi stessi libri, saggi dottissimi ma per nulla barbosamente accademici, sono promettenti inviti all’esodo. Ed è un bene che in occasione del decennale della dipartita Marsilio ripubblichi tre titoli, di conferma per i tanti appassionati e di stimolo per i neofiti. Il conoscitore di segreti è la «biografia intellettuale», metà storia della sua vita e metà raccolta di saggi e pezzi giornalistici, curata dall’orientalista Grazia Marchianò, moglie di Zolla negli ultimi anni. Tutte le fasi, le passioni, le sfide sono rammentate. Si comincia con gli esordi romanzeschi che Elio Vittorini non voleva con marchio Einaudi e con i pamphlet al vetriolo contro la massificazione culturale. Ma già alla metà degli anni Sessanta Zolla aveva superato l’ispirazione della Scuola di Francoforte per concentrarsi sulla Tradizione metafisica. Era il periodo del sodalizio con Cristina Campo, dell’antologia sui «mistici d’Occidente», dell’aristocratica resistenza al caos omologante sessantottino e al lassismo postconciliare che eliminava il latino, dimentica dell’aspetto magico della liturgia. Con la complicità di Alfredo Cattabiani, Zolla pubblicava il capolavoro di Tolkien, il dimenticato Pavel Florenskij, cattolici illuminanti come Jean Daniélou e Augusto Del Noce; ispirava poi la nascita della Adelphi che avrebbe scardinato il dominio sinistroide in libreria. Marsilio ripubblica anche I letterati e lo sciamano, frutto delle esplorazioni nel nuovo mondo, a contatto con le culture indigene, fra tamburi e calumet della pace. Zolla trovò negli indiani l’Abele pastore nomade ucciso dal civilizzato Caino incarnato dai bianchi, ma registrò anche le tracce dell’antica cultura sciamanica nella migliore letteratura statunitense. Il saggio risultò così brillante da segnare una svolta negli studi di americanistica. Terza gemma che Marsilio riporta in libreria è il capolavoro di vent’anni fa Uscite dal mondo. In quelle pagine Zolla dava istruzioni su come fuggire «dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli», su come liberarsi in vita «da tacite obbedienze e automatiche sottomissioni». E lo faceva donando al lettore «momenti di spassionata osservazione» e chiaroveggenza: la Firenze rinascimentale del Pico e del Ficino che inventò il più completo sincretismo religioso, le rune germaniche e il loro rapporto con lo zodiaco, i pensatori russi dei primi del ‘900 che riscoprirono «l’Intelletto d’Amore» dantesco, il Pinocchio esoterico di Collodi e la figura del superuomo nella letteratura. L’opera si chiudeva con molta fiducia nei confronti delle promesse liberatorie della realtà virtuale. Zolla sposava così un certo gnosticismo, una certa ansia di liberarsi dal corpo, dalla materia. Eppure con il suo testamento saggistico, dedicato al mito della discesa all’Ade e della conseguente resurrezione, si riavvicinava al cristianesimo. Un cristianesimo grande al punto da inglobare taoismo, buddismo e zoroastrismo, coincidenza degli opposti, cibo del sacro Graal.

Quella volta che ho incontrato Cioran

maggio 8, 2012

Herta Müller, da “Il Corriere della Sera

Scrive Cioran: ogni volta che il tempo mi tortura, mi dico che uno di noi due deve spezzarsi, che non è possibile perdurare all’infinito in questo crudele faccia a faccia…

Ed eccola ora, la morte, a cui Cioran con la lama quanto mai precisa e affilata della lingua ha impedito di parlare. E se mai una morte ha dovuto temere la propria intenzione, sarà stato probabilmente questa volta. Faticherà a tener testa a un uomo che tanto sovranamente le ha sottratto la paura. Che ha trasformato l’abilità di affrontare la vita facendone un’arte del fallimento.

E. M. Cioran nacque nel 1911 in Romania, figlio di un parroco romeno. Accompagnare la nascita e la morte era per suo padre un mestiere. E l’ovvietà della perdita e della morte era la realtà circostante, ovunque gli uomini cercassero di vivere. Da un lato c’era la vita inerme in un mondo sempre in agguato, fatto di una superstizione spietata e di un folklore infinitamente poetico. Dall’altro lato c’era la preghiera che si inginocchia rapida davanti a Dio, senza riserve. Cioran portò con sé questo groviglio nella mente quando nel 1937 andò a Parigi per studiare. E portò con sé il modo in cui la vita incespica al bordo della preghiera. Il fatto che in questo non si debba dire né domandare nulla, perché c’è il fallimento e la morte — così e basta.

Cioran non ha mai più messo piede in Romania, ha serrato consapevolmente le porte per non lasciarsi sequestrare e usare da altri, le porte attraverso le quali vengono sempre le persone sbagliate, i connazionali. Ha lasciato la lingua romena all’interno della testa e si è proibito di uscire all’esterno. Invitato quale ospite di Stato, dopo la caduta di Ceausescu, disse: «Io non farò visita al mio Paese come un ospite di Stato, cosa gli passa per la mente? Ma la lingua si vendica su di me, più invecchio e più spesso sogno in romeno. E non posso oppormi a questo».

In Francia Cioran rimase apolide, non accolse mai l’offerta di assumere la cittadinanza francese.

E tuttavia, la prima volta che andai solamente in visita a Parigi, lui mi cercò. E uno dei motivi per cui lo fece, forse addirittura il più importante, era che mi portavo appresso quel Paese dell’onnipresente fallire. Se avesse potuto proibire qualcosa, disse, avrebbe proibito il mio ritorno. Parlò dello sperpero cieco di ogni sostanza, della sua giovinezza e di tutte le esistenze spezzate di quegli anni. Del suo amico che ormai beveva soltanto anziché, dotato com’era, scrivere letteratura. Della finestra aperta davanti alla quale i due erano rimasti in piena notte. Ai rimproveri di Cioran l’uomo ubriaco aveva detto, rivolto verso il cielo scintillante di stelle: «Dio, perdonami di essere romeno».

Prima che ci incontrassimo Cioran era passato attraverso un parco ed era caduto sul sentiero ghiacciato. Aveva il ginocchio sbucciato e sanguinante. Ma non vedeva nel sentiero ghiacciato la causa della caduta. Quando il mio fazzoletto, che all’inizio non aveva voluto prendere, fu legato intorno al suo ginocchio disse: «La cerco e già cado, già sono un romeno».

Cioran si è spogliato della Romania come nessun altro. Ma si è riservato il ritornare singolo alle cose in cui esse, ricondotte alla loro qualità essenziale, non sono più riconoscibili. Viveva nella distanza della prossimità spezzata. E nel rifiuto meditato dell’uso che si fa dell’essere umano. Questa è la conseguenza più radicale di uno smarrimento politico giovanile — la simpatia per il fascismo romeno che, come molti intellettuali romeni di quell’epoca (fra cui Mircea Eliade), nel 1935 aveva propagandato nel libroSchimbarea la fata a Romaniei («La trasfigurazione della Romania»). Diceva che solo l’essersene andato, e poi l’aver chiuso fuori quel che aveva portato con sé, l’aveva salvato dal fallire collettivamente nella folla. Affidato solo a se stesso poteva valersi del fallimento, scrivergli in faccia l’insensatezza che cerca sempre di nasconderlo per aggredirci.

Cioran aveva praticato e appreso l’insensatezza di ogni agire. Il disgusto della vita era la sua fame stessa della vita. Ma l’invecchiare con le sue progredienti infermità fisiche divenne uno scandalo per la ragione intatta, inesorabilmente rivolta contro di sé. Anche se Cioran disprezzava il suo giovane corpo di un tempo e il ritmo funzionante delle attività, la fatica dell’invecchiare divenne per lui un’umiliazione. La sovranità conquistata in sostanza attraverso ogni frase scritta sulla morte gli rese difficile mostrare, mostrare agli occhi degli altri, lo spezzarsi della routine del corpo. Quel che si sarebbe sopportato di buon grado, egli lo ingrandiva nella parola. Vi dirigeva l’attenzione, senza lamentarsi. Bisognava saperlo prima di passare ad altro nel discorso: ecco un uomo le cui gambe si trascinano anziché reggere, le cui mani spargono intorno anziché versare nel bicchiere, la cui bocca nel mangiare lascia cadere il boccone, anziché inghiottire. Cioran insisteva a non ignorarlo. Insisteva perché voleva proteggere nell’unica maniera in cui la protezione è valida: puntando con chiarezza lo sguardo verso ciò che rende necessaria la protezione.

Ci incontravamo per mangiare. In quei momenti la frase di Cioran: «Se il mio corpo mi tradisce, mi chiedo come io debba combattere, con una simile carogna, contro l’abdicare degli organi», era lì sul tavolo, ben visibile. Si muoveva la mano per prendere il coltello e la forchetta, il bicchiere, e si toccava questa frase.
(Traduzione di Margherita Carbonaro)

© CARL HANSER VERLAG MÜNCHEN – PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH MARCO VIGEVANI AGENZIA LETTERARIA

Simone Weil, la bruttina non stagionata

maggio 1, 2012

Le sue riflessioni trasversali su filosofia, politica e religione sono attualissime. E accendono i dibattiti in Rete

Marcello Veneziani per “il Giornale

Uccello senza corpo, piegato su se stesso, in una mantellina nera, gli scarponi neri pesanti; silenziosa, straniera e indagatrice, seduta in disparte, brutta a prima vista, almeno da adulta; il corpo assente, devastata dalla miopia, con gli occhi protesi a osservare il mondo da siderale distanza e acuta prossimità, avevi l’impressione di trovarti davanti ad un corpo estraneo, forse maledetto, e così poco umano. Vedo Simone Weil nelle sue rare foto e poi attraverso gli occhi di un poeta che la conobbe, Jean Tortel, e noto che il suo aspetto tradiva il suo pensiero: così sgraziato il primo, così pieno di grazia il secondo…
Perché scrivere di lei? Perché domani è il primo maggio e lei è forse l’unica pensatrice della condizione operaia e della vita in fabbrica. Poi perché è uscito un suo volumetto, 15 Meditazioni (Gribaudi, pagg. 104, euro 7,50). Ma soprattutto perché il suo nome circola, come una filiera sommersa in Rete, tra ragazze e ragazzi scontenti dell’ottusità spirituale del presente. Circolano i suoi pensieri trasversali, tra rivoluzionari, tradizionalisti, gruppi politici o religiosi, femministe e credenti, si allestiscono mostre, pièce teatrali, gruppi di lettura. Se vogliamo capire il presente, l’Europa spenta e il dominio dei tecnici e della finanza, l’antipolitica e il disprezzo verso i partiti, il nichilismo sociale e la spinta glocale, la santità e il sacro oltre la religione, dobbiamo leggere quella strana signorina che morì a 34 anni nel ’43.
Simone Weil apparve torva alle autorità scolastiche quando insegnava filosofia e sovversione. I rapporti scolastici la descrivevano come una sobillatrice, invasata d’ideologia e operaismo. O come un marziano – così la definì affettuosamente il suo maestro Alain – da tenere sotto osservazione, magari a distanza, allontanandola dagli alunni. Così appariva il suo astratto e rigoroso integralismo che applicava a partire da se stessa. Maledetta apparve anche ai compagni rivoluzionari, quando preferiva Trotzkij all’ortodossia socialista e sindacalista (ma Simone era a sua volta criticata da Trotzkij); quando denunciava l’irrigidimento dogmatico e violento del comunismo, quando amava la verità sopra il partito e l’umanità sopra le leggi del progresso e della storia. Molesta si rivelò per i repubblicani anarco-marxisti quando li raggiunse in Spagna e cagionò più guai che sostegno ai combattenti. Simone giudicò con orrore i suoi stessi compagni antifascisti per le loro violenze gratuite contro preti e fascisti, anche innocenti. Non furono pochi, del resto, i repubblicani che andarono in Spagna per combattere contro il fascismo ma tornarono inorriditi dal comunismo: capitò anche a George Orwell che poi lo scrisse in Omaggio alla Catalogna e tra gli italiani a Randolfo Pacciardi, che tornò anticomunista. C’è un passo splendido che racconta la purezza dell’impegno rivoluzionario di Simone e la sua sete di martirio: «Mi sdraio supina, guardo le foglie, il cielo azzurro. Giornata bellissima. Se mi prendono, mi uccidono… Ma è giusto. I nostri hanno versato abbastanza sangue. Sono moralmente complice». Simone caricava su di sé le colpe della sua parte ed era pronta a scontarle sulla propria vita.
Maldestra fu Simone Weil in fabbrica quando pretese di trasformarsi da intellettuale, insegnante e borghese, in semplice operaia alle prese con la fresatrice; ma era impacciata e rendeva poco, nonostante la sua attenzione e il suo sforzo. Di pensiero acuto ma di manualità goffa, come il suo modo di vestire e di muoversi, la sua miopia ne impacciava ulteriormente i movimenti. L’enracinement – tradotto in Italia con La prima radice – è forse il canto più intenso del radicamento, l’amor patrio, la tradizione e l’onore, scritto da un’autrice che pure veniva da un’esperienza socialista e anarchica. Gran parte delle sue pubblicazioni le dobbiamo alla cura di uno scrittore cattolico e tradizionalista, Gustave Thibon, e di Padre Perrin. In Italia fu amata dal rivoluzionario Franco Fortini, suo traduttore, e dal cattolico tradizionale Augusto del Noce che le dedicò un memorabile saggio rifuso ne L’epoca della secolarizzazione. Fu pubblicata dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti e da Borla e Rusconi grazie ad Alfredo Cattabiani e a Cristina Campo, prima di diventare autrice di culto dell’Adelphi.
Simone Weil denunciò la scomparsa simultanea dell’ideale e del reale nel nichilismo, la perdita del senso concreto e del soprannaturale come malattia dell’Europa. Che coincide con la perdita del passato: «la perdita del passato è proprio la caduta nella servitù coloniale». Il passato è il deposito di tutti i tesori spirituali, «la perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale». Nel colonialismo inflitto ai popoli extraeuropei la Weil legge il destino del colonialismo afflitto di cui sarà vittima l’Europa. E il passato, una volta perso, «non lo si ritrova più». L’uomo con i propri sforzi costruisce parzialmente il suo avvenire, ma non può fabbricarsi il passato, può solo conservarlo. Privando i popoli della loro tradizione e di conseguenza della loro anima, scrive Simone, la colonizzazione li riduce allo stato di materia umana. Le nazionalità in Europa, notava, saranno presto insidiate dalla frammentazione, dai localismi, dalle patrie regionali. La nazione si troverà schiacciata tra «scale molto più piccole e scale molto più grandi»: allude al locale e al globale che verranno.
Intuì l’Europa unita come luogo di riconoscimento delle identità diverse e delle tradizioni. L’Europa, per lei, è una specie di media proporzionale tra l’America e l’Oriente, anzi il perno. Noi europei ci troviamo nel mezzo, siamo letteralmente mediterranei. Solo l’equilibrio annulla la forza. Proiettate questi pensieri nel presente, nell’Europa che rifugge la propria identità e il proprio passato, che non riesce a comprendersi come luogo d’incontro tra Oriente e Occidente e non riesce a capire che la sua centralità, la sua regalità, è nella sua mediterraneità. Quell’intuizione metafisica è pure intuizione geopolitica e strategica. Ma la lettura canonica la tratteggia solo come una pensatrice gnostica e femminista, anoressica e asessuata, ebrea antinazista, con la sua religione intellettuale, disabitata di Dio, di riti e di fede. Poi il silenzio. Ma il silenzio prevale sulla parola, direbbe lei, la precede, la alleva e le sopravvive, ereditandone il senso.
Della sua femminilità resta solo un’immagine sfuggente: quando per farsi assumere in fabbrica alla Renault accettò che la sua amica e omonima Simone le mettesse il rossetto sulle labbra e un po’ di cipria sulle guance. L’impiegato, che in precedenza l’aveva respinta, l’assunse senza difficoltà. Per una volta nella vita volle essere graziosa e perfino seduttrice, e per conquistare non degli uomini, ma un posto in fabbrica. Per una volta il suo animo planò sulla terra e incarnandosi assunse fattezze umane, perfino femminili.

Alda Merini, talento indomito e precoce

febbraio 1, 2012

Alda Merini

Con i suoi versi trasfigurò l’ospedale psichiatrico: divenne rivelazione e sigillo di un destino di diversa

Daniele Piccini per “Il Corriere della Sera

Per parlare di Alda Merini è bene partire da un’ovvietà:prima che il manicomio battezzasse la sua follia, la Merini era già poetessa. Il suo destino di poeta non si determina con l’esperienza del ricovero, ma viene da lontano. Era nata a Milano nel 1931 insieme alla primavera, come ricorda in una poesia diVuoto d’amore; il padre faceva l’assicuratore, la madre la casalinga. A soli dieci anni vinse il premio Giovani poetesse italiane, ricevendo il riconoscimento dalla futura regina Maria José. Nella Milano della ricostruzione, adolescente, conobbe Giacinto Spagnoletti, che le aprì le porte del mondo intellettuale della città: lei che soffriva di non aver potuto completare gli studi entrò in rapporti con Maria Corti, Luciano Erba, David Maria Turoldo, Giorgio Manganelli. Con quest’ultimo intrecciò, ragazzina sedicenne (mentre lui aveva quasi dieci anni di più ed era già sposato), una relazione divenuta leggendaria, in seguito raccontata e messa in versi molte volte. Manganelli non era ancora lo scrittore affermato di poi, sebbene già prodigiosa fosse la sua erudizione, specie in letteratura inglese. Tanti anni dopo, dalle valigie di carte lasciate alla figlia Lietta, sarebbero emerse le sue poesie giovanili, dai toni così prossimi a quelle scritte dalla Merini degli inizi.

Già, le prime poesie. Spagnoletti intuì subito il valore della Merini e la inserì, quando ancora non aveva pubblicato quasi nulla, nella prestigiosa Antologia della poesia italiana (1909-1949), pubblicata da Guanda nel 1950. Fu ancora lui ad accogliere la sua raccolta d’esordio, La presenza di Orfeo (1953), nella collana che dirigeva da Schwarz. Sarebbero venuti di seguito i volumi Nozze romanePaura di Dio (entrambi del 1955) e Tu sei Pietro (1962). La prima Merini è mistica e pagana, tratteggia figure del mito e della religione con attenta cura retorica, in una lingua impastata di movenze classicheggianti. Sono poesie di tono lirico, non senza tratti barocchi, ispirate a una sorta di horror vacui, in cui si aprono spiragli di inquietudine e angoscia. Ad accorgersi, con la solita profetica capacità di lettura, degli indizi di un destino travagliato e tormentoso è Pier Paolo Pasolini, che della «ragazzetta milanese» scrive su «Paragone» nel 1954. Nell’articolo intitolato Una linea orfica, la Merini chiude il breve catalogo aperto da Girolamo Comi e Michele Pierri (che ritroveremo più avanti coinvolto nella vita della poetessa). Dopo aver parlato di «fenomeni patologici» ed essersi dichiarato disarmato «di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale», Pasolini annota: «Uno stato di informità quasi di deformità irriflessa – passiva nel senso più attinente al suo sesso – ristagnante, arcaico, è quello in cui vive la Merini: e da cui, destata dall’inquietudine nervosa, dei sensi infelici, si genera una mostruosa voce maschile a definirlo. A definirlo, per essere esatti, “oscurità” e “attesa”».

Intanto Alda, dopo la fine del legame con Manganelli, si sposa nel ’54 con Ettore Carniti, una persona semplice, un panettiere. Mette al mondo le prime due figlie, Emanuela e Flavia. La difficoltà di far fronte ai propri compiti di madre e di moglie determina ben presto tensioni e liti. Durante una di queste, il marito la fa ricoverare all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. La poetessa aveva già dato segni del suo disagio psichico, era stata in cura e in analisi. La scoperta del «manicomio» fu però un punto di non ritorno. Era il 1965: per quasi quindici anni, fino al 1979, fu un andirivieni dentro e fuori le mura dell’ospedale. Durante questo periodo dà alla luce altre due figlie, Barbara e Simona.

La sua poesia, si diceva, non nasce con l’ospedale psichiatrico. Piuttosto la poesia accoglie e rigenera quell’esperienza, la reinventa in forma di rivelazione, come sigillo del suo destino di «diversa» (in prosa ne scrisse appunto in L’altra verità. Diario di una diversa, 1986). La Terra Santa è il libro (uscito nel 1984, prima da Scheiwiller e poi in edizione ampliata da Lacaita) che fa del manicomio materia di canto: messa di fronte a un dolore oscuro e bruciante, la poesia levigata e arcana, sebbene inquieta, che era stata della Merini giovane cambia tono. Si assolutizza, si solleva e riadagia come un respiro affannoso, diviene perentoria, capace di rapidi scorci. Alcuni testi di questa raccolta costituiscono il vertice della sua produzione («Manicomio è parola assai più grande / delle oscure voragini del sogno» suona l’attacco del primo).

Questi anni vedono la morte di Ettore Carniti, il nuovo matrimonio con il più anziano medico e poeta tarantino Michele Pierri (1899-1988), il crescere dell’attenzione critica e giornalistica. L’appartamento di Ripa di Porta Ticinese 47, dove torna a vivere dopo la parentesi di Taranto, con i muri pieni di scritte, con oggetti accatastati ovunque, diventa un porto di mare. A iniziare la riscoperta della poetessa è l’antologia Testamento, curata nel 1988 da Giovanni Raboni per l’editore Crocetti, mentre a consacrarne la fortuna è quella di Maria Corti, Fiore di poesia, uscita da Einaudi nel 1998. In mezzo ci sono libri fortunati e importanti, come Vuoto d’amore (1991) eBallate non pagate (1995), entrambi presso Einaudi, e tante pubblicazioni occasionali e disperse. Molte altre raccolte di maggiore o minor pregio usciranno in seguito.

La Merini è ormai un’icona pop e tale resterà fino alla morte: viene invitata nei salotti televisivi, collabora con cantanti e musicisti, inchiodata dai mezzi di comunicazione al tipo del poeta folle, secondo un cliché limitativo ed equivoco. Lei un po’ accetta, un po’ subisce: è amata dal pubblico, invidiata da certi colleghi, sfruttata da chi vuol farne soprattutto un caso. Sa addomesticare folle ignare di poesia con una voce da oracolo, con una presenza scenica da primadonna, consapevole d’altra parte che la sua vocazione e il suo talento sono autentici. Tra le pieghe di una produzione sempre più fluviale (a volte dettata al telefono) si colgono ancora pagliuzze d’oro. Accade nei libri religiosi pubblicati da Frassinelli a partire dal 2000. Qui la forma ultima della sua poesia si tocca con gli inizi: il misticismo si libera di orpelli e frange e diventa voce pura, sospirante e misteriosa, capace di una castità di visione quasi fanciullesca.

Fiaccata dalla malattia, muore il primo novembre 2009 all’ospedale San Paolo di Milano, scendendo in «quel gorgo / di inaudita dolcezza», in «quel miele tumefatto e impreciso / che è la morte di ogni poeta».

La strada rock d’America

gennaio 31, 2012

Leonardo Colombati per “Il Corriere della Sera

Bruce Springsteen. Il grande enciclopedista. L’uomo che ha preso sulle sue spalle il rock ’n’ roll agonizzante della metà degli anni Settanta e l’ha riportato all’innocenza e alla furia dei primi dischi di Bo Diddley, di Buddy Holly, di Eddie Cochran e di Elvis Presley, traghettandolo verso quel punk che si vorrà riappropriare di alcuni concetti chiave, del tipo: il contenuto vale più della forma, oppure: l’affronto di un assolo di batteria deve essere lavato con il sangue…

Bruce Springsteen, l’erede di una tradizione di bardi a stelle e strisce che parte da Walt Whitman e per ora si conclude con lui, «l’uomo che più di ogni altro detiene il cuore dell’America», come dice Bono… Bruce Springsteen — dicevamo — nei 62 anni trascorsi finora su questo pianeta ha fatto in tempo a scrivere mezzo migliaio di canzoni, a sposarsi due volte, a fare tre figli e a seppellire un padre prima odiato e poi amato, comunque sempre al centro della sua vita e della sua opera («Papà, adesso capisco le cose che intendevi ma non riuscivi a dire. / Ti giuro che non ho mai pensato di portartele via» canta in Independence Day). Ha visto dodici presidenti (da Truman a Obama), ha vissuto gli anni del Vietnam, della Guerra Fredda e dell’incubo nucleare, della crisi petrolifera e dell’ 11 settembre, delle guerre in Iraq e dell’avvento di un afroamericano alla Casa Bianca (uno che ha dichiarato: «Ho deciso di diventare presidente degli Stati Uniti perché non posso essere Bruce Springsteen»), e ora, col suo nuovo album Wrecking Ball — che uscirà a marzo — si è premurato di fornirci musica per la Nuova Grande Depressione, come già si può intuire da «We take care of our own» («La strada lastricata di buone intenzioni si è inaridita, / badiamo solo a noi stessi (…) / Da Chicago a New Orleans (…) / nessuno che ti aiuti, la cavalleria è rimasta a casa»), una canzone che è un altro capitolo dello studio springsteeniano sulle miglia che dividono la promessa americana dalla realtà americana.

Aveva 14 anni quando Oswald sparò a Kennedy, 19 quando uccisero Martin Luther King, 28 quando trovarono sulla moquette di Graceland il cadavere di Elvis, il primo re di quel rock che ha visto nascere e — probabilmente — morire, attraversandone tutte le mode. Ha guadagnato una quantità di soldi impossibile da contare, ha fondato e sciolto (e riformato) una lunga serie di gruppi dai nomi più o meno esotici — come non ricordare i fantomatici Dr. Zoom & The Sonic Boom? — coi quali, da quando ha 15 anni, ha suonato in ogni singolo bar, palestra, locale, teatro, palazzetto e stadio d’America, e poi fuori, dall’Europa all’Australia, con in mente l’idea folle e romantica che la musica possa salvarti letteralmente la vita. Ecco la Promessa…

Il fatto più sorprendente è che una volta che vai a vedere Bruce Springsteen in concerto ti accorgi di quanto quell’idea sia condivisibile! Quando sono in uno stadio, davanti al palco su cui di lì a poco salirà lui, so di essere al centro del mondo. In quel preciso momento, in nessun altro posto della Terra va in scena qualcosa di altrettanto significativo. Il 21 giugno 1985, allo Stadio Meazza di Milano, alle sette e mezza della sera, Bruce Springsteen urlò al microfono «one, two…» e si sentì rispondere «one, two, three, four» da un ruggito così potente da coprire le prime note di Born in the U.S.A. sparate da un’amplificazione da duecentomila watt. Era il primo grande concerto rock che si teneva nel nostro Paese da almeno un lustro, visto che dopo l’interruzione «proletaria» degli show di Lou Reed, dopo il palco di Santana dato alle fiamme, dopo il quasi linciaggio di Patti Smith a Firenze, nessuna rockstar s’era più azzardata a mettere piede sui nostri perigliosi lidi. Tutti, finalmente, quella sera (anche io, frastornato quindicenne), ebbero la sensazione esaltante che il rock, con tutto il suo potere liberatorio e catartico, stesse risorgendo attraverso la promessa che quel ragazzo col manico della sua Fender Esquire puntato verso il tramonto stava facendo a se stesso e a tutti noi cantando: «È una città piena di perdenti / e io me ne sto andando via da qui per vincere».

Cosa stava succedendo? Come era possibile che le pulsioni di fuga di un provincialotto del New Jersey (lo Stato che i newyorkesi chiamano «l’ascella d’America»), con quei panorami così esotici — highways su cui s’inseguono Buick e Cadillac, vicoli bui e strade secondarie in cui vanno in scena versioni hard-boiled di West Side Story, fra tramonti in frantumi e neon singhiozzanti — parlassero così bene (e in una lingua ai più sconosciuta) al cuore degli ottantamila di San Siro? E come era possibile che stesse parlando al mio?

La chiave era in una risposta che Springsteen dava spesso a chi gli chiedeva come si sentisse — dopo avere venduto 31 milioni di copie di Born in the U.S.A. — ad essere la più grande rockstar del mondo: «Essere rockstar è il premio di consolazione», spiegava. «Io volevo diventare un rock ’n’ roller». Ecco la Terra Promessa tante volte evocata nelle sue canzoni: un paradiso di romantiche estenuazioni, un on the road attraverso un paesaggio costruito con le scenografie dei film di Elia Kazan e popolato di giovani teppisti che ciondolano fuori dai diners coi capelli unti di Brylcreem e un pacchetto di Lucky Strike infilato sotto la spallina del giubbotto da motociclista; il Sogno Americano in cui, confusi, s’intravedono Elvis e Jimmy Dean, Brando e la sua banda di ragazzacci, Easy Rider e Il mucchio selvaggio, Roy Orbison che canta per i solitari e Robert Mitchum al volante sulla Thunder Road, magari nel bel mezzo di un’estate dorata che sfrigola tra la puntina e un 45 giri dei Beach Boys.

Certo, oggi è difficile per un ragazzino capire l’equazione rock = «Promised Land»: il mito del rock non è mai stato così in pericolo e le nuove generazioni sono state inesorabilmente portate a credere che la canzone popolare sia una delle molte forme d’intrattenimento e non — come era un tempo — una fonte primaria di conoscenza. Quando in Jungleland Springsteen, dopo aver dipinto il suo American Graffiticon le gang che si danno appuntamento sotto la grande insegna della Esso e «una ragazza scalza, sul cofano di una Dodge», che «beve birra calda sotto la soffice pioggia estiva», chiude causticamente con una strofa che è la Dichiarazione d’Indipendenza del rock ’n’ roll («I poeti, quaggiù, non scrivono niente su queste cose: / stanno alla larga e fanno finta di niente / e nel cuore della notte arriva il loro momento / e così cercano di fare un’onesta figura. / Ma finiscono feriti — nemmeno morti — / stanotte, nella giungla d’asfalto»), per poi lanciarsi in un liberatorio ruggito finale… Durante quegli attimi che paiono eterni, confuso tra decine di migliaia di persone col pugno alzato verso un meraviglioso cielo blu di Prussia bordato dall’alone dei mille soli dello stadio, ecco… Ho una furtiva idea, finalmente, di cosa sia la Bellezza.

È successo quel 21 giugno 1985, e da allora il miracolo si ripete sempre, malgrado gli anni (per me e per Springsteen) avanzino. Ecco perché il prossimo 7 giugno sarò di nuovo lì, sul prato di San Siro, a vedere il Boss. Come ha detto una volta Billy Joel, «se mi chiedessero di trasformarmi in un eroe del r’n’r andrei da un chirurgo con la foto di Bruce Springsteen».

Teodora, la escort in carriera

gennaio 29, 2012

Sarah Bernhardt

Partita dal basso, arrivò a sposare Giustiniano e salì sul trono di Bisanzio: la sua gestione del potere fu realistica e geniale

Silvia Ronchey per “La Stampa

Tutto era cominciato con un ballo in maschera. Una giovane principessa romena, Marthe Bibesco, era appena arrivata a Parigi, nel 1902. Non avendo un costume, e nemmeno troppo denaro per comprarlo, si era presentata travestita da Teodora usando antichi abiti e gioielli di famiglia, che in Romania erano straordinariamente simili ai modelli bizantini. Fece il suo ingresso, avrebbe poi raccontato, «portando le insegne, la dalmatica, la corona, i gioielli e le babbucce di porpora di Teodora, tale e quale la vediamo nel famoso mosaico di Ravenna». A rovinare la festa arrivò un suo zio paterno, anziano e compassato erudito, che la accusò di avere dato scandalo: sua nipote, al debutto nel bel mondo parigino, che si presentava come una poco di buono, come una donna perduta, come una prostituta!

Che Teodora avesse cominciato la sua carriera come prostituta le fonti antiche lo testimoniano senza mezzi termini. Secondo Procopio di Cesarea, lo storico del VI secolo suo contemporaneo, già prima dello sviluppo Teodora era stata avviata alla professione della sorella maggiore, ma «non essendo ancora formata per unirsi agli uomini come una donna» si vestiva da schiavetto e «si dava a sconci accoppiamenti da maschio» nei lupanari. Con la crescita un certo sadomasochismo si era manifestato in lei, insieme a una crescente spudoratezza: «Non esitava ad acconsentire alle pratiche più svergognate, e anche se veniva presa a pugni e a schiaffi se la rideva della grossa, si spogliava e mostrava nudo a chicchessia il davanti e il didietro». Al culmine della carriera, «lavorando», scrive Procopio, «con ben tre orifizi, rimproverava stizzita la natura di non avere provveduto il suo seno di buchi dei capezzoli più ampi, così da poter escogitare anche in quella sede un’altra forma di copula».

Al di là degli osceni virtuosismi di Procopio, che Teodora abbia usato il proprio corpo per passare dallo strato sociale in cui era nata agli ambienti dei funzionari di corte, di cui divenne via via «escort», amante, mantenuta, e sedurre alla fine il futuro imperatore Giustiniano, non abbiamo ragione di dubitare. Né lo ha fatto alcuno storico, sino alla fine dell’Ottocento. «Con lei», ha scritto a metà del Settecento Montesquieu, «la prostituzione è salita al trono». «Sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza Procopio fornisce dettagli di una precisione tale», scriverà poco dopo Gibbon, «da non poterli né equivocare né ritenere inventati».

Quando i dossier di Procopio furono tradotti in Francia, un famoso commediografo, Victorien Sardou, decise di farne una pièce teatrale. Ai suoi occhi, il personaggio era perfetto per incarnare la figura di femme fatale tanto cara al grande pubblico. Scelse così come protagonista un’attrice che era l’incarnazione vivente di quel mito: Sarah Bernhardt.

La pièce era un vero e proprio feuilleton, con al centro un improbabile intreccio amoroso e alla fine il pentimento e la punizione capitale della protagonista. I costumi sessuali di Teodora erano rappresentati in termini più soft che in Procopio, ma Sardou si atteneva comunque alle sue indicazioni. Sarebbe stato furiosamente attaccato per questo. Da chi? Dai bizantinisti.
La bizantinistica comincia con questa negazione – e la negazione è rivelatrice di una rimozione, e la rimozione è tout court quella della realtà di Bisanzio. Una realtà che non si vuole o non si può vedere. Bisanzio entra nel Novecento sotto l’immagine di Teodora, ed è un’immagine incappucciata dal moralismo.

Da quest’immagine, accreditata dagli storici borghesi di inizio secolo come Charles Diehl nelle sue Figure bizantine, proviene l’opinione distorta che di Bisanzio ha avuto il Novecento: la percezione di quella corte come regno esclusivo di intrighi femminili o effeminati, il senso spregiativo che diamo tutt’oggi all’aggettivo «bizantino», e anche l’irragionevole percezione della storia bizantina come decadenza indefinitamente protratta hanno radice nell’attrazione-repulsione per la femme fatale Sarah-Teodora, che pure aveva avuto uno strepitoso successo di massa.

Ma gli stereotipi dell’irrazionalità e di una prepotente quanto frivola passionalità mascherano ed esorcizzano la storicità di un potere femminile bizantino che ha in Teodora la più celebre esponente. Il suo potere, nella «diarchia» con Giustiniano, non aveva avuto nulla di arbitrario, ma si era esercitato in modo efficace e spesso geniale. Dopo di lei, e lungo tutto il Millennio bizantino, si snoderà una lignée quasi ininterrotta di imperatrici ancora più influenti, indipendenti e decise. Da Irene, Teofàno, Zoe Carbonopsìna alla Teodora Macedone legislatrice raffigurata nella Cronografia di Michele Psello e a tutte le altre grandi sovrane che seguirono, questo potere femminile — secondo la letteratura maschile contemporanea crudele, sanguinario, tinto di erotismo — ebbe un peso politico senza pari nella storia occidentale. Se ci atteniamo a un’analisi attenta degli storici antichi, era oggettivamente forte e diffuso. E perciò tanto più inquietante agli occhi degli storici moderni, in quanto per nulla irrazionale e passionale, anzi, se mai fin troppo spregiudicato e realistico.

Alla ricerca della pietra filosofale non c’era solo Harry Potter. Ecco chi era Cristina di Svezia

gennaio 29, 2012

Cristina di Svezia

L’illuminata sovrana con quel suo carattere impulsivo, irrequieto e così poco svedese è una figura leggendaria

Jacopo Granzotto per “il Giornale

Oggi non c’è bisogno di leggere (o andare al cinema) per farsi una cultura sufficiente. Telefonini e internet sono un comodo supporto per una nuova razza di pigri.

Harry Potter, ad esempio, chi non lo conosce? Per i pochi ancora all’oscuro si tratta di un giovane mago alle prese con le forze del male alla perenne ricerca della «pietra filosofale». Che è una sostanza catalizzatrice simbolo dell’alchimia, una pietra capace di risanare la corruzione della materia. Insomma, oggetto mitico inseguito da sempre, e non solo da questo Potter. Quattrocento anni orsono, anche Cristina, regina di Svezia, si mise sulle tracce della pietra.

L’illuminata sovrana con quel suo carattere impulsivo, irrequieto e così poco svedese è una figura leggendaria. Se se sono dette di cose su di lei (bruttino il film del 1933 con la Garbo): insonne, ferocemente mattiniera, calma solo di fronte a Dio e alla Chiesa, sessualmente ambigua. Persino portasfiga. Sull’esilio romano (dal 1654 e fino alla morte sopraggiunta nel 1689) ne parla compiutamente l’esperta Anna Maria Partini nel suo «Cristina di Svezia e il suo Cenacolo romano» edizioni Mediterranee. Volume interessante che si legge in un fiato, pieno zeppo di documenti affascinanti a corredo della biografia della donna più ammirata e calunniata d’Europa, una sorta di vanto e scandalo vivente.

Cristina, che donna. Chi non la conosceva la trovava strana, con quei capelli sempre in disordine, le mani imbrattate d’inchiostro e una spalla pià alta dell’altra. Era bassa ma non ricorreva al trucco del tacco, era tutta d’un pezzo insomma. Si dice che parlasse cinque lingue, latino compreso. Giunta a Roma nel dicembre 1655 fece il suo ingresso trionfale attraverso la Porta del Popolo (c’è ancora la scritta). Amava la musica e possedeva una smisurata collezione di strumenti musicali. Già nel 1647 aveva chiamato a Stoccolma un complesso di violinisti francesi e nel 1652, scrive la Partini, il romano Vincenzo Albruci.

A Roma il suo mecenatismo si estese tra gli altri ad Alessandro Scarlatti e Arcangelo Corelli. Ma il vero grande amore fu l’alchimia, «la sua vita – scrive ancora la Partini – si svolse in uno dei secoli più importanti per la ricerca dell’«oro filosofale. E continua ad esserlo ancora. Non a caso è stata donata alla biblioteca dell’Accademia dei Lincei residente a Palazzo Corsini, l’antico Palazzo Riario, una delle più ricche collezioni di manoscritti e stampe rare di ermenetismo alchemico: il fondo Verginelli- Rota.

Ma il libro dipinge magistralmente la vita di Cristina nel suo palazzo romano, la sovrana viveva come una regina circondata da studiosi e cardinali. Raramente dava opinioni, ascoltava, ma le sue illuminate riunioni settimanali rimarranno nelle storia magica di Roma. Buona lettura.

Oltre il deserto Dio

gennaio 28, 2012

Dino Buzzati

Lucia Bellaspiga per “Avvenire

Oggi, quarant’anni fa, moriva un nostro collega. È presuntuoso definire “collega” Dino Buzzati, una delle voci più geniali e libere della letteratura italiana e firma storica del Corriere della Sera, ma questo sarebbe stato il suo epitaffio, se avesse potuto scegliere: «Oggi è mancato un cronista». Quando un artista è indiscusso, si rischia di dimenticare l’uomo. Così Buzzati è celebrato come autore del Deserto dei Tartari o di Un amore, come maestro di giornalismo e scrittore di fama mondiale, ma prima di Buzzati c’era Dino, maestro di onestà e di modestia, l’uomo che, con in tasca il Premio Strega e sulle spalle l’invidia di un’intellighenzia che mal sopportava il suo successo svincolato da lobby e tessere di partito, la notte continuava – come un apprendista qualsiasi – a montare sulle “pantere” della polizia per fare il giro “della nera”, e dalla cronaca di tutti i giorni attingeva ancora con occhi incantati al mistero della vita. «Era un doverista», lo descriveva Gaetano Afeltra, intendendo un uomo che, anche all’apice della carriera, restava fino all’ultimo in redazione, innamorato del mestiere e dell’odore d’inchiostro, impaurito di non aver magari fatto un buon lavoro. La sua umiltà, fondata su un’educazione autenticamente cristiana, aveva radici antiche, al punto che il giovane Buzzati, appena assunto al Corriere, scrisse al suo migliore amico: «Presto da qui mi cacceranno come un cane», e quando uscì Barnabo delle montagne, il suo primo successo, in redazione si pensò a un’omonimia… Viveva infatti in punta di piedi, e in punta di piedi se ne andò, cercando di non disturbare. «Era consumato dal tumore ma non chiamava mai, per non essere di peso», lo ricorda suor Beniamina, l’infermiera giovanissima che lo accudì nel suo ultimo mese di vita alla clinica “Madonnina” di Milano. A lei il Buzzati non credente – ma per tutta la vita alla ricerca di Dio – tentava di carpire quel segreto che, come aveva scritto tante volte, rende luminosi gli occhi di chi ha fede. Cronista fino all’ultimo, la interrogava, assetato di quel Dio bevuto con il latte materno ma poi dimenticato, o meglio, divenuto il suo tormento. Ecco perché Buzzati non è mai stato un ateo, un uomo senza Dio: come scrive Pascal, «non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato», e di Pascal i Pensieri erano sul suo comodino il giorno della morte, accanto alle Confessioni di Agostino. «Ho nostalgia di Dio, e chi non l’avrebbe?», rivelava negli ultimi mesi a un collega, conscio come pochi altri che un mondo senza il suo Creatore è solo un atomo sperduto nelle «deserte voragini dell’universo». Disperatamente incapace di concepire la vita senza un Oltre, si dibatteva tra la paura di affidarsi e lo strazio di non saperlo fare: «Oggi nell’uomo il desiderio di Dio si è affievolito, e ne è nato un vuoto spaventoso che è la tragedia del mondo moderno». Un mondo che non apparteneva al suo essere «naturaliter cristiano», come lo definì Eugenio Montale sul Corriere il 29 gennaio del 1972, il giorno dopo la sua morte.

Il 28 pomeriggio in una Milano innevata Buzzati si era accomiatato. Per dirla con le sue parole, aveva ricevuto la cartolina di precetto e, doverista fino all’ultimo, aveva obbedito con dignità, chiedendo alla moglie Almerina di fargli la barba perché all’incontro più importante di tutta la vita si va con eleganza. Non ricevette l’estrema unzione, ma l’ultimo bacio lo diede al Gesù in croce che pendeva al collo della suora. «Gli agnostici che non trovano pace sono più vicini al regno di Dio di quanto lo siano i fedeli “di routine”», ha ammonito di recente papa Ratzinger, che al dialogo interreligioso di Assisi per la prima volta ha invitato i non credenti. E «non esiste nessun uomo, per quanto infelice, a cui l’Eterno non abbia concesso un’occasione», aveva presagito lo stesso Buzzati: la fede è movimento, non un dato acquisito, è premio e traguardo dei cuori inquieti, non di chi si ferma perché pensa di possedere, e forse in tal senso nessuno fu più inquieto di lui. «Dio che non esisti, ti prego», fu la sua preghiera laica, ma ha un senso rivolgersi a un Padre che non c’è? La risposta nel suo amen, che era un credo: «Per la forza terribile dell’anima mia, se io lo chiamo verrà!». «Fratello ateo, nobilmente pensoso alla ricerca di un Dio che io non so darti – sembra offrirgli anni dopo padre Turoldo – attraversiamo insieme il deserto…».

«La fede cerca, l’intelligenza trova. E, d’altra parte, l’intelligenza cerca ancora Colui che ha trovato», diceva sant’Agostino. Tra credenti e animi inquieti, allora, forse non esiste un confine.

Walcott, scrivere versi è come pregare

gennaio 25, 2012

Derek Walcott

«Ho riscoperto eroi e miti nelle persone comuni in una terra di conquista ormai diventata nazione»

Dino Messina per “Il Corriere della Sera

«Non ho mai separato la poesia dalla preghiera. Ho sempre creduto che scrivere versi sia una vocazione, non diversa da quella religiosa». Chi ha conosciuto Derek Walcott, classe 1930 (ha festeggiato l’ottantaduesimo compleanno proprio ieri, nella casa dell’isola di Saint Lucia da cui guarda il mar dei Caraibi), sa che questa confessione viene dal cuore. Durante i numerosi viaggi in Italia, è capitato spesso che piantasse in asso gli ospiti e si ritirasse in camera con una scusa disarmante: doveva obbedire al suo gift, al suo dono, catturare sulla pagina l’ispirazione del momento. Un talento che l’ha portato a vincere il Nobel per la letteratura nel 1992, primo fra gli scrittori caraibici. Una furia creativa che non lo ha mai abbandonato, al punto che qualche amico malizioso ha commentato: ma a Derek qualcuno ha spiegato che il Nobel l’ha già vinto?

Walcott è rimasto sempre il ragazzo che a 19 anni chiese duecento dollari alla madre, una somma impegnativa per un’insegnante vedova e con tre figli da mantenere, perché aveva scritto 25 poesie e voleva pubblicarle a proprie spese. Mamma Alice trovò quei soldi e Derek glieli rese presto perché riuscì a vendere i versi agli amici. A Saint Lucia era nata una stella. E il giovane Derek, forte del «dono» poetico e delle letture dei classici della letteratura inglese sotto la guida della madre, si fece subito conoscere anche a Kingston, la capitale della Giamaica, dove nel 1950 si era iscritto alla facoltà di Lettere.

Studiava e scriveva, poesie e drammi. Pubblicava e dipingeva, seguendo l’altro talento, ereditato dal padre Warwick, morto a 31 anni quando Derek e il gemello Roderick, che sarebbe diventato anche lui scrittore, erano neonati. La passione per la pittura è documentata in Tiepolo’s hound, il levriero di Tiepolo, opera in cui incrocia le proprie esperienze artistiche alla vita di Camille Pizzarro. Nel 1957 Derek vinse una borsa di studio della Fondazione Rockefeller e si trasferì a New York. Il rapporto con gli Stati Uniti non fu subito facile ma si rafforzò con il tempo: nei primi anni Ottanta il poeta caraibico con l’irlandese Seamus Heaney e il russo Josif Brodskij formava ad Harvard il «magnifico trio» invidiato da tutte le università. Tuttavia Walcott non chiese mai la cittadinanza statunitense, non ha mai tradito la sua nazione, i Caraibi e la sua isola, Saint Lucia, dove ha costruito la sua casa e da cui ha tratto ispirazione per la sua opera, le poesie, i drammi e soprattutto Oméros, il poema epico in terzine (ottomila versi) in cui racconta la storia della sua gente.

Gli eroi di Walcott portano nomi omerici, ma sono personaggi umili, un tassista, un pescatore, una cameriera… che l’autore dice di aver conosciuto personalmente: «Il pescatore Achille mi ha presentato a suo cugino Ettore che era sposato con Elena. La chiamavano la bella Elena dei Caraibi». L’altro Gente del popolo, cui Derek Walcott ha dato dignità letteraria. Vero protagonista, non soltanto di Oméros ma di tutta l’opera di Walcott, è il Paese dei Caraibi: la terra, con la sua gente, e soprattutto il mare che la circonda. È questa l’unica similitudine che ammette tra il suo arcipelago caraibico e la Grecia dei poeti antichi: la presenza del mare. «È il mare – ci disse nel settembre 2008 – il nostro testo comune. Tutte le avventure i pericoli, le storie di pirati qui vengono dal mare, non dalla terra. Il mare che non custodisce statue e monumenti come la terra, ma è la storia stessa». Ha scritto Brodskij che i Caraibi furono scoperti da Colombo, colonizzati dagli inglesi e immortalati da Walcott.

Quattro figli, due mogli da cui ha divorziato, una terza, la bionda Sigrid, compagna degli ultimi vent’anni, Derek Walcott è l’opposto dell’intellettuale altero: pronto alla battuta, disponibile con i giornalisti, un po’ l’opposto dell’altro Nobel caraibico, lo scontroso V. S. Naipaul, nato a Trinidad da una famiglia di origini indiane, che dopo aver per anni elogiato il lavoro del collega, in un saggio del 2007, Odissea caraibica, lo attaccò duramente. Secondo Naipaul, Walcott ha talento da vendere, ma come molti scrittori meticci soffrirebbe di vittimismo e del complesso di negritudine. Difetti aggravati dall’enfasi elegiaca con cui descrive i Caraibi, in realtà una terra irrimediabilmente rovinata dalla colonizzazione. La stroncatura irritò non poco il vecchio Derek, che aveva sintetizzato la propria identità nei celebri versi: «Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, /ho avuto una buona istruzione coloniale, /ho in me dell’olandese, del negro dell’inglese, /sono nessuno, o sono una nazione». Per chi non l’avesse capito, Walcott attribuisce un valore fondativo alla propria opera poetica: «Sono convinto – ci spiegò durante un incontro nel 2000 – che la melodia e il ritmo siano essenziali alla nostra realtà. I Caraibi stanno ancora cercando la propria strada e devono farlo basandosi sui punti di forza, e non seguendo le mode imposte dalla cultura europea o americana dove tutto è “anti”». Ecco la risposta all’accusa di essere naïf. Quanto ai conti personali con l’ex amico Naipaul, non li regolò subito, ma attese un anno e durante un festival letterario in Giamaica si alzò e lesse questi versi: «Sono stato morso /e devo evitare l’infezione /altrimenti morirò /così com’è morta la narrativa di Naipaul».

Negli ultimi anni il sorridente Derek Walcott ha avuto più di un motivo di amarezza. Non solo gli acciacchi dell’età e una fastidiosa malattia che irrigidiscono i suoi movimenti una volta eleganti, ma anche la calunnia e vecchi scandali ripescati in occasione della sua candidatura, nel 2009, alla cattedra di Poetry della Oxford University. Tutti davano per scontato che la scelta sarebbe caduta sul Nobel caraibico, quando tra i banchi del prestigioso ateneo inglese cominciò a circolare un libretto anonimo, Il professore libidinoso, in cui si raccontava un presunto tentativo di molestie sessuali ai danni di una studentessa matricola ad Harvard nel 1982. In quell’occasione i giornali ripescarono anche un analogo episodio del 1996 che si era concluso con un accordo extragiudiziale tra il Nobel caraibico e una studentessa di Boston che l’aveva accusato di «contatti sessuali offensivi». Walcott ritirò la candidatura dalla prestigiosa cattedra di Poetry. A consolarlo non bastarono gli attestati di solidarietà provenienti da tutto il mondo e il fatto che Ruth Padel, la poetessa che gli aveva soffiato il posto, di lì a poco si dimise anche lei per il sospetto che avesse contribuito a diffondere le voci sul «professore libidinoso».

Il genio rinascimentale di Luigi Cavalli-Sforza

gennaio 25, 2012

Luigi Cavalli-Sforza

da “il Giornale

Il contributo di Luigi Luca Cavalli-Sforza alle conoscenze sulla storia biologica della nostra specie si basa sulla sua straordinaria capacità di muoversi, a livello professionale, in un vasto numero di discipline. In questo senso Cavalli-Sforza si può considerare erede contemporaneo dell’uomo di scienza rinascimentale che era a suo agio in numerosi campi del sapere. La curiosità per la conoscenza lo ha sempre sostenuto nell’affrontare senza timori la sfida di addentrarsi in nuovi orizzonti della conoscenza.
Laureatosi in medicina negli anni Quaranta, ha praticato la professione anche se per breve tempo. L’interesse per la ricerca ha avuto presto il sopravvento. La genetica era in Italia una disciplina nascente e attrasse il suo interesse. Specialmente quando applicata a livello delle popolazioni gli studi di genetica richiedono strumenti statistici. Precorrendo una pratica condivisa oggi da molti giovani ricercatori, andò ad approfondire gli aspetti quantitativi della disciplina in Inghilterra sotto la guida di uno dei massimi statistici di tutti i tempi, R.A. Fisher, all’Università di Cambridge. Quasi contemporaneamente, nei primi anni Cinquanta, da contributi fondamentali al progresso delle conoscenze sulla sessualità nei batteri, un campo all’epoca inesplorato e che vedrà il lavoro di gruppi concorrenti premiato con il Nobel.
Negli anni immediatamente successivi inizia il suo interesse per la storia evolutiva dell’uomo che lo vedrà impegnato nei decenni successivi con grandi risultati. A livello metodologico la «distanza genetica di Cavalli-Sforza – Edwards», una misura delle differenze genetiche tra popolazioni che porta il suo nome (e di un collega inglese) è ancora oggi molto usata. Gli strumenti metodologici individuati per il suo pionieristico lavoro sulla «geografia dei geni», lo studio della distribuzione dei geni nello spazio e le cause che la determinano, sono usatissimi nelle ricerche, che adesso vanno sotto il nome di filogeografia e usano la messe di dati prodotta dalle tecniche molecolari della moderna genetica.
L’uso creativo delle fonti storiche e archivistiche di cui l’Italia è ricchissima (i registri parrocchiali, le domande per la dispensa che storicamente la Chiesa richiedeva per i matrimoni tra persone imparentate) ha guidato i suoi studi in proposito per oltre cinquant’anni, fino alla pubblicazione di un volume organicamente riassuntivo uscito presso una prestigiosa casa editrice pochi anni fa.
All’inizio degli anni settanta si trasferisce presso l’Università di Stanford in California in cui ha continuato a fare ricerca fino a pochissimi anni fa.
Gli anni americani della piena maturità professionale vedono il suo lavoro, anche in questo caso pionieristico, nella ricostruzione della storia naturale dell’uomo. Nel 1994 esce presso la Princeton University Press un volume di oltre mille pagine, History and Geography of Human Genes: la summa di quasi due decenni di lavoro dedicato a questa tematica. Accolto come una pietra miliare nella comprensione dell’evoluzione della nostra specie, il lavoro offre una dettagliata ricostruzione dell’origine del popolamento della terra da parte della nostra specie e dei percorsi seguiti nella diffusione nei diversi continenti. Usando l’informazione all’epoca disponibile nella letteratura scientifica, un centinaio di tratti genetici in quasi duemila popolazioni diverse, sono state descritte le migrazioni ed è stata fornita una scala temporale su cui misurare gli eventi evolutivi della nostra specie.
Utilizzando una vasta messe d’informazioni fornite dall’archeologia, è stato chiarito come per innovazioni culturali importanti come l’agricoltura, la diffusione sia avvenuta attraverso lo spostamento delle popolazioni. Utilizzando le conoscenze sulle diversità linguistiche fornite dagli studiosi di questa disciplina e, sebbene non vi sia consenso tra i linguisti sulla classificazione delle lingue a scala planetaria, è stato proposta una relazione tra differenziazione genetica e linguistica.

Dato il suo interesse per la realtà culturale delle popolazioni non è sorprendente che si sia anche occupato degli aspetti teorici della trasmissione culturale raccolti in un volume uscito nel 1981.
Per le stesse ragioni non stupisce la passione con cui Cavalli-Sforza si è impegnato nella comunicazione della conoscenza sia attraverso libri di testo che attraverso opere di divulgazione. Il suo The Genetics of Human Population ha ricevuto nel 1981 il riconoscimento come libro di testo sull’argomento all’epoca più frequentemente citato.
*Professore di Ecologia
all’Università di Parma

L’ultimo segreto di Buzzati

gennaio 25, 2012

«I miracoli di Val Morel» di Dino Buzzati (Oscar Mondadori)

Oltre il mistero degli ex voto, un dialogo sospeso con l’aldilà

Lorenzo Viganò per “Il Corriere della Sera

Il 28 gennaio 1972 nevicava. Una neve fitta, incessante, «aggressiva», scrisse Romano Battaglia, «che aveva trasformato Milano in una gigantesca Dolomite». Alle quattro e venti del pomeriggio, nella stanza 201 della clinica Madonnina, dove era entrato all’inizio di dicembre, Dino Buzzati si spegne. Aveva 66 anni. Alla mattina di quell’ultimo giorno, dopo aver chiesto alla giovane moglie Almerina di fargli la barba perché la morte lo trovasse in ordine, aveva detto: «È strano, non arriverò a sera, eppure se il direttore mi chiedesse un articolo glielo farei»: tali erano la dedizione al mestiere di giornalista, svolto con scrupolo e passione per tutta la vita, e l’attaccamento al «suo Corriere», dove era entrato appena ventiduenne, sicuro di venirne presto «cacciato come un cane».

Si racconta che quando la morte lo prese per mano – quella morte che tanto aveva cantato e indagato, sfidato e inseguito, tenendosela sempre vicina come elemento indispensabile per vivere – Buzzati sorridesse, come Giovanni Drogo nell’ultima riga del Deserto dei Tartari; si dice che «in quel preciso momento» nelle gabbie dello zoo di Porta Venezia di fronte alle quali si fermava spesso, pensoso, gli animali fossero diventati improvvisamente irrequieti, e facessero sentire la loro voce, alta, forte, per salutarlo. Cose alla Buzzati, che con il fantastico aveva un rapporto profondo, speciale. Messaggi da un altrove, da un universo parallelo per accedere al quale lui, e soltanto lui, aveva il lasciapassare. «Se ne è andato così alla Buzzati che alla Buzzati potrebbe anche tornare», scriverà il giorno dopo Indro Montanelli sulle colonne del «Corriere della Sera». «Con Buzzati se ne va la voce del silenzio, se ne vanno le fate, le streghe, gli gnomi, i presagi, i fantasmi. Se ne va, dalla vita, il Mistero. E che ci resta?».

Ci restano innanzi tutto i suoi romanzi, centinaia di novelle, le Storie dipinte, i lavori teatrali: tutte chiavi, lasciate a noi, per entrare in quel mondo. Ci resta un’opera che oggi, in memoria di uno dei più moderni scrittori del Novecento, si arricchisce di un volume che torna in libreria dopo trent’anni di oblio, I miracoli di Val Morel: l’opera con cui si congeda dal mondo, la pagina finale del suo romanzo esistenziale e poetico.

Si tratta, come lo definì lo stesso Buzzati, di un «racconto in trentanove piccoli capitoli, risolto più con le immagini che con le parole», nel quale l’autore illustra altrettanti miracoli attribuiti, secondo la finzione letteraria del manoscritto ritrovato, a Santa Rita da Cascia. Miracoli apocrifi, popolati da balene volanti, serpentoni dei mari, gatti vulcanici, robot, marziani. Miracoli «impossibili» e fantastici, che l’immaginazione di Buzzati colloca tra il 1500 e la prima metà del 1900 soprattutto nelle zone del Bellunese, dove è cresciuto e ha passato le sue estati.

Nato da una serie di ex voto realizzati per una mostra alla Galleria Cardazzo di Venezia, e trasformato poi in un libro con l’aggiunta di brevi racconti che accompagnano le tavole, una «Spiegazione» iniziale che ne svela i retroscena e le lega, e da un’introduzione di Montanelli in apparenza irriverente, ma in realtà profondamente affettuosa («C’è da prenderlo a schiaffi, e un giorno forse lo farò» è l’incipit), I miracoli di Val Morel può sembrare a prima vista un catalogo d’arte; un libro da guardare prima che da leggere. Invece, basta immergersi nelle sue pagine perché si riveli una sorta di album personale, che raccoglie, rielaborandole, atmosfere della memoria e luoghi dell’anima; fatti vissuti, ascoltati e sognati in oltre sessant’anni di vita. Un estremo saluto, un biglietto d’addio da maneggiare con cura, perché specchio dei pensieri, delle inquietudini, delle speranze che animavano Buzzati nella parte finale della sua vita.

Quando nell’estate 1970 inizia, febbrilmente, a lavorare alle tavole, sono già comparsi i sintomi della malattia che lo porterà via un anno e mezzo dopo. E quando il volume arriva nelle librerie sta per entrare in clinica, tanto che non avrà nemmeno il tempo di presentarlo in pubblico. Non è dunque difficile leggere quelle pagine come un testamento: umano, artistico e spirituale. Una galleria dove sfilano paure, speranze, ricordi, suggestioni infantili, e dove si ritrovano i suoi temi iconografici e letterari più tipici, in un mix di rimandi, (auto)citazioni, messaggi, assonanze che Buzzati si diverte a mischiare, confondendo continuamente, come è nel suo stile, vero e falso, realtà e finzione, per disorientare e depistare il lettore.

Vi si ritrovano le favole, l’ironia, «il formicolio metafisico del quotidiano», come lo definisce Geno Pampaloni. Ma non solo: nei disegni e nei racconti di Da Pont Serafina salvata dall’assalto del gigantesco Gatto Mammone, del podere di Somacal Bepi protetto dall’avanzata di una nube di bisce, del conte Gualtiero Santi uscito dal labirinto di Socchieva nel quale si era smarrito… c’è qualcosa di più, qualcosa di più viscerale. C’è il suo ultimo gioco con la morte, la partita finale.

Se per la discesa all’inferno prima (Viaggio agli inferni del secolo) e per il viaggio nell’aldilà dopo (Poema a fumetti) Dino Buzzati aveva scelto Milano, per la salvezza torna a casa, alle valli e alle crode, ai silenzi dell’attesa. Chiude il cerchio esistenziale. Rispolvera il passato, ritrova le radici, i sogni e le fantasie dell’infanzia. Le credenze e le superstizioni. E costruisce la propria via di fuga; l’unica – l’ultima – possibilità di salvezza: il miracolo. Solo un miracolo, sembra dire Buzzati, può cambiare il destino, può sconfiggere la morte, e non solo quella inferta dai vespilloni o dalle formiche mentali, ma anche, e soprattutto, quella che lo sta raggiungendo. Solo un miracolo, sembra azzardare – lui non credente – può portare con sé l’antidoto (divino) alla fine eterna. Non è un caso, dunque, che si rivolga proprio a Santa Rita da Cascia, la «Santa degli impossibili», evocata nei casi disperati, quando non c’è più niente da fare.

Ma questo non accadrà.Santa Rita non entrerà volando nella sua stanza alla Madonnina per salvarlo. Non ci sarà il prodigio, la grazia ricevuta, quel premio che solo un essere superiore, per ragioni ignote e incontrollabili, può assegnare. Buzzati non disegnerà il proprio ex voto . Il miracolo, forse, sarà la neve, quella tormenta di neve che fonderà Milano con gli scenari della sua terra, che trasformerà i grattacieli in montagne. Così da farlo sentire completamente a casa quando, un giorno di gennaio di quarant’anni fa, risponderà alla «chiamata del reggimento».

E’ nel suo nome che ho deciso di darmi al fumetto

Milo Manara per “Il Corriere della Sera

Ho un grande debito nei confronti di Dino Buzzati, perché forse, senza di lui, non avrei fatto questo mestiere. Quando ho deciso di dedicarmi al fumetto, sia per gli studi che per l’educazione ricevuta ho sentito questa scelta come una specie di retrocessione. Passare dalla pittura a un genere considerato all’epoca di serie B mi sembrava un tradimento, un gettare la tonaca alle ortiche. Invece, proprio la scoperta del suoPoema a fumetti, opera per me cruciale, mi ha fatto ricredere: il fumetto aveva una sua nobiltà e il mio non sarebbe stato un passo indietro.

Da lì ho riflettuto sulla sua pittura e mi sono reso conto che Dino Buzzati era un artista post moderno ante litteram, un artista totalmente libero da qualsiasi scuola e «incidente» storico, cosa che, lui vivente, portava gli altri a guardare i suoi quadri con diffidenza. Dino Buzzati anticipava i tempi, e lo dimostrano I miracoli di Val Morel, opera di una maturità e una consapevolezza assolute.

Il secondo momento cruciale del mio rapporto con Dino Buzzati è stato quando l’ho «reincontrato»disegnando, sotto la guida di Federico Fellini Il viaggio di G. Mastorna, il film, purtroppo mai realizzato, che scrisse a quattro mani con lui. Lì, attraverso i racconti che mi faceva Federico, ho potuto conoscere l’«uomo Buzzati» e nello stesso tempo ritrovare i suoi temi più classici, quei temi che ne fanno un autore profondamente moderno: lo spaesamento, l’incomprensibilità di quello che succede, la mancanza di significati, il senso di impotenza e di ineluttabilità, oggi sempre più forti e presenti.

Eppure no, mi spiace, ma non vedo eredi: sia per la frana culturale che ci ha investito e ha compromesso tutto, sia, soprattutto per la dimensione non tanto dei maestri, ma degli eredi stessi.

L’impegno di André Green

gennaio 25, 2012

Andrè Green

Dopo avere subito il fascino dell’estro singolare di Lacan («mi ha insegnato a pensare», avrebbe detto in seguito), se ne distaccò per avvicinarsi al pensiero psicoanalitico inglese, da Winnicott a Bion

Francesca Borrelli per “il Manifesto”

L’approdo alla psicoanalisi fu per André Green, che domenica a Parigi ha ceduto all’ultima delle sue malattie, l’esito di una alleanza fra il trauma e la passione: lui stesso raccontò – in un prezioso volume autobiografico titolato Uno psicoanalista impegnato (Borla, 1995) – quanto fosse stato determinante, nella sua infanzia, il lutto lungamente inconsolabile di sua madre, che perse la sorella, bruciata viva in un incidente. Dedicarsi alla sofferenza mentale era dunque qualcosa di lungamente meditato quando approdò all’ospedale Sainte-Anne di Parigi, il luogo in cui in quegli anni si incrociavano i destini di tutti coloro che, pur da diverse prospettive, concentravano i propri studi sulle dinamiche della mente. André Green vi lavorò dal ’54 al ’57, e fu lì che conobbe i suoi primi entusiasmi: «sono stati tre anni fra i più belli della mia vita», avrebbe poi scritto, gli anni in cui mise a punto la sua tesi di dottorato sull’ambiente familiare degli schizofrenici, un argomento totalmente assente dalla letteratura francese del tempo. Allora aveva già maturato molti dei suoi interessi letterari, quello per Shakespeare, innanzi tutto, sul quale avrebbe scritto saggi bellissimi. Lo lesse, insieme ai classici del pensiero greco, durante i lunghi periodi in cui venne costretto a letto da una forma adolescenziale e molto seria di scoliosi: studiava privatamente e leggeva senza sosta, obbligandosi a «una specie di distacco, di presa di distanza da me stesso», scrive ancora nella autobiografia.
I suoi orizzonti lunghi, popolati di figure eterogenee, resi straordinariamente complessi e tuttavia non eclettici dai diversi contributi accolti nel suo pensiero, ne fanno una delle figure più affascinanti della cultura contemporanea, che mano a mano vede spegnersi le sue ultime fiamme. Green era una di queste non soltanto in virtù dei suoi contributi alla clinica e alla teoria psicoanalitica, ma grazie alla sua lettura dei legami tra arte e inconscio, che rimarrà tra quelle che il tempo non cancella.
Era nato al Cairo nel marzo del 1927, da genitori emigrati di lunga data, e aveva trascorso l’infanzia nella comunità ebraica, essendo di famiglia sefardita. Fu con il secondo battello che si collegava all’Europa che Green se ne andò, nel 1946, approdando a Parigi, dove l’odore dell’antisemitismo, fino ad allora mai avvertito, lo colse lasciandogli ricordi stupefatti. Ma lo aspettava il riscatto di una avventura davvero travolgente, quella che consumò al Sainte-Anne, appunto, uno tra gli ambienti più stimolanti del secolo scorso, dove avevano trovato impiego non soltanto psichiatri ma grandi talenti provenienti da altre discipline con cui la psichiatria dialogava. Green si legò al medico catalano Henri Ey, già allora circondato da una reputazione considerevole, nonostante al Sainte-Anne non dirigesse un servizio: lavorava in biblioteca, ma il mercoledì teneva seminari imperdibili, cui Green avrebbe tributato il merito della sua prima formazione concettuale.
Anche quando arrivarono gli anni del movimento studentesco, quella esperienza gli tornò utile: il suo impegno nella battaglia per sottrarre la psichiatria al dominio della neurologia e delle sue idee riduzionistiche gli dettò l’idea di lavorare al Livre blanc de la psychiatrie, che preparò la separazione delle due discipline nel ’69. Assistere al lavoro di figure eterogenee durante gli anni del Saint-Anne convinse André Green del fatto che le terapie rivolte alle mente non contemplano un pensiero a una sola dimensione, e tuttavia questo non indebolì mai il suo rigore freudiano, e anzi sollecitò – in una stagione più avanzata della vita – le sue polemiche spesso veementi contro la dispersione teorica e la frammentazione degli orientamenti, che riteneva potessero condurre, se esasperati, all’implosione della psicoanalisi. Combatteva contro la possibilità che scuole diverse favorissero il fraintendimento di termini fondamentali sui quali contare per una comunicazione indispensabile a un terreno di base condiviso; e tuttavia predicava solo per gli psicoanalisti laureati. Il pubblico che, per quanto avvertito, necessitasse di qualche mediazione esplicativa non lo interessava affatto.
La «nascita professionale» di Green avvenne in coincidenza con la scissione della Società psicoanalitica di Parigi. È in questa occasione che il nome di Lacan entrò in campo. Ieri le agenzie di stampa qualificavano Green come «antilacaniano», e di certo lo divenne, non senza passare, tuttavia, per un periodo in cui anch’egli subì il fascino di quell’estro singolare.
Più volte Lacan corteggiò André Green perché entrasse a far parte del suo gruppo; ma – come mi raccontò nel dicembre del ’99, durante un incontro nel suo studio a Parigi – «fin dall’inizio della mia prima frequentazione con Lacan mi resi conto, a un tempo, sia della sua grande potenza intellettuale sia del fatto che non avrei potuto accordargli la mia fiducia. Vedevo come trattava le persone che gli giravano intorno, i suoi allievi con cui intratteneva rapporti detestabili: non li rispettava, anzi li umiliava, e contemporaneamente si serviva di loro. Compresi che era necessario prestare interesse a quel che diceva, ma che non si doveva entrare in una relazione analitica con lui. Se nel gennaio del ’61 cominciai a frequentare i seminari di Lacan fu, probabilmente, per reagire alla morte del mio analista Maurice Bouvet: lo vidi per l’ultima volta durante la seduta finale della mia analisi, dunque forse cercavo una figura paterna che lo sostituisse. Nel luglio dello stesso anno ebbi i primi contatti con gli analisti inglesi. Conobbi Winnicott, Herbert Rosenfeld, Hanna Segal, John Klauber; avevo visto Bion una volta ma non lo conoscevo ancora. L’impatto con loro provocò in me uno choc altrettanto importante di quello indotto dal pensiero di Lacan, ma con una differenza: i suoi seminari erano un piacere per la mente, gli ultimi minuti intellettualmente abbaglianti, ne uscivamo in una sorta di trance; ma non avrei potuito dire che tutto questo mi sarebbe stato d’aiuto con i miei pazienti. Mentre quando frequentavo gli analisti inglesi, quando leggevo o ascoltavo i loro commenti di materiali portati da uno dei loro giovani colleghi, allora mi dicevo, ecco questa è l’analisi. La mia doppia formazione è stata per me molto importante: gli inglesi mi hanno insegnato il mio mestiere, Lacan mi ha insegnato a pensare, a riflettere. Mi separai da lui perché dopo sette anni di conoscenza arrivammo a una sorta di punto di verità: potevo pendere da una parte o dall’altra. Scelsi di stare all’opposizione della sua maestà. Una volta mi disse: “ho due specie di allievi, gli apostoli e i mandarini. I primi mi seguiranno sempre, dovunque io vada, i secondi avranno sempre nei miei confronti qualcosa di riduttivo”. Compresi che non dovevo diventare uno dei suoi apostoli».
Quando si trovava a sintetizzare la sua parabola teorica e clinica, Green si sentiva stretto nella ortodossia freudiana, e tuttavia si trovava meno che mai a suo agio fra i moderni, impegnati in un voltafaccia al padre della psicoanalisi. Non ammetteva che si contestassero alcuni dei caposaldi del pensiero freudiano, la teoria delle pulsioni, innanzi tutto, e rifiutava il modaiolo primato assegnato alle relazioni oggettuali (ossia al rapporto con l’altro da sé). «Guardiamo a quel che avviene nel rapporto della madre con il bambino» diceva nel corso del nostro incontro. «A momenti diversi corrispondono passaggi mentali differenziati: più un bambino è piccolo, più è immerso in un universo narcisistico. Si dimentica che il neonato passa i tre quinti del suo tempo a dormire. E allora dove sta, durante tutte queste ore, la relazione oggettuale?».
Fin dal 1999 aveva in mente di scrivere sugli esiti meno felici della sua professione, quei fallimenti dell’analisi sui quali la bibliografia è avara; ma lo fece solo recentemente, in un libro tradotto due mesi fa da Cortina con il titolo eloquente Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico, un volume la cui cripticità è riscattata dal godibilissimo capitolo iniziale dedicato alla icona dei fallimenti terapeutici, Marilyn Monroe. Green era solito indicare come si sia persa consapevolezza di qualcosa che Freud sapeva molto bene: non tutta la teoria psicoanalitica può tradursi nella pratica interpretativa. Ma il fatto che alcuni pazienti non siano analizzabili – sosteneva Green – «non impedisce ai sintomi di esistere, o ai fatti di accadere, né dovrebbe evitare agli psicoanalisti di gettare uno sguardo al di là di ciò che si lascia comprendere».

Diritti Globali

Il primo scrittore vagabondo: ecco la (vera) vita spericolata

gennaio 22, 2012

Gian Paolo Serino per “il Giornale

A raccontare per primo la figura dell’hobo americano non furono Mark Twain, Jack London, Charlie Chaplin o Jack Kerouac, che diedero una dimensione narrativa al vagabondo on the road, ma lo scrittore Ralph Keeler (1840-1873) oggi al centro di una vera riscoperta nei campus e nelle librerie americane, ma ancora inedito in Italia. Negli States, Keeler, oltre a essere entrato di diritti nella storia della letteratura, è stato riscoperto proprio come il vero antesignano della vita (e della letteratura) «sulla strada». A differenza di Twain, London, Chaplin o Kerouac, Keeler non ha vissuto tra i velluti e il delirio del successo. Chaplin divenne così agiato da permettersi di fondare sull’epica del vagabondo tutta la propria fortuna (tanto da creare la United Artists); Jack London fu la prima rockstar della letteratura con milioni di libri venduti; Jack Kerouac è oggi da tutti riconosciuto come l’icona della beat generation.
Eppure Ralph Keeler non ha fatto «una vita fuori dalle regole» soltanto tra le pagine: la sua è stata, senza dubbio, la più spericolata delle vite. È stato attore nei minstrel show, la prima forma teatrale originale statunitense. E proprio in quegli spettacoli, tra circo e vaudeville, Keeler lavorò fra il 1830 e il 1840 prima di diventare un giocatore d’azzardo di carte e in seguito un hobo che percorse in lungo e in largo gli Stati Uniti durante il decennio che va dal 1840 al 1850. William Dean Howells, il più importante critico letterario statunitense dell’800, fondatore della scuola americana del realismo, riteneva Vagabond Adventures di Keeler un capolavoro. Lo definì un «libro che appartiene alla grande letteratura, in tutta la sua fedeltà alla vita».
E in effetti le memorie di Ralph Keeler, fino a ora incredibilmente dimenticate nel nostro Paese, sono la prima rappresentazione americana di quella «gioventù bruciata» che, più che tradursi in un modo di vivere, divenne presto una moda. Perché, a parte Keeler e pochi altri sconosciuti, i «maledetti» americani hanno sempre vissuto il proprio esistenzialismo accompagnandolo con la gloria di un successo clamoroso e gli agi di una strada che, in realtà, era tutto tranne che on the road. Nelle pagine di Keeler troviamo quello che sarà Il monello di Charlie Chaplin (che Keeler chiama «monellaccio») e tutti quei ribelli che della strada faranno il proprio suono di vita beat. Non è una Bibbia, ma basta leggere le prime righe per comprendere come la vera avventura esistenziale non sia spingersi oltre i limiti o rifugiarsi negli eccessi delle droghe, ma avere la forza di comprendere e decifrare perché certe vite siano davvero spericolate.

L’enigma Gertrude Stein

gennaio 20, 2012

Gertrude Stein and Alice Toklas

Maria Laura Rodotà per “Il Corriere della Sera

«E’ tempo di andar via. Miss Gertrude scrive di notte mentre Alice dorme. Le parole turbinano magicamente dalla pagina alla macchina per scrivere di Alice quando, la mattina, le trascrive. Ore prima è arrivato Picasso… Sembra arrabbiato. Ha appena inventato l’arte moderna, che non è la stessa cosa che essere arrabbiati, però forse lo è. È duro inventare l’arte moderna». È duro raccontare Gertrude Stein, però forse no: la sua vita è diventata l’anno scorso un libro illustrato per bambini, Gertrude is Gertrude is Gertrude (parafrasi della sua frase più celebre, «una rosa è una rosa è una rosa»), di Jonah Winter; Miss Gertrude e la sua compagna Alice Toklas diventano due simil-fate burbere. È duro leggere le sue opere, però forse no: quasi nessuno digerisce i libri, a milioni amano le sue battute, secche, sorprendenti e logiche, se vivesse oggi sarebbe la regina di Twitter (tuttora è molto ritwittata). Non è duro appassionarsi alla sua attività di collezionista battistrada a Parigi; ora celebrata da una grande mostra itinerante (dal 21 febbraio al 3 giugno al Metropolitan di New York) e da una mostra sulla sua vita, attualmente alla National Portrait Gallery di Washington. E pure da Midnight in Paris di Woody Allen; anche se la brava Kathy Bates, più che una leonessa delle avanguardie, la rende un po’ una Sora Cecioni delle notti bohémien. È più duro, per le fan sincere democratiche, e per la comunità lesbica americana, fare i conti con la Stein definita da Picasso «una vera fascista». Che apprezzava Francisco Franco e rimase in Francia, ebrea ma indisturbata, durante l’occupazione, e collaborò col regime di Vichy.

L’ondata celebrativa dell’ultimo anno ha trascurato questo lato oscuro. La Stein delle grandi mostre emerge come una specie di donna-piano Marshall interattivo tra Europa e America; che come il piano Marshall è stata «molte cose per molte persone». «Una generazione l’ha considerata una scrittrice fantastica, un’altra l’ha esaltata come collezionista pioniera» spiega Wanda Corn, storica della Stanford University che ha curato la mostra The Steins Collect. «E ora una generazione più giovane incorona lei e Alice come über-coppia lesbica. È diventata così famosa perché ha fatto tante cose diverse, tutte in modo sensazionale o almeno molto bene. “Diva” non è un cattivo modo per definirla». Come molte dive e divi, lo era diventata trasformando la sua stranezza in qualità da star.

«Non c’è un lì lì»
Nata nel 1874 in una famiglia borghese ad Allegheny, Pennsylvania, ultima di tre fratelli, aveva vissuto da piccola a Vienna e Parigi e poi in California, a Oakland, sulla baia di San Francisco. A otto anni parlava tre lingue e cominciò a scrivere. Quando aveva 17 anni, gli Stein si trasferirono a San Francisco, dove si appassionò al teatro e all’opera. Nel 1893 entrò al Radcliffe, college femminile collegato ad Harvard. Il suo professore preferito era il filosofo William James, fratello di Henry. Il giorno dell’esame, sul foglio, Stein scrisse solo: «Caro professor James, sono spiacente, ma stamattina non sono dell’umore giusto per un esame di filosofia». James, che apprezzava le sue argomentazioni, le rispose che anche lui si sentiva così e le diede il massimo dei voti. La ragazza grassa, intellettuale e poco frivola stava trovando la sua laconica cifra; e testava il suo carisma. Dopo Radcliffe, Stein si iscrisse a Medicina. Ma cominciò a viaggiare per l’Europa. Ma voleva fare la scrittrice. Così lasciò gli studi e nel 1904 raggiunse il fratello Leo a Parigi, sulla Rive Gauche, nella leggendaria casa di rue des Fleurus. In America tornò soltanto trent’anni dopo. Cercò la casa di Oakland dov’era cresciuta, non la trovò, commentò: «There’s no there there», «non c’è un lì lì», gli americani cresciuti in sobborghi senza identità ancora la citano.

«Uno scrittore dovrebbe scrivere con gli occhi e un pittore dipingere con le orecchie»
A Parigi si sperimentava. Occhi e orecchie e nasi venivano dislocati creativamente nei quadri degli amici cubisti. Gertrude e Leo li ospitavano ogni sera e compravano le loro opere, che occupavano ogni spazio sui muri. C’erano Picasso, Georges Braque, Guillaume Apollinaire, Max Jacob, Juan Gris. Nel 1906 Picasso dipinse il ritratto di Gertrude, «l’unica riproduzione di me in cui sono io, secondo me». Quando gli amici andavano via, Gertrude scriveva. Nel 1903 aveva finito il suo primo romanzo Q.E.D., ai tempi impubblicabile, che uscì dopo la sua morte: era la storia di un triangolo tra donne, da lei vissuto quando studiava Medicina alla Johns Hopkins di Baltimora (le due amiche si fidanzarono, lei capì molte cose). Nel 1904 scrisse un altro romanzo lesbico, Fernhurst, un altro triangolo, sempre non pubblicato. Nel 1909 uscì Tre esistenze, tre storie di donne in stile ripetitivo anzi «insistente», con linguaggio scarno a effetto. Nel 1912, Stein pubblicò Tender Buttons e la sua amica Mabel Dodge scrisse che la sua prosa «è così squisitamente ritmica e cadenzata che, se leggiamo ad alta voce, è una sorta di musica sensuale. Come quando ci si ferma davanti a un quadro di Picasso». Il suo romanzo più ambizioso, The Making of Americans, arrivò nel 1925; ed era la storia di due famiglie, un’analisi esaustiva (che esaurisce il lettore) dei personaggi e dei legami intergenerazionali. Ma il suo libro più famoso, la storia della sua vita e dei suoi amici, era meno apparentemente sperimentale e fu scritto in sei settimane per fare soldi. Si intitolava Autobiografia di Alice B. Toklas, dal nome della sua fidanzata.

«L’America è il mio Paese e Parigi la mia patria»
L’Autobiografia uscì nel 1933 e fu un grandissimo successo. Anche per la prima coppia lesbica della storia quasi allo scoperto, Stein e Toklas. Incontrata nel 1907, quando Alice arrivò a Parigi da San Francisco, ospite del maggiore dei fratelli Stein, Michael. Toklas fu subito coinvolta in viaggi in Toscana, vacanze in Spagna, compravendite di Matisse per finanziare le vacanze e travolta da Stein. Però forse no: nella biografia Two Lives. Gertrude and Alice, Janet Malcolm descrive la gran donna «il cui charmeera cospicuo come la sua grassezza» più che dipendente — come un marito disorganizzato — dalla «sottile, brutta, intensa, acida» Alice. La quale, dedita e passivo- aggressiva, allontanava Gertrude dalle amiche che le piacevano troppo e limitava l’invadenza dei giovani amici scrittori. Come Francis Scott Fitzgerald, di cui Stein scriveva «continueranno a leggerlo anche quando molti suoi celebri contemporanei saranno stati dimenticati». E come Ernest Hemingway, conosciuto dopo la Grande guerra. Incoraggiato da Stein (come capita con Owen Wilson in Midnight in Paris) e suo amico, tra alti e bassi, per un quarto di secolo.

Comunque, nel 1935, anche Stein era famosissima. Arrivò in America con Alice e tenne decine di conferenze, acclamata come una patriottica portaerei delle avanguardie diventate passione delle classi medie; e come autrice che forniva un accesso ai salon parigini (anche pettegolo; e il fratello Leo, con cui aveva rotto, le dava della bugiarda). Poi tornò in Francia. Poi ci fu la guerra. Gertrude e Alice rimasero, nella casa di campagna, in buoni rapporti con intellettuali collaborazionisti. Nel 1944 tornarono nella Parigi liberata. Nel 1946, a Stein fu diagnosticato un cancro. Prima di essere operata, sicura di non sopravvivere, disse ad Alice: «Qual è la risposta? E in caso, qual è la domanda»?

Buona domanda. Ci sono tante domande possibili sulla multiforme Stein. E tantissime contraddittorie informazioni. Stein scriveva anche «la gente riceve così tante informazioni che perde ogni senso comune». Succede a chi cerca di raccontare la sua vita, anche, probabilmente.

Nicola Chiaromonte, lo «straniero in Italia» che affascinava Camus

gennaio 17, 2012

Giovanni Russo per “Il Corriere della Sera

Il 18 gennaio di quarant’anni fa moriva Nicola Chiaromonte, uno dei pochi intellettuali di levatura internazionale che ha avuto l’Italia nel Novecento. Ma Chiaromonte non è stato solo un intellettuale. Chi, negli anni Cinquanta, lo incontrava nella redazione del «Mondo», il settimanale diretto da Mario Pannunzio, non avrebbe mai sospettato che fosse stato uno dei piloti della squadriglia aerea guidata da André Malraux durante la guerra di Spagna, che proprio a lui e al suo coraggio si ispira nel tratteggiare uno dei protagonisti del romanzo La speranza (pubblicato in Italia da Mondadori).
Di questo suo passato di eroico combattente non parlava mai, per una sorta di pudore che gli veniva dalla terra di Lucania nella quale era nato il 12 luglio 1905. Era cresciuto a Roma, dove suo padre, medico, si era trasferito dalla Basilicata. A Roma, aveva collaborato al «Mondo» di Giovanni Amendola, a «Italia Letteraria», a «Solaria», aveva stretto un’amicizia destinata a durare sempre con Alberto Moravia. Legato a Giustizia e Libertà, nel 1935 si era rifugiato a Parigi per sfuggire all’arresto della polizia fascista.
Dopo Parigi, dove incontra Carlo Rosselli e conosce il socialista libertario Andrea Caffi che ebbe su di lui un grande ascendente, in seguito all’occupazione tedesca si rifugia in Algeria e in Marocco, per poi raggiungere New York. Frequenta la Mazzini Society, Salvemini e Sforza, entra a far parte di quel gruppo di scrittori e critici che fanno capo alle riviste di avanguardia «Partisan Review», «Politics» e «The New Republic» alle quali collabora con saggi su Tolstoj, Roger Martin du Gard, Stendhal, Pasternak, Camus, Sartre, raccolti nel 1971 nel libro Credere e non credere e stringe amicizia con il critico Paolo Milano e con Mary McCarthy. Lo storico Maurice Nadeau lo definisce uno degli ultimi «maestri segreti» di tutta una generazione di intellettuali europei e americani.
Nel 1947 ritorna a Parigi, dove stabilisce un legame fraterno con Albert Camus che aveva conosciuto in Algeria. Nel 1950 ritorna a Roma, e inizia a collaborare al «Mondo» come critico teatrale: articoli che sono il pretesto per riflessioni di carattere filosofico, storico e culturale e giudizi di costume sulla società italiana. Fu proprio qui, nel 1951, che lo incontrai per la prima volta.
Dal 1956 al ’68 dirige insieme con Ignazio Silone la rivista «Tempo Presente», che svolge un ruolo importante durante la crisi ungherese e quella cecoslovacca; pubblica memorabili interventi sulla malafede degli intellettuali che avevano cercato la copertura del Partito comunista per far dimenticare di essere stati fascisti. Le sue considerazioni sul fallimento del marxismo, che a suo avviso conteneva un’insidia totalitaria, sono esemplari: «Quanto a me, tutto quello che posso dire, è di essere giunto alla conclusione che bisogna risolutamente gettare il marxismo alle ortiche se si vuole arrivare a un inizio di chiarezza», scrive. È «Tempo Presente» a far conoscere le prime testimonianze del dissenso sovietico con gli scritti di Sinjavskij e di Gustaw Herling, proibito in Polonia.
Fra di noi nacque un’amicizia: ci incontravamo spesso in via Sistina nella redazione di «Tempo Presente», alla quale collaboravo. Ricordo Silone e Chiaromonte nella stessa stanza, seduti alla scrivania, legati da una sorta di dialogo silenzioso, anche se, soprattutto negli ultimi tempi, i dissapori non mancavano. Ricordo i colloqui fra Pannunzio e Chiaromonte a proposito dei movimenti di contestazione del Sessantotto: entrambi avevano intuito la deriva terroristica che poteva nascerne. Ricordo le sue riflessioni sui grandi temi morali, estetici e ideali, piuttosto rare in un mondo intellettuale spesso frivolo e superficiale, che mi hanno fatto riflettere sulle ragioni della sua intensa amicizia con Camus: Nicola Chiaromonte è stato e ancora oggi è rimasto «straniero» in patria.

Guttuso, lunga marcia nelle molte Italie

gennaio 15, 2012

Renato Guttuso

A 25 anni dalla morte (e cento dalla nascita) dell’artista siciliano. Dal fascismo al comunismo, dalla guerra al boom, ai dubbi religiosi

Marcello Sorgi per “La Stampa

Una parola, l’Italia di Guttuso. Meglio parlare delle sue molte Italie, quella di Garibaldi e poi di Giolitti, di Mussolini e degli intellettuali di regime, quella democristiana e comunista e poi craxiana, fino al sigillo finale di Andreotti. Una, due vite, a cavallo di uno, due secoli, percorsi insieme con leggerezza, cupezza e inguaribile ambiguità siciliana, molta curiosità, un certo uso di mondo e gusto della contraddizione.

Nato il 26 dicembre 1911 (ma denunciato all’anagrafe solo il 2 gennaio del ’12) a Bagheria, in una famiglia piccolo-borghese di provincia – padre agrimensore, nonno garibaldino combattente nella battaglia di Ponte Ammiraglio alle porte di Palermo, alta aristocrazia nelle amicizie giovanili e nell’innamoramento per la figlia del Duca di Salaparuta, Topazia Alliata -, Renato Guttuso, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita e il venticinquennale dalla morte (18 gennaio 1987), si ricorda soprattutto per la sua irrequietezza da artista, per l’insofferenza a vivere entro un orizzonte limitato, per il desiderio continuo di allontanamento, evasione, conoscenze ed esperienze sempre nuove.

La madre Giuseppina lo voleva avvocato, il padre Gioacchino, che per diletto cantava, suonava il flauto e dipingeva acquarelli, riconobbe subito il suo talento. Guttuso non aveva ancora vent’anni quando, in pieno fascismo, superate le selezioni locali e con la sola scuola dei decoratori di carretti siciliani, esponeva i suoi primi quadri alla Quadriennale e poi alla Biennale, proiettandosi sul piano internazionale. Era arrivato nel ’31 nella Milano fascista, intellettuale e un po’ frondista di Bottai e della rivista Corrente, del premio Bergamo contrapposto al premio Cremona, a Farinacci e all’ortodossia del regime. Trova De Grada, Vittorini e Quasimodo, scrittori, che svernano nell’ambiziosa galleria «Il Milione»; lo scultore Manzù così povero che una sua figlia morirà di denutrizione; i pittori Birolli e Sassu che finiranno arrestati nel ’35 nella prima grande retata contro gli antifascisti.

Il momento della conversione, dal fascismo all’antifascismo, viene nel ’37 a Roma, alla vigilia delle leggi razziali, quando Guttuso incontra Francesco Trombadori e per suo tramite la scuola pittorica romana, il cinema di Luchino Visconti e successivamente, nel ’40, il Pci clandestino di Togliatti, non ancora rientrato in Italia, e Alicata. A Metelliano, in Toscana, nella villa del collezionista mecenate Umberto Morra di Lavriano, conosce Bobbio, Capitini e lo stato maggiore di «Giustizia e libertà», ritratti in un disegno storico che qualche anno fa ha rivisto la luce a Torino. Bernard Berendson lo accompagnerà a Firenze. Mentre Bottai tollererà finché potrà l’eresia del giovane e molto amato pittore siciliano: il momento della rottura è nel ’43, quando Guttuso dipinge la sua Crocifissione, con la Maddalena nuda che abbraccia il corpo di Gesù, e spunta la sconfessione di Farinacci, seguita dalla scomunica del Papa.

Nel ’48 Guttuso è a Wroclaw, con Picasso e Neruda alla prima grande marcia della Pace. Da Bagheria alla Polonia sovietizzata della guerra fredda e della cortina di ferro che divide l’Europa, ha già fatto molta strada. Intellettuale organico, ancorché intimamente ironico, del movimento comunista (e stalinista) internazionale, è passato definitivamente nell’altro campo.

Ma a questo punto, per seguire la sua evoluzione, si possono allineare come pietre miliari i suoi quadri più importanti. Per rileggere, nella Crocifissione, il dolore e la desolazione della guerra, e nell’Occupazione delle terre la disperazione e la fame dei contadini siciliani, su uno sfondo oppressivo da girone infernale dantesco. Gli Anni Cinquanta porteranno un brusco cambio di scena descritto in due quadri fortemente simbolici, La spiaggia e il Boogie-woogie, con i nuovi riti di massa dell’inurbamento e delle vacanze sfrenate, la scoperta dei balli, dei divertimenti, dello stile di vita consumista che vengono dall’America, il progresso e il boom economico che Guttuso, con logica quanto arretrata visione anticapitalistica, percepisce come autentica «tragedia metropolitana». Salvo poi ripensarci, avvertendo il bisogno di modernità, culture e idee innovative, e trovando nell’Edicola, luogo dell’informazione, una sorta di santuario laico a cui si accosta un cittadino avido di conoscenza.

Dopo un altro decennio, e siamo nel ’72, saranno I funerali di Togliatti – con l’immagine pop della bara circondata di fiori colorati, che ricorda la copertina del Sgt. Pepper’s dei Beatles -, a chiudere il periodo dell’impegno, quando già il leader comunista è scomparso da un pezzo. Ma prima c’è un curioso episodio che porta Guttuso, in libera uscita dai rigori comunisti antisessantotteschi del suo partito, ad affrescare un muro della facoltà romana di Architettura accanto a Paolo Liguori e agli extraparlamentari del gruppo degli «Uccelli». E c’è un documentario, La rabbia, girato con Pasolini, suo stretto amico.

La nuova epoca guttusiana che verrà è inizialmente malinconica, di ricerca. C’è, nel ’76, la Vucciria: il vecchio e variopinto mercato siciliano sintetizza tutto il mondo antico che scompare, è Palermo ma potrebbe essere Marrakech o Tashkent, operai, contadini e lotta di classe non ci sono più. La desolazione di un cimitero di auto abbandonate è solo una tappa, mentre premono, sulla tela, donne nude o seminude che parlano, ballano o spettegolano tra loro nel grande quadro della Piscina.

Non si può capire Guttuso senza considerare il suo grande amore per le donne. Due in particolare, tra le tante che affollarono la sua esistenza: la moglie Mimise Dotti, artefice del suo successo iniziale e dell’accreditamento nel difficile ambiente politico, culturale e mondano della Roma fascista dei gerarchi. E Marta Marzotto, musa dell’ultima stagione, simboleggiata nella tigre che si aggira nervosa nel giardino del suo studio, nel quadro La visita della sera.

L’ultimo è il periodo dell’Italia craxiana, che come a molti vecchi comunisti anche a lui non piaceva. E del ripiegamento, del rifiuto degli obblighi della vita pubblica da senatore, dell’anzianità combattuta con ritmi frenetici di lavoro nei tre studi di Roma, Velate e Palermo, di una vita più ritirata, con gli amici con cui amava giocare a scopone tutti i giorni. Sono anche gli anni della lite con Leonardo Sciascia, e di un dubbio religioso più esplicito, che, pur presente da tempo nella sua vita (si pensi, ancora una volta, alla Crocifissione, o al terribile Gott mitt uns, in cui Dio è schierato con i tedeschi), resterà segreto fino all’ultimo.

E sarà in qualche modo consacrato, alla fine, nella surreale messa celebrata in casa, poco prima della morte di Guttuso, dal cardinale andreottiano Angelini, davanti allo stesso Andreotti e a Tatò, segretario di Berlinguer. E dal funerale cattocomunista a Santa Maria della Minerva, in cui non a caso Bo e Moravia si alzano a parlare uno dopo l’altro, mentre Iotti e Fanfani, emblematicamente, aprono allineati il corteo che accompagna la bara.

Addio al filosofo Paolo Rossi. Una vita tra scienza e irrazionale

gennaio 15, 2012

Paolo Rossi

Lo studioso si è spento a Firenze. Era nato a Urbino nel 1923. Con la sua ricerca innovativa, aveva indagato i nessi tra la magia e le origini del pensiero scientifico moderno

Maurizio Ferraris per “la Repubblica

È morto ieri a Firenze il filosofo e storico della scienza Paolo Rossi. Accademico dei Lincei, era nato a Urbino nel 1923, e aveva studiato a Firenze sotto la guida di Eugenio Garin. A Firenze tornerà come docente nel 1966 e sarà per oltre trent’anni titolare della cattedra di storia della filosofia e dando vita a una scuola prestigiosa. Con ricerche innovative Rossi aveva messo a fuoco il momento di frattura che dalla magia porta alla scienza moderna, come nell’opera che lo impose all’attenzione della comunità scientifica internazionale, Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza (1957). A unire queste due dimensioni apparentemente antitetiche, c’è la tecnica, la macchina (I filosofi e le macchine 1400-1700, 1962, Feltrinelli), che è sia lo strumento della scienza sia il veicolo della meraviglia, della magia che anche nel parlar comune si associa alla tecnica. E l’attenzione ai caratteri concreti della produzione scientifica sta anche alla base della intensa attività pubblicistica di Rossi.

Non stupisce che, in questa valorizzazione della tecnica, Rossi abbia focalizzato la sua attenzione sulla memoria (ossia su ciò che, nell’uomo, è naturale ma può essere potenziato artificialmente), che è insieme la base della scienza, perché senza memoria non ci sarebbe il progresso scientifico, e l’oggetto di arti magiche. Così in un altro studio internazionalmente noto, Clavis Universalis: arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz (1960), dove le tecniche della memoria rivelano il loro duplice volto, quello della cabala e quello della logica. E il tema della memoria sarà ancora al centro dei suoi studi vichiani e dei fortunati saggi di Il passato, la memoria, l’oblio (1991, Premio Viareggio 1992, Il Mulino).

Quella di Rossi è dunque una scienza vista dalla tecnica, e una magia vista dalla scienza, ma trattata senza supponenza positivistica. Prima di tutto perché la tentazione di un sapere per iniziati è vecchia quanto l’uomo, sicché guardando all’ermetismo si può trovare una vera e propria archeologia del sapere. E poi perché, come ha scritto nel Seicento Pierre Bayle (uno spirito affine a Rossi nell’enciclopedismo, nell’ironia, nella straordinaria curiosità e apertura intellettuale) non c’è setta filosofica che, per quanto sconfitta, non sia pronta a risorgere. Ed è con questo spirito che Paolo Rossi si è impegnato nel mostrare la tentazione del sapere ermetico nella modernità, per esempio nei saggi raccolti nel Paragone degli ingegni moderni e postmoderni (1989, nuova edizione ampliata 2009, Il Mulino), dove lo storico della scienza guarda all’irrazionale come a una costante con cui è necessario fare i conti, con gusto della provocazione intellettuale, ma anche con riguardo. Cioè come a un avversario a cui si deve l’onore delle armi.

Pablo Neruda, d’amore e di politica

gennaio 11, 2012

David Hockney, «mMr. and Mrs. Clark and Percy», 1970-71, Londra, Tate Britain

La dittatura di Pinochet vedeva in lui un nemico. Le sue parole sono più forti di qualsiasi ambiguità

Antonio Moscato per “Il Corriere della Sera

Pablo Neruda non è mai stato dimenticato, anche negli anni più duri della dittatura di Pinochet. Al suo funerale, mentre ancora carceri e stadi traboccavano di detenuti, sfilarono tremila coraggiosi. A distanza di quasi quarant’anni il Partito comunista cileno ha chiesto la riesumazione del suo corpo per accertare con l’autopsia se a ucciderlo fu il cancro alla prostata con cui conviveva da qualche tempo o un’iniezione di veleno. Una richiesta che comunque non può aggiungere molto a quello che si sa: il Messico aveva inviato un aereo per portare in salvo il poeta, e proprio il giorno prima della partenza era avvenuto l’improvviso e imprevisto aggravamento che lo aveva stroncato in poche ore.

La giunta militare guidata da Pinochet (che oggi in Cile secondo il ministro dell’Educazione di Piñera non si dovrebbe più chiamare «dittatura») continuava a braccare i militanti della sinistra anche all’estero, uccidendoli a volte senza processo, e ha continuato a farlo per anni. Per Augusto Pinochet, Pablo Neruda era certamente un problema non facile. Il poeta era ammirato all’estero (nel 1971 aveva ottenuto il Premio Nobel per la letteratura), ma era soprattutto popolarissimo in patria, per i suoi versi e anche per i resoconti degli avventurosi viaggi giovanili, da Rangoon a Singapore a Batavia (Giacarta). In Estremo Oriente aveva cominciato prestissimo la sua carriera diplomatica, che si era poi spostata in Europa. Con brevi interruzioni dovute a governi ultraconservatori, era durata fino a poco prima della morte.

Pablo Neruda (che in realtà si chiamava Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, e aveva scelto quello pseudonimo per le sue pubblicazioni già nel 1920, quando aveva solo sedici anni), aveva partecipato attivamente a molte campagne elettorali, ed era stato più volte eletto senatore. Nel 1938, dopo la vittoria del primo governo di Fronte popolare guidato da don Pedro Aguirre, era stato nominato console a Parigi con l’incarico di mettere in salvo il maggior numero di repubblicani spagnoli. Nel 1948 era stato destituito da senatore dal regime conservatore di Gabriel González Videla che aveva messo fuori legge il Partito comunista: Neruda era stato braccato per un anno e, prima che riuscisse la sua fuga in Argentina, in tutto il mondo era stato creduto morto. D’altra parte in molti Paesi, compresa l’Italia, aveva subito spesso molestie e vessazioni poliziesche. Nel 1970, quando fu eletto presidente Salvador Allende, era stato nominato ambasciatore nella sua amata Francia, e aveva così mantenuto intatta la sua popolarità, evitando di prendere posizione nella turbolenta vita interna della coalizione di Unidad Popular.

Logico quindi che già il giorno della sua morte si fossero diffusi sospetti su una possibile causa dolosa, accresciuti dalla barbara distruzione della sua casa e dal saccheggio dei cimeli raccolti in una vita di viaggi. L’autopsia, richiesta recentemente sull’onda di quella ottenuta per Salvador Allende (che ha confermato che si uccise per non cadere nelle mani dei militari), non è ancora conclusa, ma cambierà poco: non c’è dubbio che in Neruda la giunta militare vedesse non il poeta, ma un uomo che poteva diventare dal Messico un punto di riferimento credibile per la resistenza. In ogni caso era un simbolo di tutto quello che il golpe voleva distruggere.

La popolarità di Pablo Neruda era indiscussa, ma la sua figura non era priva di contraddizioni. Le convinzioni politiche di Neruda hanno risentito fortemente del clima in cui si erano formate. Nella sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, (edizione italiana SugarCo, 1979), dice che «anche se la tessera l’ho ricevuta molto più tardi in Cile, quando entrai ufficialmente nel partito, credo di essermi definito di fronte a me stesso come comunista durante la guerra di Spagna».

La guerra di Spagna lo aveva sorpreso a Madrid, dove era arrivato in qualità di console, dopo esserlo stato anche a Barcellona. Subito dopo il Levantamiento di Franco, Neruda fu privato dell’incarico di console dal presidente Arturo Alessandri (un cognome che ritorna spesso nella storia del Cile). Anche come semplice cittadino, Neruda ebbe però subito un ruolo importante nella mobilitazione europea e delle Americhe in difesa del legittimo governo spagnolo. Ma mentre denunciava appassionatamente le atrocità franchiste, tanto più quando tra le vittime c’erano amici carissimi come Federico García Lorca o Miguel Hernández, la sua inesperienza politica lo portava a non vedere l’altro aspetto della guerra, la repressione di anarchici e trotskisti, veri o presunti, da parte degli uomini di Stalin.

Non era solo la sua ingenuità di neofita a determinare il rapporto ambiguo con lo stalinismo, ma la fedeltà cieca al Partito comunista cileno, che manterrà fino alla morte. Dice di aver avuto amici anarchici ma nelle sue memorie, finite pochi giorni prima della scomparsa, continua a ripetere le denigrazioni staliniane su di loro. E paradossalmente finisce per estendere le stesse accuse a tutta la tendenza guevarista in America Latina, sostenendo che mentre nel Partito comunista cileno, che era «di origine strettamente proletaria», erano difficili le infiltrazioni della Cia, le organizzazioni guerriglieriste «hanno spalancato le porte a ogni tipo di spia», inondando il continente di tesi che screditavano i vecchi gloriosi partiti. Salva soltanto la persona di Guevara, perché era stato colpito profondamente (tanto che ne parla più volte nelle sue memorie) dall’ammirazione per la sua poesia manifestata dal Che, che anche nell’ultima impresa boliviana si era portato nello zaino il suo Canto general . Neruda ha navigato senza problemi e senza dubbi nel mondo staliniano, al punto che di Stalin traccia (nel 1973!) un quadro abbastanza grottesco: il dittatore georgiano sarebbe stato un «uomo di principi e bonaccione, sobrio come un anacoreta, titanico difensore della rivoluzione russa».

È poco noto invece un episodio che aveva molto turbato Neruda: nel 1966 un gruppo di intellettuali cubani, tra cui Roberto Fernández Retamar, raccolsero migliaia di firme anche in altri Paesi su un appello che denunciava il poeta cileno come complice dell’imperialismo per aver accettato un invito a tenere conferenze negli Stati Uniti. Senza tener conto che a New York Neruda parlava in difesa della rivoluzione cubana! Era un pretesto per attaccare indirettamente il suo partito, allora in polemica con quello cubano. Ma a Neruda non appare chiaro. Nelle sue memorie si consola dicendo che col tempo «ogni ombra è stata eliminata» e «tra i due partiti comunisti più importanti dell’America Latina esiste un’intesa chiara e un rapporto fraterno». Gli sfugge che l’intesa era stata resa possibile dalla svolta filosovietica di Cuba dopo la morte di Guevara. Insomma, un’ennesima conferma che a un poeta va chiesto solo di essere un buon poeta, senza pretendere che possa essere anche una guida politica.

Metafisica, morale e tarocchi

gennaio 10, 2012

Sir Michael Dummett

Roberta De Monticelli per “Il Sole 24 Ore”

«Ciò che chiamiamo “cultura” non è soggetto al criterio di verità, ma nessuna grande cultura può fondarsi su una falsa relazione alla verità». Questa frase di Musil potrebbe servire da motto all’opera intera di Sir Michael Dummett, uno dei maggiori filosofi del Novecento, spentosi all’età di 86 anni in questo fine d’anno così buio per l’Europa. Un’altra luce si spegne, mentre dura nei molti di noi che ne furono direttamente o indirettamente allievi la memoria del suo impegno illuminato, morale e civile. L’impegno che Dummett ha dispiegato nella cospicua parte della sua opera e della sua vita che eccedono il suo lavoro strettamente filosofico, pur così centrale nel pensiero contemporaneo che ogni ricercatore del pensiero, anche al di là della cerchia di specialisti della disciplina da lui rifondata su nuove basi – la filosofia del linguaggio – ne ha dovuto tenere conto. E non è strana in lui la generosità con cui ha prodigato la sua intelligenza nella lunga battaglia, condotta a fianco della moglie Ann, per la giustizia in materia di immigrazione e il superamento di ogni discriminazione razziale, nel lavoro sulle procedure di voto più efficienti a garantire la rappresentanza democratica, e infine negli  amati studi sul gioco dei Tarocchi, attraverso i quali era giunto a padroneggiare la storia iconografica e culturale dell’Europa intera.  Non è strana questa generosità morale e questa inesauribile curiosità intellettuale in un uomo che definiva la filosofia, semplicemente, «un settore della ricerca umana di verità».

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La lapide di fra Dolcino alla ricerca di un muro

gennaio 10, 2012

fra Dolcino

Sebastiano Vassalli per “Il Corriere della Sera

Una lapide alla ricerca di un muro. È quella dell’eretico medioevale fra Dolcino, per cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, da Dante Alighieri a Dario Fo, e che ha alimentato nei secoli tante leggende. Fra Dolcino, contro cui fu allestita una specie di crociata, aveva cercato rifugio con i suoi seguaci sulle montagne intorno al Monte Rosa. Dopo un assedio durato due inverni, era stato fatto prigioniero con la sua compagna Margherita ed arso vivo sulla pubblica piazza a Vercelli, il 1 giugno 1307. Sei secoli dopo, nel 1907, ricorrendo l’anniversario della sua morte, alcuni socialisti vercellesi fecero eseguire una lapide che avrebbe dovuto essere collocata nel luogo dell’esecuzione e che invece scomparve, misteriosamente, per più di ottanta anni. Le parole della lapide dicono: «A fra Dolcino / qui in Vercelli / dalla tirannide sacerdotale / attanagliato ed arso / per aver predicato / la pace e l’amore tra gli uomini / oggi che l’antica speranza / rivivente nei secoli / sta con la nuova era / per diventare realtà». Ritrovata nel 1988, la lapide è stata offerta alla Provincia che l’ha rifiutata. La sua attuale sistemazione, non si sa quanto definitiva, è nell’auditorium di Santa Chiara: uno spazio chiuso. Povero fra Dolcino. Dopo sette secoli, la «nuova era» non è ancora arrivata. Forse non arriverà mai.

I giorni silenziosi di David Bowie

gennaio 9, 2012

David Bowie

L’artista compie oggi 65 anni in quasi anonimato. Dice: «È  una percentuale della tua vita che se ne va»

Marinella Venegoni per “La Stampa

L’ultima volta l’hanno visto qualche giorno fa nel McNally Jackson bookstore a Soho, cappotto grigio e cappelluccio, mentre comprava un paio di DVD. Da lungo tempo sono solo squarci rubati di vita quotidiana a regalare notizie su David Bowie: l’inarrivabile Duca Bianco, il padrino del glamrock, oggi compie 65 anni e, come spiegò una volta, «ogni anno che passa è una percentuale della tua vita che se ne va». Avrà al fianco la moglie Iman e la loro figlia undicenne Lexy, nella quiete della casa di Manhattan che descrivono molto grande e molto english. Un quasi-anonimato soffice accompagna la sua vita dal 2004. Il 25 giugno di quell’anno, all’Hurricane Festival di Scheesel, in Germania, un dolore tremendo lo costrinse ad accorciare il concerto del tour di Reality, suo ultimo album: dopo il bis di Ziggy Stardust, svenne fuori scena. Fu portato in elicottero in ospedale. Infarto, operazione difficile, lunga convalescenza.

Un ritorno ai concerti fu annunciato e poi annullato nel 2007, e da allora su Bowie è calato il mistero, con voci sempre più allarmanti a percorrere il web che è peggio delle galline che strillano sui tabloid: cancro al fegato, si leggeva. Veniva dato per quasi morto finché nel 2010 la sua bassista Gail Ann Dorsey raccontò di averlo sentito al telefono per il compleanno del 2003 e di averlo trovato di buon umore: «Gli piace la vita di famiglia, ascolta gli Arcade Fire, jazz e musica cinese. Pensa che sia passato troppo tempo da quando ha smesso, teme che i troppi tributi che gli rendono possano far pensare che la sua carriera è terminata». Il fatto che da quelle parole siano passati due anni di silenzio, rotti solo dalla smentita che Bowie avrebbe concesso la colonna sonora per l’allestimento inglese di Heroes: the musical, come segno complessivo non è granché.

Giornali inglesi riportano in questi giorni dichiarazioni rassicuranti di amici («Legge, dipinge, vede film, va a prendere la figlia a scuola»), ma l’approdo ai 65 (che Mick, Keith, Sir Paul si sono ormai lasciati alle spalle), arriva ancora nel segno del mistero, mentre prendono il via le celebrazioni di un personaggio seminale nella musica popolare della seconda metà del Novecento. Eppure David Robert Jones, figura enigmatica e mercuriale, un occhio verde e uno azzurro per una pupilla paralizzata durante un gioco infantile, non sapeva neanche bene lui dove parare quando cominciò a darci dentro col sassofono durante le superiori.

La ricerca di una dimensione artistica propria fu una specie di odissea disseminata di tentativi, fino all’uscita di Space Oddity che nel ‘69 doveva coincidere con l’allunaggio americano. Coincidenza che finì per rimanergli addosso, con una vocazione eterna al futuro e la negazione della nostalgia, mentre arrivavano i ‘70 e Bowie sposava Angela, faceva il primo figlio Zowie, e sorprendeva finalmente con The Man Who Sold the World: suoni pesanti, sintetizzatori, vocalità drammatica, nello stile che anticipava il lavoro successivo. Lo aiutava intanto la fama sulla sua ambiguità conclamata: dalla sua relazione con il ballerino e regista Lindsay Kemp, aveva ricavato una straordinaria capacità di creazioni sceniche e trasformazioni artistiche, e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars arrivava nel ‘72 a disturbare la scena ormai accomodata del rock, trascinandola verso nuove prospettive che ancora fanno scuola (vedi solo Lady Gaga).

L’impatto fu fortissimo, anche sulla sua vita d’epoca, nella quale in questi giorni molti si divertono a scavare: «A metà dei ‘70, era sconvolto dalla cocaina. Viveva di peperoncini e latte ed era così sconvolto che conservava la propria urina nel frigorifero per la paura che gliela rubassero», scrive il Guardian. E anche lo stesso Bowie nel 1997 confessava: «Penso che Ziggy sarebbe probabilmente scioccato che: uno, sono ancora vivo; e due, ho riguadagnato qualche senso di razionalità a proposito della vita e dell’esistenza umana».

Fu comunque una stagione intensissima e feconda, innervata anche da memorabili esperienze cinematografiche come L’uomo che cadde sulla Terra (1976) e Gigolò (’79). Gli Ottanta gli fecero ancora cambiare pelle, fra le raffinatezze di Let’s Dance, i primi tour-monstre, i Tin Machine. Ma, sempre, ogni uscita e apparizione del Duca Bianco ha portato a visioni destinate a fare scuola, nelle sonorità, nella tecnologia e nelle scenografie dei tour.

Scrittore e (presunto) killer. La doppia vita di Boris Vian

gennaio 7, 2012

Boris Vian

Stenio Solinas per “il Giornale

Nel 1959, Boris Vian fu ucciso da Vernon Sullivan, il più incredibile caso di omicidio-suicidio-resurrezione della letteratura. Nella seconda metà degli anni ’40, scritto e fintamente tradotto dal primo, ma firmato con il nome del secondo, era uscito un romanzo giallo di scuola americana, J’irai cracher sur vos tombes, Sputerò sulle vostre tombe. Era la storia di un killer negro-bianco che aveva  morte, sesso e violenza come laica trinità. Vian non era mai uscito dalla Francia, per non dire dall’Europa, ma aveva facilità per le lingue e una fidanzata che sapeva bene l’inglese, a guerra finita si era trasformato in una sorta di cicerone per militari e intellettuali anglosassoni in giro e in cerca di Saint Germain-des-Prés, era un patito del jazz e un lettore dell’hard boiled alla Chandler e alla Chase.
Il romanzo ebbe un successo clamoroso, tanto quanto fallimentari risultarono quelli che, più o meno in contemporanea, apparivano con il suo vero nome e lo stesso Vian si trovò come prigioniero di questo suo eteronimo. A completare il quadro, ci si mise un assassino reale, strangolatore della propria amante in un albergo a ore. Sul letto, a fianco del cadavere, la polizia aveva trovato una copia di J’irais cracher sur vos tombes e la stampa si era scatenata: e se il vero killer, almeno come mandante morale, fosse stato l’autore del libro? E se questi non fosse stato altro che il suo traduttore?
All’inizio degli anni ’50, l’accoppiata Vian-Sullivan sembrò esaurirsi. Il primo continuava a non vendere una copia, l’ultimo romanzo del secondo, Elles se rendent pas compte, poche centinaia, dopo che processi e polemiche avevano contribuito a minare la salute, la reputazione e il portafoglio dell’inventore di quella doppia identità. Aveva il cuore fragile, Boris, fin dall’infanzia, e questo trasformava in rischio persino il suo suonare la tromba per quel jazz tanto amato. Sembrava anche lui un negro-bianco, pallido e fragile, ma il pubblico lo intimidiva e sulla scena la sua timidezza aveva qualcosa di gelido. Decise allora che forse il cinema avrebbe potuto riportare in vita quel successo clamoroso degli esordi, e cominciò a lavorare a una sceneggiatura di J’irai cracher sur vos tombes. Vendette i diritti, pasticciò sui contratti, il film alla fine si fece, regia di Michel Gast, con Christian Marquand e Antonella Lualdi interpreti principali, ma non era quello che lui avrebbe voluto e intanto il produttore aveva deciso di fare a meno della sua collaborazione. Dopo molte esitazioni, andò comunque alla proiezione privata prevista per la sera del 23 giugno 1959. Un infarto se lo portò via in platea, e ci fu chi disse che Lee Anderson, il killer del film e del romanzo, era il colpevole di quella morte… Negli anni successivi, la fama di Vian sarebbe andata alle stelle e il suo alter ego Sullivan ridotto a puro gioco d’invenzione.
La mostra «Boris Vian» (a cura di Anne Mary, Bibliothèque National de France, catalogo Gallimard, fino al 16 gennaio) racconta questo incredibile caso e molto altro ancora, perché Vian fu paroliere, cantante, musicista, direttore artistico, autore di teatro e di cabaret, giornalista. Fotografie, manoscritti e prime edizioni, copertine di dischi, manifesti cinematografici, illustrano una personalità complessa, discreta e ribelle, allegra eppure malinconica, nella consapevolezza di un’esistenza condannata a essere breve.
Da quella morte, più di mezzo secolo fa, periodicamente ci si interroga sulla legittimità del suo successo postumo e sulle ragioni del continuo interesse che a ogni generazione si rinnova. Chi lo considerava un fenomeno di moda degli anni ’60, nei ’70 lo collegò a una certa ondata protestataria (Le deserteur era una delle sue canzoni pacifiste più famose) e negli ’80 a una componente ludica e insieme pedagogica… La realtà è che quando un autore dura così tanto nel tempo possiede un accento senza tempo, quindi sempre e comunque riconoscibile. Dei suoi romanzi mai apprezzati finché visse, L’écume des jours resta un grande libro, così come L’arrache-coeur, mentre Vercoquin et le plancton vale ancora come testimonianza di un’epoca; le sue canzoni hanno segnato compositori come Gainsbourg, interpreti come Serge Reggiani e Henri Salvador; la sua attività di critico musicale, e più in generale di cronista-protagonista dell’esistenzialismo del secondo dopoguerra, resta esemplare. In meno di quarant’anni di vita, Vian passò come una folgore e sparò tutti quanti i fuochi d’artificio che aveva a disposizione, ben sapendo che non ci sarebbe stato tempo per esplosioni successive. Da alcuni emana ancora l’aura geniale di un’esistenza consapevolmente bruciata.

Luisito Bianchi il «disarmato»

gennaio 6, 2012

don Luisito Bianchi

Fulvo Panzeri per “Avvenire

Se n’è andato ieri, nelle braccia del Signore, alla vigilia dell’Epifania, una delle figure più singolari della cultura cristiana degli ultimi cinquant’anni, don Luisito Bianchi, prete e scrittore, che ha sempre avuto a cuore e come centro della propria esperienza il tema della gratuità, ricorrente in tutti i suoi scritti, da quelli strettamente narrativi a quelli di memoria, fino ai diari.

In uno dei suoi ultimi libri, pubblicato da L’Ancora del Mediterraneo, Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada, scrive che «la gratuità nel ministero è un tema da infinite variazioni, almeno una per ogni giorno di vita, perché ogni giorno si presenta con un nuovo cesto di doni sconosciuti da svuotare, un canone all’infinito». A sottolineare questo “valore”, nel libro, c’è anche il nome che dà al cane che un giorno gli attraversa la strada, lo segue e gli diventa amico e, come scriveva don Luisito, «diventa a ogni chiamata, un evangelizzatore».

Lo chiama così Dorean perché «è l’avverbio che corrisponde al nostro “gratis”, e si trova in Matteo 10, 8: “Avete ricevuto gratuitamente (dorèan), gratuitamente (dorèan) date». Al tema Bianchi ha dedicato anche un testo edito da Gribaudi, Dialogo sulla gratuità (2004).

Legato alla grande pianura della Bassa cremonese, dove gli «è capitato di nascere (nel 1927) e di crescere su questo grumolo di terra e di case, nel cuore della Grande Pianura, dallo scanzonato e solenne nome di Vescovato», Bianchi è diventato sacerdote dal 1950. Nella sua vocazione e nella scelta hanno contato l’esempio e l’amicizia con un altro grande prete, don Primo Mazzolari, tanto che don Luisito aveva scritto: «Nella mia decisione a scegliere nella vita di diventare prete, i libri e l’esempio di don Primo ebbero una grande importanza; soprattutto sul modo di esercitare il sacerdozio, se mai fossi giunto a tale meta. L’influenza andava al cuore dell’evangelo senza che altre considerazioni potessero intromettersi».

È stato poi insegnante, prete-operaio e inserviente d’ospedale. Proprio tra la fine degli anni ’60 e i ’70 si colloca l’esperienza del lavoro in fabbrica, intuita come «scelta ecclesiale», approvata dal suo vescovo e dettata da «un desiderio di onestà: dopo tanti anni in cui avevo parlato del lavoro e della sua teologia, chiesi di lavorare in fabbrica». Nel febbraio 1968 entra alla Montecatini di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, come operaio turnista addetto alla lavorazione dell’ossido di titanio.

Sono tre anni cruciali nella vita del sacerdote, «tre anni che reputavo allora e, a maggior ragione, oggi la cerniera delle due ante della mia vita, del prima e del dopo». Don Luisito decide di raccontarli, in Come un atomo sulla bilancia, uscito nel 1972 da Morcelliana e riedito da Sironi nel 2005, scritto di getto, in due mesi, nel 1970, dopo aver lasciato la fabbrica, «quasi un’elaborazione rappacificata delle 1500 pagine di diario, spesso tumultuose e ossessivamente monotematiche» che aveva tenuto durante quel periodo e che sono stati pubblicati, anch’essi da Sironi, nel 2008 (I miei amici. Diari 1968-1970).

L’altra “anta” rilevante nell’esperienza di don Luisito è quella della scrittura del romanzo che è diventato un caso editoriale: La messa dell’uomo disarmato. Nel 1975, quando la madre si ammala, don Luisito si licenzia dall’Ospedale Galeazzi per seguirla. «Lavoravo come traduttore, ma avevo molto tempo libero. È stata quella l´occasione per riflettere sugli eventi che avevano dato senso alla mia vita. Ho iniziato ad ascoltarmi, quindi a scrivere. Più di mille pagine, con un titolo provvisorio: Una Resistenza».

Il romanzo viene rifiutato da molti editori e esce in un’edizione autofinanziata da alcuni amici, tra il 1989 e il 1995. Moltissimi sono stati i lettori di questo romanzo sulla Resistenza, assai corposo, di stampo manzoniano, passato di mano in mano, al riparo dai clamori editoriali, creando una specie di “coro” di estimatori di quello che possiamo, senza ombra di dubbio, definire “un capolavoro” della nostra recente narrativa che i lettori hanno potuto finalmente conoscere grazie alla collana di Giulio Mozzi, diretta per l’editore Sironi che accetta la sfida di far conoscere il testo e lo pubblica nel 2003, suscitando subito un coro unanime di consensi da parte della critica e facendolo diventare uno dei titoli di punta del suo catalogo, una sorta di long-seller. È un romanzo che inizialmente don Luisito voleva intitolare “Grazie”, perché recuperava il valore della memoria, tema assai caro al prete-scrittore che diceva: «La memoria è il puntino impercettibile che salda il cerchio della vita e mi fa dire, come succo di queste storie di vecchio lunario: vivere, ne valeva la pena».

Da sottolineare anche le sue predilezioni tra mistica e letteratura, quella per la figura di Don Chisciotte e quella per la poesia di San Giovanni della Croce, che lo ha accompagnato per tutta la vita, dalla preparazione alla scelta di diventare prete, fino all’opera di traduzione che è il lavoro letterario con cui si congeda, il trittico Salita al Monte CarmeloNotte oscura e Cantico spirituale da lui curato per le Edizioni Dehoniane di Bologna. Per don Luisito, in San Giovanni «il vertice di tutto, “non sapendo altro che amare”, è l’amore», un’altra variazione di quella gratuità che ha sempre posto a capo della sua esperienza.​

Charles Ritz, il pescatore

gennaio 6, 2012

Charles Ritz

Fabio Genovesi per “Il Corriere della Sera

La pesca a mosca è un capolavoro dell’inventiva umana. L’esca è semplicemente un amo al quale si avvolgono le piume di vari uccelli, da far volteggiare con movimenti simili agli esercizi col nastro nella ginnastica artistica e poi posare sull’acqua come fosse un insetto. In un solo gesto quindi si uniscono tre mondi: le piume degli animali dell’aria aiutano noi animali della terra a catturare quelli che vivono sott’acqua, in una magia che qualcuno considera un «hobby», ma è molto più giusto chiamarla «passione». Una passione che ha disegnato la vita favolosa di Charles Ritz.

E pensare che già alla nascita, il primo agosto 1891, il suo destino sembrava scritto. Figlio primogenito di César Ritz, «il re degli albergatori e l’albergatore dei re», aveva una dinastia da portare avanti e un impero da amministrare, ma l’amore per la pesca lo chiamò più forte del sangue.

Da subito cittadino del mondo, allattato da una balia zingara e cresciuto sui wagon-lits, si innamora della pesca sull’Andelle in Normandia, e da allora casa sua diventano i sassi scivolosi in mezzo al fiume, con l’acqua che scorre e vortica via senza fermarsi mai. E quando a 27 anni i genitori lo mandano a New York, per fare la gavetta al Ritz Charlton Hotel, lui pensa solo a perlustrare quella terra smisurata e i suoi fiumi portentosi.

Al Charlton lavora di notte, e il giorno lo passa ad ammirare le canne da pesca da Abercrombie & Fitch, che adesso è un marchio di abbigliamento alla moda tra gli adolescenti, ma all’epoca vendeva articoli da pesca e fucili. Il suo modesto stipendio non gli permette di farci spese, e allora Charles bazzica il monte dei pegni sulla Fourth Avenue, dove trova canne a due dollari e impara a sistemarle da solo. In breve il suo ufficio si trasforma in un’officina, piena di vernici e pezzi di bambù, e il direttore non lo caccia solo perché quel matto è il figlio del padrone.

Ma la svolta arriva nel 1921, quando conosce il capo indiano Moose Heart e lo convince a fargli da guida per una battuta di pesca ai salmoni. I due partono di notte pagaiando a bordo di una canoa sull’acqua scura, e mentre il capo gli racconta che è stato a Parigi con Buffalo Bill («Molto belle donne, molto bere»), Charles si incanta a guardare i cerchi disegnati sulla superficie dai pesci in cerca di cibo, e nel buio di quella notte gli diventa chiaro cosa vuole fare nella vita: «Questo virus mi ha fatto abbandonare la carriera, che si sarebbe dovuta concentrare solo sugli hotel, perché dovevo mantenere la libertà necessaria a un pescatore che si rispetti».

Per dieci anni pesca ovunque nel nuovo continente, frequenta maestri costruttori come Jim Payne e impara ogni segreto delle canne in bambù. E quando nel 1927 torna a Parigi, richiamato dalla madre vedova, invece di prendere la direzione dell’hotel in Place Vendôme decide di aprire un negozio di scarpe, che ovviamente è solo una copertura: anche lì Charles dà sfogo alla sua creatività inventando i dopo-sci, ma quello che gli interessa in realtà è il negozio di pesca clandestino che ha allestito sul retro, dove si ritrova con altri forsennati della lenza. C’è il campione del mondo Pierre Cresevaut e c’è pure il medico Tony Burnard, che ha abbandonato la professione per fondare una rivista di pesca.

Charles viene contattato dai celebri costruttori Pezon et Michel, e per loro realizza le leggendarie canne della serie «parabolic », che rivoluzionano il mondo della pesca a mosca e finiscono in mano ad appassionati esigenti come Hemingway e Eisenhower. Dopo un anno di collaborazione gratuita, Pierre Pezon desidera ricompensarlo, ma a parlargli di denaro teme di offenderlo. Gli chiede allora come può sdebitarsi, e Charles alzando le spalle risponde: «Mah, se proprio ci tiene mi può regalare una pipa». Intanto il successo delle sue canne è inarrestabile, e le riserve di tutto il mondo si contendono monsieur Ritz. Pesca i salmoni in Canada e gli squali di Agadir, passando per le trote giganti della Scandinavia e domando tutti i grandi fiumi d’Europa. E ogni volta che torna a Parigi, nel suo appartamento all’ultimo piano del Ritz, sente che questo non è il suo mondo. Nel 1953 ha assunto la direzione dell’albergo, ma lascia quasi tutto in mano al consiglio di amministrazione. Dovrebbe passare le giornate in ufficio, ma si intrattiene più volentieri con la sua vicina di casa, Coco Chanel, che abita davanti a lui da trentacinque anni e ogni volta gli racconta di quel pomeriggio che in Norvegia catturò più salmoni del duca di Westminster.

Charles dà comunque un contributo importante alla gestione dell’hotel, si inventa il bar Vendôme e il ristorante L’Espadon, e avrebbe altre idee innovative ma viene costantemente ostacolato dal consiglio di amministrazione. Perché qua non è come sul fiume, dove tutto cambia minuto per minuto e Charles decide da solo seguendo il suo istinto. Regole fisse, schemi e convinzioni immutabili gli sembrano una follia. «È un iconoclasta, che non esita a distruggere un idolo pur di avere davanti solo fatti veri e reali», scrive Hemingway nella prefazione al libro di Ritz A fly fisher’s life.

Hemingway è un grande amico, e spesso Charles lo porta a pesca sulla Cadillac di sua madre, donna esplosiva che a novant’anni anima le feste dell’hotel fino alle tre di notte. Ritz appare nel racconto A Room on the garden side, ambientato nella Parigi appena liberata, ma pochi sanno che un romanzo di Hemingway, Festa mobile, senza Charles probabilmente non sarebbe mai esistito: un giorno del 1956 Hemingway e A. E. Hotchner stanno pranzando al Ritz insieme a lui, parlano di trote e vecchie attrezzature, e Charles interrompe Ernest: «A proposito, ma lo sai che dal 1930 hai ancora un baule pieno di roba qua negli scantinati?». Hemingway ricorda che negli anni Venti Louis Vuitton ha realizzato per lui un baule speciale, ma non sa dove sia finito. Corrono a cercarlo, e all’interno trovano vestiti e attrezzature per la caccia, la pesca e lo sci, e sotto quella roba un vero tesoro: «I miei taccuini! Ecco dov’erano finiti, enfin!». Due file di taccuini neri, fittamente scritti durante gli anni parigini, che Hemingway porterà con sé a Cuba per trarne quello che chiama My Paris Book, ma uscirà postumo come Festa mobile.

Il tempo passa anche per Charles, che però non si ferma mai: fonda la rivista «Plaisirs de la Pêche», un’associazione per la salvaguardia dei fiumi e un esclusivo circolo di pesca, il Fario Club, con membri di tutto il mondo che si ritrovano ogni autunno al ristorante del Ritz. «A ottant’anni ho ancora molto da imparare… E se dopo qualche piccolo successo comincio a credermi bravo, bastano un paio di pesci che mi fregano per richiamarmi all’ordine». Arrivato a ottantacinque però, Charles si ritira dalla dirigenza del Ritz, e tre mesi dopo lascia questa terra.

Ma da vero pescatore il suo ultimo pensiero, così come la frase che chiude A fly fisher’s life, è già dedicato ai favolosi fiumi che lo aspettano nell’Aldilà: «E quando arriverete in paradiso, come non dubito che accadrà, venitemi a cercare. In poco tempo saprò dirvi dove stanno le trote più belle».

Prezzolini, lo zibaldone del giovane conservatore

gennaio 5, 2012

Giuseppe Prezzolini

Il diciottenne futuro fondatore della “Voce” aveva già le idee chiare sull’Italia e gli italiani

Gennaro Sangiuliano per “il Giornale

Cento anni di vita, dal 1882 al 1982 e quasi cento anni di attività culturale. Giuseppe Prezzolini, inventore della figura dell’intellettuale moderno, fondatore de La Voce , la più importante rivista culturale del primo ’900, è una miniera inesauribile. Negli archivi della Biblioteca Malatestiana di Cesena è conservato un quadernetto. Sulla prima pagina è scritto «Giuseppe Prezzolini – Zibaldone Letterario 1899-900». È probabilmente un inedito, un esercizio giovanile sulla letteratura italiana. Nel 1899 Prezzolini, figlio di un prefetto, aveva 17 anni, si preparava privatamente per quegli esami di maturità che non darà mai. Non conseguirà né il titolo di scuola media superiore né una laurea, anche se diventerà un apprezzato docente della Columbia University. Sin da ragazzo è un divoratore di libri, ama la cultura, ma soffre le costrizioni della scuola. Lo spirito di autodidatta trova conferma in questo quadernetto, centocinquanta pagine scritte a mano con una grafia fitta e ordinata, con poche cancellature. Una serie di schede sui grandi della letteratura italiana: Poliziano, Lorenzo de Medici, Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli. «Estratti, sunti e appunti», li denomina. Non è ancora il Prezzolini originale e ironico delle avanguardie del primo ’900,colui che importerà in Italia Bergson e Sorel. Questa stagione inizierà dopo pochi anni con la prima delle sue riviste, Leonardo , e poi con la grande iniziativa della Voce . Ma in questo giovane acerbo s’intravede già un’acutezza penetrante. Se pure in futuro si connoterà per un rapporto di amore odio con l’Italia, l’autore coglie immediatamente il rapporto tra letteratura e identità nazionale. Un certo spirito italiano, della consapevolezza di essere nazione, si forma proprio attorno alla poetica di Dante, perché l’Italia prima ancora di esistere come Stato, esiste nella lingua, nelle opere letterarie e nel sentire comune del suo popolo. Annota il giovane Prezzolini: «Dante Alighieri è l’ultimo uomo del Medio Evo, di quel Medio Evo che vide in Carlo Magno il genio della guerra, in Francesco d’Assisi il genio della carità… Ma Dante non compendia solo il Medio Evo ma per certi rapporti preannuncia il tempo nuovo,l’età cioè di transizione tra Medio Evo e il Rinascimento ». Il padre di Prezzolini era amico e compagno di scuola di Giosue Carducci. E il Dante prezzoliniano risente molto dell’interpretazione carducciana, soprattutto nella considerazione dell’«uomo come solo tra gli esseri partecipi di corruttibilità e incorruttibilità », dotato di un «doppio fine e doppia perfezione». Il giovane Prezzolini già comincia a diffidare di quelle costruzioni filosofiche e di quelle utopie che vogliono imporre la perfezione umana e credono di poter realizzare il Paradiso in terra, già lascia intravedere lo spirito del conservatore critico. Così la Divina Commedia diventa uno spunto per una riflessione sul potere: «Dante entrato nel regno dei morti, vi porta seco tutte le passioni dei vivi le passioni impetuose, con le civiltà, le barbarie. Alla vista e alle parole di un uomo vivo le anime rinascono, ritorneranno all’antica vita e ritorneranno uomini». Durante la lunga permanenza alla Columbia University, come docente di italianistica, negli anni ’30 e ’40,Prezzolini porterà a termine una delle sue opere più importanti: il Repertorio Bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana . E in questo inedito giovanile si scopre un’altra passione che troverà esplicazione nella maturità, quella per Niccolò Machiavelli: all’iniziatore della scienza politica sono dedicate molte pagine. Prezzolini prende a prestito alcune affermazioni di Pasquale Villari dal saggio Niccolò Machiavelli e i suoi tempi : «È forza ricordare che c’è in lui una grande, un’eroica passione, che lo redime, lo rialza, lo pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei». È affascinato dal personaggio Machiavelli, disincantato, nemico delle idee scontate, delle ipocrisie dominanti a cominciare dal «pacifismo belante ». Il realismo che sfocia nel pessimismo delinea i tratti del vero conservatore. La galleria dei letterati ospita Alfieri, Leopardi e Foscolo che danno vita a una triade nazionale e patriottica che si completa e trova il punto più alto in Manzoni. Qui sedimenta lo spirito della tradizione italiana datato al Medio Evo, l’Italia nazione gracile necessita della costruzione identitaria. Tuttavia, pur apprezzando lo spirito nazionale di questi autori, Prezzolini stupisce, tenuto conto della giovane età, quando richiama un nazionalismo meno retorico e più concreto, tema che svilupperà nella stagione della Voce . Prezzolini fu precoce (poco più che ventenne promuove Leonardo e collabora al Regno ). Le riflessionicontenute nel quaderno della Malatestiana lo confermano; sono molto più di semplici appunti di studio, a partire dalla capacità di inquadrare la letteratura nella vicenda nazionale.

Caracciolo, monaca garibaldina con una vita da best-seller

gennaio 4, 2012

Enrichetta Caracciolo

Nel 1864 grazie alla propria autobiografia ebbe una scomunica ma decine di migliaia di lettori. Una ricerca la rilancia con altri autori di successo dimenticati

Mario Baudino per “La Stampa

L’ editore Gasparo Barbera ha lasciato scritto nelle sue memorie di non ricordare più quante edizioni ne avesse tirate. In dieci anni vendette almeno ventimila copie, e si era un Paese, all’indomani dell’Unità, con un tasso di analfabetismo al 78 per cento e una popolazione, comprese le regioni ancora sotto l’Austria, di ventisette milioni di abitanti. Venne tradotto nelle principali lingue europee, e subito in inglese; incuriosì Manzoni, Settembrini e persino Dostoevskij, e fra copie pirata e copie ufficiali continuò a vendere tantissimo, ancora per molto tempo. Fu il primo best seller dell’Italia unita (insieme ai Miei ricordi , di Massimo D’Azeglio), l’Harry Potter dei garibaldini, un successo di proporzioni impensabili.

Oggi si parlerebbe di milioni di copie. Eppure, mentre il D’Azeglio è ricordato almeno nei libri di scuola, di Enrichetta Caracciolo e del suo I misteri del chiostro napoletano si è persa ogni memoria. L’autrice era una monaca di clausura, rinchiusa a forza in un convento napoletano, e ovviamente ribelle. Dovette aspettare Garibaldi per essere finalmente liberata. Durante una solenne messa per celebrare la sconfitta dei Borboni, depose il velo sull’altare. Nel 1864 pubblicò la sua opera, un romanzo verità che vibrava d’indignazione e che la trasformò in un personaggio pubblico molto amato e molto odiato (si guadagnò anche una scomunica).

La vicenda di Enrichetta Caracciolo è stata riproposta in una ricerca di Michele Giocondi, pubblicata da Mauro Pagliai col titolo I best seller italiani 1861-1946 , che mette in fila una quantità di autori, alcuni come De Amicis e Collodi ancora celebri, ma i più completamente spariti. Viene da chiedersi se il tempo abbia fatto davvero giustizia. E la risposta, nel caso della Caracciolo, è quantomeno incerta. La sua storia discende dal Manzoni e da Diderot. Però è la sua, una storia che la riguarda in prima persona, narrata senza troppe effusioni, con un piglio deciso, quasi non parlasse di sé. Eppure di quella monacazione quasi morì. Figlia di una nobile e probabilmente decaduta famiglia, fu costretta a pronunciare i voti nel 1841, a vent’anni. E subito si scontrò, lei raffinatissima, con consorelle ignoranti e analfabete.

Dopo sei anni provò a chiedere lo scioglimento dei voti, senza successo. A Roma era salito sul soglio pontificio Pio IX, il papa «liberale», ma l’arcivescovo di Napoli era irremovibile. Persino la madre, che a un certo punto ammise di aver fatto violenza alla volontà della figlia, fu arrestata perché ritrattasse. Arrivò il ’48, e per Enrichetta si riaccesero le speranze. Non sappiamo come ci riuscisse, ma leggeva i giornali liberali e cercava di introdurli nel monastero di San Gregorio Armeno. Scrisse e distrusse le sue memorie, per paura di ritorsioni sulla famiglia. Era una musicista, ma quando ottenne di essere trasferita al Conservatorio di Costantinopoli (un convento più liberale), le fu vietato di leggere libri che non fossero vite dei santi, di tenere un diario, di scrivere lettere e, chissà perché, di suonare Rossini.

Davanti a una pressione di questo genere cominciò a soffrire di disturbi psichici; ottenne un regime di «semilibertà», che le consentiva ogni tanto di uscire dal convento, ma tra una prevaricazione e l’altra non ebbe la possibilità nemmeno di assistere la madre morente. La sua fu una vicenda a tinte forti (e fosche). Combatteva da sola contro autorità ecclesiastiche e polizia, da eroina ottocentesca quale del resto era. Dopo un anno di isolamento tentò il suicidio. Ottenuta così una maggiore libertà, per curarsi, si trovò a dover vivere in maniera semiclandestina, cambiando continuamente casa. L’armata di Garibaldi pose fine a tutto questo, le consentì di sposarsi (con un patriota napoletano) e fece nascere una scrittrice.

Tra le sue pagine, alcune restano memorabili. Per esempio questa, sulla cerimonia di monacazione: «Le monache strinsero in una sola treccia i miei lunghi capelli, e la badessa impugnò delle grandi forbici per reciderla, mentre un silenzio profondo regnava intorno. Una voce potente, uscita da mezzo i convitati, gridò: “Barbara, non tagliare i capelli a quella ragazza!” Tutti si volsero: bisbigliarono di un pazzo. Era un membro del Parlamento inglese. I preti imposero silenzio, e le monache, le quali in altre simili funzioni avevano veduto de’ protestanti, dissero alla superiora, ch’era rimasta colla mano sospesa, stringendo le forbici: «Tagliate! E’ un eretico». La chioma cadde, e presi il velo».

Kavafis: tutta la vita in 10.800 secondi

gennaio 4, 2012

Costantino Kavafis

Ezio Savino per “Il Corriere della Sera

Diecimilaottocento secondi, tre ore. A tanto ammonta, in tempo crudo di lettura, il patrimonio poetico di Costantino Kavafis: 154 composizioni da lui «riconosciute», come prole legittima, per una somma di circa 2.700 versi. Ho regolato il cronometro sulla voce recitante di Giorgio Savvidis, editore ed esegeta del poeta alessandrino: la si ascolta sul website dell’Archivio Kavafis, è pura musica ellenica. Savvidis modula una riga in quattro, pastosi secondi, cesellando le pause, le rime, i contrappunti, gli sconfinamenti di un verso nel successivo, il gran campionario armonico di Kavafis, mago del suono. Il poeta s’ingegna sulle parole come il gioielliere, con il suo monocolo, lavora sulle gemme e sulle perle. Scarta le più opache. Riposiziona le altre, perché ne sprizzino barbagli di luce nuova. Incastona il frammento nell’ambra dorata di quel suo greco ipnotico, forgiato ad hoc. Si va dai 70 versi di «Miris: Alessandria, 340 d.C.», ai 4 di «Piacere»: ma il suo respiro aureo è di una ventina.

Concisione, trasparenza cristallina, leggibilità da incanto. Nessun bisogno di note esplicative a inciampo del godimento. È il primo segreto della fortuna planetaria di Kavafis. Tre ore di poesia. Un po’ di più, se aggiungiamo i carmi da lui ripudiati, o lasciati a mezzo. Può sembrare un lasso esiguo. Invece è immenso, vale una vita. Ce lo garantisce Kavafis, in «Dalle nove». È solo, nella casa di Alessandria. Alle nove accende il lume (non ci sono lampadine elettriche nel suo salotto-bazar di Rue Lepsius, una rinuncia che il futurista Tommaso Marinetti, alessandrino come Kavafis e suo ammiratore, biasimava). E si presenta l’effigie del suo giovane corpo. Gli rammenta i piaceri, le stanze chiuse e odorose degli amori clandestini di un momento, le strade, i caffè, i teatri dei giorni andati. Poi sgrana il rosario delle memorie tristi, dei lutti, delle lacerazioni. Alle dodici e mezzo, il congedo. Com’è volato il tempo. Sono volati gli anni di un’esistenza intera. Kavafis è il signore del tempo. «Quando diciamo “Tempo” intendiamo noi stessi – scrive annotando Gioia Eterna di Ruskin -. La maggior parte delle astrazioni sono solo nostri pseudonimi. È superfluo dire “Il Tempo non ha falce né denti”. Lo sappiamo. Il tempo siamo noi».

Poesia e vita. Poeta: così è scritto nell’ultimo passaporto di Costantino Kavafis, alla dicitura «professione». Una qualifica fantasiosa per un documento burocratico, ma che gli si pennella addosso come un abito di sartoria. L’altra, invece, quella reale (impostagli dalla decadenza economica della famiglia greca d’origine, un tempo florida) gli andava stretta. Era impiegato presso il Terzo Ciclo delle Irrigazioni, a Ramleh, quartiere di Alessandria d’Egitto, la sua città, dove era nato nel 1863, e dove sarebbe morto, cancro alla gola, nel giorno del settantesimo compleanno.

Esordì come copista calligrafo. Si pensionò da vicedirettore di una sezione in cui, poliglotta, correggeva la corrispondenza estera, tiranneggiando un paio di dattilografi. Maniaco del dettaglio, spediva i sottoposti nelle stanze accanto per togliere o aggiungere una virgola. «Mr Kavafis, Lei penelopizza il mio lavoro!» sbottò una volta un suo travet. L’intrusione della mitologica tela nella routine da scrivania avrà forse strappato un sorriso a quel volto che le foto ritraggono compassato, un cerone di mestizia e depressione. Ma la poesia irrompeva anche in ufficio. Si ricordano certe sue estasi istantanee, le braccia che scattano in alto, i pugni che frustano l’aria: il trionfo del poeta predatore, che agguanta l’attacco giusto, la chiusa impeccabile, la formula ispirata. Salvo poi sudarci sopra per un’eternità, variando a tratti di penna anche le parole già stampate, nella nevrosi spietata di chissà quale perfetta utopia.

Quando una poesia di Kavafis era finita? Quando lui usciva dalla «legatoria», stanza assolata sul retro del suo appartamento, s’infilava il soprabito sgualcito e bussava al libraio-tipografo. Consegnava il foglietto con le rime tornite esclamando: «Lo prenda, mi brucia la mano come un carbone acceso!». Ma era fuoco provvisorio. Rovistava nelle ceneri fredde, a distanza di anni, cercando la sua fenice, il verso ideale. Distribuiva a mano copie singole e fascicoli delle sue poesie ai più fidati, a qualche rivista. Di venderle, neppure a parlarne. Era un alibi: spesso richiedeva la pagina a chi l’aveva spedita. Intanto, raccontava storie. Un altro suo fascino che strega chi lo legge. Non sappiamo se, come fa Stephen King, pregasse ogni mattina il suo dio: «Dammi oggi una buona storia».

Certo è che il cielo, in quest’arte, ha baciato Kavafis.Ambienta le sue poesie «storiche» nell’ellenismo, lo strascico favoloso di secoli che seguì imprese e morte di Alessandro, con i regni fieri, possenti o fantocci dei suoi diadochi, in Macedonia, in Siria, nell’Alessandria caput mundi dei tempi, finché il trono passò a Roma. Di quest’epoca, e della seguente bizantina, Kavafis si sentiva sopravvissuto e profeta. Sradicato, però, come i suoi Posidionati. Li celebra nella poesia omonima: ex greci che avevano colonizzato il golfo tirrenico, imbarbarendo lingua e costumi. Per riattizzare le memorie ancestrali e non sentirsi più stranieri in patria, i Posidionati celebravano un’annuale festa ellenica, con cetre e flauti, corone di fiori e giochi. Una finzione nostalgica. Noi ascoltiamo di quegli uomini antichi, ma sentiamo che sotto chitoni e tuniche c’è Costantino, con la sua passione tenera e tragica di ricostruirsi un’identità, anche a costo di inventare una lingua fittizia.

Nei suoi testi, date e particolari storici sono impeccabili. Gli accademici gli bollavano presunti sgarri, ma lui rintuzzava con note piccate. In «Re alessandrini», lo splendido ragazzo Cesarione sfavilla in un manto di seta rosata. Un anacronismo? No, la Cina era lontana, ma la greca Chio produceva il tessuto secoli prima che i monaci importassero il baco. Nella splendida «Artefice di crateri», un artigiano dell’argento scolpisce sul vaso le fattezze del ragazzo amato, il suo piede che gioca nell’acqua. Era caduto in battaglia, l’efebo, molti anni prima. Lo scultore invoca la Memoria, che gli ridia l’immagine del viso, delle carni adorate. La magia si compie. I secoli si annientano. Nel petto dell’artista antico è murato il cuore di Kavafis.

Einaudi, il club dell’Italia civile

gennaio 3, 2012

Nasceva un secolo fa l’editore protagonista di una straordinaria impresa culturale. Gli inizi folgoranti, le scelte coraggiose, il rito dei mercoledì

Corrado Stajano per “Il Corriere della Sera

Furono fertili quei primi anni del Novecento, tragico di guerre, rivoluzioni, la Shoah, la bomba atomica. Giulio Einaudi nasce a Torino proprio un secolo fa, il 2 gennaio 1912, in via Giusti, una stradina dalle parti della stazione di Porta Susa. Suo padre Luigi, il futuro presidente della Repubblica, è professore di Scienza delle finanze all’Università e scrive sul «Corriere della Sera» di Luigi Albertini.

Nascono allora, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, Bobbio, Leone Ginzburg, Pavese, Mila, Vittorini, Dionisotti, Vittorio Foa che incroceranno i loro destini con quello di Giulio. Al liceo d’Azeglio ha come insegnante Augusto Monti, non è uno studente modello. Ma, ancora ragazzo, è attratto dai libri, gli piace toccare la carta, osservare le rilegature, le copertine. Nei primi anni Trenta, Luigi Einaudi va a parlare di quel suo figlio che dice di voler fare l’editore, con Raffaele Mattioli, allora direttore centrale della Banca Commerciale italiana, fino alla morte colonna portante e salvifica della cultura italiana, e gli chiede consiglio e aiuto. Mattioli, attento e generoso con chi vuole fare, è allora l’eminenza grigia della rivista «La cultura» fondata da Cesare De Lollis. Mattioli cede a Giulio Einaudi la rivista che nel 1934 viene pubblicata dal nuovo editore. Il direttore responsabile è Sergio Solmi, tra i curatori compare Cesare Pavese. Poi Mattioli, dapprima un po’ riluttante, regala a Einaudi anche il marchio, lo Struzzo, tratto dal libro di monsignor Giovio, Dialogo delle imprese militari et amorose che diventerà famoso. È l’alba della casa editrice.

Giulio Einaudi è stato uno dei più grandi editori, non soltanto italiani, del secolo passato. Ha pubblicato De Sanctis, Gobetti, Gramsci. Il catalogo, era solito dire anche negli anni dolenti della casa editrice, nessuno potrà mai cancellarlo. È l’architrave di un’Italia civile, che ha fede in se stessa e deve essere rispettata nel mondo. Basta sfogliarlo: lo popolano storici, critici, romanzieri di grande livello, oltre ai fondatori, Gianfranco Contini, Federico Chabod, Piero Sraffa, Franco Venturi, Cesare Segre, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Franco Fortini, Paolo Volponi, Italo Calvino, Vincenzo Consolo, Carlo Ginzburg, Ruggiero Romano, Corrado Vivanti, Nuto Revelli, Franco e Franca Basaglia, Carlo Levi, Primo Levi. E poi gli stranieri che Einaudi ha fatto conoscere agli italiani, Adorno, Benjamin, Borges, Brecht, Popper, Polanyi, tanti altri.

Sarebbe stato lieto, Giulio Einaudi, (è morto nel 1999), dell’onore delle armi che gli ha reso un altro grande editore, Roberto Calasso, da sempre antagonista, con la sua Adelphi, della linea politica e culturale della Einaudi. Al convegno sull’editoria tenuto il primo dicembre dello scorso anno al Palais de Luxembourg, ha accomunato Giulio, unico italiano, a editori di tutti i Paesi di riconosciuto lignaggio, differenti tra loro, ma ancorati tutti all’idea di una cultura nutrice, con i suoi saperi, della vita dell’uomo, che non ha nulla a che fare con le idee della maggior parte degli editori nostrani, omologati, privi di una propria identità, preoccupati solo della contabilità. ( I «monitoranti» del libro-marketing non pubblicherebbero mai oggi un Italo Calvino, che dei suoi primi libri vendeva 1.500 copie).

Con i difetti di cui menava vanto, il gusto di creare divisioni anche tra i più vicini collaboratori, le predilezioni fulminee e capricciose, un pizzico di crudeltà, il compiacimento che l’Einaudi fosse considerata un club esclusivo, Giulio aveva grandi qualità. La passione mascherata con l’indifferenza, la curiosità per tutto quel che succedeva nel mondo, la bravura di circondarsi degli uomini e delle donne adatti per le mutevoli stagioni.

Folgoranti gli inizi. Poi, dal 1935, la prigione, per molti einaudiani, e la guerra sanguinante, Ginzburg torturato e ucciso dai nazisti a Regina Coeli, Pintor morto saltando su una mina mentre cercava di passare le linee per unirsi ai partigiani del Lazio.

Nel dopoguerra la casa editrice ricomincia con fervore. Supera, con l’aiuto di Mattioli, una crisi finanziaria nel ’54-’55, va quasi tutto liscio fino alla Storia d’Italia che comincia a uscire nei primi anni Settanta con grande successo. La casa editrice allarga allora la sua dimensione, una scelta fatale.

Tutto funziona, i libri vengono letti, gli autori non mancano, la segreteria generale fa quel che deve, l’ufficio stampa anche. Per Giulio Einaudi non era un ufficio di relazioni pubbliche, ma l’ufficio politico, vi avevano lavorato persone di primordine, Calvino, Spriano, Ernesto Ferrero.

I mercoledì, poi, una grande invenzione di lavoro comune, non rispettato più tardi, ai tempi dell’Enciclopedia. Le riunioni, negli anni Settanta-Ottanta, si tengono nella grande sala della biblioteca, con le edizioni einaudiane negli scaffali e le fotografie di Nadar alle pareti. I consulenti siedono a una tavola ovale intorno a Giulio Einaudi, il regista, anche quando sta zitto. Calvino da una parte, Bobbio dall’altra. Giulio Bollati, il competitivo braccio destro dell’editore, dirige i lavori. Mila sta sul fondo con Venturi, Cases siede dove capita, gli altri disseminati, Spriano, Strada, Baranelli, Donzelli, Fortini, Asor Rosa, Natalia Ginzburg, Gallino, Ferrero, Magris, Ponchiroli, Carena, Davico Bonino. I libri vengono letti e riletti, le letture incrociate sono la regola. Se un testo scientifico viene affidato a uno specialista, tocca poi a uno qualsiasi dei consulenti dir la sua. Le discussioni sono spesso accese, coinvolgono la personalità di ognuno, la politica e la visione del mondo, grandi lezioni, spesso.

Sono successe tante cose, da allora. È cambiato il mondo, la società si è impoverita come la qualità intellettuale degli uomini. Dopo un angosciante periodo di crisi, seguito dalla paura del fallimento, dal commissariamento, dall’attesa dei compratori, è arrivata l’Elemond e poi, 17 anni fa, Berlusconi.

Roberto Cerati, che aveva cominciato la carriera come strillone del «Politecnico» e poi, via via, era diventato direttore commerciale di grande autorità, è ora il presidente, una coraggiosa sentinella senza garitta che cerca di difendere, da fedele tutore della memoria, un passato che non può ritornare. I mercoledì non ci sono più, le belle copertine bianche sono sparite, la storica collana degli «Struzzi» è stata tolta di mezzo. L’anima della casa editrice è mutata nel profondo. Non la conosceva chi, per motivi personali o di parte, ritiene che tutto, oggi, sia rimasto come un tempo.

Nel novembre 1994 se ne andarono soltanto in due.Uno disse che preferiva scrivere sui muri piuttosto che pubblicare libri nell’Einaudi di Berlusconi. L’altro fece una dichiarazione nobile e severa. Suo padre era stato uno dei fondatori più intelligenti della casa editrice.

I due fuggiaschi seppero poi che Giulio Einaudi li aveva invidiati molto.

Lo scrittore che visse per equivoco

gennaio 3, 2012

Cesare Marchi

Stefano Lorenzetto per “il Giornale

Come stai, Cesarino? «Bene, grazie. Finché dura l’equivoco». Era il suo mantra. Nell’arguzia del veneto colto, anche il successo non poteva che derivare da un malinteso, non foss’altro perchè gli aveva arriso in età ormai avanzata: il primo best seller, Impariamo l’italiano, 14 edizioni, 350.000 copie vendute, uscì quando aveva già 62 anni. «Oggi m’è arrivato a casa un altro assegno per diritti d’autore, ma non so nemmeno io per quali libri. Finché dura l’equivoco…». Non poteva ricordarselo: ne aveva scritti una ventina. L’ultimo, uscito postumo da Rizzoli, si sarebbe intitolato proprio così: Finché dura l’equivoco.
L’equivoco cessò per sempre nel 1992, finita l’Epifania, quella che tutte le feste si porta via, talvolta insieme con i doni meno goduti. Fu un equivoco fino all’ultimo. Una stretta al cuore intorno alle 3 di notte, l’esortazione rivolta al nipote Alberto e alla cognata Tullia, prontamente accorsi nella sua cameretta cenobitica: «Tornate a dormire, non è niente, passerà». Lo trovarono morto nel suo letto all’alba del 7 gennaio, vegliato dalla Madonna seicentesca appesa sopra la testiera, alla quale, pur da laico inveterato, affidava con infantile abbandono i suoi sonni tormentati dalle apnee ostruttive: «Sai, Stefano, russo talmente forte da svegliare addirittura me stesso», e io, cretino, che pensavo fosse solo una delle sue facezie. Se n’era andato secondo i suoi desideri. In silenzio. Tranquillamente. Senza l’accorrere di ambulanze ululanti, senza l’ago della flebo conficcato nel braccio, senza l’agitarsi di medici e infermieri al capezzale.
Chiusa per sempre La bocca del leone che si spalancava a pagina 2 il lunedì, da vent’anni Cesare Marchi non tiene più compagnia ai lettori del Giornale. In questo 2012 ne avrebbe compiuti 90, essendo nato il 22 agosto 1922 a Villafranca di Verona, che lui chiamava «la Piccola Torino» per via del Quadrato e delle benemerenze risorgimentali, nella quale si dichiarò sempre «fermamente residente».
L’ultimo ricordo che ho di lui è quello di una sfinge sorniona dal profilo cretaceo, composta nel salotto di casa, col termosifone spento e le finestre spalancate. L’avevano rinchiuso dentro un sarcofago di plexiglas collegato a una spina elettrica, simile a un carrello di dolci della Bindi. L’apogeo per un goloso impenitente che Mario Cervi aveva ribattezzato, su calco rommelliano, «la volpe del dessert».
L’indomani mi colpì il pallore altrettanto spettrale di Indro Montanelli. Più floscio, il direttore del Giornale, del cappello che portava sulle ventitré per ripararsi dal freddo, ma ancora sufficientemente soldato da starsene per tutta la durata delle esequie ritto in piedi in onore dell’amico, sorretto con lo sguardo dal suo vice Paolo Granzotto. Un commiato struggente accompagnato dall’Aria sulla quarta corda di Bach, espressamente prenotata da Cesarino per il suo funerale nel Duomo di Villafranca. Ci fece piangere con la sigla di Quark. Solo lui poteva riuscirci.
Conobbi Marchi nel novembre del 1977. Ero andato a ritirare a casa sua – allora non esisteva manco il fax – la prima puntata di una rubrica che, già famoso, aveva deciso di concedere a un piccolo mensile locale destinato a diventare un settimanale e poi un quotidiano, Il Nuovo Veronese, del quale ero redattore capo e anche fattorino. Volle chiamarla La posta di Bertoldo. C’era, in quella scelta, la cifra umana e stilistica di Cesare, scarpe grosse e cervello fino, cantore della gente comune, cultore della sapienza contadina allergico all’intellettualismo, maestro del castigat ridendo mores renitente alle mode, dispensatore di buon senso, che aveva lasciato l’insegnamento – «senza rimpianti, come del resto neppure la scuola aveva rimpianto me» – per dedicarsi al giornalismo.
«Se tu dovessi rinascere, preferiresti un papà politico, letterato, calciatore, operaio od agricoltore?», gli chiedeva Carlo B. da Isola della Scala in quel primo appuntamento con i lettori. Marchi, con la sua Olivetti Lettera 22, aveva risposto: «Rivorrei quello che ho avuto. Non era un politico né un letterato né un calciatore né un operaio né un agricoltore. Ma era mio padre», con l’aggettivo possessivo sottolineato a mano che esigeva il corsivo. Ancora non era cominciata l’epoca dei figli à la carte, ordinati via Internet, figli della provetta, della banca del seme, degli ovuli congelati, figli di tutto tranne che di un padre. Il suo – Agenore Marchi, un modesto impiegato statale – dovette contare molto per lui se nel 1990, a distanza di un quarto di secolo dal trapasso, lo scrittore ancora lo rimpiangeva, come confessò in una lettera che m’inviò per la morte del mio, un’elegia alla figura più evanescente di questa società bastarda perché orfana e orfana perché bastarda: «Vorrei consolarti con la solita, pietosa bugia: il tempo medica ogni ferita. Per quanto mi riguarda, non ha medicato nulla. Scomparso il padre, ci si sente soli, disorientati. Col passare degli anni il dolore, è logico, si attenua. Ma resta nel fondo dell’anima, indistruttibile, un senso di malinconia, di interiore mutilazione. Qualcosa dentro di noi si spezza, per sempre. Credo che maggiorenni si diventi non a 18 anni, ma quando si perde il padre».
Perciò mi parve doveroso che fosse tra i primi a sapere, due anni dopo, della mia imminente paternità. Andai a trovarlo, stavolta accompagnato, sempre nella casa di Villafranca. «E così hai unito l’utero al dilettevole», si congratulò. Marchi chiese alla gestante: «Posso offrirle un tè freddo?». Lei, intimidita dalla celebrità del personaggio, rispose con deferenza, come qualunque moglie delle nostre parti avrebbe fatto al posto suo: «Non si disturbi, professore». Lo scrittore osservò compiaciuto: «Però, che donna risparmiosa hai sposato!».
Fra le comari della carta stampata circolavano, sul conto di Marchi, alcune malignità da ballatoio. Un famoso collega mi chiese: «Ma è vero che è un po’…?», e si strofinò col dito indice il lobo di un orecchio. Vorrei rassicurarlo: nonostante non si fosse mai sposato, ebbe per lungo tempo una liaison con una piacente signora e seppe avvolgere quel rapporto amoroso nell’assoluta discrezione che gli era connaturale. Anche Giorgio Gioco, patron del 12 Apostoli, il ristorante di Verona dove Cesarino creò l’omonimo premio letterario ed era solito coltivare «il più perdonabile e socialmente il meno pericoloso dei vizi capitali», la gola («l’unico che ricade su chi lo pratica», si assolveva), potrebbe testimoniare d’essere stato suo inviolato ospite per setti notti in una suite della Costa Classica. In crociera nel Mediterraneo, gratis, Marchi doveva presentare i propri libri e io avevo rinunciato ad accompagnarlo, decisione che gli era risultata incomprensibile, non tanto sul piano dell’amicizia quanto su quello della convenienza: «Ma guarda che non si paga! Saresti ospite anche tu».
Ecco, l’altra leggenda paesana che lo feriva era quella riguardante la sua taccagneria. «Io sono tirchio con gli avari e prodigo con i generosi», reagiva sdegnato. In parte era vero. In parte no. Nel senso che a volte gli capitava di mettere la sua parsimonia in conto ad altri, un po’ come fa il sobrio Mario Monti con gli italiani, per capirci. Esemplari, da questo punto di vista, le telefonate al quotidiano L’Arena.

Allora le tariffe erano a scatti, in base alle distanze chilometriche. Cominciò così: «Ciao Stefano, sono Cesare Marchi. Mi potresti richiamare, per favore?». Dopo una settimana la formula divenne: «Qui Cesare Marchi, mi richiami?». Dopo un’altra settimana: «Cesare Marchi». Dopo un’altra ancora: «Cesare», e riattaccava. Nonostante fosse un nostro collaboratore di rango, ero l’unico a rispondergli, essendo la colleganza, secondo la definizione che me ne diede un giorno Enzo Biagi, «odio vigilante», nel caso specifico rafforzato dall’invidia per la popolarità che il chiamante aveva conseguito in libreria (da Siamo tutti latinisti a Quando l’Italia ci fa arrabbiare, da Boccaccio a Dante), in televisione (Conosciamo l’italiano? durante l’Almanacco all’ora di cena, I segreti delle parole a Unomattina, i testi per il G.B. Show di Gino Bramieri su Raiuno), a teatro (Nino Manfredi gli fece visita a Villafranca per supplicarlo di scrivergli una commedia sui vizi capitali). Fino a toccare la consacrazione nazional-popolare nel 1987, fotografato con Pippo Baudo, Bettino Craxi e Rita Levi Montalcini sulla copertina di Tv Sorrisi e Canzoni.
Pochi mesi prima di lasciarci ricevette persino una telefonata dal presidente della Repubblica in persona. Francesco Cossiga era stato punzecchiato per aver citato erroneamente una frase dall’Eneide di Virgilio – «Quantus mutatus ab illo» – parlando di Achille Occhetto, e cercava conforto nella Cassazione dei latinisti. Marchi non ebbe il coraggio di riferirgli l’esatta versione: «Quantum mutatus ab illo». Da figlio di un impiegato dello Stato dovette sembrargli uno sgarbo istituzionale inammissibile correggere il capo di quello stesso Stato.
Cesarino e il giornalismo non si presero mai fino in fondo, forse perché non possedeva né l’indole del giramondo né la scapestrataggine del cronista. Era salito sull’aereo una sola volta. Assunto alla redazione di Trento del Gazzettino, resistette due giorni. Il suo terrore era di cadere malato lontano da casa: «Chi mi porterebbe il brodino caldo a letto?». Aveva esordito nel 1948, fresco di laurea in lettere, sull’Osservatore Romano. Direttore del giornale vaticano (lo fu per 40 anni) a quel tempo era il conte Giuseppe Dalla Torre di Sanguinetto. Per ingraziarselo, Marchi non esitò a raggiungere l’omonimo paese della Bassa Veronese «in sella a una bicicletta Volsit, sottomarca della Bianchi», rievocava. Qui intervistò un altro professore prestato al giornalismo, Giulio Nascimbeni, il quale, essendo nativo di Sanguinetto, fu prodigo di notizie storiche sul locale castello scaligero. L’elzeviro venne prontamente pubblicato dal quotidiano della Santa Sede. Altri ne seguirono. Fino a quando Cesarino non propose al direttore un articolo su Lesbia, l’amante di Catullo. «Lei sarà anche un grande giornalista, ma è anche un grande ingenuo», gli diede il benservito l’uomo di fiducia di Pio XII.
Dalla Torre non aveva tutti i torti. Anzi. Fino all’ultimo Marchi conservò intatto questo suo candore, che lo portava a esercitare più l’ironia del sarcasmo e a contenersi in una dimensione domestica che lo preservasse dagli affanni della vita. Era un uomo badiale, di gusti frugali. Bastava stendere una tovaglia per vederlo materializzarsi e, più ancora, per vederlo felice. Le sue preferenze andavano ai piatti della tradizione. Una domenica ci trovammo a Cavaion per un inarrivabile baccalà, cucinato da una vecchietta in un’osteria dove tre gatti sonnecchiavano sui tavoli già apparecchiati. «Buon segno», commentò imperturbabile. Rammento un’epica serata con Pier Quinto Cariaggi, l’impresario italiano di Frank Sinatra, sua moglie Lara Saint Paul, l’attore Fabio Testi e altri amici: fu l’unico a superare indenne il menù monotematico a base di polenta e sisàm, una preistorica e ormai estinta pietanza per stomaci forti, alborelle del lago di Garda fritte nell’olio e poi stufate nella cipolla.
Parimenti memorabili i pranzi in riva al Mincio con Indro Montanelli, che lungo il tragitto Milano-Cortina d’Ampezzo ordinava sempre al fido autista Enzo Maimone una deviazione verso l’Antica locanda di Borghetto, dove Luchino Visconti aveva girato Senso. Tappa d’obbligo, considerato che l’amico del cuore abitava ad appena 10 chilometri di distanza. Tortellini al burro fuso e parmigiano. Sennonché il padano Marchi usava guarnire con burro e grana anche la pasta e fagioli, suscitando le ire del toscano, che invece si limitava a un giro d’olio e a una macinata di pepe.
Cesare Marchi era morto da un paio d’anni quando regalai a Montanelli, in una cornice d’argento, la foto di uno dei loro incontri. A Indro s’inumidirono gli occhi: «Non sai quanto mi manca!». Per rincuorarlo, gli obiettai che poteva ancora contare su Giancarlo Perna, il quale come fustigatore di costumi non era (non è) secondo a nessuno. «Hai ragione», rispose Montanelli, «ma, vedi, quando Perna scrive è cattivo, mentre Cesarino era buono». In effetti, nei tre lustri in cui ebbi il privilegio di frequentarlo, neppure una volta lo udii parlar male di qualcuno. Di nessun altro potrei dire la stessa cosa.
Quando nel 1995 approdai come vicedirettore in quello che era stato fin dalla fondazione il suo giornale, si presentò nel mio ufficio Sandra Artom, che curava la terza pagina. «Dunque tu sei nipote di Cesare Marchi», ammiccò con l’aria complice di chi ritiene di saperla lunga. Dovetti deluderla. Però un complimento così bello in vita mia credo di non averlo mai più ricevuto.

Iofan, l’archistar dell’utopia staliniana

gennaio 3, 2012

Boris Iofan

Prima di diventare il costruttore di regime, aveva studiato e lavorato a Roma. Una mostra a Mosca oggi lo celebra

Anna Zafesova per “La Stampa

È vissuto in un palazzo costruito da lui, con vista sul cantiere di quella che avrebbe dovuto diventare la sua opera più maestosa, ed è morto in una casa di cura progettata da lui. La vita di Boris Iofan, nato 120 anni fa, è letteralmente iscritta nella pietra, e il suo destino si può seguire con la guida di Mosca in mano. Architetto dei più importanti monumenti staliniani, e soprattutto autore dell’utopia in pietra e cemento armato del Palazzo dei Soviet, dopo anni di trionfi è stato relegato ai manuali, più di storia che di architettura, come il simbolo della propaganda in mattone della dittatura. Ora il Museo dell’architettura di Mosca gli dedica una mostra, dal titolo eloquente «L’architetto del potere», ma la curatrice Maria Kostiuk nega nostalgie ideologiche: «Non è un tentativo di magnificare Iofan, semmai di svelarlo al pubblico».

Un architetto misterioso, che sfugge alle definizioni. Il suo nome latita nei dibattiti infuocati, creativi e politici, degli anni 20, quando sbarca in una Mosca dominata da personaggi del calibro dei fratelli Vesnin, Moisey Ginzburg o Konstantin Melnikov. È quasi uno straniero, arriva da Roma, dove ha studiato e lavorato per 10 anni, passando prima per Pietroburgo e Parigi. A reclutarlo, nel 1924, è il primo ministro Alexey Rykov, che verrà arrestato (e fucilato) nel 1937, mentre Iofan miete il suo ennesimo trionfo, il padiglione sovietico all’Expo di Parigi, sormontato dalla statuaL’operaio e la colcosiana , altra icona del regime. È iscritto al Pci dal 1921, e frequentava Togliatti e Gramsci, ma chi lo conosce dice che non era un fervente comunista, semmai odiava lo zar, memore dei pogrom degli ebrei nella Odessa della sua infanzia. Mosca gli è estranea, e forse anche per questo la cambia con disinvoltura. È sconosciuto, nel suo portfolio una decina di lavori a Roma e dintorni: case, villini, cappelle a Verano, terme e cimiteri a Narni, la centrale elettrica di Acquoria a Tivoli, ma ottiene subito le migliori commesse. Villaggi operai, case di cura per la nomenclatura, accademie e soprattutto la «Casa sul fiume», un gigantesco blocco grigio sulla Moscova, che detta gli standard del lusso comunista. Le stanze sono grandi, e tante, le cucine piccolissime, perché il complesso contiene (oltre a cinema, asili, teatri e tintorie) una mensa. L’uomo nuovo deve preferire l’alimentazione in pubblico all’individualismo borghese, ma gli appartamenti prevedono la stanzetta per la servitù. Iofan viene premiato con un appartamento, e ne diventa uno degli inquilini più longevi: ci abiterà per tutta la vita, mentre la maggioranza dei suoi vicini della nomenclatura verranno prelevati di notte dalla polizia segreta, senza riuscire a godersi la nuova residenza.

Ovviamente il cuore dell’esposizione è dedicato al Palazzo dei Soviet, con il plastico della «torta nuziale» come venne definito sprezzantemente dai colleghi europei, infuriati anche per la bocciatura al concorso di Le Corbusier, questo incubo di quasi 500 metri di altezza – di cui 80 metri occupati da una statua di Lenin con la testa che finiva letteralmente tra le nuvole – che ormai è considerato nella lista dei crimini, per fortuna incompiuti, del comunismo. Il concorso per l’edificio di fronte al Cremlino nel 1932 ha segnato simbolicamente la fine delle sperimentazioni dell’avanguardia, e l’arrivo di un’architettura faraonica, di cui Iofan viene consacrato massimo sacerdote. I disegni – alcuni restaurati per l’occasione – mostrano però un progetto tormentato. Le prime proposte, ancora venate di idee avanguardiste, vengono appesantite man mano che il potere richiede nuove magnificenze. L’altezza aumenta, le statue e i colonnati si moltiplicano, Lenin dal piedistallo all’entrata si sposta in vetta. Nel cantiere, sul sito della cattedrale di Cristo Redentore, fatta esplodere, fervono i lavori, mentre intere fabbriche vengono impegnate per le tappezzerie e le maniglie di bronzo del tempio comunista. «Non è vero che la costruzione si rivelò impraticabile, se non fosse stato per la guerra sarebbe stato realizzata», dice Kostiuk, smentendo una leggenda diffusa a Mosca.

Il progetto si blocca, ma vengono costruite le sette torri che dovevano incorniciarlo. Un’altra idea di Iofan, che però viene brutalmente allontanato dal cantiere del grattacielo più imponente, l’Università. Nel frattempo Stalin muore, Kruscev ne denuncia i crimini, tra i quali l’urbanistica, «espressione di un’architettura della pretenziosità, dell’inverosimile e dell’assurdo, non adatta alle esigenze del popolo sovietico». È un contadino pragmatico, che riempie le città di parallelepipedi a cinque piani che avrebbero portato il suo nome, e trasforma la fossa del Palazzo, già allagata dal vicino fiume, in una piscina all’aperto. Gli edifici staliniani continuano a dominare Mosca e plasmare l’immaginario dei suoi abitanti, ma le torri e i colonnati del «tardo Repressance» diventano una presenza ingombrante urbanisticamente e ideologicamente. Iofan però continuerà a lavorare fino alla morte nel 1976, dedicandosi sia a quartieri periferici che a edifici più prestigiosi.

Merito, secondo Kostiuk, «della felice qualità di adattarsi sia alle esigenze del committente che allo spirito del tempo». Federica Patti, architetto e ricercatrice torinese che per prima in Italia ha indagato i trascorsi romani di Iofan legandoli all’ascesa sovietica, lo descrive come un abile gestore di relazioni: «Distante dal dibattito professionale, ma molto vicino a quello politico». A Roma frequenta sia l’aristocrazia che gli esuli russi spiati dalla polizia politica. Come sua moglie, Olga di Sasso Ruffo, figlia di una principessa russa e cognata di un gran duca Romanov, ma «attivissima propagandista bolscevica» secondo i rapporti degli agenti. Una flessibilità che si manifesta anche nell’arte: dopo gli studi al Regio istituto delle belle arti lavora con Armando Brasini, appassionato di barocco, constatando di avere «gusti artistici divergenti», ma invitando poi il maestro al concorso per il Palazzo (del quale, prima che vincitore, l’«architetto del potere» fu consulente e organizzatore). A Roma viene esposto alle influenze più diverse, dall’Art Nouveau al futurismo, dalle eterne rovine antiche agli incontri con Piacentini e Giovannoni. Fa il volontario ad Avezzano dopo il terremoto del 1915, lavora con le cooperative edili, frequenta i salotti aristocratici e l’ambasciata sovietica, in una breve luna di miele in cui l’Italia da poco fascista e la neonata Urss hanno rapporti politici e commerciali, e un’intensa attrazione ideologica ed estetica.

Un pezzo della storia di Iofan che la mostra al Museo dell’architettura di Mosca rivela al pubblico russo per la prima volta, insieme ad altri aspetti di un architetto famoso quanto sconosciuto. Per Alessandro De Magistris, professore del Politecnico di Milano e massimo esperto italiano dell’architettura sovietica, una commemorazione che restituisce l’immagine complessa di un architetto banalizzato dall’ideologia, tutt’altro che un «becchino dell’avanguardia». E che ha segnato luoghi di Mosca che continuano a essere snodi di storia anche dopo la sua morte. Sul sito del Palazzo dei Soviet è stata ricostruita la cattedrale del Redentore, fatta esplodere per fare spazio al progetto di Iofan. E da due settimane l’opposizione di Mosca si raduna per chiedere le dimissioni di Putin davanti alla Casa sul fiume, che rientra così, grigia e impassibile, al centro della nuova rivoluzione russa.

I tre Douglas (più uno)

dicembre 23, 2011

Kirk e Michael Douglas

Ranieri Polese per “Il Corriere della Sera

Londra, 1999. Sul piccolo palcoscenico del Comedy Store un giovane attore americano sta cercando di proporre il suo monologo. Ma il pubblico non si diverte, partono frecciate e buu. Lui, infuriato, si ferma. «Ma lo sapete chi sono io?» chiede. «Sono il figlio di Kirk Douglas!». Per tutta risposta gli spettatori, uno dopo l’altro, si alzano in piedi e imitando la voce del grande Kirk («I am Spartacus!») ripetono: «Io sono il figlio di Kirk Douglas». Ora Eric Douglas, il più giovane e più sfortunato dei quattro ragazzi Douglas, riposa nel Westwood Memorial Park di Los Angeles, lo stesso dove Marilyn Monroe e Natalie Wood non hanno ancora trovato pace. Lui, Eric, se n’è andato nel 2004, per un’overdose di alcol, pasticche e droghe. Aveva 46 anni, i giornali scrissero che aveva fatto parlare di sé più per i suoi guai con la droga e l’alcol che non per la sua carriera di attore. Suo padre, Kirk, va sulla sua tomba tutte le settimane: «Non so nemmeno più quante volte l’ho portato a disintossicarsi », dice. «Continuo a chiedermi se avrei potuto fare di più di quello che ho fatto. Ma credo che a volte non ci sia proprio niente da fare». Forse è la legge fatale che colpisce i figli dei grandi di Hollywood, le vicende di Marlon Brando lo testimoniano. I giovani discendenti troppo sensibili soccombono. Chi ce la fa, sicuramente non sarà un padre affettuoso e presente, come dimostra la saga di tre generazioni di Douglas. Nel caso di Eric, poi, c’era forse anche la gelosia per il fratellastro Michael, che dall’87 in poi passa da un successo all’altro: Attrazione fatale,Wall Street (Oscar per il miglior interprete), La guerra dei Roses e Basic Instinct. Uno dei numeri di cabaret più riusciti di Eric era la parodia di Michael in Basic Instinct. Dopo il matrimonio di Michael con Catherine Zeta-Jones, Eric aveva incluso un’altra battuta nel suo show: «Lui è ebreo, lei è scozzese, sono la coppia più spilorcia del mondo!». Al che, Catherine replicò rabbiosa: «Sono del Galles, non sono scozzese». Anche il padre Kirk figurava nel suo repertorio: «Una mattina mi sveglio e scendo per fare colazione, vedo mio padre vestito con una toga. Jesus! grido. E lui: Non sono Gesù, sono Spartaco».

Oggi, a 95 anni compiuti il 9 dicembre, il vecchio Kirk prova a farsene una ragione. «Io credo che i miei figli non abbiano avuto la fortuna che ho avuto io, quella di nascere povero, costretto a cercare ogni tipo di lavoro per poter mangiare». Anche Michael, padre di Cameron, in prigione dall’anno scorso per possesso e spaccio di stupefacenti (ma la sua situazione rischia di complicarsi visto che gli hanno trovato della droga in carcere), la pensa allo stesso modo: «Essere figlio di un uomo per cui, sempre e comunque, vale la regola “career first”, prima di tutto la carriera, non aiuta». Lui, a sei anni, dopo il divorzio di Kirk dalla primamoglie Diana Dill, si trova affidato con il fratello Joel alla madrementre il padre va a Hollywood. Sembra una maledizione che si ripete. Nel ’75, tra padre e figlio c’è uno scontro: Kirk compra i diritti per lo schermo del romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo e li cede a Michael, che produce il film. Kirk voleva per sé la parte di McMurphy, ma il figlio ingaggia il giovane Jack Nicholson.

Ai membri delle grandi dinastie del cinema tutto è concesso e niente è risparmiato. E Michael, nel ’92, al culmine del suo successo, vede andare a pezzi il suo matrimonio, esagera con l’alcol, finisce in disintossicazione mentre i giornali scrivono che soffre di «sex addiction». Il secondo matrimonio diMichael con Catherine Zeta-Jones, un’unione felice con due figli, un maschio, Dylan, e una bambina Carys, lo aiuta a riprendersi, anche se — proprio nel 2004, l’anno della morte di Eric — cominciano ad arrivare lettere minacciose e sinistre. Il bersaglio è Catherine, di cui si annuncia la morte e si elencano sue presunte relazioni, per esempio con George Clooney. Sembra quasi che la vicenda di Attrazione fatale esca dallo schermo e invada la realtà. E infatti a spedire le lettere è una ragazza ossessionata dall’attore e disposta a tutto per rovinare il suo matrimonio. Se con Cameron, Michael ha riconosciuto di essere stato «un cattivo padre», ora con i due figli avuti da Catherine è un genitore esemplare («se avesse potuto allattarli lui, l’avrebbe fatto» ha detto la moglie) e questo l’ha sostenuto nella sua battaglia contro il tumore alla gola.

Giunto al momento di fare i conti con la sua vita, Kirk ha trovato aiuto nella religione. Riscoperta nel 1996, dopo un colpo apoplettico che lo lascia per mesi senza l’uso della parola. È allora che si mette a studiare la Torah e celebra un tardivo Bar Mitzvah. Ed è come se si riannodassero i fili di una vita sacrificata per la carriera, come se il passato tornasse a vivere. Con la storia di Issur Danielovitch, nato nel 1916, ad Amsterdam nello Stato di New York, unico maschio in una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia. Costretto a fare mille lavori per portare a casa qualche soldo, conosce la miseria, la lotta per affermarsi, l’ostilità contro gli ebrei. Del padre Herschel ricorda che era troppo preso nella lotta per la sopravvivenza per dedicargli attenzione o anche, solo, una pacca sulla spalla. Con la religione chiude prestissimo: non volevo diventare un rabbino, ha detto. Quello che vuole, invece, è diventare attore: dopo le prime esperienze di teatro a scuola, riesce a seguire i corsi di recitazione grazie a una borsa di studio. Quando, dopo Pearl Harbor, si arruola, cambia nome. Ferito, sarà congedato e riprenderà a recitare. Ma già nel ’46 è chiamato a Hollywood. Il truccatore del primo film vorrebbe coprirgli la fossetta sul mento, lui si rifiuta: oggi, insieme all’impronta delle mani davanti al Grauman’s Theatre di Hollywood, c’è anche impresso il suomento. Intanto il matrimonio con Diana Dill (da cui sono nati due figli, Michael e Joel) entra in crisi. E nel ’51 c’è il divorzio. Quando nel ’54 si sposa con Anne Buydens, Kirk ha già avuto due nomination per l’Oscar. Nascono due figli, Peter ed Eric, e il matrimonio dura ancora, perché, dice, anche a Hollywood succede che certe unioni resistano.

Giornalista spietato per Billy Wilder (L’asso nella manica), tormentato Van Gogh in Brama di vivere, leale Doc Holliday che accompagna lo sceriffo Wyatt Earp alla Sfida all’O.K. Corral, meraviglioso Ulissenel kolossal italiano di Mario Camerini, Kirk tiene più di ogni altra cosa a Spartacus, 1960, il secondo film in cui veniva diretto da Stanley Kubrick. Aveva voluto come sceneggiatore Dalton Trumbo, un grande scrittore finito sulle liste nere di Mc-Carthy per la sua fede comunista. E pretese che il suo nome comparisse nei credits del film. Molti criticarono quella scelta, fra gli altri il «falco» John Wayne. Era un rischio grandissimo per quegli anni, che poteva costargli la carriera. «È stata la cosa più importante che ho fatto» ricorda, proprio nello spirito dell’eroe del film, l’uomo che aveva guidato la rivolta degli schiavi contro le leggi inumane di Roma. E pochi anni fa Douglas ha ottenuto che gli Stati Uniti chiedessero ufficialmente perdono agli afroamericani ridotti in schiavitù.

Anche Michael, in fondo, il suo perdono l’ha chiesto. In un film, Wall StreetIl denaro non dorme mai, con Gekko che torna dalla prigione e riprende i suoi giochi pericolosi sul mercato finanziario. Alla figlia che gli rinfaccia i disastri familiari, ricorda i suoi tentativi disperati per salvare il figlio drogato. Ma il ragazzo ormai non c’è più, resta solo il rimorso senza rimedio. Forse, però, come insegna il vecchio patriarca Kirk, c’è ancora tempo per un altro atto in quel dramma che si chiama vita.

L’uomo che mise le parole in croce

dicembre 23, 2011

Arthur Wynne

Leonardo Colombati per “Il Corriere della Sera

Non molto tempo fa sui giornali è comparsa di sfuggita la notizia della morte di Arthur Wynne: mentre gli Alleati iniziavano la controffensiva sul fronte delle Ardenne e l’Armata Rossa si attestava sulla Vistola, Wynne aveva abbandonato il pianeta a 74 anni, chiudendo gli occhi davanti allo spettacolo dei bombardieri dell’Us Army Air Corps che per esercitarsi prendevano di mira la minuscola Dan’s Island, sulla linea dell’orizzonte, facendo fuggire terrorizzati tutti gli stormi di fenicotteri della spiaggia di Clearwater. Lo trovarono seduto su una panchina, lungo il boardwalk, col giornale in grembo aperto sulla pagina del cruciverba; la matita che la sua mano irrigidita ancora impugnava aveva fatto a tempo a scrivere solo le prime quattro lettere del 19 verticale.

I mistici indiani, i sufi e i cabalisti di Girona concordano sul fatto che il linguaggio non si lascia ridurre alla semplice comunicazione fra gli esseri ma possiede un lato interno, una dimensione segreta, una vibrazione profonda. Dello stesso avviso era Wynne: «Nella nostra lingua», mi diceva, «riverbera quella divina», e parafrasando un romantico tedesco, secondo cui i filosofi devono essere grammatici, gli piaceva affermare che nei cruciverba si specchia tutta la scienza dell’uomo e che l’enigmista è il nuovo demiurgo.

Nonostante gli piacesse confondere le acque raccontando favolette esoteriche, il modo in cui Wynne arrivò a escogitare il primo schema di parole crociate della storia fu piuttosto banale: arrivato in America da Liverpool col sogno di diventare un grande violinista o giornalista, era stato cacciato da tutti i giornali e le orchestre di Pittsburgh prima di trovare un posto al «New York World» con l’incarico di escogitare giochi per l’ultima pagina dell’edizione domenicale; un giorno si ricordò dei Cubi magici, quelli in legno con le lettere intarsiate che gli avevano regalato da bimbo e che se sistemati nel modo giusto formavano parole sia in linee orizzontali che verticali. Il 21 dicembre 1913 il Cross-Word Puzzle — così lo aveva chiamato il suo autore — venne pubblicato all’interno della rubrica il cui titolo era anche la prima parola da indovinare: «Fun». Lo schema aveva la forma di un diamante e al posto delle lettere intarsiate c’erano tanti quadratini bianchi che avrebbero rivelato 31 parole se riempiti correttamente a partire dalle definizioni. Le definizioni erano mie.

A quei tempi non avevo ancora esaurito i miei vent’anni, ma non c’era nulla d’eroico che fermentasse dentro la mia testa già ricoperta soltanto da una tenera lanugine. Trascorrevo lunghi pomeriggi al giornale a correggere bozze e a stilare necrologi. Le macchine da scrivere gettavano il riflesso dei loro neri volumi sulle pareti, formando il profilo di una città che io sognavo un giorno di riuscire a conquistare coi miei articoli; ma mi mancavano il talento e la volontà, e finii a fare lo scudiero di Wynne, trovando le definizioni per le parole che con sorprendente facilità incasellava nei suoi rombi.

«Fra sei mesi il pubblico si stuferà», diceva il caporedattore. Si sbagliava di grosso. Non trascorse neanche un anno che Wynne si vide pubblicato in terza pagina un suo ritratto con tanto di fotografia in cui veniva definito come «il mago delle parole crociate» e, più sotto — proprio verso la fine, senza che fosse mai ricorso il mio nome —, come «il principe degli enigmisti». La celebrità giovò al suo umore, già buono, anche se talvolta era afflitto da improvvise tetraggini e da profondissimi stati di distrazione; ma nessuno se ne sentiva offeso, anzi… ci si chiedeva, infatti, a quali insondabili profondità attingesse il suo spirito quando nel bel mezzo di una conversazione proprio il suo spirito s’addensava dietro agli occhi spalancati, per poi evaporare inumidendogli la fronte: stava forse architettando incroci di parole clamorosi, mentre, soffiando sul caffè, continuava a presentare il suo «io» svuotato?

Per lui cominciarono ad arrivare al giornale lettere profumate e grandi scatole bianche piene di fiori: lui lacerava il nastro rosso con le sue unghie bombate e appuntite e annusava le rose dando non più di un’occhiata distratta al mio tavolo, per vedere se avevo finito. Escogitare le definizioni appropriate per le parole che incrociava gli risultava noioso — o almeno così diceva, giustificando il ricorso ai miei servigi. Ma io sapevo che la verità era un’altra: la sua intelligenza, infatti, così elastica quando si trattava di comporre la trama e l’ordito degli schemi, s’irrigidiva, proprio nel campo in cui io eccellevo, come una mosca nella resina. La circostanza fiaccava segretamente la sua arroganza, perché Wynne capiva benissimo come non siano le risposte a rendere un cruciverba una mediocre accozzaglia di parole o un raffinato ricostituente per la mente e lo spirito; tutto il genio — o quasi — sta nelle domande. D’altronde, quante definizioni corrispondono alla parola cane?

Gli servivo per un lavoro che non sapeva fare; per questo mi odiava. Un pomeriggio lo sconvolse la definizione che avevo trovato per no («la fine del giorno»). «Ma la risposta è sera!» gridò battendo i pugni sul tavolo. Aveva già pubblicato, e con immediato successo, il suo primo libro di enigmistica, dentro al quale il lettore faticherebbe inutilmente nel cercare il mio nome: era lui la figura del quadro su cui far piovere tutta la luce.

L’ultima volta che lo vidi era venuto un colpo apoplettico a Warren Harding, forse il peggiore presidente della storia degli Stati Uniti. Wynne mi aveva dato appuntamento in un ristorante dalle cui finestre si vedevano le chiatte e i rimorchiatori risalire l’East River. Quando entrai era già seduto: «Che cos’è questo scherzo?», disse buttandomi addosso una copia del «New York World». Sapevo bene cosa l’aveva fatto infuriare; il 4 orizzontale: cricca. La definizione (mia) diceva: «Era dell’Ohio quella di Harding», un riferimento ai collaboratori del presidente coinvolti in losche compravendite di terreni demaniali.

Il giorno dopo fui licenziato e andai a bussare alla porta del «Daily News», sulle cui pagine ancora oggi pubblico i miei cruciverba; faccio tutto da solo: domande e risposte. Quanto a Wynne, non trovò più collaboratori alla sua altezza e quattro anni dopo avermi fatto licenziare fu a sua volta licenziato.

Non ho più saputo nulla di lui, fino a quando non ho letto della sua morte. Mio povero Arthur Wynne! Ti vedo sulla panchina, in Florida, che tenti di risolvere uno degli schemi che un tempo ti avevano reso famoso; adesso leggi la definizione del 19 verticale e, sorpreso, felice, stai per scrivere il tuo nome, ma ti accorgi che ci sono due caselle in eccesso. Com’è possibile? All’improvviso ti viene un’idea, un sospetto… No, non è possibile, ma… Nelle prime quattro caselle inserisci le prime quattro lettere del mio nome; e tutto concorda.

Charlie, eterno cantastorie

dicembre 19, 2011

Charles Dickens

Roberto Bertinetti per “Il Sole 24 Ore”

In una calda serata d’estate del 1849 la famiglia James era riunita in biblioteca nella casa di New York per ascoltare la lettura di David Copperfield, il nuovo romanzo di Charles Dickens di cui era appena giunta per nave dall’Inghilterra la prima puntata. Henry, futuro scrittore, aveva appena sei anni ed era stato spedito a letto. Ma il fascino della voce paterna intenta a narrare la storia di un piccolo sconosciuto lo indusse a disobbedire. Molto tempo dopo, in un pagina autobiografica, James raccontò di essersi nascosto sotto un tavolo coperto da un’immensa tovaglia dove rimase immobile sino a quando le sventure di David non lo fecero scoppiare in lacrime. Il nascondiglio venne così scoperto e il bambino spedito in camera a dormire. La lettura lasciò tuttavia su di lui un’impronta incancellabile: «Sentii che ero stato generato quella notte come artista. D’istinto compresi che grazie a Dickens il mondo poteva essere analizzato e riassunto in un libro», annota nei Taccuini spiegando la nascita della sua vocazione.

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I quaderni inediti di Guttuso

dicembre 18, 2011

Renato Guttuso

Riflessioni sulla filosofia e sull´architettura, lunghi componimenti sui padri fondatori da Masaccio a Michelangelo. Ma soprattutto decine e decine di schizzi, bozzetti, studi di figure che segnalano l´urgenza di disegnare e di dipingere Nel centenario della nascita, i primi passi di un ragazzo diviso tra la Sicilia, la lotta degli umili e la pittura

Giancarlo Bocchi per “la Repubblica”

A S. Maria Novella si conserva il quadro della Trinità. […] Nel centro Cristo mentre dall´alto tende l´eterno padre con le braccia aperte per raccogliere il figlio. Dinanzi alla croce Maria e Giovanni e presso le colonne scannellate il committente in ginocchio insieme alla moglie. Racconta Flora Butitta: «Quando nel 1945 morì la madre, Renato non poté partecipare ai suoi funerali. La casa fu liberata dal proprietario e alcuni effetti personali vennero affidati al podestà. Dopo qualche tempo Renato tornò a Bagheria per ritirarli. Insieme al pittore Garajo, io lo aiutai. Fu per questo che mi regalò i suoi quaderni di scuola, per sdebitarsi». Per lei «sono solo un ricordo», ma quegli otto quaderni ora ritrovati raccontano molto dell´artista siciliano, una parte importante della sua esistenza, un periodo tra i meno conosciuti, di certo il più determinante per la formazione delle sue idee sull´arte e sulla vita. Anni di povertà e di speranza. Di forti ideali e di scelte obbligate. Di passioni e d´incertezze.
Tutto ha inizio a Bagheria, un paese di mille casette e una decina di sontuose ville nobiliari, il giorno di Santo Stefano del 1911. Ma Gioacchino e Gina, i genitori, vogliono regalare al piccolo Aldo Renato Guttuso una settimana di vita e lo registrano all´anagrafe di Palermo solo il 2 gennaio 1912.
Il primo ricordo di Guttuso bambino è drammatico. Un colpo di lupara rimbomba nel vicolo sotto casa, dietro corso Butera. Dal balconcino, ornato di vasi di gerani, Renato vede un uomo cadere a terra, morto. La violenza della sua terra gli entra dentro per la prima volta, lasciando un´impronta indelebile sulla sua sensibilità. La seconda scoperta di Renato è quella di avere due genitori molto diversi tra loro. La madre è una donna semplice, che vorrebbe imporgli un´educazione cattolica. Ogni giorno cerca di trascinarlo a messa, in Cattedrale. Il padre è invece un anticlericale, figlio di un garibaldino mazziniano, un uomo dai modi eleganti e raffinati che ama l´arte, scrive di teatro e di cinema. È un agrimensore e porta spesso con sé il figlio in giro per i campi insegnandogli ad amare «l´umanità dolente e disperata» della Sicilia.
Appena adolescente, Renato è di casa al circolo anarco-socialista “Filippo Turati”, fondato da Ignazio Butitta a Bagheria, dove si pubblica il foglio La povera gente e si organizzano le manifestazioni dei braccianti. È la sua prima scuola di antifascismo, proprio negli anni in cui il regime di Mussolini si va consolidando. A dodici anni scopre davanti alla nuova casa di corso Diaz, sempre a Bagheria, «una miniera di colori, segni e figure»: è la bottega di Emilio Murdolo, pittore di carretti siciliani, suo primo maestro. Da quel momento Renato inizia a sfogliare con passione i libri d´arte del padre, futura fonte d´ispirazione per i quaderni del liceo.
Intanto in casa Guttuso si tira la cinghia. La madre sogna «il figlio avvocato» e vede l´innamoramento del ragazzo per l´arte come un ostacolo alle proprie ambizioni. Gioacchino, fine acquerellista, incoraggia invece la passione del figlio e gli suggerisce di frequentare gli altri artisti locali. Renato dà ascolto alla madre, continua a studiare e nonostante le difficoltà economiche viene iscritto al liceo classico Umberto Primo di Palermo. Ma già a quindici anni inizia anche a scrivere di arte sul primo dei suoi quaderni ora ritrovati, e apre il suo primo studio nel piccolo abbaino che si affaccia sul terrazzino di casa con vista sul golfo. Presto questo spazio angusto, ma panoramico e soleggiato, diventa una “factory” frequentata dai giovani artisti come Nino Franchina, Giuseppe Barbera, Nino Garajo, e anche da Topazia Alliata di Salaparuta, giovane ed esuberante duchessa, che studia all´accademia d´arte e dipinge con talento. I due diventano inseparabili, e si innamorano. Renato si presenta al padre di Topazia a Villa Valguarnera, e chiede ufficialmente al duca il permesso di frequentare la figlia. Iniziano le incursioni dei due giovani a Palermo sulla veloce limousine guidata dallo chauffeur sudanese del duca di Salaparuta. Non pensano ci siano grandi differenze tra loro, ma quando il gruppo di artisti si riunisce sulla terrazza di corso Diaz a parlare di arte e di futuro, la madre di Renato non può offrire loro che una piccola fetta di melone per ciascuno.
Il giovane, di idee antifasciste, a Palermo si trova a fare i conti con un´altra realtà. Incontra un grande maestro di pittura nel futurista Pippo Rizzo, uno degli artisti di punta del movimento di Marinetti, che predica la rivolta contro Giotto, Raffaello e Tiziano. Ma il giovane Guttuso non la pensa allo stesso modo. Decine di pagine dei suoi quaderni sono dedicate non solo ai grandi della pittura antica, ma anche ai cosiddetti “minori”, che per lui “minori” non sono. I quaderni del liceo si riempiono di più di cento tra schizzi, disegni, studi di figure, che ora attendono di essere esaminati in modo approfondito. Tutte le altre materie lo interessano assai meno e i voti in pagella sono appena accettabili. Renato vorrebbe disegnare e dipingere, dipingere e disegnare. Sono proprio i suoi quaderni a riportare quest´urgenza, questa pulsione. Illuminano un mondo fatto di grandi passioni, ma anche di scelte difficili e non più rinviabili. «Non è più il tempo – scrive – dei giardini di limoni, delle notti di luna e dei discorsi antichi dei contadini di Bagheria». Non è più il tempo di far convivere pacificamente il “libero pensiero” del padre e il conformismo della madre. C´è una vita da «vivere accanitamente». Ma quale, e dove?
Il giovane Renato legge i discorsi di Lenin sugli opuscoli dell´Avanti! diffusi clandestinamente. Sui quaderni di scuola compare una piccola falce e martello, vicino a figure indistinte e al disegno di un ometto trasfigurato alla George Grosz. Disegno autografo o forse frutto collettivo della “factory” bagherese. Compare anche un´annotazione, probabilmente dello stesso Renato, ma con calligrafia stravolta: «Renato Guttuso Bagheria, disegna meglio con la mano sinistra…».
Frequenta il coetaneo Franco Grasso, attentamente osservato dalla polizia politica fascista, animatore di un gruppo che si svilupperà nel Fuai, il Fronte unitario antifascista d´ispirazione comunista. Ma poi, quando si iscriverà alla facoltà di legge per volontà della madre, per usufruire dei servizi assistenziali e per poter partecipare alle esposizioni pubbliche deve accettare la tessera dei Guf, i Giovani universitari fascisti.
Sono gli eventi che decidono per il ventenne. Solo dopo alcune mostre nel continente e il successo ottenuto da due opere esposte alla Prima Quadriennale di Roma, nel 1931, Renato decide che non diventerà mai un avvocato. Abbandonerà gli studi universitari e partirà per la capitale. Ormai ha in testa una sola cosa: fare l´artista. E artista diventerà, sarà l´artista di punta della sinistra italiana, il pittore acclamato ma anche criticato, l´amico di Picasso ma anche il difensore del realismo, l´uomo che amava i trasgressori ma che trasgressore non era. Perennemente al bivio nei suoi primi vent´anni, scelse infine il Pci.

Diritti Globali

Khodorkovsky, l’oligarca che dal Gulag punta al Cremlino

dicembre 18, 2011

Mikhail Khodorkovsky

In Russia molti lo considerano l’unico vero oppositore di Putin. L’ex magnate si racconta in una biografia ancora inedita

Federico Varese per “La Stampa

La democrazia ha il potere di sorprendere. Anche quando è imperfetta e limitata, riesce a togliere il sonno ai tiranni. Le ultime elezioni in Russia ne sono un esempio: il partito di Putin, Russia Unita, non ha raggiunto la soglia del 50%. Nonostante i brogli, l’apparato statale non è riuscito a falsificare del tutto la volontà degli elettori. Come il regime sovietico mentiva a se stesso e al resto del mondo con la retorica socialista, così il regime di Putin mente dicendosi democratico. Ma è una menzogna che a volte dimentica se stessa e mostra dei frammenti di verità.

Eppure i partiti d’opposizione che entreranno nella nuova Duma non sono credibili. Da quasi vent’anni Vladimir Zhirinovsky, il leader della destra razzista, e Ghennady Zyuganov, capo del Partito Comunista, convivono comodamente con gli inquilini del Cremlino: gli uni fingono di fare opposizione mentre gli altri gli permettono di fare affari. Il terzo partito di opposizione ad entrare nella Duma sarà Russia Giusta. In teoria una formazione che si professa social-democratica, in pratica è una costola del regime: nel congresso di fondazione, il leader Mironov espresse la sua ammirazione per Putin e la speranza che fosse il loro candidato. Secondo il professor Richard Sakwa, dell’Università del Kent, Russia Giusta è stata fondata per volere degli apparati militari e di sicurezza alleati a Putin con l’intento di creare una parvenza di dialettica democratica.

Esiste dunque un leader in grado di liberare la Russia dal putinismo? Come spesso accade nei regimi autoritari, gli oppositori credibili vanno cercati in galera. Uno dei prigionieri più famosi è Mikhail Khodorkovsky, già proprietario della compagnia petrolifera Yukos, che era l’uomo più ricco di Russia quando è stato arrestato nel 2003 dopo aver osato criticare apertamente Putin e finanziare l’opposizione liberale. «Data la carenza di leader carismatici e la crescente crisi del regime – dice Sakwa -, uno scenario nel quale Khodorkovsky diventi un politico di primo piano non è improbabile. La dignità con la quale ha accettato i verdetti contro di lui ne fanno una figura senza eguali in Russia».

La trasformazione da oligarca senza scrupoli a difensore dei diritti umani confinato in un carcere in Karelia è una delle vicende più straordinarie della Russia postcomunista. Oggi può essere ripercorsa grazie al documentario «Khodorkovsky» (2011) di Cyril Tuschi, presentato al Festival del Noir di Courmayeur, e all’autobiografia ancora inedita dal titolo provvisorio «La Casa dei Morti. Prigioniero di Putin», un libro che contiene ampi brani scritti da Khodorkovsky con testi di raccordo della giornalista Natalia Gevorkyan. Per ora sono pronti solo quattro capitoli. Nessuno fino ad ora ha parlato in pubblico di questa opera. Io ho avuto modo di leggere il testo e quanto segue è basato sul racconto inedito dell’ex oligarca russo.

Khodorkovsky è figlio del sistema sovietico e di una transizione al capitalismo convulsa. Nato in una famiglia di umili origini e con padre ebreo, negli Anni 80 è un giovane che studia sodo e lavora di notte. Legge distrattamente i classici russi, ma preferisce i romanzi cult di fantascienza dei fratelli Strugatsky, soprattutto «È difficile essere Dio» (pubblicato in Italia nelle edizioni Urania nel 1989), la musica degli Abba e di Patricia Kaas. Insieme alla futura moglie è un membro fedele dell’organizzazione dei giovani comunisti (il Komsomol). È tutto tranne che un dissidente. Dopo la laurea in chimica nel 1986, comincia a lavorare presso il Komsomol della sua università. Di lì a poco apre una delle prime banche private. Sfruttando le differenze tra cambio ufficiale e reale del dollaro e un vuoto legislativo, la sua banca rastrella dollari in Russia e compra computer che rivende a peso d’oro. Quando la Banca Centrale cambia la normativa, il Governatore gli permette di continuare a condurre operazioni in valuta. Il giovane Mikhail si fa crescere i baffi per sembrare più vecchio, coltiva contatti con la nomenklatura, è spregiudicato e ben integrato nel sistema della corruzione post-sovietica.

La svolta arriva con le presidenziali del 1996: Boris Eltsin svende i gioielli dell’industria sovietica agli oligarchi in cambio del loro appoggio nelle elezioni, e Khodorkovsky entra in possesso di Yukos per 300 milioni di dollari (il valore effettivo stimato era di circa 6 miliardi). Mentre gli oligarchi si spartiscono il Paese, il sistema sanitario è al collasso, Eltsin è impantanato in Cecenia in una guerra che non riesce a vincere, e i mafiosi si uccidono per le strade.

Dietro la fortuna di Khodorkovsky si nasconde, secondo alcuni, un grande crimine. Nel 1998, viene assassinato il sindaco di una cittadina nella Siberia occidentale che si opponeva alla vendita di un’impresa estrattiva locale a Yukos. Khodorkovsky è informato dell’omicidio mentre sta celebrando il suo 35esimo compleanno nel club privato dell’azienda, a pochi metri dalla Piazza Rossa. Per chi, come me, ha visitato quel palazzo dallo stile vagamente moresco che era stato la sede di un sindacato sovietico, è facile immaginare l’arrivo di un messaggero che scivola sul parquet immacolato dell’ingresso, inforca l’immensa scalinata e raggiunge Khodorkovsky in una delle tante salette private del primo piano. Il magnate è inorridito, raccontano i testimoni, e ha sempre negato ogni responsabilità.

L’arrivo di Putin al potere cambia le regole del gioco. Il nuovo «uomo forte» fonda la sua legittimità sulla lotta al caos e alle umiliazioni subite negli Anni 90. Khodorkovsky forse è ingenuo o forse crede di poter influenzare il nuovo zar, che invece lo considera un pericoloso rivale politico. Dopo l’arresto di alcuni suoi collaboratori, Khodorkovsky capisce di essere il prossimo, ma decide di restare in Russia. Nel 2003 inizia così il suo viaggio nella «casa dei morti» descritta da Dostoevskij, un viaggio fatto di molte notti in cella d’isolamento, di attacchi da parte di altri detenuti, di apparizioni in tribunale e di verdetti palesemente partigiani. Come i dissidenti sovietici, non chiede la grazia. E comincia a scrivere.

Khodorkovsky descrive la prigione come «una lente d’ingrandimento dei processi sociali: oggi si trovano in galera non tanto ladri di strada e pedofili, ma uomini d’affari vittime dello Stato che ha confiscato i lori beni e la loro vita». Sembra aver raggiunto una consapevolezza superiore di se stesso («nella mia cella mi metto le cuffie e mi sento in rapporto con l’universo») e ha maturato un progetto politico: liberato dalla tirannia dei beni materiali, oggi combatte per il diritto «di essere se stesso», e dar voce alle vittime di un sistema di cui lui stesso era parte. Dopo aver stretto un patto col Diavolo, ora si sente come Faust nel quinto atto: «Chi sempre faticò a cercare/noi possiamo redimerlo».

Nel «sottosuolo» con Italo Svevo

dicembre 17, 2011

Italo Svevo

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

«Mi senti, Ettore Schmitz? Hai idea del fardello che ci hai lasciato? Potevamo restare beati nell’ordine piccolo borghese di realtà strutturate, ordinate, salutari. E invece». E invece l’industriale Ettore Schmitz ha scelto di diventare lo scrittore Italo Svevo ed è per questo che Pietro Spirito, al termine del recentissimo Trieste è un’altra (Mauro Pagliai Editore) si spinge fino al cimitero di Sant’Anna, nel tentativo di regolare i conti con l’autore di Senilità e La coscienza di Zeno.

Impresa difficile, ma con la quale è bene cimentarsi in questi giorni, che precedono il 150mo anniversario della nascita del grande narratore triestino (19 dicembre 1861: morì a Motta di Livenza il 13 settembre 1928). «Un anniversario che coincide con quello dell’Unità d’Italia», sottolinea il critico Elio Gioanola, autore tra l’altro di un’appassionata Svevo’s Story apparsa un paio di anni fa da Jaca Book. «È una circostanza suggestiva – prosegue lo studioso –, perché ci ricorda come il fatto di scrivere in italiano sia il risultato di una scelta deliberata da parte di un autore che avrebbe potuto benissimo esprimersi in tedesco. Nonostante, questo, la sua rimane una figura profondamente radicata nella cultura mitteleuropea, come dimostra la presenza della psicoanalisi all’interno del suo capolavoro.

Nella Coscienza di Zeno, infatti, l’iniziale scetticismo del protagonista nei confronti del “dottore”, trattato spesso con ironia e distacco, va di pari passo con l’impossibilità di fare a meno della strumentazione psicoanalitica, che permette a Svevo di dare ulteriore profondità al suo antieroe. Non è più il personaggio caro alla tradizione classica, obbediente ai princìpi che si è imposto e ai quali rimane fedele, ma un tipo d’uomo simile alle creature del “sottosuolo” indagate da Dostoevskij: a guidarlo è una forza misteriosa ed estranea, che gli impedisce sempre di mandare a segno il colpo.

Gli errori che ne derivano possono risultare fruttuosi, ma questo non scalfisce in nulla il sostanziale pessimismo di Svevo, che trova espressione nella celebre conflagrazione planetaria con cui si chiude La coscienza di Zeno. La stessa intelligenza si ritorce contro l’uomo, gli impedisce di essere felice, lo porta a desiderare la distruzione. Si tratta della rappresentazione più drastica del “male di vivere” cantato da Montale, che non a caso fu uno dei primi e più attenti lettori di Svevo». Un malessere che esclude la spiritualità? «Svevo – risponde Gioanola – appartiene a quel genere di autore novecentesco per cui la letteratura ha sostituito la fede perduta come occasione di apertura verso un “oltre” che però non si connota mai in senso pienamente religioso».

Le origini ebraiche di Svevo/Schmitz sono sottolineate con vigore dallo scrittore Giorgio Pressburger, ungherese di nascita e triestino d’elezione: «Grazie a lui – spiega – fa il suo ingresso nella letteratura italiana questa specifica sfumatura spirituale che ritroveremo, per esempio, in Primo Levi.

E non dimentichiamo che proprio attraverso il legame con Svevo, di cui fu docente di inglese a Trieste, Joyce fornì un’interiorità ebraica al protagonista del suo Ulisse, Leopold Bloom. Anche in questo Svevo si conferma un maestro nell’arte dell’intreccio, sempre desideroso di trovare un punto di equilibrio fra mondi altrimenti inconciliabili, come il Mediterraneo e l’Europa centrale, che proprio a Trieste vengono a incontrarsi in senso culturale e perfino architettonico. Sarà un caso, ma Svevo è stato uno dei primi autori in cui mi sono imbattuto quando, nel 1956, ho lasciato l’Ungheria.

Avevo già studiato italiano e conoscevo qualche scrittore, ma il suo nome mi era del tutto sconosciuto. È stato un incontro folgorante, che continua a segnarmi anche oggi. Mi colpisce la sua lingua, così spoglia e a tratti addirittura scorretta. E trovo affascinante la sua visione del mondo che, anche senza attingere al pessimismo di Kafka, è testimonianza di un “non-ottimismo” molto problematico sul piano religioso. In Svevo, infatti, la grande assente non è la fede, ma la Provvidenza».

Si spinge più in là il direttore di «Civiltà cattolica», padre Antonio Spadaro: «Svevo rimane un grandissimo scrittore, sia chiaro – premette –, ma questa grandezza costituisce il suo limite. Ogni volta che lo rileggo, non trovo nelle sue pagine la gloria della realtà, che apre alla conoscenza del mondo e rende possibile la condivisione fra autore e lettore.

Al contrario, Svevo tende a portare in primo piano la propria dimensione psicologica, trasformandola in un filtro che diventa a sua volta ossessione. In questo, mi pare che la sua opera inauguri e porti precocemente a compimento la tendenza novecentesca a sostituire la tensione spirituale con l’indagine psicologica.

Non si tratta di un’operazione innocente, perché in questo modo il mistero si riduce a qualcosa di freddamente analizzabile e la stessa dimensione spirituale finisce sul tavolo dell’anatomopatologo: la coscienza diventa nevrosi, l’interiorità viene assimilata a una malattia. Con i suoi romanzi Svevo mette in atto un rovesciamento radicale dell’introspezione avviata da Agostino nelle Confessioni, un libro in cui, al contrario, penetrare nel segreto di sé rappresenta la condizione necessaria per esplorare il mistero del mondo. Nella Coscienza di Zeno questo non avviene, perché vienen meno l’alleanza fra letteratura e realtà. E questo, almeno per me, è un problema serio».

George Whitman, libraio senza tempo

dicembre 15, 2011

Stefano Montefiori per “Il Corriere della Sera”

PARIGI – Il vecchio socialista americano del New Jersey, per nulla dedito alla rivoluzione ma signore dei suoi ideali nella piccola comune al 37 rue de la Bûcherie, è morto ieri mattina all’età di 98 anni e due giorni. George Whitman ha continuato a leggere ogni giorno, fino all’ultimo, con la compagnia della figlia Sylvia, del cane, del gatto e degli amici. La sua libreria «Shakespeare and Company» ha ospitato nei decenni Lawrence Ferlinghetti e gli altri protagonisti della Beat Generation, ma soprattutto decine di ragazzi e di ragazze disposti a dare una mano in negozio e a leggere un libro al giorno — così vuole la leggenda, ma è vero — in cambio di un materasso su, al terzo piano.
«Shakespeare and Company» è diventata il punto di riferimento per la cultura anglosassone a Parigi, subendo il destino delle cose migliori, cioè la minaccia della troppa popolarità: il carattere di un luogo rischia di perdersi, se Woody Allen in Midnight in Paris finisce per aggiungerlo alle altre tappe obbligate dell’«americano a Parigi» assieme a Champs Elysées, Tour Eiffel e Montmartre. «George non aveva certo l’obiettivo di diventare un’attrazione turistica, ma neanche è mai stato uno snob elitario. La sua libreria è diventata un posto unico al mondo perché lui, era unico». A ricordarlo così è Riccardo Antoniani, 32enne ricercatore italiano che vive a Parigi e che nel 1999 si presentò alla corte del Don Chisciotte del Quartiere Latino. «Allora la libreria era aperta fino a mezzanotte, io arrivai alle 23 chiedendo ospitalità — racconta —. George aveva la capacità di capire subito se si trovava davanti un piantagrane o un vero amante della letteratura. Mi lasciò rimanere, dormivamo in una decina di persone al terzo piano, senza una lira ma non avevamo bisogno di altro». Il motto del rifugio letterario a due passi dalla Senna è una frase di Yeats: «Sii gentile con gli sconosciuti, perché potrebbero essere angeli nascosti». E George cordiale con chi entrava nel suo negozio lo è sempre stato, semmai con quella punta di severità da appassionato che accomuna tutte le migliori librerie e negozi di dischi del mondo.
«Era gentile pure con i ladri — continua Riccardo —. Ogni tanto scoprivamo qualcuno che rubava i libri, lui non ne ha mai denunciato uno. Diceva che non voleva mandarli in prigione, a imparare a rapinare davvero. Odiava il consumismo e amava la vita. Gli piacevano i libri, e le ostriche».
George Whitman aprì la sua libreria nell’agosto del 1951 con il nome «Le Mistral», in omaggio alla sua fidanzata di allora. «Shakespeare and Company» era il nome invece della libreria in rue de l’Odéon di Sylvia Beach, che pubblicò la prima edizione dell’Ulisse di Joyce nel 1922, e chiuse i battenti nel 1941 per il rifiuto di vendere l’ultimo esemplare di Finnegans Wake a un ufficiale nazista. Quando Sylvia Beach morì, nel 1962, lasciò in eredità a George Whitman alcune casse di libri, il marchio del negozio e pure il nome per la figlia.
George riposerà al cimitero Père Lachaise con l’ottima compagnia di Apollinaire, Oscar Wilde e Colette, tra gli altri. «Shakespeare and Company» continua a vivere, grazie a Sylvia Beach Whitman.

Diritti Globali

I segreti delle donne di Cassola: la passione (senza calcoli) per la vita

dicembre 13, 2011

Carlo Cassola (1917-1987) nacque e visse a Roma ma restò sempre legato alla Toscana materna. Prese parte alla Resistenza per poi iscriversi al Partito d’azione. Il punto più alto del suo successo fu nel 1960 con «La ragazza di Bube», premio Strega, da cui fu tratto un film famoso con Claudia Cardinale

Trent’anni italiani attraverso le protagoniste dei suoi racconti

Pietro Citati per “Il Corriere della Sera

Oggi, Carlo Cassola è uno scrittore dimenticato: quasi nessuno rilegge i suoi capolavoriIl taglio del boscoUn cuore aridoPaura e tristezza, che attrassero tanti lettori cinquanta o quaranta anni fa. Devo confessare di non riuscire a comprenderne la ragione, perché questi libri mi sembrano conservare tutta la loro intensità, felicità, dolore, bellezza.

Dopo tanti anni riprendo in mano i racconti lunghidella tarda giovinezza e della prima maturità di Cassola, che Mondadori ha appena ristampato sotto il titolo Il taglio del bosco (pagine 508, 12, con la prefazione di Manlio Cancogni). La prima impressione è forte e singolarissima. Cassola non aveva mai badato alla realtà del suo tempo: aveva sempre deriso ogni rappresentazione sociologica; eppure questi racconti, con le ragazze che chiacchierano nelle strade dei paesi e prendono il sole sulla spiaggia di Cecina, o i suoi montanari e carbonari, sono la rappresentazione più viva e vera che un narratore abbia dato della vita italiana tra il 1930 e il 1960, specialmente in una regione, la Toscana. Oggi l’impressione di vita è lancinante, straziante. Non si può essere più veri, senza nessuna intenzione di essere veri. Se dovessi raccomandare a uno storico contemporaneo di leggere libri di cui imbeversi profondamente prima di raccontare la storia di quegli anni, dovrei fare due nomi: i racconti e i romanzi di Cassola, e un capolavoro incomparabile di poesia come La camera da letto di Attilio Bertolucci. Ma gli storici, ahimè, leggono le statistiche, e i testi conservati negli archivi; e dimenticano che un’epoca lascia la propria essenza, trasparente e quasi invisibile, nei libri di letteratura.

Come nei romanzi di Jane Austen, scritti ai tempi di Napoleone, non appaiono Napoleone né le guerre, le sconfitte e le vittorie della Gran Bretagna, così non sospettiamo che nel 1930-1960, se fossimo usciti dai libri di Cassola, avremmo incontrato Mussolini, i discorsi fascisti, e la guerra del 1940-1945 e l’insensibile e rapido cambiamento che trasformò la società contadina in società di massa. Questa forma di storia Cassola non la conosce, non vuole conoscerla, e pretende che, per un artista, sia un errore conoscerla. Come Manlio Cancogni ha raccontato in un libro molto spiritoso, Azorìn e Mirò, Cassola rappresenta l’esistenza minima: i piccoli gesti quotidiani, le piccole sensazioni, i piccoli pensieri; tutto quello che ces seigneurs qui nous gouvernent chiamano insignificante. Per Cassola, la vera storia è questo brano di Rosa Gagliardi: «Quella mattina Rosa si svegliò un’ora più tardi del solito. Scese dal letto e disse la preghiera intanto che si vestiva, per guadagnar tempo. Poi spalancò la finestra e per qualche istante respirò l’aria profumata della mattina. “Rosa è tardi”. Come tutte le persone che vivono sole, Rosa aveva l’abitudine di parlare a sé stessa». Ma questa esistenza minima ha una straordinaria sovrabbondanza di vita. Non è vuota, ma pienissima. Talvolta ha una forza terribile, capace di distruggere tutte le idee e le passioni. I suoi eroi non sono ridotti a patelle, o covoni di grano, o farfalle, come accade nei libri di Verga: non appartengono mai all’immenso territorio del subumano; ma conoscono il respiro immensamente vasto che agita il cuore dei veri esseri umani.

La vita secondo Cassola non è mai la stessa: se la guardiamo da vicino, con quell’attenzione meticolosa e spasmodica che esige sempre la lettura dei suoi libri, ci accorgiamo che è fatta di momenti che battono, muovono, scivolano, e non si confondono mai. Malgrado le apparenze, non è monotona: o è monotona solo per chi non riesce a comprenderla. Eppure, obbedisce all’anonimo e grandioso ritmo del ciclo. La mente raccoglie pensieri indeterminati: ricordi, nostalgie, esseri vicini, esseri lontani, apparenze che appaiono e scompaiono, piccoli avvenimenti che non si sa perché assumono all’improvviso una straordinaria importanza, echi vaghi, aloni che avvolgono ogni cosa; e poi tutti insieme questi barlumi formano un flusso, dove le gocce sono diverse, ma il ritmo possiede la stessa musica. Questo flusso porta il nome di tempo: tempo che noi crediamo di conoscere eppure intravediamo appena, come scrive Rosa Gagliardi: «Rosa riprese a lavorare. Il movimento ritmico del gomito era il ritmo stesso del tempo, che ormai per lei scorreva eguale e tranquillo». Oppure si chiama silenzio: nella profondità il tempo non parla, non si rivela, tace, si occulta anche a chi lo subisce.

Il tempo-silenzio ha un terzo nome: destino. Dovunque, nei racconti e nei romanzi di Cassola, specialmente le donne dicono frasi che ci colpiscono per la loro apparente banalità: «Una donna sola se la cava meglio nella vita». «Ci possiamo contentare». «Avrebbero preso quello che il buon Dio ci manderebbe». «Succede così». A un lettore incomprensivo, possono sembrare mots reçus flaubertiani, raccolti con ironia. Non c’è nessuna ironia. Queste frasi banali non fanno che ripetere, talora fino all’ossessione («Succede così»), che la vita è una tragedia illimitata, che non esiste libertà ma solo necessità e che, come diceva Omero, l’unica arma che gli uomini posseggano è la sopportazione: «Ineluttabilmente noi esseri umani / dobbiamo sopportare i doni degli dèi, perché essi, davvero, / sono molto più forti». Il taglio del bosco è mirabilmente intrecciato e intessuto di destino: in ogni episodio, in ogni personaggio, in ogni collina, in ogni bosco, in ogni capanno; e nello sguardo fisso della moglie moribonda che non riesce a dire al marito quello che vuole; e nelle innumerevoli stelle sconosciute che brillando riempiono il cielo e, a un tratto, non si sa come, lasciano il cielo completamente buio.

Come molti hanno scritto, i personaggi più belli di Cassola sono le donne. Gli uomini pensano (di rado giustamente), agiscono, lavorano, fanno progetti, fanno politica, parlano: ma sembrano volgere quasi sempre le spalle alla vita o, al contrario, la affrontano con troppa violenza. Sono eccessivi, grigi e patetici. Quando vediamo le ragazze sulla spiaggia di Cecina, o nei paesi dell’interno, mentre passeggiano tenendosi per braccio, abbiamo sempre l’impressione che i loro sentimenti fondamentali siano l’attenzione e l’attesa (non la speranza). Hanno la mente libera. Non cessano di contemplare ciò che passa. Non impongono né respingono. Così capita loro di essere più vicine all’origine, all’essenza e al flusso puro dell’esistenza – che, secondo Anna Cavorzio, la protagonista di Un cuore arido, «è un rumore sempre eguale, e che pure non stanca mai». E poi, spesso, si comportano nel modo più immotivato. Nelle Amiche, una ragazza ride sempre, anche se ha appena parlato nel modo più serio. «Perché ride? perché ride mai?», si domanda un personaggio. Così si domandava Andrej Bolkonskij, un secolo prima, quando nella notte ascoltava il trillo radioso di Natascia.

Questa prossimità all’essenza della vita dipende, spesso, dalla rinuncia: le ragazze e le donne di Cassola rifiutano gli uomini e non si sposano, non per obbedire a un’idea di verginità ideale, ma perché immaginano che tutte le faccende e il peso del matrimonio, il marito, il lavoro di casa, i figli, offuschino e ottenebrino il puro soffio dell’esistenza, «quel rumore sempre eguale, e che pure non stanca mai». Spesso, queste donne sono felici: anzi, quasi esse sole sono felici, sebbene difficilmente possiamo scoprire perché lo siano. La loro felicità è indeterminata come il respiro della vita. Basta pochissimo: il silenzio della campagna, un raggio di sole mattutino sul letto, i mandorli in fiore, il verde del piano che si screzia di giallo, l’aria profumata, la boscaglia scura che resiste all’autunno, il fulgore del sole morente, l’arrivo della primavera nel cielo sgombro di nuvole – basta un semplice messaggio della natura perché il cuore si colmi di beatitudine. Mi sembra un fatto bellissimo e quasi incomprensibile che uno scrittore così torturato dalla tragedia come Cassola conosca una felicità così vasta e incontaminata.

Yates, splendori e miserie di un genio

dicembre 12, 2011

Richard Yates

da “il Giornale

Così come era cristallino sulla pagina, Richard Yates in carne e ossa era un magnifico relitto, una presenza caotica e un animo selvaggio – un uomo alto ma curvo e fumoso, con l’abbigliamento e le maniere di un Kennedy, scarno e barbuto, con occhi spiritati e la voce dilaniata dal fumo; le parole gli uscivano fuori veloci dalla bocca, in una sorta di rombo soffuso e senza fiato, mentre la cenere volava sull’insalata che stava mangiando, sui boccali di birra, sui grembi delle altre persone, accompagnata da ogni gesto, con quel contegno che vacillava fra la cortesia sollecita e una cavalleria velata di amarezza.

Ho conosciuto Yates nel 1974 alla School of Arts della Columbia University, durante un laboratorio di narrativa previsto dal Master. Per poche migliaia di dollari a semestre, lui si presentava in quella stanzetta, settimana dopo settimana, indossando una pesante giacca sportiva e una cravatta a strisce diagonali, per consigliare e criticare una tavolata di studenti che ostentavano pantaloni consumati a zampa d’elefante, frange alla principe Valiant e cappelli spiritosi. Erano passati tredici anni da Revolutionary Road. Disturbo della quiete pubblica era uscito già da un anno.
Avevamo poco più di vent’anni e la maggior parte di noi non aveva mai letto niente di suo e nemmeno sentito parlare di lui. In classe ti chiamava per cognome, non per nome: un modo brusco, quasi scolastico di chiamare una persona, eppure assolutamente seducente. Regolarmente e con passione attaccava in modo feroce quegli scrittori che percepiva come suoi coetanei più affermati («fortunati», li chiamava lui), ma trattava il lavoro di ogni studente, non importa quanto infelice fosse il risultato, con una serietà a dir poco scioccante.
Nutriva rancori e si sdegnava.
Le sue divinità erano Hemingway e Fitzgerald.
Era pieno di amarezza.
Aveva tutto il diritto di essere amaro.
La sua amarezza era infinita.
A 24 anni io avevo appena pubblicato il mio primo romanzo, Wanderers, e questo faceva di me l’attrazione letteraria del mese. Così, quando arrivò al mio nome durante il primo appello di classe, aggiunse: «Ah, dunque tu sei il nostro ragazzo da un miliardo di dollari» con una voce che mi fece gelare la spina dorsale.
E non racconto cosa succedeva se qualcuno era tanto ottuso o paternalistico da definirlo uno «Scrittore di scrittori».
Dopo la lezione, gli piaceva passare del tempo a chiacchierare al bar del West End mentre faceva fuori un pacchetto di sigarette.
«Quindi, Price», quasi gorgogliava, col gomito macchiato di birra sulla vernice del bancone, «ti hanno dato un sacco di quattrini? Stai guadagnando soldi a palate? Assicurati che quei bastardi ti paghino», tossendo come una vecchia Ford mentre si toccava il petto in cerca del prossimo pacchetto da venti. «Ho scritto un buon romanzo, una volta, probabilmente non ne hai mai sentito parlare. Eri un ragazzo e sei ancora un bambino, non c’è alcun motivo per cui avresti dovuto». Nel frattempo apriva lentamente il pacchetto. «Basta che tu faccia in modo di spillare a quei bastardi fino all’ultimo spicciolo».
Nel 1991, dopo aver completato un breve periodo di insegnamento presso l’università dell’Alabama ed essere rimasto al verde, viveva da solo a Tuscaloosa in modo da sfruttare le agevolazioni ospedaliere per i veterani, per curare il suo enfisema che stava rapidamente deteriorando. A nord era giunta voce della sua condizione a un certo numero di suoi ex studenti e ammiratori, che raccolsero un onorario di 10.000 dollari e glielo offrirono per una lettura presso la Donnell Library nel centro di Manhattan.
Ma chi soffre d’enfisema non dovrebbe volare. Scese dall’aereo a bordo di una barella.
Più tardi quella sera, nella sala da pranzo dell’Hotel Algonquin, si presentò su una sedia a rotelle con una bombola di ossigeno legata alla schiena, dei tubicini per l’aria che gli correvano dalle orecchie al naso. Fu una cena molto breve.
«Price, avrei bisogno…dovresti riportarmi al piano di sopra. Porgo le mie scuse a tutti». Giunto in stanza mi chiese di chiamare un’ambulanza, e mentre aspettavamo, si sforzò di raccontarmi, a metà fra confessione e risentimento, di come fosse venuto a conoscenza di un commento estemporaneo fatto da un ex studente, ora autore di successo, durante un cocktail party di tre anni prima, e di come questo lo facesse ancora bruciare di umiliazione e rabbia.
Mi diede un messaggio da consegnare a costui – a questo individuo – nel caso in cui non ce l’avesse fatta a superare la notte. Non conteneva profanità, nessuna minaccia, solo l’ardente e ferita promessa di adempiere i propri obblighi.
I medici entrarono infervorati nella stanza, parlando con un tono di voce inutilmente forte e animato, come se stessero soccorrendo qualcuno in una zona di guerra.

«Allora, Dick. Va tutto bene, Dick? Hai un enfisema, Dick? Giusto?», mentre lo assicuravano con le cinghie. «Allora, com’è che ti sei messo ancora a fumare?».
«Non fumo. Non sono pazzo».
«Ah, sì?». Tirarono fuori un pacchetto di sigarette senza filtro dalla tasca della giacca di Yates. «Allora cosa sono queste?» Nonostante il collasso polmonare, Yates diventò rosso per l’imbarazzo.
Il giorno dopo l’ospedale non gli permise di uscire per fare la lettura alla Donnell.
Rifiutò di accettare l’onorario.
Tutti lo supplicammo affinché prendesse quei dannati soldi e si rimettesse. Dopo un lacerante momento di impasse, chiese un registratore e una copia di Revolutionary Road.
Quella notte, coloro che parteciparono alla lettura sedettero di fronte a un leggio vuoto affiancato da due altoparlanti e ascoltarono la registrazione di un moribondo che, tra respiri affannosi, leggeva riga dopo riga il primo grandioso capitolo di Revolutionary Road: lo straziante attacco di panico da palcoscenico di April Wheeler durante una rappresentazione dilettantesca de La foresta pietrificata.
In ospedale due giorni dopo, quando andammo a trovarlo, lo trovammo seduto sul letto. Se non proprio ripreso, era comunque in forma notevolmente migliore – e di buon umore. Le regole dell’ospedale prevedevano zero alcol e zero sigarette. E doveva mangiare.
Come formiche attorno a un barattolo di marmellata, un flusso di visitatori si dipanava dal letto al corridoio. Sembrava dannatamente felice. Più felice di quanto lo avessi mai visto.
Un anno e mezzo dopo non c’era più.
I suoi dei personali erano Hemingway e Fitzgerald. E ora, più di un decennio dopo la sua morte, anche lui è diventato una specie di dio. La cosa lo avrebbe fatto incazzare parecchio.

traduzione di Nicola Manuppelli

Charlotte sapeva pensare

dicembre 4, 2011

Charlotte von Kirschbaum

Cristiana Dobner per “L’Osservatore Romano

Dalla donna musa alla donna che pensa da sé e produce da sé in autonomia, il cammino storico è stato lungo e lento. Charlotte von Kirschbaum si colloca, storicamente, su questo percorso con peculiarità proprie e ambiguità che rendono interessante la sua discutibile figura di pensatrice e di donna.

Di stirpe aristocratica e militaresca — il padre è generale — Charlotte, nata nel 1899 in Baviera, frequenta un liceo femminile che, se le offre una cultura elevata per gli standard del tempo, tuttavia già la inquadra in una mentalità che escludeva per la donna l’accesso all’università. Dopo la morte prematura del padre, Charlotte frequenta un corso per infermiere presso la Croce Rossa e la sua strada personale nella vita sembra così delinearsi: però l’incontro con il teologo e parroco Georg Merz, grande amico di Karl Barth, apre un nuovo scenario. Lo studio della teologia entra negli interessi della giovane donna, che vi si applica con passione e curiositas, mentre nasce l’amore fra lei e Karl Barth, sposato e padre di cinque figli.

Strali moralistici sono piovuti in abbondanza su questa relazione, che conosce molte sfaccettature intellettuali, ma provoca anche molto dolore nella moglie e nei figli di Karl Barth per la sua ambiguità quotidiana, perché Charlotte, in veste di segretaria e collaboratrice ma in realtà come amante, fin dal 1929 risiede nella stessa casa della famiglia Barth e ne condivide la vita. Dolore e tensione non potevano mancare, in una lettera Barth scrisse: «Con il reciproco “comprender-si” è incominciata per noi la sventura (o meglio: si è mostrata in esso). Ora, a nostra salvezza in ciò deve anche mostrarsi che noi ci comprendiamo davvero».

Il ruolo di Charlotte è variegato: segretaria, consulente teologica e collaboratrice, “badilante intellettuale” nella creazione del famoso Zettelkasten, l’imponente schedario, indispensabile per la ricerca e la composizione delle opere barthiane; ma è ben difficile discernere quanto si deve a lei nelle pagine della poderosa Dogmatik. L’autore la definì «in ogni senso indispensabile e fedele collaboratrice» e afferma che «all’origine e allo sviluppo dell’opera ella prese parte in maniera tanto smisurata».

Solo dopo l’esilio svizzero, durante il nazismo e la conclusione della seconda guerra mondiale, Charlotte esce dallo sfondo e si stacca dal suo ruolo di donna musa a servizio di un intellettuale, per acquisire una dimensione personale, propria e femminile. Guarda caso, proprio riflettendo, teologicamente e biblicamente, sulla donna. Non che le fossero temi estranei fino ad allora, ma l’ottica con cui li affrontò divenne diversa. Le quattro relazioni e un articolo, oggi raccolti sotto il titolo La donna vera (Cantalupa, Effatà, 2011, pagine 176, euro 11,50), rappresentano quindi il pensiero, finalmente autonomo, di una teologa non accademica ma formatasi attraverso un rigoroso studio personale e la frequentazione del teologo Barth.

Il punto di partenza della riflessione di Charlotte è la Bibbia, ma nell’ottica di una teologa e non di un’esegeta, accettando stimoli scientifici e confessionali diversi, poggiando lo sguardo su Simone de Beauvoir, Gertrud von Le Fort e Martin Buber.

La sua dottrina sulla donna parte dall’interpretazione dell’immagine di Dio come relazione io-tu, mentre la relazione fra uomo e donna viene intesa analogamente come relazione fra persona umana e Dio. L’incontro con Cristo, però, motiva l’idea della subordinazione della donna «ovvero quella di un ordine in cui la persona umana (uomo e donna) è sottomessa a Dio», come si sottolinea chiaramente nell’attenta prefazione. Charlotte von Kirschbaum passa da un ordine sociale strutturato gerarchicamente a uno simbolico, mantenendo la classica suddivisione dei ruoli maschili e femminili.

Tematiche che allora ancora non si discutevano corrono sotto la sua penna: il servizio di predicazione della donna, la riflessione su questioni etico-sociali legate alla professionalità della donna. Nell’interpretazione dei passi biblici si scorge in filigrana l’esperienza stessa dell’autrice che la porta a una sua teologia dei generi. Si intersecano così teologia e biografia femminile, in un frangente storico in cui la donna stava per uscire allo scoperto, ma ancora non era apparsa del tutto sulla scena teologica e intellettuale.

Mareike e Michael Hartmann, nella loro presentazione, ritengono l’opera della von Kirschbaum «un testo estremamente ambizioso, teologicamente fondato, seppure con qualche debolezza nelle esegesi bibliche, e, almeno nella sua impostazione, anche emancipato».

Un desiderio di valorizzazione innerva tutti i cinque pezzi raccolti ma offre anche il fianco a tante debolezze di pensiero e di raffronto con la realtà. L’opera, se letta all’interno di quei prodromi che si stavano manifestando, offre una testimonianza di apertura, di tentativo di scrollarsi di dosso una veste troppo stretta e fa conoscere una donna che, negli ultimi undici anni della sua vita, afflitta dall’Alzheimer, visse in uno stato confusionale, prima di lasciare la storia nel 1975.