Archive for the ‘ritratti’ Category

Addio a Ken Russell, regista visionario tra diavoli, allucinazioni e opera rock

novembre 29, 2011

Il grande regista, tra i più trasgressivi e barocchi della storia del cinema, è morto a 84 anni. L’esordio in tv, poi il boom coi grandi titoli degli anni Settanta e Ottanta: da “Donne in amore” a “China Blue”, passando per “Tommy”. Grande talento, grande ego e una massima: “Voglio fare solo film illuminanti”

Claudia Morgoglione per “la Repubblica

Addio a uno dei più trasgressivi, visionari, originali cineasti di sempre: Ken Russell, regista e sceneggiatore britannico, è morto in ospedale, a 84 anni. Lo ha annunciato il figlio Alex. L’autore di tanti film diventati cult – tra cui I DiavoliTommyLisztomaniaStati di allucinazione – lascia in eredità, oltre alle sue opere, un’idea di cinema estrema, inconfondibile: contenuti forti, spesso fantastici, con molto sesso e sangue, abbinati a uno stile psichedelico e opulento. Con alcuni marchi di fabbrica subito riconoscibili, per i suoi ammiratori: dall’uso insistito dei colori primari all’ossessione per le scene con il fuoco e per i rituali mistici di vario tipo. “La vita è troppo breve – era una delle sue frasi celebri – per fare pellicole su gente che non piace: meglio realizzare opere illuminanti come le mie”.

GUARDA: LE LOCANDINE DEI SUOI CULT 1 SCHEDA: LA FILMOGRAFIA 2

Nasce nel 1925 a Southampton, Henry Kenneth Alfred Russell. E prima di trovare la sua vera strada – quella dietro la macchina da presa – si cimenta in diversi lavori: fotografo, ballerino, militare nell’esercito.

Ma poi, fra le arti che lo attraggono, è la settima, cioà il cinema, a catturarlo. Dopo varie produzioni in tv, o in documentari, la sua prima opera ad attrarre l’attenzione planetaria risale al 1969, ed è Donne in amore: un successo di critica immediato, da cui il regista comincia la sua ascesa nel mondo degli autori indipendenti.

E un talento come il suo – ricco, per certi versi barocco, lisergico, attentissimo sul piano visivo a ogni più piccolo dettaglio – non poteva che esplodere negli anni Settanta: decennio di sperimentazione, di rottura delle regole del passato. Per lui, un crescendo di successi, e la formazione di uno stile che è e resta inimitabile. Tra le tappe principali di questo percorso vanno citati I Diavoli(1971); Messia selvaggio (1972); La perdizione (1974); Lisztomania Tommy (1975, rock-opera degli Who); Valentino (1977).

Arriviamo così agli anni Ottanta, che nel cinema in generale rappresentano una sorta di normalizzazione, un ritorno a opere mediamente più commerciali e convenzionali. Ma Russell, pur risentendo in qualche modo del clima dell’epoca, continua nella sua poetica di eccessi visivi (e non solo), con Stati di allucinazione (1980) China Blue (1984), Gothic (1986), L’ultima Salomé (1988). Gli anni Novanta, invece – a parte alcune opere per il grande schermo, come Whore-Puttana (1991) – sono caratterizzati da un ritorno di fiamma per la tv, con progetti come Lady Chatterly e Oltre la mente. Nel nuovo Millennio, la sua attività si dirada, concentrandosi su qualche documentario o poco più. Ma si capisce che la vena creativa, così particolare, del regista, in parte si è esaurita. Il suo posto nella storia del cinema, però, è assicurato. Non troppo lontana da quello di Roman Polanski: entrambi affascinati da alcuni temi ricoerrenti – in particolare – in particolare il Male, nelle sue coniugazioni sia “umane” che paranormali – ma con stili decisamente diversi.

Russell, del resto, era un uomo di grandi passioni anche nella vita privata: ha avuto quattro matrimoni, quattro divorzi, cinque figli. Sul piano professionale, invece, aveva un’idea chiara del suo posto speciale, nel mondo dei grandi cineasti. Come dimostra il celebre episodio del suo incontro con Federico Fellini, a Cinecittà: parlarono brevemente, poi si definirono reciprocamente “il Fellini inglese” e “il Ken Russell italiano”. Due grandi talenti, con due “ego” altrettanto grandi: ma sicuramente loro potevano permetterselo.

Addio a Saverio Tutino, tra vittorini e fidel

novembre 29, 2011

Saverio Tutino

Aveva 88 anni, ex partigiano, cominciò al “Politecnico” e seguì la rivoluzione cubana.  A “Repubblica” dalla fondazione si occupò di Spagna e America Latina. Oltre all´attività giornalistica ha scritto saggi ed è stato il padre dell´Archivio diaristico nazionale

Stefano Malatesta per “la Repubblica”

E’ morto ieri a Roma Saverio Tutino. Aveva 88 anni ed era stato ricoverato alla clinica San Raffaele per un ictus. Tutino era stato a Repubblica dalla fondazione nel 1976 fino alla metà degli anni 80 quando aveva cominciato ad occuparsi dell´impresa che lo ha impegnato fino alla fine: l´Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, dove sono raccolti quasi diecimila scritti autobiografici di persone che raccontano le loro storie comuni e straordinarie. Nato a Milano, era stato partigiano, aveva lavorato al Politecnico di Vittorini e poi all´Unità, dove aveva seguito con grande partecipazione la rivoluzione cubana.
Saverio aveva un curriculum da eroe nazional-popolare: commissario della brigata Garibaldi durante la Resistenza nelle montagne che conosceva benissimo, perché le aveva scalate da ragazzo. Vivo per miracolo, dopo una retata dei tedeschi, si era salvato perché quella notte aveva dormito nella parte bassa del paese, riuscendo a fuggire mentre quasi tutti i suoi uomini venivano presi e uccisi. Esotico giornalista in una Cuba che aveva ancora ideali rivoluzionari: molti anni più tardi raccontava di quando Allende era suo ospite e delle sue partite di pesca subacquea con il “Che”, prima che Castro lo mandasse a perdersi nella giungla sudamericana. Giornalista dell´Unità aveva sempre mantenuto una sana indipendenza dal partito, che non significava troppa fronda. Aveva molta pena per la sofferenza vera e in questo senso era un uomo religioso, perché che cos´è la religione se non interessarsi amorevolmente degli altri? Manteneva naturalmente alti livelli di probità, una indifferenza alla ricchezza e agli agi insieme con uno straordinaria propensione a tirarla lunga nei caffè e nei salotti lombardi subito dopo la guerra. E così, immortalato con il fazzoletto rosso al collo, è apparso sul libro I peggiori anni della nostra vita di Oreste del Buono che era suo cognato. Lo sfottevamo molto nel suo periodo di forsennato “dietrista”, quando vedeva per ogni dove un complotto o una messinscena di imperialismi assassini e trilaterali e gladii assortiti, perché diceva che nulla nella politica internazionale era come appariva. A quel tempo le tesi di Tutino ci sembravano delle ossessioni banali, esagerate dalla passione che metteva in tutte le cose. E lui mi rispondeva che quando una cosa complicata ti sembrava semplice voleva dire che non avevi capito. Poi si è visto che aveva ragione lui e non aveva esagerato affatto.
Di tanto in tanto, quasi di colpo, spariva rintanandosi nella casetta ex scuola in Toscana o nelle due camere e cucina a Trastevere con le librerie tagliate a mano, così essenziali e linde che avevano più dignità di saloni principeschi. E si metteva a scrivere delicati ricordi in una prosa sostenuta e come mossa da un´ansia intellettuale così fine a volte, così angosciata che non presentava mai certezze, sospettate di volgarità, ma dubbi. I suoi problemi esistenziali erano più inventati che reali e facevano da contrasto con amori bollenti che davano al suo impegno politico tutto il fuego che gli ardeva dentro. Insomma se fosse stato in vita Togliatti nelle vesti di Roderigo Di Castiglia, Saverio sarebbe stato bollato come decadente, che a quei tempi nel mondo comunista equivaleva a una lapidazione nella Bibbia. Ma per lui essere di sinistra aveva lo stesso significato che essere cattolici nei romanzi di Graham Greene, e andava a cogliere la politica non nei palazzi, ma nelle piazze, nei caffè, nelle librerie. Una politica che si confondeva con gli amori e che andava condivisa con una donna. Una volta Eugenio Scalfari gli aveva proposto di andare nel Medio Oriente. E lui aveva risposto meravigliato: «Ma che ci vado a fare? Le donne sono velate e il vino è proibito!». Mentre nelle Americhe la politica andava al passo di tango e si confondeva con i balli di piazza e la rivoluzione era a portata di mano. Bastava suonare “La cucaracha”.
Negli ultimi anni a Pieve Santo Stefano aveva inventato e diretto uno dei pochi premi letterari che mantenevano quello che c´era nel titolo. Andavo spesso da lui trovandomi immerso in quei fantastici diari che raccontavano la storia vera non ufficiale dell´Italia. Saverio era dolcisissimo con gli amici che conosceva da tanto tempo e che stimava per le loro qualità, Ed era bello sentire come parlava di Gloria Argeles, la scultrice argentina, una donna così intelligente e umana che Saverio adorava. Diceva delle cose su di lei come uno che ha letto il Cyrano de Bergerac e vorrebbe imitarlo ma sente i suoi limiti. Adios compañero Saverio. Hasta la victoria che stiamo aspettando da sempre e che non arriverà mai.

Diritti Globali

Vittorio De Seta e il suo mondo perduto

novembre 29, 2011

Vittorio De Seta

Goffredo Fofi per “Il Sole 24 Ore”

De Seta ha diretto pochi film, sempre in difficoltà con il mondo circostante, scontento ed esigente, ma alcuni dei suoi lavori sono in assoluto tra i massimi capolavori della storia del cinema, non solo italiano. Penso in particolare alle meravigliosa serie dei documentari (a colori e senza commento parlato, contrariamente alle convenzioni di allora e di sempre). Tra Sicilia, Sardegna e Calabria, egli si dedicò al cinema subito dopo il ritorno dalla prigionia, e documentò tra il 1954 e il 1959 “il mondo com’era”: la pesca e l’agricoltura, le zolfatare e la pastorizia, il rapporto con la fatica quotidiana e con la natura:

tutto l’articolo qui

VIRGIN STORES

novembre 29, 2011

Richard Branson

Enrico Franceschini per “La Repubblica“, da “Dagospia

Domanda: cosa hanno in comune un uomo che vuole andare a vedere il relitto del Titanic sul fondo dell’Atlantico dentro un sottomarino, uno che vuole portare i turisti nello spazio su aeroplani che vanno in orbita collegando New York e l’Australia in appena due ore e uno che vuole conquistare la City londinese? Risposta: hanno tutto in comune, perché sono la stessa persona.

Si chiama Richard Branson, ha 61 anni, i capelli lunghi, un patrimonio pari a circa 3 miliardi di sterline che ne fa il terzo uomo più ricco di Gran Bretagna, e un impero diversificato in decine di campi, dall’aviazione ai treni, dalla musica alla sanità, dalle assicurazioni alle banche, tenuto insieme dal nome diventato il suo marchio di fabbrica: Virgin.
La sua ultima impresa risale a una settimana fa: l’acquisto della Northern Rock, prima banca nazionalizzata nel Regno Unito per evitarne il fallimento durante la crisi globale del 20072008, per 747 milioni di sterline, vale a dire la metà quasi esatta della somma (1 miliardo e 400 milioni di sterline) spesa dallo Stato negli scorsi quattro anni, ovvero dai contribuenti, per tenerla in piedi.

E’ vero che in base alle postille dell’accordo Branson potrebbe dover pagare altri 200, 300 milioni di sterline per l’acquisizione della Northern Rock da qui all’estate prossima; ed è innegabile quanto affermato dal ministro del Tesoro George Osborne per giustificare la vendita: «Abbiamo riportato un po’ di soldi nelle casse pubbliche, mantenendo l’impegno a disfarci delle banche nazionalizzate (ce ne sono, in effetti, altre due, sia pure solo al 70 e al 40 per cento, Royal Bank of Scotland e Lloyd Bankings, ndr) il prima possibile». Ma quello che a prima vista ha concluso l’affare migliore è l’acquirente, che si porta a casa una banca di rilievo a un prezzo tutto sommato conveniente.

Come denominazione, Northern Rock è destinata presto a scomparire, assorbita da Virgin Money, l’istituto di credito creato da Branson nel 1995, da allora consolidato e ora rafforzato dalla fusione con un’altra grossa banca al punto da potere fare per la prima volta concorrenza alla pari con i giganti del settore britannico, Hsbc, Barclays, Lloyds, Santander e Rbs. In altre parole, ora Branson è pronto a sfidare la City, a cercare di conquistarla con i suoi metodi, che sono spesso rivoluzionari: nella fattispecie provando a entrare nel grande mondo delle banche con una banca che non assomiglia a una banca.

Non a caso le filiali della Virgin Money dal primo gennaio saranno ribattezzate “stores” (negozi) e in un secondo tempo le più grandi saranno chiamate “lounges” (sale, saloni, salotti) dove i clienti potranno bere una tazzona di caffè e ricaricare le batterie del computer o del telefonino mentre aspettano di essere serviti. «Avete dato un’occhiata alla tipica filiale di una banca inglese, recentemente?», domanda l’imprenditore. «E’ quasi sempre vuota. Non ci va più nessuno, non sono posti che fanno voglia».

Perciò, dopo avere brevemente considerato la possibilità di cambiare la Virgin Money in Virgin Bank, dopo la fusione con Northern Rock, Branson ci ha ripensato e ha preferito lasciare le cose come sono: “banca”, di questi tempi, confida a chi lo conosce bene, non è un concetto molto popolare. 
”Money”, denaro, lo è molto di più, e lui ne ha guadagnate palate. Come? Partendo, bisogna ammettere, quasi da zero. Con un nonno giudice e un padre avvocato, Branson pareva predestinato a una carriera legale, ma a scuola è svogliato e smette gli studi poco dopo avere iniziato l’università (solo molti anni dopo, davanti ai miliardi che ha fatto e al titolo di baronetto conferitogli dalla regina Elisabetta, gli hanno dato una laurea ad honorem).

Con un po’ di amici, in uno scantinato, gli viene l’idea di vendere dischi con lo sconto: comincia così. Si sente ribelle e diverso: per questo sceglie al volo per la sua neonata iniziativa il nome proposto da un collaboratore, “Virgin”, nel senso appunto di vergine, qualcosa di nuovo nel campo del business.
Dai dischi nel sottoscala passa a una catena di negozi musicali, la Virgin Records, con uno studio di registrazione in cui inizia a produrre album in proprio: il primo, “Tubular Bells” di Mike Oldfield, nel 1973, scala subito le classifiche della hit parade internazionale. Dalla musica passa agli aeroplani, fondando nel 1984 la Virgin Airlines (per ingrandire la quale, nel ’95, vende la Virgin Records alla Emi per 500 milioni di sterline).

Poi, profittando della privatizzazione delle ferrovie voluta dalla Thatcher, prende sotto la sua ala anche i treni, Virgin Trains, naturalmente. E poi non si ferma più: telecomunicazioni, commercio, sanità, credito, di nuovo musica, mette le mani dappertutto. Non sempre e non immediatamente con fortuna, ma alla lunga tutto ciò che tocca si trasforma effettivamente in oro, almeno per lui.

A dispetto della montagna di soldi su cui siede, tuttavia, non perde lo spirito un po’ antiestablishment dei suoi inizi: si schiera a favore di campagne per l’ambiente e per il disarmo nucleare, finanzia ricerche in campo medico e per risolvere il problema dell’effetto serra, diventa amico personale di Nelson Mandela, descrivendo il leader sudafricano come il suo migliore amico e il suo maestro, si allea con l’exvicepresidente americano e premio Nobel per la pace Al Gore in iniziative ecologiste.

Nella politica britannica risulta vicino a tutti i potenti, dalla conservatrice Thatcher, che ne fa per un po’ di tempo il proprio “ambasciatore ufficioso” nel mondo degli affari, a Tony Blair, di cui diventa un sostenitore: «In politica economica dice i due maggiori partiti del mio paese si somigliano più di quanto vogliano far credere». Eppure resta un businessman anticonvenzionale, non solo per la sua capigliatura da rock star.
«Amo l’avventura, mi piace mettermi alla prova con sfide che appaiono impossibili», afferma, e non è solo una metafora del suo comportamento come imprenditore. E’ famoso per avere attraversato l’Atlantico in barca a vela e il Pacifico in pallone aerostatico.

Le sue prossime odissee si annunciano più ardue. Si è messo in testa di riuscire a portare Kate Winslet, l’attrice pratogonista del film “Titanic”, a vedere il relitto dell’autentico transatlantico sul fondo dell’oceano a bordo di uno speciale sommergibile. E ha creato la prima linea area spaziale, Virgin Galactic, i cui aerei dovrebbero cominciare entro qualche anno a portare passeggeri in orbita intorno alla terra, inizialmente per mero turismo (e per 200 mila sterline a biglietto – ma c’è già una lunga lista di prenotazioni), quindi in un futuro meno vicino come normale mezzo di trasporto, in modo da raggiungere il Giappone da Londra, e in pratica qualsiasi altra destinazione sulla faccia della terra, in meno di due ore.

Può sembrare un pazzerellone che in fondo pensa solo a divertirsi: come quando ha festeggiato l’anniversario della Virgin Airlines portando in braccio su uno dei suoi aerei la top model Kate Moss tutta vestita (o meglio svestita, date le dimensioni della divisa che indossava) di rosso come le sue hostess. In realtà il maggiore divertimento di Richard Branson è fare buoni affari, rivoluzionando l’ordine costituito.

Non è detto che riuscirà a lanciare il turismo spaziale su scala di massa, anzi alla maggior parte degli osservatori sembra francamente molto improbabile. Ma può darsi che le sue “banche che non sembrano banche”, le lounges dove si ritira contante prendendo il caffè e caricando il computer, restituiscano credibilità a un settore che ne ha molto bisogno, dopo il crack degli ultimi anni.

Versace

novembre 28, 2011

Gianni Versace

Matteo Persivale per “Il Corriere della Sera

Il bambino con i capelli ricci e lo sguardo curioso cammina tenendo per mano sua madre nella luce abbagliante del mattino, a poca distanza dal mare. Reggio Calabria, anni 50. Stanno facendo la solita passeggiata domenicale verso la chiesa e come succede ogni volta nello stesso punto, all’angolo con la strada dove le prostitute aspettano i clienti, la mamma gli dice: «Copriti gli occhi». Molti anni dopo, i ricordi del bambino che giocava tra gli scampoli colorati della sartoria di famiglia, che si nascondeva dietro a un muro coperto da un grande mosaico quando la sorellina lo cercava e lui faceva finta di essere svanito nel nulla, i vestiti sgargianti di quelle donne che era proibito anche soltanto guardare, la musica e le scene del Ballo in maschera di Verdi la prima volta che suo padre lo portò all’opera, tutti quei ricordi molti anni dopo sarebbero diventati l’anima del suo lavoro e le radici del suo talento e la chiave per capire il suo successo.

L’immaginazione di Gianni Versace — nato il 2 dicembre 1946 e che fra pochi giorni avrebbe compiuto 65 anni — era fatta dei colori visti da bambino su quel tavolo da lavoro troppo alto per lui, di quel senso di attesa e di sfida davanti al proibito — per questo scelse come simbolo del suo regno Medusa: una donna che è vietato guardare se non si vuole essere trasformati in una pietra. Il ragazzo calabrese timido e riflessivo che trionfò sulle passerelle come stilista, nei teatri d’opera come costumista e nei musei come artista dei tessuti era il figlio timido di Franca e Antonio, cresciuto in sartoria e tanto attaccato alle radici e alla famiglia da trasformare la sua «Gianni Versace» in un’azienda letteralmente a conduzione familiare—Gianni direttore creativo, il fratello maggiore Santo (nato nel 1944) a capo del settore amministrativo e finanziario, la sorellina Donatella (nata nel 1955) sua musa e apprendista di lusso e poi stilista della linea Versus creata su misura per lei.

Gianni era arrivato a Milano nel novembre del 1972, a lavorare prima per Arnaldo Girombelli (che con Genny, Complice e altri marchi affidò i primi incarichi a esordienti come Versace e, più tardi, a due ragazzi dal nome Stefano Gabbana e Domenico Dolce). Dalla primavera del 1978 Gianni si era messo in proprio (il primo negozio, subito in via della Spiga). A quei tempi la moda era molto diversa—«per principesse e socialites», raccontava lui sorridendo—e poco più che trentenne si era divertito a scardinare l’eleganza che aveva trasformato in un gioco senza regole. Lo stilista ideale per gli anni 80, profeta della moda eccessiva e colorata e spavalda senza complessi: i colori, le stampe, il metallo, la pop art del suo amico Warhol, spingendo l’acceleratore della sensualità. Massimalista con entusiasmo negli anni dell’affermazione del minimalismo. Si era affidato da subito ai fotografi più grandi — a Helmut Newton che davanti a quelle ragazze con le cinghie e le borchie aveva esclamato felice «Le signore vestite come puttane e le puttane come signore!», a Richard Avedon che firmò le campagne con quei gruppi di modelli scherzosi e bellissimi perché la moda di Versace era fatta per stare con gli altri, anche nelle pubblicità—e aveva lanciato le supermodelle superpagate che diventarono simboli del suo stile: Naomi, Helena, Claudia, Cindy, Christy, Yasmeen, Nadia, Kristen.

Ma se il volto pubblico di Versace erano i colori, l’eccesso, la vita privata era quella di un uomo felice di leggere nel suo studio e andare a letto presto. E uno dei primi trofei comprati in una vita di shopping compulsivo — shopping di case di lusso comprate d’impulso come Villa Fontanelle a Moltrasio sul lago di Como, giardini firmati da Sir Roy Strong il landscaper della regina Elisabetta, shopping di quadri e di statue acquisiti con viaggi lampo a Parigi e Londra, centinaia di milioni di lire spesi in un pomeriggio — fu una straordinaria biblioteca di diecimila volumi nel palazzo di via Gesù a Milano. Libri d’arte antica, greca e romana, e del Rinascimento: i suoi due punti di riferimento. E grazie al coreografo Maurice Béjart, il rivoluzionario del balletto che Gianni chiamava «il mio maestro di vita e di gusto» aveva riscoperto la Magna Grecia delle sue origini: Versace che dai backstage delle sfilate e dai trionfi in passerella arrivava ai grandi teatri, creatore dei costumi per i balletti di Béjart — da Dionysus a Malraux ou la Métamorphose des Dieux — e per tante opere, Salome alla Scala, Capriccio alla Royal Opera House di Londra, poi Don Pasquale e Doktor Faust. Amico fraterno di Béjart, il marsigliese che non sopportava l’America, e del regista texano Bob Wilson, capace di usare come centro di gravità di una regia d’opera l’immagine filmata di una bottiglia di latte trapassata da grandi chiodi lasciando Versace deliziato — tra iconoclasti ci si capisce al volo. Gianni aveva inventato «l’uomo senza cravatta»: «Io non credo nel buon gusto, è qualcosa di troppo datato». Poi scappava di nascosto al Louvre e restava per mezz’ora davanti alla Morte di Sardanapalo di Delacroix, in silenzio, come in chiesa.

Gli anni della rivalità con Armani che diventa nella moda un fenomeno simile a quella tra Callas e Tebaldi trent’anni prima nella lirica: l’uomo del Sud e quello del Nord, uno con gli occhi scurissimi e l’altro che li ha tanto azzurri da sembrare quasi trasparenti, il dionisiaco e l’apollineo, l’eccesso e il rigore. Fatti per non capirsi, tra occasionali battute sferzanti e due sfilate programmate nello stesso giorno, stessa ora, duello all’Ok Corral modaiolo per vedere chi cede per primo. Nel 1992 l’acquisto di Casa Casuarina a Miami Beach trasformata in reggia sull’oceano con Madonna e Naomi a bordo piscina, nel 1995 quella nell’Upper East Side a New York — a pochi passi dal museo Metropolitan che l’avrebbe onorato di una grande mostra personale — con le opere di Basquiat a fianco dei quadri rinascimentali e una frase meravigliosa rilasciata ai posteri, «Ho chiesto a Schnabel di dipingere la camera da letto», l’artista più quotato utilizzato come si fa con l’imbianchino. E poi via a trascinare l’amico Elton John da James Robinson a Park Avenue facendogli spendere 100 mila dollari in tovaglie di pizzo. Quando nel ’94 fece della sconosciuta Liz Hurley una diva vestendola col famoso abito delle spille da balia era già malato di una rara forma di tumore all’orecchio che svelerà l’anno dopo, terminate con successo le terapie, quando parlò apertamente anche della sua omosessualità e del rapporto cominciato nel 1982 con il compagno della vita, Antonio D’Amico. Nei mesi delle terapie aveva pensato al suo epitaffio scegliendo le parole del curatore del Metropolitan: «L’uomo che trae gioia nel rompere gli schemi e mischiando epoche, generi e classi sociali diversi». Poi, ristabilito, i famosi ricci diventati bianchi, presentò una delle sue collezioni più belle a Parigi, luglio 1997, omaggio dello stilista sulla vetta del mondo a Charles James primo couturier americano che era finito dimenticato e in povertà e morto in solitudine al Chelsea Hotel, la collezione con le croci bizantine che era andato ad ammirare a Ravenna con la sorella inseparabile. Donatella e Santo sono a Roma il 15 luglio 1997 a preparare una sfilata e Gianni è a riposare qualche giorno a Miami con Antonio. La sera prima hanno visto al cinema Contactcon Jodie Foster, film di fantascienza che racconta come il viaggio spaziale più profondo, l’unico che importa davvero, è quello dentro noi stessi.

Alle 8.45 Versace va a comprare i giornali e, al ritorno, sul cancello di casa, a poche decine di metri dall’oceano, trova un uomo, in fuga attraverso l’America dopo aver ucciso quattro persone, che gli spara due colpi di pistola a bruciapelo. E tutto finisce in un istante nella luce abbagliante del mare, dov’era cominciato.

Morto Gerald Laing, icona Pop Art

novembre 27, 2011

"The kiss", dedicato a Ami Winehouse

da “La Stampa

L’artista britannico Gerald Laing, esponente della Pop Art autore di famosi dipinti dedicati alle attrici Brigitte Bardot e Anna Karina e più recentemente alla
cantante Amy Winehouse, è morto all’età di 75 anni in un castello sulla Black Isle, vicino a Inverness, in Scozia. Il pittore era da tempo malato di un tumore, ha precisato la famiglia alla stampa inglese. Laing ha vissuto gran parte degli anni Sessanta a New York, frequentando gli ambienti della Pop Art e diventando amico di famosi artisti come Andy Warhol e Roy Lichtenstein.

Laing era conosciuto per i suoi quadri creati utilizzando montaggi con fotografie di giornali che ritraggono star del mondo dello spettacolo. Nello scorso mese di ottobre Laing ha allestito una
mostra di dipinti e disegni dedicati a Winehouse, morta nel luglio precedente, dove spiccava il quadro «The Kiss», dove la cantante è ritratta con l’allora marito Blake Fielder-Civil, in un’immagine ispirata e ben riuscita definita ormai «icona» della Pop Art. Laing è stato anche uno scultore e in quest’ambito è particolarmente famoso per aver realizzato la statua di Sherlock Holmes a Edimburgo. Ha realizzato anche la monumentale staua Four Rugby Players al Twickenham Stadium.

Il seduttore in fuga dai luoghi comuni

novembre 24, 2011

Giacomo Casanova

Colto, ironico, viaggiatore: una mostra a Parigi presenta il vero ritratto di Giacomo. Molto lontano dalla caricatura dell’edonista erotomane

Stenio Solinas per “il Giornale

Costruita intorno al manoscritto originale dell’Histoire de ma vie acquistato lo scorso anno dalla Bibliothèque Nationale de France (oltre tremila pagine sopravvissute miracolosamente a due secoli e passa di convulsioni della storia), la mostra “Casanova. La passion de la Liberté”  (BNF – Site Mitterand, sino al 19 Febbraio) è una festa per gli occhi e una gioia per il cuore. Ci sono i Canaletto, i Guardi, i Longhi e i Tiepolo, le «carceri» di Piranesi, i ritratti di Mengs e le cortigiane di Boucher, gli oggetti di viaggio di un instancabile viaggiatore, abiti, valige, pistole, tabacchiere, gioielli, e gli oggetti per la cura del corpo di un instancabile seduttore, ferri per i capelli, unguenti, pomate, piccola farmacia… Ci sono le carte da gioco e i giochi da tavola, gli oggetti d’arte, arte culinaria compresa, e i tessuti di lusso, di un Settecento allegro e licenzioso, le lettere d’accredito, di raccomandazione e di denuncia, le epistole sentimentali e quelle filosofiche, di un Settecento elitario e crudele. L’insieme è sontuoso, ma non perde mai di vista il soggetto intorno a cui tutto ruota: l’uomo a cui una sola vita non basta, Casanova, appunto.
Per gli italiani il rapporto con Casanova è stato a lungo conflittuale. Ci divertiva e un po’ ci inorgogliva l’elemento erotico, ma il suo libertinismo amorale strideva in un Paese dove la Chiesa è stata potere temporale e la morale cattolica un codice infranto quanto sbandierato. Chi provò a farne una bandiera libertaria se la vide contestare dal movimento femminista che, non avendo mai letto le sue memorie, lo riteneva un volgare stallone da monta. Federico Fellini, che sessualmente parlando era un provinciale, le tette grosse, la masturbazione, il buco della serratura e quelle cose lì, non si distaccò da quella vulgata e nel suo Casanova cinematografico disegnò il ritratto di quello che definì «uno stronzone fascista»…
Solo con molta fatica si è cominciata ad accettare l’idea che Casanova sia stato non solo un gigante del suo tempo, dove esercitò un ruolo per nulla marginale, e un grandissimo scrittore, ma altresì una sorta di italiano ante-litteram, colto, ironico, viaggiatore, curioso, vitalista, di cui l’Ottocento delle rivendicazioni nazionali, in cui l’Italia trovò la sua realizzazione statuale, smarrì l’anima che l’aveva reso possibile. Così il termine «avventuriero», il più giusto per definirlo, assunse un moralistico sapore di condanna, il sostantivo che nacque dal suo nome si colorò di una tinta pruriginosa, la straordinaria vita vissuta fu relegata a invenzione, megalomania senza riscontro. Fu un peccato perché, come tipo umano, Giacomo Casanova veneziano avrebbe potuto servire da modello e invece ce ne arrivò solo la sua caricatura.
In linea con la migliore revisione storica novecentesca, la mostra ci consegna invece l’immagine di chi, come ha scritto il suo più recente biografo inglese, Ian Kelly, «fu un orgoglioso intellettuale plurilingue, impegnato in molteplici carriere, che accumulò e dissipò patrimoni, fondò una lotteria di Stato, aiutò a introdurre l’oratorio nella musica francese, fu un gourmet e un abile cabalista». Come riassumerà il conte Lanberg: «Conosco poche persone che possano eguagliarlo per cultura, intelligenza, immaginazione». Insomma, l’aggettivo accrescitivo della sprezzante definizione felliniana merita di ricadere implacabile sulla testa di chi lo pronunciò.
Figlio di attori e figlio naturale di un nobile, Casanova cercò per tutta la vita di ritagliarsi un ruolo in una società quale quella veneziana, dai ranghi gerarchici ben definiti ed entro i quali per lui non c’era posto. Chiusa nella sua decadenza, la Serenissima combatté contro di lui una guerra di retroguardia: l’eliminazione di un corpo estraneo e non la sua intelligente assimilazione. Lo imprigionò, lo costrinse alla fuga e all’esilio, ma non riuscì a domarlo né si rese conto che così facendo intanto perdeva se stessa. Repubblica illustre, scomparirà senza nemmeno abbozzare un gesto di difesa di fronte a un giovane generale, Napoleone, che le detta le condizioni di resa usando un tamburo militare come scrivania. Il cavaliere di Seingalt nasce così, motu proprio di chi si crea da solo i propri titoli di nobiltà. All’imperatore di Prussia Giuseppe II che gli dirà di disprezzare chi dà importanza ai titoli, risponderà sferzante: «E allora, che cosa dovremmo pensare di quelli che i titoli li vendono?».
Nato in una città di maschere e in maschera, dove niente è certo e ogni cosa sembra permessa, dove i codici delle relazioni umane vengono alterati nel loro ingessarsi e/o inventarsi, Casanova visse in fondo secondo questo spirito, il travestimento e la recita come una seconda natura.

È anche per questo che la capitale francese che oggi lo celebra fu il suo luogo deputato, perché «a dispetto del suo scetticismo, Parigi è e sarà sempre una città dove gli impostori avranno successo, una caratteristica che deriva dalla suprema influenza della moda».
La sua modernità, come uomo e come scrittore, è duplice. Rispetto ai viaggiatori coevi e eurocentrici del Grand Tour si distacca non solo geograficamente, ma anche emotivamente: viaggia con nobili e poveracci, è derubato e fa «l’autostop», lo guida un’idea di esperienza e di conquista, una sorta di insoddisfazione spirituale a rimanere a lungo nello stesso posto. Rispetto ai seduttori o agli ossessi del sesso della sua epoca o di poco posteriori, i De Sade, i Byron, la sua sensualità fa tutt’uno con il resto della sua odissea intellettuale, geografica e professionale, ed è il primo a trattarla in quest’ottica.
Nelle due camere che furono la sua ultima dimora nell’estremo nord fra Repubblica ceca e Germania, un’iscrizione in italiano sotto l’edizione del 1787 della Histoire de ma fuite de prison de la République de Venise qu’on appelle Les Plombes recita: «Marmo che in San Samuele a Venezia sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia oggi a Dux che per quelli che lo amano Giacomo non è mai morto». Epitaffio felice per chi aveva scritto: «Per l’uomo pensante, niente è più caro della vita, e però il più voluttuoso è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda insensibile il corso».

Jemolo, il “malpensante” non fa peccato

novembre 22, 2011

Arturo Carlo Jemolo (Roma, 1891-1981)

A 120 anni dalla nascita, e a 30 dalla morte, presentata oggi a Napolitano l’antologia degli scritti per “La Stampa”

Bruno Quaranta per “La Stampa

Fra Roma e Torino, le due capitali, si dispiegherà la lunga vita di Arturo Carlo Jemolo, storico, giurista, docente di ansie umane, in tale veste una cattedra in particolare, le colonne della Stampa . All’ombra del Cupolone nacque, giusto centovent’anni fa, nel 1891, e si accomiatò, trent’anni fa. Sotto la Mole compì gli anni di prova: all’Alfieri conseguendo la maturità liceale, all’Università laureandosi in diritto ecclesiastico (la disciplina che egli stesso onorerà) con Francesco Ruffini, maestro di libertà, uno dei dodici professori che non giureranno fedeltà al regime fascista.

Fra la Roma umbertina e la Torino gozzaniana, la parabola di Jemolo. Mondi di ieri evocati in memorie introdotte da Francesco Margiotta Broglio, un egregio allievo dell’autore di Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione a Giovanni XXIII , che sul maestro è tornato a riflettere nel recente saggio Religione, diritto e cultura politica nell’Italia del Novecento , per Il Mulino.

Uscito da Einaudi nel 1948, Chiesa e Stato si rivelerà fin da subito un classico, suggellando – ironia della Storia – «un secolo: la passione di tre, forse di quattro generazioni: l’affermarsi e il dissolversi delle tavole del liberalismo; l’inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe…».

Sulla lapide, Jemolo volle «solo nome e date, nessuna parola di affetto o rimpianto». Semmai avrebbe accettato, scolpite, le definizioni che egli stesso coniò per sé: «piccolo borghese», di ottocentesca tradizione (una consapevolezza in primis : «La sensazione che le sorti del singolo non sono separabili da quelle del Paese») e «malpensante». «Malpensante senza crisi» il cattolico, nella «Chiesa non vedendo tutto perfetto», fra «i figli affezionati che si tormentano quando non possono credere, non possono obbedire». «Malpensante congenito» il cittadino. Credente e civisall’unisono, «uno – proclamerà – che si è sempre sforzato di entrare in chiesa allorché tutti ne uscivano, e viceversa. Tanto per intenderci, uno che, giovane, considerò un errore l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, adulto un male per la Chiesa e per lo Stato il Concordato del 1929 [ma accetterà di sedere nella commissione governativa per la sua revisione: «Occorre guardare la realtà in faccia – scriverà a Spadolini -: il progetto di revisione attenua tutto ciò che poteva apparire odioso nel Concordato. Già la scomparsa della religione dello Stato non è poco, [ndr], attempato, un altro e più grave errore l’adesione dell’Italia al Patto atlantico. Sempre contro il sentire dei più, della “parte sana”».

La vicenda controcorrente del «malpensante» (nei confronti della stessa Costituzione «per tutto ciò che ha di enfatico», pur «con «completa adesione alle sue grandi direttive») toccò il diapason nel 1948. Il 18 aprile il suo voto andò al Fronte popolare, così certificando la delusione acerrima che gli causò lo spegnimento del «roveto ardente», gli anni fra il ‘44 e il ‘47, ideali per una palingenesi del Paese, in realtà risoltisi gattopardescamente. Jemolo non esitò a chiamare in causa Alcide De Gasperi, una schiena moralmente diritta, certo, ma un animus non pugnandi , o non risolutamente pugnandi , contro il costume atavico di «irridere alle “anime belle”, ai moralizzatori, a chi non si rassegna al “si è sempre fatto così”» e le ingerenze vaticane.

Né aderente al Partito popolare di Sturzo (pur stimandone il fondatore: «Un prete ubbidiente, non un prete sottomesso») né alla Democrazia cristiana, Jemolo. Vicino alle forze di minoranza, dal Partito d’azione a Unità Popolare di Calamandrei, che nel ‘53 contribuì a disinnescare la cosiddetta «legge truffa», all’alleanza Partito repubblicano-Partito radicale nel 1958. Mai coltivando soverchie illusioni di scalfire l’egemonia dei partiti-chiesa.

Di stagione in stagione, nella testimonianza di Arturo Carlo Jemolo risalterà la divisa liberal-cattolica, indossata da chi – specificherà – «per intensa che sia la sua fede o la sua pratica, pensi secondo schemi della società civile, dia gran posto nelle sue preoccupazioni alle strutture sociali; a chi, ad esempio, riconoscesse che nella sua formazione avessero agito eminentemente uomini del mondo laico: Martinetti e Croce, Ruffini e Einaudi».

Non dimenticando, nel solco di Ruffini, l’ascendenza secentesca, nitidamente giansenistica. Perché Jemolo è un «solitario» di Port-Royal, avverte, drammaticamente patisce, la potenza del Male, in attesa agonica che il Bene lo disarcioni. Come il suo Papa, Montini, fu un uomo del Golgota, il primato della Croce su ogni consolazione, la consolazione paradossale che è la Croce.

Colletti, il grande rimosso. Troppo eretico per tutti

novembre 22, 2011

Lucio Colletti

Giampietro Berti per “il Giornale

L’assordante silenzio (con la sua strutturale malafede) della sinistra intellettuale e politica, che in questi anni ha accompagnato in Italia il fallimento catastrofico del comunismo si è intrecciato all’altrettanto assordante silenzio che ha accompagnato, sempre in Italia, il catastrofico fallimento del marxismo (dopo i decenni euforici – dagli anni Cinquanta agli Ottanta – che avevano visto la pubblicazione di centinaia di libri, saggi e articoli su Marx, il marxismo, il leninismo, ecc.). Questa considerazione ritorna con forza ogni volta che pensiamo a uno dei maggiori pensatori italiani degli ultimi cinquant’anni. Ci riferiamo a Lucio Colletti, di cui ricorre quest’anno il decennale della morte.
Nato a Roma l’8 dicembre 1924 e morto improvvisamente alle Terme di Calidario il 3 novembre del 2001, Colletti aderì inizialmente al Partito d’Azione, poi al Pci. Nel 1956 fu tra i firmatari della famosa lettera degli intellettuali comunisti dissidenti con la linea del partito relativamente alla repressione sovietica in Ungheria. Otto anni più tardi uscì dal partito per aderire a posizioni di estrema sinistra, anche se non ebbe mai alcuna simpatia per il ’68. Il suo percorso intellettuale ed esistenziale registra una svolta radicale con la celebre Intervista politico-filosofica del 1974, apparsa presso Laterza, la quale suscitò a sinistra un enorme scalpore, seguito dagli stessi anatemi e dagli stessi giudizi liquidatori riservati a quel tempo a Renzo De Felice. Letti oggi, questi giudizi appaiono per quello che erano: manifestazioni di una mentalità stalinoide, risibile e grottesca, qualora si consideri, ancor più, che la storia ha dato ragione a Colletti e a De Felice, non certo ai loro critici sprovveduti. Il coraggio e la limpidezza intellettuale di Colletti appaiono indubitabili, se si pensa che proprio nel 1974-75, il Pci stava registrando in Italia la sua massima fortuna politica ed elettorale e tutto, in generale, sembrava congiurare per una vittoria della sinistra non soltanto nel nostro Paese (sconfitta degli americani in Vietnam).
Negli anni Ottanta Colletti vide con simpatia il nuovo corso politico impresso da Bettino Craxi al Psi e, dopo Tangentopoli, aderì a Forza Italia. Fu eletto deputato nelle sue file nel 1996 e nel 2001, mantenendo sempre una posizione di autonomia critica.
Il percorso filosofico di Colletti è altamente emblematico. Docente per molti anni di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, aderì al marxismo con la profonda convinzione che questo rappresentasse il punto più alto del pensiero speculativo riguardo a una lettura realistica, scientifica e disincantata della realtà. Non a caso era stato l’allievo più importante del filosofo marxista Galvano Della Volpe, che aveva inteso sviluppare il marxismo come «galileismo morale», ossia come un sapere concepito secondo i canoni propri della scienza in quanto tale, volta a indagare la realtà con criteri empirici, sperimentali, materialistici e razionalistici. Una posizione teorica, dunque, avversa a ogni forma di idealismo, sia antico (Platone), sia moderno (Fichte, Hegel, Croce e Gentile). In modo particolare, Della Volpe e Colletti intendevano portare a piena demolizione la dialettica hegeliana, considerata, giustamente, luogo inestricabile di misticismo e di fumisteria filosofica. E il pensatore che, a loro giudizio, forniva le armi più agguerrite per questa demolizione critica era naturalmente Marx.
Il dramma esistenziale – e l’onestà intellettuale – di Colletti emergono quando egli, sulla scia di Kant, scopre invece che proprio Marx, ancor più di Hegel, rappresenta la massima mistificazione filosofica, dato che la sua teoria altro non è che è una gnosi travestita da scienza. Cioè il marxismo non è una scienza, ma una pseudoscienza. Precisamente è un caso, molto riuscito, di unione sincretica fra logos e mythos, dove però il logos non è pensiero scientifico, ma solo strumentale razionalizzazione del mythos. In quale luogo si svela questa mistificazione filosofica? Si svela proprio nel centro profondo della sua identità teoretico-metodologica: la dialettica. Nell’universo labirintico della dialettica è possibile individuare in che modo il marxismo sia una pseudoscienza. La logica dialettica intende conferire al marxismo lo status di un sapere superiore e invincibile, capace di superare le ricorrenti insorgenze contraddittorie dell’esistente.

Di qui il suo inevitabile carattere soteriologico e salvifico. Si tratta di una pretesa enorme, anzi, a dir meglio, smisurata: «un pasticcio filosofico da scuola serale», come egli afferma nella Intervista politico-filosofica del 1974.
La dimensione totalitaria intrinseca alla logica dialettica si rivela dunque per Colletti nella natura stessa del suo metodo, cioè nell’idea che sia possibile dar conto di tutta la realtà, con l’inevitabile conseguenza che la spiegazione diventa, al contempo, norma, dato che tutti i giudizi di fatto, propri all’analisi, si risolvono in giudizi di valore, propri della prescrizione: il marxismo, infatti, non ci parla solo dell’essere, ma anche del dover essere. La sovrapposizione fra l’essere e il dover essere è generata dall’imbroglio epistemologico dovuto a questa intrinseca coincidenza, che permette il passaggio dalla descrizione alla prescrizione senza mai pagare il prezzo di una verifica. Di qui il tragico sincretismo metodologico tra giudizi di fatto e giudizi di valore, quella sovrapposizione concettuale che aprirà la strada non solo a tutti gli errori teorici del marxismo, ma anche a tutti gli orrori pratici del comunismo, essendo, questi, l’effetto di quelli. La sovrapposizione fra giudizi di fatto e giudizi di valore non solo ci dice cosa è l’uomo ma anche, e proprio per questo, cosa deve fare l’uomo. È dunque dalla radice totalitaria della dialettica, e dal suo cognitivismo etico, che si sviluppa l’intrinseca natura illiberale e anti-individualistica del comunismo e il suo totalitarismo.
Colletti è stato uno dei grandi pensatori che ha colpito mortalmente al cuore il marxismo.

Dispotico e dispettoso, il «divo Giulio» pubblicò opere immortali (senza leggerle) «Adoratore» di Stalin, alla fine cedette alla dittatura commerciale della tv

novembre 18, 2011

Giulio Einaudi

Luigi Mascheroni per “il Giornale

Giulio Einaudi era un Principe, e come tutti i Principi schifava i cortigiani di cui amava circondarsi. Fra i tratti del suo bizzoso carattere spiccava la ricerca spasmodica della devozione servile, in cui si distinse un branco di leccazampe sempre in lite tra loro per conquistare i favori dell’Editore dal quale ricavarono soprattutto disprezzo. Anaffettivo sul fronte familiare, non aveva amici su quello professionale. Per lui erano tutti dipendenti.  Dispotico e dispettoso (dava appuntamento al suo chauffeur alle 8,27 sotto casa, ma poi scendeva prima per il gusto di farlo sentire in ritardo), il divo Giulio amava ostentare la propria supremazia sugli autori rubacchiando loro il cibo dal piatto. Così come godeva nell’esibire la propria (incontestabile) ignoranza quando scambiava impunemente una chiesa del tardo Ottocento per una cattedrale barocca. Aveva sempre ragione lui, e gli altri digerivano tutto. Spiritus durissima coquit.
Editore di migliaia di libri che sfogliava appena – si dice che, interi, ne abbia letti una decina in tutta la vita – dava del tu a tutti, i quali tutti gli si rivolgevano ossequiosamente con il Lei. Giovane scapestrato figlio di papà (e che papà!), narciso dall’orgoglio stratosferico e dalla curiosità pettegola, il Principe – del quale tra pochissimo si celebrerà il centenario della nascita: Dogliani, 2 gennaio 1912 – era un uomo portato per temperamento a comandare. La sua fu una formidabile monarchia culturale fondata sul principio della qualità (secondo lui) o dell’ortodossia ideologica (secondo gli altri).
Un gigante quando pubblicava col marchio dello Struzzo pagine insostituibili della storia del pensiero, nella speranza che la cultura potesse diventare un patrimonio comune, si trasformava in un bambino viziato quando aizzava i suoi collaboratori gli uni contro gli altri per provocare proficui scatti delle intelligenze (diceva lui) o per un sadico gusto della rissa (dicevano gli altri).
Era un senza-cuore, ma di talento. I suoi autori li pubblicava ignorandoli – dava il meglio della sua perfidia quando, incontrandone uno, lo salutava con un insistito «Oh, ecco il nostro traduttore…» e magari era Sebastiano Vassalli, che non ha mai tradotto una pagina in vita sua – oppure li umiliava. Come quella volta che, alla presentazione della celebre Letteratura italiana, si rivolse per tutta sera al curatore Alberto Asor Ros´. Tutti gli altri li ignorava e basta. Ai giornalisti, che considerava l’ultimo gradino della scala evolutiva, concedeva solo il silenzio. Quando L’espresso nell’ottobre ’78 pubblicò un servizio sulla vicenda dell’edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche bocciata dall’Einaudi e che poi Luciano Foà pubblicò con Adelphi, quel giorno il Principe entrò in via Biancamano zittendo tutti con la sua vocetta nasale e beffarda: «Oggi l’Espresso non è uscito».
Antifascista, perseguitato dal regime insieme agli amici Ginzburg e Pavese, accusato da Benedetto Croce nel ’46 di «propaganda russo-bolscevica», per sua stessa ammissione «adoratore» di Giuseppe Stalin, Giulio Einaudi, pur senza avere la tessera del Pci era fraterno amico e solerte esecutore della Tessera Numero Uno. Tanto che leggendo il famigerato carteggio «zdanovista» uscito dagli archivi di Botteghe Oscure nell’93 si ha l’impressione che Togliatti sia il direttore editoriale dell’Einaudi e Einaudi un dirigente del partito comunista. Nelle cui sezioni, peraltro, infilava le sue librerie.
Braccio armato del gramscismo, custode dei valori Resistenziali e rivoluzionario intellettualmente estremista («A parte Calvino, sentivo all’Einaudi un’aria da libretto rosso», diceva Citati, peraltro poco amato in via Biancamano), il Principe fu per un cinquantennio il vero Nume editoriale della Sinistra. Pubblicò Grandi Opere ma impose pure saggi terribili che grondavano il peggio dello stalinismo.

Ci fece conoscere autori straordinari, ma anche ne rimosse alcuni (l’edizione epurata dei Minima moralia di Adorno, la bocciatura di un Fofi eretico…). Editò i Quaderni dal carcere di Gramsci (impostigli da Togliatti, bisogna aggiungere) ma a fine corsa ci somministrò pure i Biamonti e i Tabucchi. Ma ormai non era già più l’Einaudi di una volta… Altro che quella berlusconiana. Da Vittorini&Calvino si era già passati a Gino&Michele. E da Bobbio al Gabibbo, come quando, dopo aver evitato la televisione per tutta la vita, l’Editore apparve in T-shirt e mutande a Striscia la notizia confessando di essere un fan di Ricci, scatenando l’ira dell’intellighenzia progressista. Che aveva visto il Principe trasformarsi in giullare.

T’AMO PIO BOWIE

novembre 16, 2011

Giuseppe Videtti per “la Repubblica“, da “Dagospia

Il giorno in cui nacque, a Londra, l´8 gennaio del 1947, Elvis Presley festeggiava il dodicesimo compleanno e il pittore americano Jackson Pollock iniziava la sua rivoluzionaria action painting. Per David Bowie non furono solo coincidenze. Più tardi avrebbe rivelato che aveva scritto Golden Years (uno dei brani dell´album Station to Station) con la segreta speranza che il re del rock & roll la cantasse. Quanto a Pollock, avrebbe confidato: «Realizzò il suo primo quadro con la tecnica del dripping il giorno in cui nacqui, quindi so distinguere da un chilometro se una cosa è stata dipinta prima o dopo».

A scrutare giorno per giorno infanzia, adolescenza ed esordi di David Bowie, che a gennaio compie sessantacinque anni, si scoprono talmente tanti segnali, coincidenze, arcani, premonizioni, illuminazioni, intuizioni e iniziazioni da mettere in crisi anche il più cavilloso dei biografi.

Non Kevin Cann, per oltre due decenni suo personale archivista, che è riuscito a compilare una meticolosa, maniacale cronologia dei primi ventisette anni, dalla nascita come David Robert Jones nel quartiere londinese di Brixton alle prime sortite come sassofonista dei Kon-Rads, quando quindicenne incrociò per la prima volta Mick Jagger; dagli stage con Lindsay Kemp, che gli trasmise l´arte di Marcel Marceau, all´invenzione di una primitiva incarnazione androgina di pop singer con il brano Velvet Goldmine; dalla pubblicazione in sordina di Space Oddity – stellare capolavoro che impiegò tre anni a esser compreso e proprio in questi giorni è diventato un libro per bambini per mano dell´illustratore canadese Andrew Kolb – alla trionfale ascesa di Ziggy Stardust, una delle più seducenti, ambigue e contagiose maschere della storia del rock; dall´incisione dell´inquietante Diamond Dogs alla partenza per gli Usa in cerca di una definitiva dimensione d´artista – finalmente vate del pop contemporaneo.

«Come si raggiunge un successo di queste dimensioni?», scrive l´autore nell´introduzione a Any Day Now. Gli anni londinesi: 1947-1974 pubblicato da Arcana. «Qui trovate tutto, ma poi tocca a voi aggiungere l´unicità del fattore genio e di un certo esoterismo che regola la sua ispirazione. Il regista Stanley Kubrick, che ha esercitato un´influenza profonda sulla carriera di David, parlando dei suoi film commentò: “Sta al pubblico scoprire le idee, il brivido della scoperta le rende ancora più potenti”».

Fu certamente 2001: Odissea nello spazio il film che gli fece scattare la scintilla di Space Oddity, Starman e Life on Mars, i capolavori del primo periodo, insieme alla vocalità tipicamente cockney dell´Anthony Newley di Feeling Good e il timbro oscuro di Scott Walker, tormentato cantante dei Walker Brothers innamorato di Jacques Brel, il segreto trait-d´union tra Sinatra e il Duca Bianco.

A guardare le foto del sassofonista adolescente già s´intuisce che il ragazzo era avanti. Un intrigante mod ingentilito dal perfetto grooming dandy; biondo, elegante, carismatico già a quell´età. Avrebbe potuto fermarsi lì, era già un personaggio. Ma nella testa aveva un frullato di Kubrick e Nietzsche, Elvis e Dylan, Andy Warhol e Carnaby Street, psichedelia e avanguardia.

Avesse esordito oggi, lo avrebbero eliminato al primo insuccesso; nessun discografico pazienterebbe sei anni prima del trionfo. Nonostante Morrissey (Smiths) a posteriori abbia sentenziato «The Man Who Sold the World è il miglior disco di David Bowie», il mondo poco o niente sapeva di lui prima di Ziggy Stardust. Paradossale che vent´anni dopo proprio Morrissey abbia spacciato per sua una frase che Bowie aveva pronunciato ancor prima di diventare star: «Da piccolo desideravo tutto tranne la normalità. Essere corrotto mi sembrava fantastico».

Nel destino di David era scritto che avrebbe fatto e detto tutto prima di tutti. Bisex? Transgender? Intersex? Trasgressivo? Lo era ancor prima che i termini entrassero nel linguaggio comune; per la copertina di Hunky Dory scelse una foto in cui era sessualmente indefinibile; leggendarie le sue fellatio on stage inginocchiato davanti alla chitarra del fido Mick Ronson.

Artista di culto adorato come un semidio? Anche Michael Jackson ammise di dovere molto alle arti mimiche di Bowie. Glam rock? Tutti suoi discepoli. New romantic anni Ottanta? Pallide imitazioni. Punk rock e grunge? Kurt Cobain s´inchinò a sua maestà cantando un´ossequiosa versione di The Man Who Sold the World. Senza Bowie non avremmo avuto l´Elton John di Rocket Man, e neppure lo slandro teatrino pop di Lady GaGa. Difficile trovare nella storia del rock una star che abbia sostenuto ogni scelta/svolta della sua carriera con tanto stile ed erudizione.

Novembre 1971, quarant´anni fa: dopo quattro capolavori underground, Bowie entra in studio determinato a trascinare il rock fuori dalla comfort zone in cui Beatles e Rolling Stones l´avevano accomodato. Il suo nuovo manager, Tony Defries, sa quanto vale quel che bolle in pentola. Incontra a New York il boss della Rca, l´etichetta di Elvis. «Non avete niente di grosso dagli anni Cinquanta», lo aggredisce, «con David Bowie potete prendere in mano le sorti degli anni Settanta, come i Beatles hanno fatto con i Sessanta».

Furono i dischi di Norman Carl Odam, un bizzarro artista texano che si era battezzato The Legendary Stardust Cowboy e pretendeva di produrre psychobilly music, a ispirare il personaggio di Ziggy Stardust. Racconta l´artista: «All´inizio del 1971 incontrai un dirigente della Mercury che mi mise furtivamente in mano un paio di singoli. “Ascoltali”, mi disse, “non sarai più lo stesso dopo”. A casa quasi soffocai quando misi sul piatto Paralyzed e I Took a Trip on a Gemini Spaceship. L´integrità, l´onestà e il guizzo brutale e innocente di quell´artista semisconosciuto mi rapirono. Ero diventato suo fan a vita, e Ziggy aveva trovato il suo cognome».

Il potente concept album – The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars – esce il 6 giugno 1972: Bowie si cala nei panni di una rockstar aliena venuta a portare messaggi di speranza sulla Terra nei suoi ultimi cinque anni di vita: finirà divorato dall´adorazione dei fan, dal sesso promiscuo e dalla droga. Bowie viene risucchiato dal personaggio fin dal concerto di apertura del tour, al Rainbow Theatre di Londra, agosto 1972; gruppo di spalla i Roxy Music con Brian Eno, costumi di Kansai Yamamoto.

Una notte che ancora a ripensarci vengono in brividi. Con l´aiuto della troupe di mimi di Lindsay Kemp, Bowie mette in scena l´odissea del suo eroe fino allo straziante finale in cui, come un´asessuata, esangue Garland, Ziggy esegue il suo canto funebre (Rock´n´Roll Suicide) accasciandosi sul palcoscenico. Nel giro di una settimana mezza Londra ha i capelli color carota e il taglio alla… David Bowie. La Ziggymania aggredisce il mercato rock con una tale prepotenza e morbosità che alla fine del tour – dopo molti trionfi americani – lo stesso Bowie è devastato dal bipolarismo e dagli eccessi che condivide col suo alter ego.

Luglio 1973, concerto finale all´Hammersmith Odeon di Londra (in sala c´è anche D. A. Pennebaker, il documentarista che aveva filmato Dylan in Don´t Look Back). Dopo aver cantato Love Me Do dei Beatles a un pubblico in delirio, il divo annuncia: «Non è solo l´ultima data del tour, questo è l´ultimo concerto che faremo». Panico. Delirio. Lacrime da beatlesmania. Ma non è Bowie che parla, è Ziggy. Una trovata geniale. Uccidendo la sua formidabile invenzione scenica, Bowie sta salvando la sua carriera. Una frenesia di quelle dimensioni lo avrebbe divorato. O condannato alla routine che aveva ridotto Elvis a una caricatura.

L´ultima volta che lo abbiamo incontrato, nel 2002 – due anni dopo si è sottoposto a un intervento di angioplastica e a causa dei problemi cardiaci le sue apparizioni sono diventate assai sporadiche (è di questo giorni la notizia che lascerà la Emi e sta negoziando un nuovo contratto discografico) – ancora parlava con entusiasmo della sua creatura. «La saga per me non è mai finita», ci disse. «Il mio sogno è di produrre contemporaneamente un film, uno spettacolo teatrale e un evento multimediale legato a Ziggy Stardust. E lo farò».

Il critico Pampaloni, scrittore nascosto

novembre 16, 2011

Geno Pampaloni

Omaggio al letterato a 10 anni dalla morte

Pietro Citati per “Il Corriere della Sera

Non possiamo comprendere la vita, l’idea di letteratura e la critica letteraria di Geno Pampaloni se non ricordiamo il profondo sentimento religioso che lo animava. Nella giovinezza, aveva lavorato con Adriano Olivetti, e l’istinto utopico di Olivetti, con la sua idea di una città del futuro, influenzò, credo, la sensibilità di Pampaloni. Rimase sempre devoto a quell’esempio. Pensava che senza un ideale metafisico, e soprattutto senza leggere il Vangelo, senza appropriarsene, gustarlo e, come si diceva nel Medioevo, ruminarlo, possiamo fare soltanto mediocre letteratura. A volte cercava invano, negli scrittori moderni, il soffio, il trasalimento, il profumo religioso; e si affliggeva, senza dirlo, di questa mancanza.

Quando cominciai ad occuparmi di letteratura, Geno Pampaloni era già conosciutissimo. Tutti vedevano in lui l’erede di Cecchi e di Pancrazi: sebbene fosse dotato di una sensibilità psicologica più morbida, fine ed avvolgente. Io ero incantato, e lo leggevo con passione ed ammirazione. Erano anni torbidi e violenti, in cui dapprima la cultura di sinistra e poi la cosiddetta avanguardia immaginavano che la letteratura fosse una battaglia rissosa e crudele. Pampaloni aborriva questo clima. Amava la voce bassa, la melodia tenue; e pensava che, se non lo scrittore, almeno il critico deve coltivare in primo luogo la discrezione. Aveva un’idea molto alta della perfezione artistica. Ma non polemizzava né stroncava volentieri, cercando di avvolgere di gentilezza i giudizi negativi. I suoi nemici dicevano che era moderato. Pampaloni lo era certamente: come erano moderati Montaigne e Sainte-Beuve; e delicatezza, penetrazione, nostalgia, mobilità, flessuosità si intrecciavano nella sua prosa.

Non ho un’idea molto alta della critica letteraria: penso che sia un’arte di seconda mano, che deve tutto al tesoro irraggiungibile della letteratura. Pampaloni non era un critico: ma uno scrittore che si nascondeva. Qualche volta penso che abbia esagerato nel nascondersi. Forse lo pensò anche lui: almeno nei suoi ultimi anni, quando cominciò a scrivere, o a pubblicare, testi creativi di grande qualità espressiva. In ogni caso, si nascose con moltissima grazia e squisitezza, trasformando tutto ciò che taceva di sé nel dono di penetrare e rendere più profondi i testi degli scrittori analizzati. Nessuno, ch’io sappia, ha ancora pensato a raccogliere i suoi saggi, o almeno quelli più belli – che sono molti. Se avessimo quei volumi nelle mani, ci accorgeremmo che il romanzo scritto da Geno Pampaloni sulla letteratura italiana moderna rivaleggia con quelli di Pavese, di Bassani, di Cassola, di Calvino.

Gli «affari» sporchi del massone Starace

novembre 15, 2011

Achille Starace

Roberto Festorazzi per “Avvenire

Achille Starace, potente segretario del Partito nazionale fascista dal 1931 al ’39, fu certamente affiliato alle logge. Anzi, si può affermare che la sua ascesa politica avvenne sotto il segno delle sue ascendenze massoniche.

Iniziato fratello, il 15 marzo 1916, all’interno della loggia “Vedetta d’Italia” di Udine, risultò iscritto col numero 48.407 nella matricola generale del Grande Oriente d’Italia con il ruolo di apprendista. Nell’agosto del ’17, conquistato il grado di maestro, passò alla loggia “Cesare Battisti” di Trento.

Il cursus honorum massonico di Starace s’intreccia con le vicende del suo battesimo politico nei territori della Venezia Tridentina, non lontano dalle trincee dove aveva combattuto. Dopo la smobilitazione, il bersagliere di Gallipoli era rimasto nei ranghi dell’esercito come addetto all’Ufficio legnami. In quella veste (come dettaglia una relazione riservata che giunse sul tavolo del Duce nel settembre 1931: poche settimane prima della nomina di Starace a segretario del partito) il capitano pugliese trescò non poco in attività commerciali. In combutta con l’Ufficio affari civili del Governatorato militare di Trento, che sovraintendeva ai piani della ricostruzione delle terre redente, Achille Starace lucrò sulla compravendita di legnami e favorì gli interessi di questa o quella cordata affaristica.

Che c’entra, in tutto questo, la massoneria? C’entra moltissimo, perché si dà il caso che la loggia “Cesare Battisti” di Trento fosse affollata di personaggi coinvolti a vario titolo nelle commesse per la ricostruzione. Tra essi, un plotone di ufficiali dell’esercito. Dal 1920 al ’22, Mussolini volle che Starace restasse in Trentino Alto Adige come suo proconsole. In quel ruolo, il futuro segretario del Partito fascista diede manforte alla “italianizzazione” della regione, imprimendo ritmi accelerati al processo di integrazione negli apparati dell’amministrazione nazionale. Ora, proprio in quegli anni, i popolari trentini, che è come dire Alcide De Gasperi, diedero vita a una martellante campagna, sui propri organi di stampa, contro Starace e i suoi poco ortodossi maneggi.

A seguito dello scandalo sollevato, l’esercito fu costretto a nominare una Commissione d’inchiesta, che insabbiò tutto quanto. Starace chiese allora l’intervento della massoneria e, nella loggia “Battisti”, ebbe luogo un vero e proprio processo, nel quale l’accusato si profuse in vani sforzi autodifensivi. Risulta molto interessante ricostruire trame e personaggi della cospirazione affaristica che si snodò sotto le volte dei templi. Collaboratori stretti di Starace, e suoifratelli di logge, erano due fratelli messinesi, Gino e Attilio Crupi, tenenti dell’esercito.

Costoro, nei primi anni del secolo erano stati fuoriclasse del Messina Football Club, la società calcistica della città sullo stretto fondata dal console britannico sir Arthur Barret e rettasi quasi interamente su generosi finanziamenti inglesi. I marinai dei mercantili in transito battenti bandiera dell’Union Jack, che affrontavano la squadra messinese in partite amichevoli, l’avevano definita «l’armata invincibile».

Gino Crupi fu tra i fondatori del Fascio di Trento, mentre il fratello Attillio divenne primo segretario politico del Fascio bolzanino. Di Attilio emerge ora una curiosa lettera inedita a Starace, risalente ai primi anni Venti, nella quale egli domanda di sbugiardare un quadro del direttorio di Bolzano, Luigi Barbesino. Costui aveva infatti tentato di metterlo in cattiva luce presso Starace accusandolo di aver fatto votare una lista contenente elementi repubblicani.

Eccone il testo: «Caro Starace, dopo le tue comunicazioni di ieri formo la presente per formularti una sottomessa preghiera. Poiché il Barbesino è venuto a Trento e ti ha riferito che nella lista da me fatta votare ci sono dei Repubblicani, facendo appello alla tua lealtà [e] soprattutto alla tua amicizia, ti prego invitare il sullodato a farti i nomi e così si vedrà la verità di quell’ipocrita asserzione.

Intanto ti assicuro sulla mia parola di uomo e di fratello che ciò è falso. Procura di venire domani e prima di giudicare ascolta tutti. Un abbraccio, tuo Attilio Crupi». “Don Achille” restò affiliato alla massoneria di Palazzo Giustiniani fino al 1923, allorquando il fascismo decretò l’incompatibilità tra il movimento e le logge. La figura di Starace è ovviamente controversa ed è stata consegnata alla vulgata popolare come una sorta di clown nel circo equestre delle liturgie littorie degli anni Trenta.

Ma, a uno sguardo più attento e obiettivo, va riconosciuto che, come segretario del Partito fascista, diede prova di capacità organizzative sbalorditive, se è vero, come è vero, che egli solo, in poche settimane, riuscì nella titanica impresa di dare vita con successo alla campagna per l’oro alla Patria.

Così la dolce Inge divenne «la» Feltrinelli

novembre 12, 2011

Inge Feltrinelli

da “il Giornale

Chi era Inge Schöntal prima di incontrare Giangiacomo Feltrinelli?
«Inge nasce in Germania, a Essen (Ruhr), nel 1930. È ancora nella primissima infanzia quando il padre, ebreo, emigra in America per scampare al potere nazista. Lei cresce a Gottinga, nella Bassa Sassonia, accanto alla madre e a due fratelli, fra seri pericoli e ristrettezze economiche».
E alla fine della guerra?
«Inge trascorre ancora a Gottinga, con la famiglia, pochi altri anni che preferisce dimenticare. Poi decide di andarsene per suo conto ad Amburgo. Ha vent’anni, è una bella ragazza che non passa inosservata, molto intraprendente. Cerca lavoro, cerca di fare conoscenze, e infine riesce a essere assunta come apprendista fotoreporter dalla rivista Constanze».
Come incontrò Feltrinelli?
«Nel luglio 1958 Feltrinelli, separatosi poco prima dalla seconda moglie, decide di fare un viaggio in Svezia per acquistarvi un nuovo panfilo. Nello stesso tempo va a fare visita all’editore amburghese Heinrich Rowohlt, col quale ha già un rapporto di amicizia ed affari, che dà una festa il suo onore. Inge è lì. Sgargiantemente abbigliata. Lei partecipa alla festa, chiarisce, in quanto svolge incarichi di fotoreporter anche per Rowohlt. Cena al tavolo con i due editori e ce la mette tutta per far colpo su Feltrinelli. Riportando un successone. Lo stesso editore amburghese testimonierà molti anni dopo che Inge e Feltrinelli “simpatizzarono subito e, quando lasciarono la festa, credo non avessero più bisogno di nessun altro”».
Dopo di che? (more…)

Ted Hughes nell’angolo «immortale» in compagnia di Eliot e Shakespeare

novembre 3, 2011

Ted Hughes

Una targa in memoria del poeta britannico morto nel ’98 sarà apposta il prossimo 6 dicembre nell’ala dell’abbazia di Westminster deputata alla memoria dei più grandi autori della letteratura inglese

Pier Francesco Borgia per “il Giornale

Un pantheon letterario. Un moderno pantheon letterario è quello che da sempre (visto che la modernità non ha tempo) si riconosce in uno degli angoli più suggestivi (e più visitati) dell’abbazia di Westminster. Lì targhe e lapidi ricordano i nomi e i volti di coloro che hanno reso non soltanto maggior lustro alla lingua inglese ma che le hanno permesso, per lo spessore e la profondità delle loro parole, di essere oggi la lingua più «inseguita» al mondo. (more…)

Un profetico conservatore

novembre 1, 2011

Marshall McLuhan

Alessandro Gnocchi per “il Giornale

Per Marshall McLuhan il mondo era spacciato. Troppa tecnologia trangugiata in pochi anni. Egli non sopportava la standardizzazione della società dovuta al progresso scientifico: la massa rischiava di schiacciare l’individuo. La televisione, secondo lui, era un modo per impacchettare e omogeneizzare la cultura. I media elettronici, all’epoca agli albori, avrebbero cambiato il nostro cervello, diventandone un’estensione; avrebbero capovolto millenni di evoluzione, ri-tribalizzando l’umanità; avrebbero posto fine al dominio della parola scritta, alla Galassia Gutenberg, riconducendoci all’oralità. Non ci vedeva niente di buono in tutto ciò. Eppure il nuovo «villaggio globale» interconnesso, così chiamò la nostra civiltà incipiente, era molto affascinante… McLuhan, nei momenti duri, trovava conforto nella religione cattolica. Da convertito in età adulta, faceva privatamente sfoggio di un integralismo da competizione, spesso accompagnato da una certa rabbia da fresco apologeta della Chiesa. Il fatto di essere un fiero antimoderno non gli impedì di occuparsi d’idee nuove, senza atti militanti che non fossero lo studio. Era suo dovere: l’universo, creato da Dio, non poteva essere una massa caotica d’informazioni contraddittorie.

Doveva esserci un disegno, o almeno alcune tendenze universali. Qualcuno doveva prendersi la briga di capirle, interpretarle, divulgarle. Senza la presunzione di orientarle o cambiarle, ma almeno mettendo in guardia sui possibili rischi ai quali l’uomo sarebbe andato incontro. Quel qualcuno sarebbe stato lui: Marshall McLuhan.

Nato in Canada nel 1911, Marshall trova la sua America in Europa, a Cambridge. In Inghilterra, negli anni Trenta, gli atenei sono aperti all’innovazione. McLuhan è un letterato. La base della sua istruzione è la retorica rinascimentale. I suoi autori prediletti, a parte numerate eccezioni (Chesterton, Pound, Eliot, Yeats, Joyce) non vanno oltre il XIX secolo. In Gran Bretagna entra in contatto con la Nuova Critica di F.R. Leavis. Si convince che la biografia degli scrittori è un contorno poco importante, il testo è tutto ciò che conta. Inizia quindi a concentrarsi sui modi in cui l’autore influenza i suoi lettori: si occupa della forma e, appunto, della retorica. Leavis lo spinge ad applicare le stesse categorie alla modernità. La pubblicità e la tecnologia, ad esempio, non trasformano la mente? Non esercitano un’influenza sulla società? McLuhan è l’uomo giusto per trovare le risposte: la consapevolezza del divino lo rende immune da ogni forma di sentimentalismo.
Gli anni Sessanta, a Toronto, segnano il trionfo accademico di McLuhan. I fondi non mancano e in città l’ambiente è stimolante. Ci sono il critico letterario Northop Frye, con il quale ingaggia duelli intellettuali, e il pianista Glenn Gould, compagno di chiacchiere notturne. Nel 1962 esce il capolavoro di McLuhan, La galassia Gutenberg, seguito a ruota da Gli strumenti del comunicare (1964). Se La galassia Gutenberg suona la campana a morto per la parola scritta, Gli strumenti del comunicare contiene l’aforisma più celebre di McLuhan: «Il medium è il messaggio». (more…)

Sachs, l’anti-eroe miserabile che visse come in un romanzo

ottobre 31, 2011

Maurice Sachs

Stenio Solinas per “il Giornale

«Appena ci hanno spiegato che eri al Seminario, abbiamo pensato fosse un nuovo locale e chiesto l’indirizzo per venire a cenare con te». Un aspirante sacerdote o l’eterno viveur? La vita di Maurice Sachs (Parigi, 1904 – Germania, 1945), fu un equivoco finito in tragedia. Si passa la giovinezza a prendersi gioco degli altri e di sé stessi, un po’ per finta e un po’ sul serio, da buffoni e da carogne: maldicenze, furti, traffici, alcol, sesso, droga, il vizio sottobraccio al piccolo crimine, ma sempre a buon mercato. Intanto arrivano i tempi di ferro, quando le nazioni imbracciano le armi e l’unico gioco possibile è il gioco al massacro. Nell’Europa in fiamme della Seconda guerra mondiale, Sachs s’illuse che nulla fosse cambiato e tutto fosse solo più eccitante. Lo ammazzarono i tedeschi, di cui si era messo al servizio, lavoratore volontario prima, spia dopo. Lo sbatterono in carcere ad Amburgo, poi gli spararono un colpo alla tempia durante il trasferimento a marce forzate dalla galera al porto di Kiel. Jean Cocteau, il maestro da lui in seguito rinnegato, per spiegare l’impunità del suo Dargelos negli Enfants terribles, scrive che la pena di morte non esiste nei licei. Il liceale cresciuto Sachs commise l’errore di credergli.
La “leggenda nera” di Maurice Sachs comincia con la sua morte. Prima se si vuole, è una leggenda rosa-nero, la pederastia conclamata e l’iconoclastia sofferta, l’ubriachezza anche molesta e la bancarotta, il risentimento e il tradimento verso amici, amori, benefattori. Nato nel 1906, a vent’anni è già qualcuno pur continuando a essere nessuno. È il discepolo di Cocteau, ha Maritain come padrino di battesimo quando abbandona Jahv´ per Gesù, è amico di Max Jacob, fa parte di quelli di “Le boeuf sur le toit”, che non è un tanto un locale, quanto il concentrato dei pittori, dei romanzieri e degli intellettuali dell’epoca. Non ne ha ancora trenta che già fa parte del comitato di lettura di Gallimard, ne dirige una collana editoriale, è traduttore, ha scritto un primo, brutto libro. Tutto ciò che dopo morto gli verrà addebitato come abiezione, da vivo è una sorta di divertissement: si fa tagliare un abito talare da Chanel, perché, si sa, «il nero slancia e assottiglia, ci si vede belli», rubacchia nelle case degli amici, si fa dare anticipi per libri che non scriverà, si sposa e poi pianta in asso la sposa… A ogni trasgressione, a ogni scandalo, segue un pentimento, per poi ricominciare. Fisicamente sgraziato, piccolo, grasso, calvo, ha un suo fascino, la seduzione che nasce dall’abiezione, il piacere di sporcarsi. Si vede come «un ambasciatore del male», predestinato a farlo: «In me il senso di colpa ha preceduto il primo errore». È un curioso impasto di vanità e di servilismo: «Essere schiavi è una condizione deliziosa».
Il Sabba (Adelphi, pagg. 332, euro 22; traduzione di Tea Turolla e Leopoldo Carra, con una Nota, esemplare, di Ena Marchi) esce nel 1946: Sachs è già morto, la Francia sta cercando di scrollarsi di dosso, grazie a una stentorea indignazione, l’onta dell’occupazione e della collaborazione, e lui è un buon capro espiatorio. Il sottotitolo del libro è «Ricordi di una giovinezza burrascosa» e in tono contrito racconta di «un eroe davvero miserabile. Ho fallito in tutto. Sfuggirò alla cattiva sorte? Forse me ne vado soltanto per tentare, ancora una volta, di strappare me stesso alla ronda infernale del sabba». Due anni dopo è la volta di La chasse a courre, e questa volta il tono è ribaldo, picaresco. Qual è il vero Sachs? Il primo, il secondo, tutti e due o nessuno dei due?
Ammiratore di Proust, Sachs sogna il grande libro, ma il confronto lo schiaccia e raccontare da recluso la vita, invece di viverla sino in fondo, non fa per lui. Non ci riesce nemmeno nei 17 mesi che trascorre, scrivendo, in cella: mette giù appunti, riflessioni, liste di libri, abbozza dei ritratti, ma è come se demandasse a una «seconda vita, quella di scrittore», il passaggio successivo. Crede di avere ancora tempo. Si sbaglia.
Il Sabba, e ancor più La chasse a courre (anche questo di prossima pubblicazione per Adelphi), restano come documento di un’epoca e prova di autore. Sachs racconta gli anni fra le due guerre come «il decennio dell’illusione, l’età in cui si credeva di essere felici perché ci si divertiva. Non si afferrava la vita: la si saccheggiava come una città conquistata». Allo stesso modo coglie bene come alla fine di questo arco di tempo tutto è cambiato: «La gioventù di oggi odia la frivolezza, è presa da idee fondamentali come noi eravamo presi da personaggi romanzeschi». Se nel Sabba c’è un eccesso di «io», nella Chasse c’è il distacco del memorialista.
«Credeva che tutto gli fosse permesso perché la sua innocenza aveva sempre la meglio sulla sua furbizia. Partì per Amburgo come si parte per l’Italia in viaggio di nozze; posso affermare che partì ebbro di candore, posso affermare che fu quel candore stesso a ucciderlo». In questo epitaffio di Violette Leduc c’è molto di Sachs, uno che credeva che la letteratura, alla fine assolvesse da tutto, dal tradimento come dall’infamia.

Dieci cose che mi ha insegnato mio nonno Luigi Einaudi

ottobre 30, 2011

Luigi Einaudi nel 1952 nella sua tenuta di San Giacomo, a Dogliani, attorniato da otto nipoto ai quali legge le Georgiche di Virgilio

A mezzo secolo dalla morte, le lezioni del Presidente nel ricordo del nipote ambasciatore: la base di partenza per quasi tutto era la lettura

Luigi Roberto Einaudi, da “La Stampa

Gli insegnamenti che mi ha lasciato mio nonno, Luigi Einaudi, si possono riassumere in dieci lezioni. Supplirò ai difetti della memoria citando brani di lettere che mi scrisse quando era Presidente della Repubblica e io facevo il liceo e l’universita negli Stati Uniti. Lui aveva fra i 78 e gli 81 anni, mentre io avevo fra i 16 e i 19 anni.

Prima di parlare di lezioni, però, bisogna dire che per Luigi Einaudi la base di partenza per quasi tutto era la lettura. Poche sono le sue foto nelle quali non ha qualcosa de leggere in mano. Dall’età di dieci anni io divoravo le avventure di Emilio Salgari. Così ho anche letto Jules Verne, prima in italiano e, solo dopo, in francese. Ma di letture più serie poche. Il nonno non era del tutto contrario: «Quella tua era l’età in cui io divoravo libri; pur di leggere, senza discernimento talvolta, ma avendo cura si trattasse per lo più di scrittori grossi, quelli che dissero qualcosa. Nacque un gran disordine, ma qualcosa rimane sempre. Non consiglio il disordine, ma importa fare escursioni extravaganti fuor del campo assegnato, è utile ed eccita la mente in un’età in cui questa è pronta a ricevere. Regola: non leggere libri di gente mediocre o di pura attualità».

Nel 1952 avevo compiuto sedici anni e il nonno mi permise di dormire a San Giacomo fra gli scaffali della biblioteca, un ricordo che mi rende felice ancora oggi. Quell’estate mi fece leggere Virgilio con lui in latino, spiegando che la lettura era per imparare un’altra lingua, ma anche per meditare sulla sostanza. Quel Natale mi mandò il Dizionario moderno del Panzini con la dedica: «A Luigino, perché nello scrivere italiano abbia una guida alle parole moderne che è bene usare il meno possibile».

Nel 1954 abbiamo letto assieme L’Ancien Régime et la Révolution di Tocqueville in francese. Poi mi fece leggere i commentari dell’inglese Arthur Young che aveva viaggiato in Francia negli anni prima della rivoluzione registrando le condizioni economiche e sociali.

Nel 1945, al ritorno dall’esilio svizzero per assumere la carica di governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi aveva 71 anni. Mio padre diceva che il nonno «era affamato» di rimettersi al lavoro. A quante persone è dato avere l’opportunità di mettere in pratica le conoscenze e le teorie di tutta una vita? (more…)

Quando andai al cinema con James Dean

ottobre 30, 2011

Dario Zonta, da “l’Unità.it

Al Festival di Roma, la sezione Extra, curata da Mario Sesti, regala la sua prima gemma portando in sala il documentario Hollywood bruciata – Ritratto di Nicholas Ray, per la regia del giovane Francesco Zippel, e al cospetto del pubblico lo sceneggiatore ultra ottantenne Stewart Stern, autore di Gioventù bruciata, per dirne una, e amico personale di James Dean e Paul Newman. Qualche giorno prima del passaggio ufficiale, abbiamo avuto l’onore di incontrare Stern in occasione della trasmissione radiofonica Hollywood Party su Radio Tre, anticipando di un soffio l’incontro che si è tenuto ieri con Antonio Monda e Mario Sesti in quel dell’Auditorium.

L’ICONA DI UNA GENERAZIONE
Nipote di Adolph Zukor, fondatore della Paramount, e cugino dei Loews, primi proprietari della Mgm, Stern ha potuto sin da subito frequentare la miglior tradizione del cinema americano e i suoi epigoni. Tra questi c’era un giovanissimo Dean, ancor prima che diventasse l’eterno ribelle, il mito e l’icona di una generazione. Il racconto del primo incontro con Dean è una pagina di storia che vorremmo restasse segnata nel tempo. Ve la riportiamo così come è avvenuta, quasi fosse la lettura dell’estratto di un diario.

«L’incontro con Jimmy avvenne a New York all’epoca in cui dovevo curare la regia di un’opera teatrale. Volevo provinare dei giovani attori ed entrai in contatto con un gruppo che proteggeva i loro interessi e che dava alla New Drama Society la possibilità di avere accesso ai questi nuovi talenti. A un certo punto qualcuno mi disse che per quella parte sarebbe stato perfetto un tale chiamato James Dean. Io non ne avevo sentito parlare, sapevo solo che fatto due lavori a Broadway. Cercai di chiamarlo al numero di telefono che mi avevano dato, ma senza successo. Poi è accaduto che mio cugino Loew, imparentato con il Loews del Mgm e Zucker della Paramount, mi ha detto che conosceva Dean attraverso la Pier Angeli che io avevo conosciuto a Roma in occasione del mio lavoro su Teresa (di cui Stern scrisse il soggetto). Mio cugino mi disse che doveva andare dal dentista e che ci sarebbe stato anche Jimmy. Così, quel giorno, io e questo giovanotto ci siamo ritrovati nella sala d’attesa di un dentista, seduti su quelle poltrone con sotto le rotelle. All’inizio ci siamo ignorati, guardavamo il giardino al fuori della grande vetrata e il nostro riflesso mentre giocavamo con la poltrona a rotelle. Poi, all’improvviso, forse perché annoiato, Jimmy fa il verso di una mucca “muuu”. Mi dissi, riesco a fare di meglio. E ho iniziato con la mia versione della mucca. Jimmy rimase colpito e mi chiese cosa altro sapessi fare. Risposi che sapevo fare il verso di un vitello che veniva preso al lazzo durante un rodeo. E lo feci. Lui mi rispose che sapeva fare le pecore. Insomma, iniziò una formidabile gara d’imitazione di versi d’animali che finì con la mia performance su tre maiali che mangiano contemporaneamente. Alla fine mi disse: “Perché non vieni al cinema con me domani sera?”. Arrivammo al cinema a bordo della sua moto. C’era il titolo di un film che non mi di diceva niente con su scritto “anteprima privata”. Siamo entrati in sala, c’erano dei posti riservati con un nastro e lui prende lo leva e dice «sediamoci». (more…)

I LIBRI USCITI PER L’ANNIVERSARIO

ottobre 29, 2011

Luigi Einaudi

“il Giornale

Tra i libri usciti in occasione dei 50 anni dalla morte Luigi Einaudi, da segnalare il breve scritto dell’economista e politico «L’imposta patrimoniale» ripubblicato da Chiarelettere con prefazione di Francesco Giavazzi in cui si trova la famosa frase: «Bisogna ricreare fiducia. Questo è il miracolo dell’imposta straordinaria sul patrimonio»; poi la raccolta di scritti di diversi studiosi, a cura di Alfredo Gigliobianco, «Luigi Einaudi: libertà economica e coesione sociale» (Laterza) sui grandi temi «einaudiani», dalla giustizia sociale all’uguaglianza; e il saggio di Roberto Vivarelli «Liberismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi» (Rubbettino) sulle ragioni che resero il nostro stato liberale incapace di fronteggiare il fascismo. (more…)

Addio a Hillman così si muore da filosofo antico

ottobre 29, 2011

Lo psicanalista e filosofo americano James Hillman era nato nel 1926. Allievo di Carl Gustav Jung, è stato il fondatore della psicologia archetipica. È autore di oltre venti libri tradotti in 25 lingue

Il grande psicanalista americano si è spento a 85 anni. Malato di cancro, ha rinunciato alla morfina per ragionare fino all’ultimo con i discepoli sulla sua esperienza estrema

Silvia Ronchey per “La Stampa

“Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di Platone. James Hillman, fra i massimi pensatori dei nostri tempi, aveva una personalità socratica. Ci insegnava a conoscere noi stessi, secondo il motto inciso sul marmo di Delfi. Si metteva sempre in contrasto con l’opinione corrente. E aveva una grande esperienza nel dialogo. Ogni volta che si dialogava con Hillman ci si trovava in contatto con quell’ironia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Hillman ci dava non solo e non tanto le risposte, Hillman ci dava le domande. Correggeva le nostre domande, le guariva dalla loro inerzia e dalla loro patologia.

Da anni aveva scelto di psicanalizzare non più singoli pazienti, ma tutti noi. Era un terapeuta della psiche collettiva, aveva preso in cura l’Anima del Mondo. Meraviglioso scrittore, ispirato oratore nelle prodigiose conferenze tenute per tutta la vita in tutto il mondo, Hillman era un cosmopolita. Aveva studiato alla Sorbona e a Dublino, era stato allievo di Jung a Zurigo, alla sua morte aveva diretto lo Jung Institut. Conosceva non solo molte lingue – incluse quelle morte, come il greco antico degli dèi pagani che amava e frequentava – ma anche il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini. (more…)

Cosimo de’ Medici, l’astuto grande mediatore

ottobre 24, 2011

Cosimo de' Medici

Tim Parks per “Il Sole 24 Ore”

Nel 1438, messi sotto torchio dalla macchina da guerra turca, gli alti esponenti della Chiesa Orientale convennero a Ferrara con l’intento di appianare le divergenze dottrinali con il papa e ottenere, in cambio, un aiuto per far cessare il lungo assedio di Costantinopoli. Quando Ferrara venne colpita dalla peste, Cosimo de’ Medici, allora quasi cinquantenne e capo della banca Medici, approfittò della situazione per invitare la delegazione greca a Firenze, pagando viaggio, vitto e alloggio a tutti i settecento partecipanti. Gli eventi che seguirono furono l’emblema di questo maestro del compromesso, fantasioso e ben finanziato.

Ad accogliere i prelati al loro arrivo a Firenze fu lo stesso Cosimo, non adesso come banchiere, ma nel ruolo di Gonfaloniere di Giustizia, cioè il capo del governo di Firenze. Teoricamente il gonfaloniere era eletto ogni due mesi, estratto a sorte tra i nomi dell’élite fiorentina, ma fin dal suo ritorno dall’esilio, nel 1434, Cosimo aveva sempre saputo manipolare le elezioni del gonfaloniere e dei priori per garantire un governo favorevole ai propri interessi. Detto questo, durante i trent’anni del suo predominio, dal ’34 al ’64, il banchiere si fece eleggere gonfaloniere solo tre volte, quando davvero serviva, rimanendo altrimenti nell’ombra. Lo Spirito Santo procede solo da Dio Padre, come sosteneva la Chiesa Orientale, o in egual misura da Dio Padre e dal Figlio, come insisteva nell’affermare Roma? Ecco l’argomento in discussione al Concilio di Firenze nel 1439. Cosa ne pensava Cosimo? Non ci è dato saperlo. Effettivamente era abituato ad affrontare problemi ben più complessi. Elenchiamoli.

tutto l’articolo qui

Il «circolo Dickens» fa festa con il bicentenario

ottobre 23, 2011

Charles Dickens

Caterina Soffici per “il Giornale

Le sue opere hanno duecento anni, ma non potrebbero essere più attuali. Hard Times, ovvero, Tempi difficili. Povertà, diritti dell’infanzia, istruzione, cura dei derelitti, condizioni di vita degli emarginati, disuguaglianze, denuncia sociale sono argomenti che trascendono l’era vittoriana e i confini della Gran Bretagna. E sono i temi che tornano di prepotenza nell’Inghilterra di questi mesi di crisi e per tutta l’Europa, Grecia e Italia in testa, con alle porte lo spettro di una nuova recessione. Così il bicentenario della nascita di Charles Dickens, che cade il 7 febbraio 2012, sarà un evento per celebrare uno dei più grandi scrittori britannici, ma anche per ricordare il fondatore del romanzo sociale, quella forma di narrazione che tratteggia la vita dei ceti sociali svantaggiati e denuncia situazioni di sopruso e privilegio. Una voce contro i potenti, i ricchi, i corrotti e il malcostume.
Si capisce quindi l’interesse che questo bicentenario suscita, ricordato con una serie di eventi e festeggiamenti a partire dalla rassegna «Dickens and London» al Museum of London (dal 9 dicembre al 10 giugno), la più grande e importante mostra degli ultimi 40 anni sull’autore di David Copperfield. Disegni, fotografie, manoscritti, oggetti e costumi illustreranno i temi cari a Dickens: povertà e infanzia. Un’installazione audiovisiva riporterà in vita la scrivania e la sedia su cui scrisse alcune delle sue opere più memorabili e William Raban, fra i più noti registi britannici di documentari, traccerà le similitudini fra la metropoli attuale e quella dei luoghi dickensiani.
Amplissimo anche il capitolo dedicato alla filmografia tratta dalle opere di Dickens. La prima versione cinematografica risale al 1901 ed è una riduzione di Racconto di Natale. Oggi, oltre un secolo dopo, sono ancora decine i film e le serie tv basate o ispirate alle opere di Dickens. Uno tra gli ultimi è Il mistero di Edwin Drood che la Bbc manderà in onda prossimamente, mentre il glorioso British Film Institute ha in programma la più grande rassegna mai allestita su film e sceneggiati tv tratti da o ispirate a Dickens. Si inizia a gennaio a Londra al BFI Southbank e gli appassionati potranno vedere di tutto, dal pluripremiato agli Oscar Oliver! alle varie versioni di Oliver Twist, Il Circolo Pickwick, David Copperfield eccetera.
Nella sua movimentata esistenza – oltre ad aver lavorato da bambino in una fabbrica di lucido da scarpe, ad aver fatto lo stenografo in uno studio legale e prima di intraprendere la carriera di cronista parlamentare e di scrittore e direttore di successo – Dickens aveva anche provato a calcare le scene. A 18 anni fece domanda per recitare al Convent Garden. Non divenne attore, ma il teatro rimase una sua grande passione e le sue opere sono state portate in palcoscenico infinite volte. (more…)

Il male di vivere e il bene di scrivere. Andrea era la resistenza del linguaggio

ottobre 19, 2011

Andrea Zanzotto

Massimo Cacciari per “la Repubblica”

Lo “spettacolo” era quando la maschera di silenzio veniva ferita – da un suono, da un colore (quanti fosfeni nella sua poesia!), da un volto amico – e se ne sprigionavano le parole che Andrea era andato scavando, come una talpa paziente e febbrile, nella sua solitudine e nelle viscere dell´inesauribile miniera del linguaggio.
Allora egli appariva davvero, ancora più che nella necessaria fissità della scrittura, il “miglior fabbro” del nostro parlare – dei nostri parlari. Poiché, in quei momenti, insieme vissuti, non si comprendeva soltanto da quale “grande Gioco” di tradimenti e fraintendimenti, di contaminazioni, ingorghi e grovigli nasca ogni idioma, ma questo Gioco prendeva voce, mostrava il metro del batticuore. Poeta è colui che rifonda ogni volta la lingua, dando a essa inconfondibile voce.
Zanzotto scrive e parla sull´orlo dell´afasia. Ascoltarlo era ascoltare, allo stesso tempo, il più colto, raffinato, lavorato, inventato dei linguaggi, un balbettio quasi infantile, il suono delle parole nel loro germinare dal nostro stesso corpo, prima di ogni significato, Ogni parola si frantumava in uno “scintillio di possibili” (Subnarcosi); la lingua matrice (per dire con Dante) diveniva straniera, ma, insieme, captando anche solo il suono di quest´ultima, ti sembrava di riuscire a coglierne l´essenza. Così abitiamo il linguaggio – non come una dimora assicurata, ma come ciò che sempre ha ancora da venire, e che si “fonda” sull´abisso del proprio passato.
In questo linguaggio Andrea abiterà per sempre. Resisterà per sempre – poiché, come devastata gli appariva l´ecumene della sua terra – tragico simbolo della devastazione globale – , così devastato è il linguaggio ridotto a servire la informazione, il linguaggio come una “cosa” che ci si scambia, che si baratta per ottenere informazioni, il più rapidamente e a buon mercato possibile, il linguaggio, diceva Andrea, ridotto a un “secchio bucato”. Il poeta è scuola di resistenza contro tali devastazioni non per nostalgie e sentimentalismi, non in nome di bucolici colli e nostrani dialetti (che Iddio risparmi a Andrea idiozie co-regionalistiche di tal fatta – ma temo sia vana speranza), ma in forza dell´intatta nobiltà simbolica della parola, che è l´energia che ci sostiene e che costituisce la sola, vera essenza dell´umano.
La fatica che questa resistenza costava era segnata sul volto e sui movimenti di Andrea. Egli voleva che la sua opera fosse tanto perfetta, quanto capace di conservarne, anzi: denunciarne, la presenza. La perfezione del dictare non doveva nascondere il male di vivere. E allora questo nostro grande, all´altezza di un Joyce per audacia sperimentale, energia creatrice e anche ironia, faceva ritorno ai suoi “sempre futuri” amori, a Leopardi in primis, e poi a Hölderlin e a Celan. Poeta non è chi descrive lo “squallido prodigio” della vita, ma chi nel suo metro, nella misura della sua opera, lo comprende e, in qualche modo, lo salva.
Ora va in pace, Andrea, e ti accompagni quella poesia della Dickinson che un giorno leggemmo – vedrai che gli orli del cervello, filo a filo, si ricongiungeranno, e che i gomitoli a terra sparsi dei pensieri troveranno la giusta sequenza. Tu l´hai meritato, dictator illustris.

Diritti Globali

Monica Vitti, storia di un’italiana

ottobre 17, 2011

Monica Vitti

Fulvia Caprara per “La Stampa

Era stata una bambina in cerca di attenzione, dentro una famiglia tradizionale, padre, madre, due fratelli, che da lei si aspettava comportamenti da «femminuccia» ricavandone, al contrario, colpi di testa piccoli e grandi. Un giorno, a 14 anni, decise di fermarsi: «La vita sarebbe continuata, ma io, finalmente, non l’avrei vissuta. Era la mia ribellione, la mia unica possibilità, dovevo fare una piccola rivoluzione». Quella grande, definitiva, scoppiò quando decise di fare l’attrice: «Mia madre mi disse: la polvere del palcoscenico corrode l’anima e il corpo». Troppo tardi, Monica Vitti, ovvero Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre del 1931, aveva imboccato la sua strada e, a poco a poco, una dopo l’altra, aveva iniziato a fare tutte le cose che le erano state proibite, scrivere, «recitare davanti allo specchio, andare a vedere i quadri»: «Cosa c’entri tu con quelle cose là, mi diceva mia madre, e io, più lei parlava, più mi ostinavo a cercarle». Così è successo che, portandosi sempre dietro i ricordi dell’infanzia in Sicilia, il peso degli anni duri della guerra e della ricostruzione, il dolore mai risolto per la perdita della madre, Monica Vitti sia diventata una diva, certo, applaudita ovunque, ma anche il simbolo di una liberazione femminile all’italiana. Indipendenza, quindi, ma pure passione, grandi amori, terrori granitici come quelli di partire e di volare, e crudi rimpianti, nascosti in fondo all’anima: «Ho lavorato sempre, tutta la vita, sono stata severa con me stessa, onesta con gli altri, ho fatto tanto ridere, che è il mio orgoglio. (more…)

Giù le mani da Nietzsche. Non è un Rambo da Borsa

ottobre 17, 2011

Friedrich Nietzsche

Marcello Veneziani per “il Giornale

Due giorni fa eravamo a festeggiare un compleanno in contumacia: eravamo a Sils Maria nella casa di Friedrich Nietzsche a celebrare il suo compleanno, il 167º. Colpisce la piccola stanza dove soggiornava il profeta di Zarathustra. La grandezza di un destino nel piccolo spazio di una camera. Il cielo in una stanzetta. Eravamo con il suo principale medium, Sossio Giametta, traduttore dell’intera opera di Nietzsche che festeggiava a sua volta, con un nascente Premio Nietzsche a lui assegnato, le nozze d’oro con Zarathustra, cinquant’anni di traduzioni e opere su di lui. Eravamo con altri studiosi e appassionati, poi con Mina e Lisanna e il circolo La Torre di Chiavenna che ha organizzato a Piuro il primo seminario su Nietzsche, dove il pensiero si calava nel paesaggio e si prolungava nelle passeggiate nei luoghi nietzscheani dell’Engadina. (more…)

Assia Noris, una diva alla corte di Goebbels

ottobre 13, 2011

Assia Noris

Roberto Festorazzi per “Avvenire”

Si chiamava Assia. Un nome d’arte che evoca ascendenze germaniche, così come erano nordici i suoi delicati tratti somatici, occhi azzurri, boccoli chiari, sebbene le gambe e la statura non fossero proprio da valchiria.

E Assia, divinità del neopaganesimo ariano, pareva tradire fin dal nome la sua elezione a vestale di un mondo nuovo. Assia, la bionda creatura consacrata al mito politico dell’Asse, l’alleanza tra l’Italia fascista e la Germania nazista. Stiamo parlando di Assia Noris, diva del cinema italiano degli anni Trenta e dei primi Quaranta, l’epoca dei telefoni bianchi. Un’artista che torna alla ribalta attraverso una rilettura del rapporto tra il mondo del cinema e i regimi forti del Novecento. Grazie anche a rare fotografie prodotte dalla propaganda nazista, emergono le inedite trame dell’utilizzo a fini politici degli attori scelti per incarnare l’idealtipo ariano, il perfetto interprete della pura razza eletta.  (more…)

Clare Hollingworth, i 100 anni dell’inviata di guerra

ottobre 11, 2011

Clare Hollingworth 100 anni da inviata di guerra (Afp)

Alberto Negri per “Il Sole 24 Ore

“Avevo 27 anni e non è da una ragazza senza esperienza come’ero io che ci si potesse aspettare la notizia dell’inizio della seconda guerra mondiale”. Cosi Clare Hollingworth racconta come fu la prima al mondo la notte del 31 agosto 1939 ad annunciare con un telefonata all’ambasciata britannica l’invasione nazista della Polonia.

Era stata appena assunta dal Daily Telegraph come secondo corrispondente a Katowice: fu l’inizio di una carriera straordinaria per quasi tutti i maggiori quotidiani britannici in ogni parte del mondo, dal Vietnam, alla Cina, dal Nordafrica al Medio Oriente. Ovunque c’era una guerra o una rivolta c’era anche Clare Hollingworth che oggi ha compiuto cent’anni festeggiatissima al Press Club di Hong Kong.

Non ci vede quasi più ma ci sente benissimo e quasi ogni giorno solleva il telefono per chiamare il giornale: non si sa mai che al Telegraph vogliano un pezzo. “Non mi sono mai considerata in pensione”, dice con orgoglio. Ha scritto una mezza dozzina di libri e raccontato la sua vita in “Front Line”, che ora circola anche in versione aggiornata, perché Clare non molla mai. Fino a qualche tempo fa di tanto in tanto si metteva a dormire sul tetto di casa, per “per non perdere l’allenamento” alle scomodità del fronte. Un’infanzia nel cuore della vecchia Inghilterra, un paio di mariti e una figliastra: “Ho sacrificato la vita privata al lavoro, non lo nascondo”.

Ma rimpiange ancora il secondo marito Geoffrey Hoare, grande inviato del Times: “Ogni notte quando mi corico penso a lui: non è del sesso che sto parlando ma di quelle quattro chiacchiere sul mondo che facevamo prima di addormentarci con una mezza birra sul comodino. Mi mancano enormemente”. Lavorava allora per il Guardian e due giorni dopo la morte di Hoare il suo editore la spedì di nuovo in Algeria. “Fu il più grande regalo che mi potesse fare: tornare subito nella battaglia per soffocare il dolore”. Oh Clare, ma c’è qualcuno oggi che in questa stampa, in questi giornali, ti capirebbe ancora?

I GIORNI CONTATI DI HITCHENS – LO SCRITTORE ANGLO-AMERICANO, UNICO DIO DEGLI ATEI, RIAPPARE DOPO LE CURE PER IL TUMORE ALL’ESOFAGO CHE LO STA UCCIDENDO – INDEBOLITO MA SEMPRE BRILLANTE, NELL’ULTIMO ANNO HA RICEVUTO PREMI, SCRITTO ARTICOLI, PUBBLICATO UNA MONUMENTALE RACCOLTA DEI SUOI SCRITTI (“ARGUABLY”) – COME JOBS, IL SUO MOTTO È “VIVI TUTTO QUELLO CHE PUOI: NON FARLO È UN ERRORE”, E USA LE PAROLE DEL POETA LARKIN COME TESTAMENTO: “IL NOSTRO QUASI ISTINTO QUASI VERO: QUELLO CHE SOPRAVVIVERÀ DI NOI È L’AMORE”…

ottobre 11, 2011

Christopher Hitchens

Michele Farina per il “Corriere della Sera”, da “Dagospia

Un anno fa gli hanno dato un anno di vita. Christopher Hitchens dice che è stato un anno mica male. Ha vinto il National Magazine Award, pubblicato l’ultima raccolta di saggi («Arguably», Probabilmente), dibattuto con Tony Blair e visitato altri due Stati Usa: «Mi mancano i due Dakota e il Nebraska, anche se non credo che ci andrò a meno che qualcuno a Omaha non se ne esca con una cura contro il cancro a base di etanolo».
L’ultima cura, più tradizionale, l’ha appena finita. Una stanza di ospedale al dodicesimo piano dell’Md Anderson Cancer Center di Houston, libri intorno, un laptop sul tavolino accanto al letto dove continuare a battere articoli.

La settimana scorsa è andato a trovarlo il suo grande amico Martin Amis, di passaggio per un festival letterario messicano. Baci, abbracci, molto affetto, forse un commiato speciale. «Hitch ha un buonumore stupefacente – ha poi raccontato lo scrittore al New York Times -. Questo grande amore per la vita, che gli invidio. È una cosa bizzarra da dire, ma è quasi come un monaco tibetano. Come se fosse diventato religioso».

Affermazione bizzarra, scherzosa. Se non venisse da Amis suonerebbe sacrilega e varrebbe un duello per un ateista convinto e battagliero come Hitch, l’autore di Dio non è grande. Fortuna che, partito Amis, ci hanno pensato quelli dell’Alleanza ateisti d’America (lui la chiama «la tripla A», come il rating massimo in economia) a dargli il premio «Pensatore dell’anno». La prima uscita pubblica dello scrittore dopo mesi. Senza capelli per la chemio, dimagrito, voce più bassa ma la vena di sempre.

Hitchens ha parlato per un’ora in una sala congressi gremita di fan anche se «non sono sicuro che serva un premio del genere». L’ateismo non è qualcosa che si fa, dice Hitch, si è atei e basta. Però bisogna anche promuovere la causa, «specie in Texas dove per legge se non credi in Gesù Cristo non puoi neppure candidarti a sceriffo». Ci è andato anche perché era vicino all’ospedale, perché la data coincideva con il suo arrivo negli Stati Uniti trent’anni fa (ha la cittadinanza dal 2007) e gli piaceva festeggiare così l’anniversario.

L’inglese Christopher Hitchens sta morendo: «Qualunque gara sia la vita, io sono in finale» diceva un anno fa. Oggi più che una maratona sembra uno sprint dei 100 metri. Da luglio si nutre con una cannula nello stomaco e non tocca un goccio di whiskey: «L’aspetto più deprimente è aver perso il gusto – dice Hitchens al New York Times -. È incredibile come riusciamo ad abituarci a certe cose».

Quello che lo terrorizza è poter «perdere la voce. Se puoi parlare, puoi scrivere. Bisogna mantenere il discorso il più immacolato possibile. Scrivere è il mio lavoro, ma è anche la mia vita». E l’idea della morte? «È utile a uno scrittore, ma dovrebbe restare latente. Cerco di non pensarci. Ogni tanto mi dico ok, questa battuta non la faccio. O se devo scegliere tra due argomenti, evito quello più noioso».

L’epigrafe dell’ultima raccolta viene da Gli ambasciatori di Henry James: «Vivi tutto quello che puoi: non farlo è un errore». In questo anno Hitch ha vissuto ogni parola, ogni virgola: «Alcuni di questi articoli sono sta ti scritti con la piena consapevolezza che potevano essere gli ultimi. Sono stato molto contento quando ho finito il saggio su Philip Larkin, perché termina con queste parole: “Il nostro quasi istinto quasi vero: quello che sopravviverà di noi è l’amore”. Ricordo che ho pensato: se è il mio ultimo pezzo, questo sono io».

Il maggior rimpianto è non avere l’energia per un altro libro. Gli sono venute nuove idee su George Orwell, il suo eroe. Il monaco ateo «naturalmente» ha avuto «notti di buio nell’anima, ma arrendersi alla depressione sarebbe una sconfitta. Non so perché mi sono ammalato. Forse il fumo, forse i geni. Mio padre è morto per la stessa cosa. Ma non ha senso addentrarsi nel rimorso». Meglio addentrarsi nei libri. Al premio della Tripla A una bambina di 8 anni gli ha chiesto consigli di lettura. Lui alla fine si è seduto con Anne e sua mamma e ha stilato la lista: miti classici, Shakespeare, Dickens, il Racconto di Due città…

Ricordando Furio Jesi, la cultura di destra che piace a sinistra

ottobre 10, 2011

Furio Jesi

Stefania Vitulli per “il Giornale

«Sarebbe stato bello discuterne anche con un intellettuale di destra: Marcello Veneziani, o Marco Tarchi, di cui leggo con attenzione Diorama Letterario. O Massimo Fini, che si spaccia per uno di destra e, se questa è la destra, ce ne fossero… O Franco Cardini. Anche se, settariamente, sono convinto che una cultura di destra non sia esistita per anni, in Italia. Colpa degli editori come Einaudi? E chi sono i pensatori di destra? Il rivoluzionario Nietzsche, che io ho studiato per anni? Ed esiste una rivoluzionarietà di destra?». Così Gianni Vattimo ieri a Torino, all’incontro «La cultura di destra. Secondo Furio Jesi, a settant’anni dalla nascita», in occasione di «Portici di carta» (a cura del Salone del Libro) e della riedizione del celebre saggio di Jesi del ’79 Cultura di destra (Nottetempo). Incontro di cui Vattimo è stato relatore insieme a Giovanni De Luna. (more…)

Poliedrico di gran genio

ottobre 10, 2011

Heinrich von Kleist

Luigi Reitani per “Il Sole 24 Ore

Nel celebre dialogo Il teatro delle marionette, Heinrich von Kleist poneva una questione cruciale del nostro tempo: perché il sapere e la riflessione determinano negli uomini una perdita dell’innocenza, sottraendo loro spontaneità e grazia? E perché l’inconsapevole e leggera danza delle marionette, generata da una pura forza meccanica, può invece apparire vicina alla sconfinata sapienza divina?
Simili paradossi non sono rari negli scritti di un autore divenuto rapidamente una leggenda per la vita movimentata e lo spettacolare, drammatico suicidio, messo in atto il 20 novembre del 1811 sulle rive del lago Wannsee in compagnia di Henriette Vogel, moglie di un funzionario prussiano e madre di una bambina di nove anni. Insieme a Hölderlin, con cui condivise l’insuccesso e la marginalità, Kleist spicca nel pantheon della letteratura tedesca per la sua “orbita eccentrica”, e la canonizzazione della sua opera è in gran parte frutto del Novecento. I drammi e i racconti dello scrittore sono estranei alla poetica del classicismo di Weimar, ma neppure si lasciano inglobare nel movimento romantico. In loro è insita un’asprezza che troverà riconoscimento solo in un’altra epoca, capace di apprezzare il fascino inquietante di figure dominate dall’eccesso e lacerate dalla contraddizione: l’amazzone Pentesilea, che sbrana letteralmente Achille in un esaltato e feroce atto d’amore; il commerciante di cavalli Michael Kohlhaas, che reclama giustizia per un torto subito e finisce per mettere a ferro e fuoco un intero paese; la Caterina di Heilbronn e il principe di Homburg, che vivono in una dimensione onirica e riconoscono nei loro desideri l’unica possibile verità in un mondo di finzione; il corrotto giudice Adam della Brocca rotta, che mostra in modo esilarante gli abissi metafisici dell’arbitrio e del potere; la Marchesa di O…, che è vittima dell’amoralità e della violenza delle pulsioni. Come meravigliarsi, se Kleist è stato interpretato, acclamato, portato sulle scene e sullo schermo nel secolo di Freud? (more…)

Lou Salomé, una zarina nel regno degli intellettuali

ottobre 6, 2011

Lou von Salomè

Daniele Abbiati per “il Giornale

Un’Eloisa che colleziona Abelardi. Una vispa teresa che offre non il corpo, bensì l’intelletto. Una virago nascosta in un fisico da modella. Un’arrampicatrice più culturale che sociale. Una mantide che divora l’oggetto della propria passione. O una figlia che cerca negli uomini un padre di riserva, o una madre mancata che li tratta come pargoli indisciplinati, o una madonna pellegrina che nelle sue tournè dalla Russia alla Francia, dalla Svezia all’Italia, dona la grazia creatrice a chi la incontra.  (more…)

Degas colse l’attimo

ottobre 4, 2011

Edgar Degas - Danzatrici blu

Marco Carminati per “Il Sole 24 Ore

Passato alla storia come il pittore delle danzatrici, Edgar Degas era – contrariamente a quanto si potrebbe credere – ben poco interessato alle ballerine in sé. Ciò che lo arrapava sul serio non erano i corpi esili e aggraziati delle lolite in calzamaglia bensì il complicato gioco dei loro movimenti. «La gente mi chiama il pittore delle danzatrici, ma in realtà a me interessa catturare il movimento» disse una volta l’artista.
Attorno a questa frase la Royal Academy di Londra ha costruito una mostra spettacolare e piena di sorprese. Intitola «Degas and the ballet. Picturing movement» la rassegna è curata da Richard Kendall, Jill DeVonyar e Anna Dumas, e sponsorizzata da BNY Mellon. Molto nel fascino dell’esposizione sta nel fatto che essa racconta una storia che sta a cavallo tra arte e scienza. Noi siamo abituati a considerare Degas soprattutto un pittore impressionista. Il che è vero. (more…)

Felicità antinazista

settembre 30, 2011

Cristiana Dobner per “L’Osservatore Romano

«Bisogna fare il bene finché si è al mondo»; era il motto che sorreggeva l’incredibile attività di Eugenia Schwarzwald: ben 16 ore al giorno di lavoro in una Vienna logorata dalla prima guerra mondiale e dalla crisi economica.

Un alone di mistero circonda la sua infanzia e giovinezza, alcuni dati però sono certi: Eugenia, ebrea nata il 4 luglio 1872 in Galizia, in un villaggetto della foresta da una modesta famiglia, riuscì a iscriversi alla scuola femminile di Czernowitz perché il padre vi trovò lavoro come impiegato in un’agenzia. Grazie alle sue notevoli doti intellettuali, Genia viene trasferita a Vienna a soli 10 anni. Fu costretta però a iscriversi all’università di Zurigo. Nel 1895 le donne ancora non erano accettate nelle università dell’impero asburgico!

Genia compì brillantemente gli studi di filosofia e nel 1900 fu dichiarata dottore, cioè Frau Doktor. Questa lieta conclusione però è solo il preludio di ben altre battaglie che la giovane dovrà sostenere. Il primo passo è il riconoscimento della laurea, il secondo è — per allora, 1902, assolutamente eccezionale — aprire e dirigere un suo liceo femminile nella stessa Vienna; la prima scuola in cui le ragazze potevano presentarsi alla maturità e quindi accedere agli studi universitari. Genia aveva conosciuto il dottor Hermann Schwarzwald, un banchiere, amabile e colto, con cui condivideva appieno quello che riconosceva come impegno della sua vita, cioè educare, ma con metodi innovativi: «Per me — affermava — le persone sono trasparenti, vedo che cosa pensano, vedo che cosa sentono, ancor prima che esse stesse l’abbiano pensato e sentito». (more…)

Oriani, il nazionalista che piaceva a destra e a sinistra

settembre 30, 2011

Francesco Perfetti per “il Giornale

Quando Alfredo Oriani morì, nel 1909, Mario Missiroli, allora enfant prodige del giornalismo, scrisse a Giuseppe Prezzolini: «L’ho amato con la devozione e con l’affetto di un figlio spirituale ed ho la profonda convinzione di aver penetrato, forse solo, quell’anima complessa». Missiroli era rimasto affascinato da Oriani al punto da recarsi spesso da lui per farsi leggere La rivolta ideale. Ne parlò con tale entusiasmo a Prezzolini che questi accettò di recarsi a colazione dallo scrittore nell’isolata villa «Il Cardello», a Càsola Valsenio (Ravenna). Anzi, in omaggio all’ospite, fan della bicicletta, si fece un centinaio di chilometri pedalando. (more…)

Ecco il Gadda ducesco che non avete mai letto

settembre 26, 2011

Luigi Mascheroni per “il Giornale

Fra i più intricati grovigli&gliuommeri della bio-bibliografia gaddiana, la «fascistità» dell’Ingegnere è da tempo oggetto di appassionate discussioni giornalistiche e sottili disquisizioni filologiche: fu un fascista entusiasta poi pentitosi. No, fu un fascista opportunista e poi antifascista arrabbiato. No, fu un fascista anti-conformista e poi antifascista per convenienza… Assodato che Carlo Emilio Gadda (1893-1973) fu tesserato fascista della primissima ora e che dopo la caduta del Regime scrisse le pagine più divertenti e dissacranti sul «ducismo» di cui possa vantarsi la letteratura italiana, rimane ancora un bel pasticciaccio distinguere con esattezza quando e quanto fu egli fascista: da una parte c’è il giornalista che firmò fra il ’32 e il ’41 i pezzi inneggianti ai Littoriali e che ottenne sussidi dal Regime fino al ’42; e dall’altra c’è lo scrittore che ci ha lasciato il mirabilissimo e antifascistissimo Eros e Priapo, iniziato nel ’45 e dato alle stampe nel 1967, un anno prima della celebre intervista-confessione rilasciata a Dacia Maraini: «Solo nel ’34, con la guerra etiopica, ho capito veramente cos’era il fascismo e come mi ripugnasse».
Ora, sulla cognizione del fascismo gaddiano – questione spigolosissima ritenuta ancor oggi fastidiosa da certa stampa e dalle intelligenze progressiste – interviene a braccio teso il nuovo numero della rivista I Quaderni dell’Ingegnere. Che, anche questa volta, offre ai golosi dell’opera gaddiana un ricco menù: aggiornamenti bibliografici, documenti rari e scritti inediti. (more…)

Papa tra collera e ragione

settembre 23, 2011

Lucetta Scaraffia per “Il Sole 24 Ore

Benedetto XIV, cioè il bolognese Prospero Lambertini (1675-1758), è stato senza dubbio un papa importante. Non solo perché regnò per ben diciotto anni, nei quali si spese infaticabilmente nel cercare di riordinare e razionalizzare la vita della Chiesa, soprattutto attraverso i suoi magistrali interventi giuridici, ma anche perché fu il primo papa moderno. Per primo infatti affrontò consapevolmente i sintomi iniziali della secolarizzazione – evidenti soprattutto nei rapporti diplomatici con le dinastie regnanti, sempre meno disposte a piegarsi alla volontà della Chiesa – e per primo ebbe un’immagine pubblica accattivante: arguto e bonario, nelle situazioni difficili Lambertini si cavava spesso d’impaccio con una battuta ironica che finiva per conquistare l’avversario. Al punto che è l’unico pontefice al quale è stata dedicata un’opera teatrale (da Alfredo Testoni), con una fortunata riduzione cinematografica, e poi televisiva, in cui il suo ruolo era impersonato da Gino Cervi. Oggi, poi, può suscitare curiosità qualche sua somiglianza con il papa attuale, Benedetto XVI: anche Lambertini, fine e apprezzato intellettuale, ha continuato a scrivere durante il pontificato, firmando sia con il suo nome di successore di Pietro sia con quello di nascita. E certo una costante del suo operato è stata la ricerca di soluzioni razionali, e possibilmente moderate, ai problemi, con lo scopo di non dividere la Chiesa. Due caratteristiche sono infine sempre state lodate dagli ammiratori del suo pontificato: la concretezza e la straordinaria abilità giuridica, grazie alla quale molti suoi provvedimenti sono serviti come base per la stesura del Codex iuris canonici del 1917, a sua volta fondamento di quello vigente, promulgato nel 1983. (more…)

Il cronista della letteratura

settembre 23, 2011

Ricordo di Claudio Marabini

Claudio Magris per “Il Corriere della Sera

Poco più di un anno fa moriva improvvisamente Claudio Marabini. Alcune settimane prima era uscito, sulla «Nuova Antologia», uno dei suoi testi saggistici più alti, affascinante analisi-racconto di un genere che egli stesso praticava da maestro e che costituisce il nesso tra l’informazione e la ricreazione della vita: l’articolo. In poche, splendide pagine Marabini coglie quel momento magico e irrequieto in cui il mondo – «scrigno misterioso ma ricchissimo… stracolmo di tutto ciò che avevamo già dentro di noi e che attendeva soltanto di essere svelato e finalmente conosciuto nei suoi infiniti dettagli» – risveglia la nostra curiosità latente, stimolandoci a scoprire gli altri e noi stessi. Quella pagina di Marabini racconta come l’articolo prenda imprevedibilmente forma, come la penna ancora non pienamente consapevole di ciò che la sta suggestionando entri «come un grimaldello» nella realtà. Le prime frasi sono ancora un vago preludio, l’accordo di uno strumento musicale alla ricerca del pezzo che si accinge a suonare, e poco dopo l’oggetto è afferrato, penetrato, analizzato e donato a chi legge. (more…)

Morto Richard Hamilton, inventò la pop art prima di Warhol

settembre 14, 2011

Just What is it That Makes Today’s Homes So Different, So Appealing?

Luca Beatrice per “il Giornale

Nell’estate triste dell’arte, sono scomparsi Cy Twombly, Lucien Freud, Roman Opalka e Vettor Pisani. E se n’è andato ieri a 89 anni Richard Hamilton. Con lui scompare l’inventore della Pop Art, che non è nata a New York ma a Londra a metà degli anni ’50, almeno un lustro prima di Warhol&C. Esiste un’opera fondamentale per declinare l’intero movimento: Just what is it makes today’s homes so different, so appealing?, un collage in cui Hamilton mette gli ingredienti della comunicazione di massa, gli emblemi della vita moderna, condendoli di un’ironia tutta inglese e di quel senso semiserio che i suoi conterranei chiamano appunto criticism. Questo lavoro viene esposto nel ’57 a «This is tomorrow», la prima mostra d’arte contemporanea con un taglio curatoriale. Da lì origina la definizione esatta di un’opera pop, una forma d’arte transitoria, popolare, economica, spiritosa, sexy, giovane, e soprattutto capace di generare grossi introiti economici. Per la prima volta spettacolo, media e denaro entrano nell’arte.
Nonostante sia stato lui il vero guru del Pop, Hamilton preferisce un atteggiamento più silenzioso, persino schivo. Come Warhol immortala l’icona del cinema di allora, Marilyn Monroe, ma cogliendone l’aspetto privato e intimo, indaga nell’interiorità di una donna sofferente cancellandole il volto. La Londra degli anni ’60, quella di Mary Quant, di James Bond e delle Aston Martin, del Pop Rock e degli arrabbiati alla John Osborne, è stata il suo universo. (more…)

Martini, il coraggio dell’umiltà

settembre 14, 2011

La scelta del dialogo al centro della testimonianza cristiana

Armando Torno per “Il Corriere della Sera”

Sono una sessantina i libri in commercio che recano la firma del cardinal Martini. Negli ultimi anni, soprattutto dopo il rientro da Gerusalemme, l’eminente biblista ha messo a disposizione di tutti la sua opera di «umile comunicatore della parola di Dio». Questa frase è di Ferruccio de Bortoli e si legge nella prefazione al libro di Aldo Maria Valli Storia di un uomoRitratto di Carlo Maria Martini (Ancora Editrice, pp. 208, 16). (more…)

Sorpresa, i giovani del Pdl amano Guccini. E lui risponde: “La cosa è involontaria”

settembre 13, 2011

Il risultato (sorprendente) di un sondaggio tra i berlusconiani. Per quanto immaginarli tutti insieme a intonare La Locomotiva sia impresa ardua

Emiliano Liuzzi per “Il Fatto

Quando gli hanno raccontato che i giovani del Pdl lo adorano quasi quanto Lucio Battisti e molto più di quel comunista di Francesco De Gregorimica si è stupito. Magari se l’è sghignazzata, perché in fondo è sempre stato attratto, come scrive Massimo Cotto, da tutto ciò che divide e che unisce, dalle dogane e dalle confluenze, dai confini e dagli incontri. Ma non si è stupito per niente. “Se i giovani di destra mi amano”, dice alfattoquotidiano.it, “la cosa è del tutto involontaria. Su questo non c’è dubbio”. E a Vanity Fair ha ribadito: “Sono innocente”. (more…)

Montale trent’anni dopo. L’ultimo dei classici

settembre 12, 2011

Il poeta moriva il 12 settembre 1981. Fin dalle prime opere le sue liriche assumono un significato esistenziale

Jonatthan Galassi per “Il Corriere della Sera

La poesia di Montale si dice vada letta allegoricamente, cercando cioè sotto il significato di superficie un altro significato «essenziale ed esistenziale nel suo senso finale e più alto», come ha scritto il poeta stesso. La poesia «metafisica» delle Occasionie de La bufera fa chiaramente riferimento al modello allegorico di Dante, e non vi è dubbio che nella raffigurazione di Clizia e Volpe siano presenti «significati più alti». Le immagini e le figure di Montale tendono però ad assumere un significato esistenziale fin dai tempi di Ossi di seppia , dove il paesaggio non è soltanto se stesso, ma rappresenta anche la realtà mentale del poeta. Iltrobar clus, la poesia criptica, del Dolce stil novo su cui si fonda l’allegoria della Vita nuova e della Commedia, è abbracciata da Montale – di cui celebriamo l’anniversario della morte – non solo nelle associazioni cortesi e nell’uso del tropo del celare, ma soprattutto perché conferma la sua predisposizione a ricorrere ai simboli. (more…)

Il filosofo e l’idea di ripensare il male

settembre 11, 2011

Luigi Pareyson

A vent’anni dalla morte di Pareyson

Armando Torno per “Il Corriere della Sera

Nel settembre 1991, in una clinica di Milano, moriva Luigi Pareyson. Aveva 73 anni. I disturbi che lo tormentavano da una ventina di anni lo costrinsero a un regime di vita monastico. Magro, dall’aspetto severo, si era da tempo ritirato a Rapallo, sulla costa ligure, per trovare sollievo in quel clima che recò giovamento anche a Nietzsche e a Ezra Pound. La vita non gli aveva lesinato prove, ma la morte della figlia Emanuela, vinta da un cancro nel settembre 1990, lo abbattè. Xavier Tilliette, gesuita e professore all’Institut catholique di Parigi, scrisse in un successivo profilo (contenuto in Omaggi. Filosofi italiani del nostro tempo, Morcelliana) che «la tristezza aveva invaso la sua anima austera».

A vent’anni dalla scomparsa (morì l’8 settembre), possiamo dire che le intuizioni di Pareyson sono vive e continuano a essere punti di riferimento. Da Mursia è in corso la pubblicazione delle opere complete – quest’anno è stato riproposto Fichte, che ebbe la prima edizione nel 1950 – e, sempre presso il medesimo editore, continua a uscire l’«Annuario filosofico» che Pareyson fondò con Valerio Verra e Giuseppe Riconda nel 1985 (ora se ne occupa Claudio Ciancio). La sua produzione è ancora sparsa e, per esempio, da Einaudi è disponibile Ontologia della libertà, opera postuma che toccava i temi cruciali del male e della sofferenza; presso Il Nuovo Melangolo si trova Esistenza e persona. (more…)

Il Leone (Gentile) del Panshir prima vittima del Terrore

settembre 11, 2011

Ahmad Massud

Massud, l’eroe afghano della resistenza antisovietica ucciso il 9 settembre

Ettore Mo per “Il Corriere della Sera

La vita del cronista, specie nella categoria dei corrispondenti di guerra, comporta molti rischi ma al tempo stesso offre loro l’opportunità di assistere ai maggiori avvenimenti internazionali e conoscerne i protagonisti. Io, ad esempio, ho avuto la fortuna di imbattermi trent’anni fa nel grande comandante afghano Ahmad Shah Massud e, da allora, di frequentarlo assiduamente fino al giorno della sua tragica fine, il 9 settembre del 2001.

Quanto segue è un racconto fitto di ricordi (un misto di misteri gaudiosi e dolorosi) oltre che un omaggio al «leone del Panshir» nel decimo anniversario della sua scomparsa: una belva tutto sommato mansueta, il nostro eroe, che si aggirava nella valle natia, teatro di tutte le sue imprese, e poteva affermare poco prima di morire di «non aver mai giustiziato un prigioniero né aver mai dato ordine di farlo». Massud rimaneva perennemente inchiodato sui monti e nelle trincee del suo Panshir. Ed era proprio lassù che dovevi andare, se volevi incontrarlo. Tre settimane di cammino (in gran parte a piedi o con l’ausilio di mezzi di fortuna, un carretto, un furgone o magari un camion che procedeva rantolando sull’ultimo, ripidissimo tratto) per coprire circa 130 chilometri di strada. Arrivammo a Bazarak – il suo villaggio natale – che era già notte. Massud stava seduto al tavolo con un gruppetto di amici: parlavano a bassa voce mangiando noccioline e uva passa. (more…)

Le mappe di Boetti abbattono i confini

settembre 9, 2011

Alighiero Boetti (foto di Isabella Gherardi)

Tre grandi mostre all’estero e quotazioni stellari per l’artista che ha ridisegnato il mondo

Vincenzo Trione per “Il Corriere della Sera

«Nomen omen». Ovvero, in ogni nome c’è un destino. A metà del Settecento, è vissuto un frate: Giovanni Battista Boetti. Nato nel Monferrato, sotto il nome di profeta Mansur, Giovanni Battista Boetti conquistò l’Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia. Attraversò l’Europa occidentale e orientale, animato da una sincera passione per il viaggiare. La sua ambizione: risolvere se stesso nel movimento, liberarsi dei legami fissi, trovare la stabilità in un’incessante trasformazione, essere privo di meta, di punti di partenza e di arrivo.

Tre secoli dopo c’è stato un altro Boetti, Alighiero. Anch’egli piemontese. Anch’egli innamorato del viaggio: attratto da geografie lontane (l’America del Sud, l’Afghanistan) e affascinato dalla possibilità di compiere scorribande tra i linguaggi (pittura, scultura, installazione, performance). Scomparso a Roma il 24 aprile 1994, l’erede del profeta Mansur (che era nato a Torino il 16 dicembre 1940) è diventato un autentico mito. Un punto di riferimento, soprattutto per le ultime generazioni. Forse, l’artista italiano contemporaneo più «internazionale». La definitiva consacrazione avverrà nel prossimo autunno. Si preparano tre prestigiosi eventi espositivi, collegati tra loro, promossi in collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti e con l’Archivio Alighiero Boetti. Un’antologica itinerante che, con lievi modifiche, toccherà Europa e Stati Uniti. La prima tappa sarà il Reina Sofia di Madrid (dal 5 ottobre al 12 febbraio, a cura di Lynne Cook), cui seguiranno il «momento» inglese (alla Tate Modern, dal 21 febbraio al 27 maggio, a cura di Mark Godfrey) e quello americano (al MoMA, nell’estate del 2012, a cura di Christian Rattemeyer). Un Grand Tour accompagnato da un volume pubblicato da Electa, che è l’editore anche del catalogo generale dell’opera di Boetti (di cui è uscito il primo volume, mentre si sta approntando il secondo). Inoltre, è di prossima pubblicazione, da MIT Press, una monografia di Mark Godfrey (che verrà tradotta in italiano ancora da Electa). Ed è appena arrivato in libreria un libro – come un’autoantologia – di Germano Celant, che ospita ampi capitoli dedicati a Boetti (Arte Povera, Electa, pp. 359, 70). Senza dimenticare il controverso omaggio, tenutosi a fine maggio a Torino, nell’ambito di «Artissima». E le quotazioni oramai stellari raggiunte nelle ultime aste (Boetti è nella top rise delle case d’asta: molta attesa c’è, ad esempio, per un suo Tutto che verrà battuto da Christie’s a Londra il 14 ottobre). (more…)