Posts Tagged ‘afghanistan’

La lunga mano del Pakistan dietro al ricatto del terrore

ottobre 30, 2011

Guido Olimpio per “Il Corriere della Sera”

Sono tenaci. Capaci di adattare le loro tattiche. Picchiano come fabbri, poi lasciano intravedere spiragli di negoziati. E godono delle simpatie interessate dei pachistani. La loro strategia è semplice: tenere il più possibile, visto che alla fine la Nato se ne dovrà andare. La strage di Kabul sintetizza i dieci anni della guerra più lunga. Un’autobomba impressionante — quasi 700 chili di esplosivo —, un veicolo blindato che nulla può contro il kamikaze, un attacco nella capitale, perdite pesanti. L’ultimo rapporto uscito dal Pentagono, pur sottolineando i successi registrati in alcuni parti dell’Afghanistan, avverte che la situazione rimane instabile anche per colpa delle trame pachistane e della debolezza del governo Karzai. Le forze locali appaiono incapaci di affrontare la sfida: su 218 battaglioni di polizia neppure uno può agire da solo; su 204 battaglioni dell’esercito afghano solo uno è in grado di operare in modo autonomo. Gli sforzi degli alleati — Italia compresa — nell’addestramento dei reparti afghani non ha ancora colmato il divario. È ovvio che non dipende dagli istruttori ma dalla volontà dei locali. Lo rivela un dato. Soltanto a giugno hanno disertato 5 mila soldati afghani. Fughe che accompagnano un altro fenomeno in crescita, quello dei militari che sparano sui soldati Nato: ieri sono stati uccisi tre australiani. Tutti si chiedono — conoscendo già la risposta — cosa accadrà man mano che le province passeranno sotto il controllo delle autorità afghane.
Il quadro precario favorisce i talebani e i gruppi affini. Dimostrando grande pragmatismo, gli insorti si sono adeguati al momento. Sul piano strettamente militare hanno continuato a evitare lo scontro diretto. Non potrebbero sostenerlo, vista la disparità di volume di fuoco. E allora si sono affidati alla loro arma migliore. Gli esplosivi. Il 90 per cento delle perdite Nato (e dei civili) è da attribuire agli ordigni improvvisati, in gergo Ied. Ancora un numero: da giugno ad agosto sono state scoperte o individuate 5.088 bombe. (more…)

Telefoni oscurati e siti web, la guerra hi-tech dei Taliban

ottobre 6, 2011

mullah Omar

Alissa J. Rubin, da “la Repubblica”

LASHKAR GAH – Puntualmente, alle 8 di sera, ogni sera, il segnale del cellulare in questa città capoluogo di provincia scompare. Sotto la minaccia dei Taliban, i principali operatori spengono i loro ripetitori, tagliando di fatto i collegamenti con il resto del mondo. È quello che succede ormai in oltre la metà delle province afgane ed è un esempio dei nuovi e più sottili metodi impiegati dai Taliban, a dieci anni dall´inizio della guerra, per far sentire la loro presenza, nonostante i generali della Nato parlino di una guerriglia indebolita, che fatica a mantenere il controllo del territorio. È solo un esempio di un cambiamento più generale nella strategia del movimento integralista, che ora punta maggiormente su intimidazioni, omicidi mirati e attentati limitati ma eclatanti. I Taliban e i loro alleati della rete Haqqani di solito evitano di affrontare le forze della Nato in battaglie campali, ma sono riusciti a far saltare i colloqui di pace con il presidente del governo Karzai e cercano di preparare il terreno a un loro graduale ritorno al potere, man mano che la coalizione militare guidata dagli Stati Uniti riduce le operazioni militari nel Paese.
La provincia di Wardak, che confina con Kabul, è uno dei posti a rischio. È anche un posto dove i cellulari cessano di funzionare, in gran parte del territorio, per 13 ore al giorno. I Taliban vedono queste interruzioni del segnale come una linea di difesa, secondo i comandanti e i portavoce del movimento: se i telefoni sono spenti, gli informatori non possono chiamare gli americani per dare segnalazioni utili a eventuali raid e gli americani non possono usare strumenti di intercettazione per individuare la posizione dei guerriglieri. «Il nostro principale obbiettivo è rendere più difficile al nemico scovare i nostri mujaheddin», dice Zabiullah Mujahid, il portavoce dei Taliban per le zone orientali e settentrionali dell´Afghanistan. (more…)

Afghanistan, torna l’Alleanza del Nord

giugno 29, 2011

I leader delle opposizioni tagica, uzbeca e hazara si sono incontrati a Kabul per sancire la nascita di una nuova alleanza anti-talebana, decisa a bloccare il processo di riconciliazione

Enrico Piovesana per “Peacereporter

In vista del disimpegno militare occidentale in Afghanistan e del ritorno al potere dei talebani, concordato con Karzai e con gli stessi americani, il paese asiatico sembra prepararsi a riportare indietro di quindici anni le lancette dell’orologio afgano.

Esattamente al 1996, quando per contrastare l’avvento al potere dei talebani, le minoranze etniche non-pashtun del nord (tagichi, uzbechi e hazara, che insieme costituiscono però maggioranza) si allearono tra loro formando il Fronte Islamico Unito, noto in Occidente come ‘Alleanza del Nord’. (more…)

Afghanistan, le mille anime dei turbanti neri

maggio 4, 2011

Dialoganti o irriducibili, afghani «puri» o contaminati con movimenti jihadisti e 007 pakistani I taleban sono pronti a raccogliere i frutti di dieci anni di guerriglia e del fallimento del progetto Usa.

Intervista ad Antonio Giustozzi di Giuliano Battiston, Kabul, da “Micromega

A quasi dieci anni dall’occupazione militare dell’Afghanistan, è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la Nato, che nel vertice di Lisbona del novembre scorso ha previsto il graduale passaggio della sicurezza del paese dalle truppe internazionali a quelle afghane; lo fanno gli americani, che per bocca del segretario di Stato Hillary Clinton parlano ormai della necessità di un «responsabile processo di riconciliazione» con i movimenti anti-governativi; e lo fanno anche i taleban che, sconfitti nel 2001, combattuti per dieci anni, sono riusciti a farsi attribuire una patente di «legittimità politica» dalla Comunità internazionale.
Abbiamo chiesto di ricostruire la traiettoria politico-militare dei turbanti neri ad Antonio Giustozzi, uno dei più autorevoli studiosi di Afghanistan, che abbiamo incontrato a Kabul. Giustozzi ha lavorato a lungo al Crisis states research centre della London school of economics, dove ha realizzato importanti studi sulla galassia taleban (Empires of mud: the neo-Taliban insurgency in Afghanistan 2002-2007, Columbia University Press 2009, Koran, Kalashnikov and Laptop, Columbia University Press 2008), sui signori della guerra (Empires of mud: wars and warlords of Afghanistan, Hurst 2009), e sulle sfide dello state-building.

Partiamo dal “chi sono i Talebani”, un argomento di cui lei si è occupato a fondo, a partire da Koran, Kalashnikov, and Laptop: the Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan (Columbia University Press 2006) passando per Decoding the New Taliban: insights from the Afghan fields (Hurst 2009). La vulgata giornalistica presenta i Talebani come un movimento unico e unitario, mentre nei suoi saggi – tra cui “One or Many?: The issue of the Taliban’s unity and disunity” -, lei si interroga sulla loro reale omogeneità e coerenza di obiettivi, strategie, composizione. Ci vuole spiegare che tipo di movimento è quello talebano, e perché è importante distinguere tra vecchi e nuovi Talebani? 

Si tratta di un movimento decentralizzato, il cui funzionamento è legato al modo in cui è risorto tra il 2002 e il 2003. Le indicazioni che ho raccolto ultimamente (e che non ho potuto includere nei testi che cita) suggeriscono che alcuni piccoli gruppi, rimasugli del movimento taleban, sentendosi minacciati dalle nuove autorità di Kabul si siano organizzati autonomamente, all’interno dei confini del paese, soprattutto in aree remote. Inoltre, sembra che all’inizio un ruolo importante l’abbiano giocato alcuni gruppi jihadisti, arabi e pakistani, che hanno fornito una struttura di supporto, oltre che volontari, per riaccendere l’insurrezione. Quanto alle autortità pakistane, è difficile definire quale ruolo abbiano giocato in quel periodo. Credo che nei primi momenti si siano mosse con cautela, affidandosi soprattutto ai gruppi jihadisti pakistani, anche perché non sapevano quale sarebbe stata la reazione degli americani, mentre oggi è evidente che siano direttamente coinvolte. Le due componenti, i nuclei afghani che si sono formati spontaneamente e i jihadisti stranieri, si sono fuse in modo graduale e approssimativo, e ancora oggi i Talebani non sono un movimento omogeneo, con una struttura che somigli ai movimenti marxisti-leninisti insurrezionali degli anni Settanta e Ottanta. Più che a una precisa struttura centralizzata, si affidano infatti al libero mercato della violenza. Potrà sembrare strano, ma i Talebani credono nel libero mercato, appoggiandosi alle compagnie commerciali per gli aspetti logistici della guerriglia, e lasciando che i vari fronti si organizzino in base a iniziative individuali. Il risultato è che, invece che a un’economia socialista, il sistema talebano assomiglia a un’economia capitalista, non completamente selvaggia però: esiste un elemento centrale che opera come istanza regolatrice, che impone leggi e regolamenti per i combattenti sul terreno e per i comandanti, lasciando comunque ai vari gruppi la libertà di fondersi con i Talebani o di ottenere fino a un certo punto un’identità distinta. In questo senso è vero, come è stato detto, che si tratta di un network di network, ma a partire dal 2007 e fino al 2009/2010 c’è stato uno sforzo di centralizzare la leadership, di aumentarne il ruolo, di imporre sui membri – pur all’interno di una struttura molto complessa – delle regole sempre più rigide. Un’operazione difficile, soprattutto a causa delle strategie delle forze Isaf, che hanno deteriorato la struttura di controllo. Per riassumere, direi che negli ultimi anni è avvenuto uno sforzo di semplificare un movimento che ha una matrice molteplice, uno sforzo che oggi è in crisi per diverse ragioni, soprattutto per la pressione esercitata dalle forze internazionali, in primis quella americana. (more…)

Narcoguerra

settembre 15, 2010

Eroina afgana sui voli militari britannici di ritorno dal fronte. La notizia rafforza i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan

Enrico Piovesana per “Peacereporter”

La notizia, diffusa lunedì dalla Bbc, deimilitari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte, non fa che rafforzare i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan.

Il traffico ‘militare’ di eroina scoperto tra lebasi Nato nel sud dell’Afghanistan (Helmand e Kandahar) e l’aeroporto militare di Brize Norton, nell’Oxfordshire, verrà liquidato con la solita spiegazione delle ‘mele marce’, del caso isolato che riguarda solo alcuni individui.

Più probabilmente si tratta invece della punta dell’iceberg, o meglio delle briciole di un traffico ben più grande e strutturato che i suoi principali gestori – militari e servizi segreti Usa – lasciano ai loro alleati, evidentemente meno bravi di loro nel non farsi scoprire.

Solo pochi mesi fa sulla stampa tedesca era venuto fuori che una delle principali agenzie private di contractors addette alla logistica delle basi Nato in Afghanistan – la Ecolog, sospettata di legami con la mafia albanese – era coinvolta in traffici di eroina afgana verso il Kosovo e la Germania. (more…)

L’Afghanistan non sia diviso

agosto 5, 2010

Nell’articolo: Usa e Nato devono avviare dei colloqui con i talebani subito, creare un consenso regionale tra i paesi vicini per questi colloqui, offrire all’Afghanistan un impegno a lungo termine per la costruzione di uno stato e trasferire lentamente i poteri all’esercito e alla polizia afghani. Le chiacchiere su una divisione territoriale del paese vanno consegnate alla spazzatura della storia

Ahmed Rashid per “Il Sole 24 Ore

Negli ultimi 32 anni, gli afghani hanno combattuto diverse guerre per tenere insieme il loro paese. Nonostante tutte le macchinazioni delle grandi potenze e degli stati confinanti, nessun signore della guerra o leader afghano ha mai ceduto alle pressioni esterne per mettere fine all’unità nazionale.
Ora la guerra afghana è diventata più complicata con la pubblicazione di dossier militari segreti da parte del sito Wikileaks, un episodio molto imbarazzante per gli Usa, la Nato e il Pakistan. Ma nonostante il loro contenuto nefasto, queste fughe di notizie non devono distogliere l’attenzione da una serie di elementi fortemente positivi, che in passato hanno aiutato l’Afghanistan a sopravvivere.

L’Afghanistan è uno stato-nazione dal 1761, molto prima di quattro dei suoi vicini (Pakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan). Pur avendo subìto gravi guerre intestine e colpi di stato, vittima di tutte le ideologie del 900, l’Afghanistan e gli afghani hanno dimostrato una considerevole capacità di resistenza. (more…)

In Pakistan è “come chiedere al Diavolo di prendere Dracula”

luglio 27, 2010

Perché i generali di Musharraf hanno cominciato la loro guerra privata a fianco di talebani e al Qaida

Daniele Raineri per “Il Foglio“, 30 Settembre 2008

Riassunto delle puntate precedenti: in Pakistan una cupola formata da alti generali in congedo e da sezioni dei servizi segreti tira i fili del terrorismo e della guerriglia talebana. Sono infuriati dalla svolta filoamericana dopo l’11 settembre. Alla loro testa c’è un ex capo dell’intelligence, Hamid Gul, che ha contribuito alla cacciata del suo ex allievo, il presidente Musharraf. Gul è il Gran protettore di al Qaida e dei talebani, il loro uomo radar: li avvisa quando il pericolo americano si avvicina troppo. Assieme a lui c’è Javed Nasir, ex capo dell’intelligence. Nasir è il Gran fornitore di al Qaida e dei talebani. Il suo carico migliore è un grosso quantitativo di missili antiaerei. In pubblico i due ex capi dei servizi lanciano manifestazioni antiamericane. In segreto s’incontrano con altri doppiogiochisti dei servizi, con capi di al Qaida e della guerriglia afghana e anche con esuli del partito Baath. Tema delle riunioni: dissanguare i contingenti occidentali in Afghanistan. (more…)

Non solo taleban, l’altro Islam dei Sufi

luglio 4, 2010

Colpita in Pakistan la moschea della corrente mistica anti-Al Qaeda. Il maestro Ansari: «I kamikaze comprano un biglietto per l’inferno»

Nell’articolo: Prosegue Ansari: «Nella storia il problema si manifesta quando la capitale del mondo islamico passa dalla penisola arabica a Damasco. La ricchezza e il potere corruppero la purezza dell’Islam originario. Il vero Islam rimase celato dietro la ricchezza e il potere e il volto superficiale della fede emerse sotto la forma di rituale come la vera rappresentazione

da “La Stampa

ISLAMABAD
L’impressione che i lettori occidentali si fanno dai resoconti dei media sulla regione fissata nell’acronimo Af-Pak, Afghanistan e Pakistan, è di una terra abitata da feroci estremisti islamici. Invece la regione dell’Asia centro-meridionale è la culla del sufismo, il misticismo islamico. Dal leggendario Jalal ad Din Rumi a Khawaja Moinuddin Chishti Ajmeri molti sufi provengono dall’antico Khorasan, che comprendeva parte dell’attuale Afghanistan, dell’Iran e del Pakistan. Il sostegno dei sufi è stato spesso cruciale per il dominio musulmano. Ancora in tempi recenti, la famiglia Gillani, (emigrata da Baghdad) è stata in Afghanistan la colonna del potere dell’ex re Zair Shah. La famiglia Gillani, insieme con Sibgatullah Mujadedi (discendente dei sufi indiani Mujadid aft-e-Thani) è stata il motore principale della rivolta dei mujaheddin contro i sovietici.

Entrambe le famiglie sufi sono oggi tra i principali sostenitori del governo Karzai. L’affermazione di Al Qaeda e dei taleban ha tuttavia cambiato l’intero equilibrio della regione. Il Sud e il Nord Waziristan, che erano stati la terra di celebri santi sufi, come il leggendario avversario dei colonialisti britannici, Faqir Ipi, che apparteneva alla scuola Qadri, sono diventati le roccaforti da dove l’Islam salafita ordina la distruzione dei santuari, proibisce la musica e la danza che invece sono parte integrante della tradizione sufi. Guerriglieri sono inviati dal Nord Waziristan nella valle dello Swat e in altre zone tribali per distruggere i santuari e uccidere i sufi. Esattamente come è accaduto in Iraq. Non vengono risparmiati nemmeno i santuari che la devozione popolare attribuisce ai discendenti del Profeta. (more…)

In Afghanistan offensiva dello zafferano contro l’oppio

giugno 17, 2010

Nell’articolo: «Un ettaro coltivato a grano frutta 1.200 dollari, uno a oppio 4.500 e uno a zafferano fino a 12.000» spiega il colonnello Emmanuele Aresu, comandante del Prt di Herat. «Per vedere i primi risultati i contadini devono però aspettare tre anni e dunque stiamo lavorando anche per dare loro un sostegno in questo periodo»

Gianandrea Gaiani per “Il Sole 24 Ore

Qualcuno l’ha già chiamata «l’offensiva dello zafferano»’ l’iniziativa del contingente italiano in Afghanistan che all’inizio di luglio vedrà i militari del Provincial Reconstructon Team (Prt) distribuire agli agricoltori di sette distretti della provincia di Herat 60 tonnellate di bulbi di zafferano, proposti come alternativa alla coltivazione dell’oppio. Il progetto, costato 330 mila euro stanziati dal ministero della Difesa, e tende a fornire ottime prospettive di guadagno agli agricoltori afghani. (more…)

La predilezione del jihad per i sacrifici umani e i ‘Ragazzi del Paradiso

giugno 11, 2010

Nell’articolo: L’esempio più famoso di questa nuova forma di sacrificio umano ha avuto luogo nel 2004, quando un bambino palestinese di undici anni fu pagato un dollaro per portare un pacco attraverso i controlli di sicurezza israeliani. Il bambino non lo sapeva, ma il pacco conteneva una bomba che sarebbe stata fatta esplodere con un telecomando

da “Il Foglio”

Secondo un recente rapporto di Amnesty International, sono 300 mila i bambini pronti a morire da soldati in guerre religiose, etniche, regionali.Ma dei figli del jihad, arruolati o giustiziati in tenera età, né Amnesty né altre ong umanitarie si è mai occupata. Il Daily Times, giornale sempre addentro all’intelligence militare britannica, ha rivelato che cinquemila bambini pachistani e afghani sono stati addestrati dai talebani per portare a termine attentati kamikaze. Questi “Ragazzi del Paradiso”, come si chiamano nella narrativa islamista, sono l’altra faccia dei bambini afghani assassinati in questi anni di guerriglia terroristica. (more…)

Che facciamo in Afghanistan?

maggio 20, 2010

Gli americani, secondo stime che risalgono al 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi 216, i canadesi 131. la Danimarca 26. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato

Massimo Fini per “Il Fatto

Dopo l’agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all’Italia”. Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c’erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l’Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli “italiani brava gente” che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l’eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni ’80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l’Afghanistan. (more…)

‘Chiedevo: mi dite perché mi avete arrestato?’

maggio 11, 2010

Matteo Pagani di Emergency racconta il suo incubo afgano

di Matteo Pagani

Ero seduto sul letto della mia cella con la testa tra le mani. In due metri per quattro, a ragionare mesto su come uscire da un incubo kafkiano. Nono giorno di carcere, quinto a Kabul, nel cervello una matassa di pensieri. Ad un tratto, senza alcuna avvisaglia, vedo con la coda dell’occhio il profilo del mio carceriere afgano. “Buru, buru”. Qualche parola, dopo cinque mesi in quel paese, avevo iniziato a capirla. E quei due suoni “Buru, buru”, seguiti da un comprensibilissimo “you’re free”, mi hanno lasciato all’improvviso senza fiato per respirare. Ero libero, finalmente libero, dopo essermi visto cadere addosso l’accusa di essere un terrorista internazionale, in una Nazione di cui sapevo poco e nella quale ero arrivato con la misteriosa qualifica di logista-amministratore nella struttura di Lashkar Gah di Emergency. Un ruolo apparentemente incomprensibile che flirtava con il concetto flessibile di tuttofare. Per uno come me, partito da una famiglia benestante di Roma nord e poi passato da un master in Economia a Londra, ai tanti sud del mondo dominati da fame, droga, povertà e disperazione, interpretarlo conciliava ormai con la mia seconda pelle. Aiutare gli altri, ormai, era diventata un’altra parte di me. Elettricità, tubature, pittura, radio, Internet, tutto ciò che non era direttamente connesso con le pratiche mediche dell’ospedale, toccava a me. Dovevo far sì che tutti fossero felici. Non mi pesava. (more…)

Ai taleban? Soldi, lavoro e un seggio in parlamento

maggio 9, 2010

Il progetto di riconciliazione nazionale del presidente Karzai

Quanto sia stata definita nel dettaglio, la strategia per il futuro dell’Afghanistan che Karzai intende presentare al presidente degli Stati uniti Barack Obama, non si sa. Quel che è certo è che settimana prossima, all’incontro bilaterale di Washington, il presidente afghano andrà con un piano abbastanza preciso per favorire una riconciliazione nazionale che ha già un nome: Afghan Peace and Reintegration Program (Aprp).
La bozza del documento, che abbiamo potuto leggere, fissa il quadro di riferimento, i passi e gli obiettivi di qualcosa che Karzai ha già in mente da diversi anni e finalmente può adesso formalizzare, trovando orecchie più attente tra i suoi interlocutori internazionali, convinti sino a ieri che la Nato avrebbe vinto la guerra con i Taleban per dettare poi condizioni da un punto di forza. In realtà in molti lo pensano ancora e non tutti sono d’accordo a parlare col nemico in questa fase. Karzai dunque ha davanti una strada in salita. E molti punti del suo piano, ancora ufficioso, rischiano di saltare o di essere ridimensionati. (more…)

Via dagli avamposti, più truppe nelle città afghane: luci e ombre della strategia di McChrystal

aprile 17, 2010

Da quando le truppe statunitensi vi penetrarono, nel 2005, la Valle di Korengal è divenuta un simbolo della guerra afghana: terreno impervio, un nemico sfuggente ma al tempo stesso temibile e una popolazione riottosa. Quando l’anno dopo i marines vi costruirono una base permanente la zona divenne meta di troupe televisive e inviati di guerra per i quali non era difficile realizzare reportage di combattimenti, secondo molti i più intensi dell’intero Afghanistan, record conteso con il distretto di Sangin, a Helmand, presidiato dai britannici. Nella valle ribattezzata dai soldati dell’Us Army “della morte” sono stati uccisi ben 42 militari e centinaia sono rimasti feriti nel tentativo di bloccare l’accesso dei talebani che dal vicino Pakistan si infiltrano nella provincia del Kunar e di conquistare “il cuore e le menti” dei 4.500 abitanti, per lo più boscaioli e contrabbandieri wahabiti. Sforzi inutili e perdite vane ora che il generale Stanley McChrystal ha ordinato di abbandonare il fortino di Korengal, uno dei molti avamposti dell’ottantina che gli statunitensi presidiano lungo il confine col Pakistan, che verranno evacuati in base alla strategia del comandante alleato che prevede di concentrare l truppe nei centri a maggiore densità di popolazione. Secondo Nico Piro, reporter del Tg3 più volte embedded con le forze americane in quell’avamposto, «il ritiro da Korengal era nell’aria già dall’autunno scorso ed è stato al centro di un acceso dibattito per il suo impatto negativo sul piano mediatico e simbolico. Nel Korengal outpost (Kot) le condizioni di vita erano durissime, i militari erano sempre esposti al fuoco di un nemico spesso invisibile. In sei mesi i mortai della hanno sparato ben 4.000 colpi e in una sola notte sono stati lanciati missili per 400 mila dollari di valore». L’Isaf sostiene che la chiusura dell’avamposto non impedirà alle forze alleate «di rispondere con rapidità a crisi nel Korengal» ma è evidente che senza truppe sul terreno sarà impossibile controllare la zona. «Il ritiro è una grande vittoria e le truppe americane sono fuggite grazie ai nostri costanti attacchi», ha affermato Zabihullah Mujahed, portavoce dei talebani aggiungendo che «l’area è molto importante per noi. Queste montagne sono un buon nascondiglio e possono essere usate per l’addestramento». (more…)

Kabul, la verità dei servizi afgani su Emergency “La telefonata che incastra l’uomo di Strada”

aprile 17, 2010

I servizi afgani: in un’intercettazione il chirurgo di Emergency Garatti parla di armi nell’ospedale di Lashkar Gah. Scetticismo tra chi lo conosce di persona. Il governo italiano al corrente della registrazione

Un’intercettazione è una delle non poche prove che, secondo i servizi segreti afghani, incastrerebbe Marco Garatti, il chirurgo di Emergency agli arresti in Afghanistan. Frasi gravi, parole compromettenti, che dimostrerebbero almeno la consapevolezza del medico italiano sulla presenza delle armi nell’ospedale. Secondo le fonti de il Giornale non c’è solo questo «ma pure frasi più pesanti». Il governo italiano è al corrente dell’intercettazione. La registrazione è stata effettuata dalla Nds, la Direzione nazionale per la sicurezza, guidata da Amrullah Saleh, che tiene sotto chiave i tre operatori di Emergency. Gli uomini dei servizi afghani puntano il dito contro Garatti e Matteo D’Aira, il capo infermiere, mentre il giovane Matteo Pagani non sarebbe coinvolto e potrebbe venir ben presto scagionato. (more…)

La procura di Roma cerca una traccia nel caso del rilascio di Mastrogiacomo

aprile 13, 2010

Italiani sequestrati in Afghanistan e liberati grazie alla mediazione di Emergency. Potrebbe celarsi nel retroscena delle trattative condotte durante i rapimenti del fotoreporter Gabriele Torsello e del giornalista Daniele Mastrogiacomo la chiave per ottenere il rilascio di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, gli operatori sanitari arrestati sabato scorso. In entrambi i casi l’organizzazione umanitaria fu protagonista grazie al negoziato affidato a Rahmatullah Hanefi, il responsabile dell’ospedale di Lashkar Gah che trovò l’accordo con i talebani e versò la contropartita per conto del governo italiano. Una scelta osteggiata dalle autorità di Kabul perché tagliava fuori i servizi segreti e dunque anche gli 007 locali. E soprattutto perché obbligò al rilascio di almeno cinque detenuti per gravi reati, così come richiesto dalla banda che aveva in ostaggio l’inviato del quotidiano la Repubblica. Hanefi ha pagato con tre mesi di carcere l’accusa di essere complice dei terroristi, salvo essere poi completamente scagionato. (more…)

Quella struttura scomoda per scelta

aprile 12, 2010

Che alle autorità afgane Emergency non sia mai piaciuta non è una novità. È l’11 di aprile del 2007, esattamente tre anni fa, il giorno in cui lo staff internazionale di Emergency a Kabul decide di lasciare il Paese. Il 12 aprile, verso le 10 del mattino, lo staff lascia la capitale afgana per Dubai. Davanti all’ospedale non c’è più nessuno: non le code di padri zoppi con bambini malandati

Solo un guardiano che rudemente ci allontana. Il fotografo Romano Martinis riesce a rubare un immagine prima di essere allontanato brutalmente: un padre che esce col suo bimbo in braccio, segno che l’ospedale è ancora in attività. Poi infatti si saprà che qualcuno è rimasto: tre cittadini italiani, un belga, uno svizzero. Minacciosa, un’auto verde della polizia afgana presidia il nosocomio. Dieci giorni dopo Emergency annuncia che si ritira dal paese, un colpo di scena che è l’apparente epilogo (poi la Ong ritornerà) della brutta vicenda di Ramatullah Hanefi, l’uomo di Emergency a Lashkargah che ha contribuito alla liberazione di Daniele Mastogiacomo, l’inviato di Repubblica sequestrato dai talebani. Hanefi viene arrestato dall’intelligence afgana e sbattuto in carcere con l’accusa infamante di essere un fiancheggiatore. Accusa che passa orizzontalmente all’organizzazione di Gino Strada. Lo scontro è aperto. Si risolverà solo dopo una faticosissima mediazione (che impegna direttamente il governo italiano e l’ambasciatore a Kabul Ettore Sequi) col proscioglimento di Hanefi in giugno. Ma intanto son corse scintille: Emergency accusa Kabul di volergli soffiare i suoi gioielli, gli ospedali costruiti negli anni e proprietà della Ong. (more…)

Gino Strada: “Diamo fastidio a Kabul, vogliono farci fuori”

aprile 11, 2010

«Il nostro governo dovrebbe proteggerci, ma non so se intenda farlo»

FABIO POLETTI
A Gino Strada, il fondatore di Emergency, non basta l’intero vocabolario per spiegare ciò che prova: «Quelle contro di noi sono accuse ridicole. Sono pura fantascienza. Un castello di infamie incredibili. E’ come se dicessero che hanno dovuto fermare don Ciotti perché voleva assassinare il Papa. E il mio amico don Ciotti mi scusi se lo tiro in mezzo… E’ una cosa che non sta né in cielo né in terra. Il governo italiano farebbe bene a impegnarsi di più per risolvere questa situazione vergognosa. Non può tirarsene fuori. Ma per ora non sembra che stia spingendo sull’acceleratore».

Gino Strada, le autorità afghane sostengono di aver trovato materiale compromettente nel vostro ospedale di Lashkar-Gah. Come lo spiega? «Emergency è una struttura neutrale. Non abbiamo armi. Curiamo chiunque ne abbia bisogno senza guardare in faccia nessuno. Operiamo in zone difficili. Qualcuno mi convinca che ci sono medici italiani che rischiano la vita per anni in zone di guerra e poi si inventano un attentato contro il neogovernatore della regione. Ma per favore…». (more…)

A Marjah liberata dai talebani i marines risparmiano l’oppio

marzo 22, 2010

I duemila marines americani e le truppe britanniche che hanno da poche settimane liberato il distretto di Nad Alì e la città di Marjah dai talebani hanno rinunciato per ora a distruggere le coltivazioni di oppio risparmiando i campi di papavero pronti per il raccolto. Dopo molte indiscrezioni in proposito la conferma è giunta dai reportage da Marjah del New York Times e del Miami Herald.

La decisione del comando alleato punta a guadagnare il consenso degli abitanti della zona, per lo più contadini che vivono al 70 per cento della coltivazione del papavero. Secondo un ufficiale citato dal New York Times, le truppe alleate hanno l’ordine di non distruggere le piantagioni mentre fonti sentite dall’agenzia Reuters sostengono che l’obiettivo è attendere l’imminente raccolto per comprare l’oppio direttamente dai coltivatori e distruggerlo. In questo modo si priverebbero i talebani della principale fonte di finanziamento senza mettere in difficoltà gli agricoltori ai quali verrebbero poi offerte colture alternative ma altrettanto redditizie. (more…)

Armi, spie, enti e cultura: l’offensiva iraniana in Afghanistan

febbraio 6, 2010

Il regime di Teheran muove parecchi fili in Afghanistan e mai come ora sta raccogliendo i frutti di una semina che è cominciata anni fa. L’Iran ha una lunga frontiera con l’Afghanistan e molti afghani sono sciiti. E’ immediato, dunque, pensare che Teheran abbia le mani in pasta nella fase di instabilità che sta vivendo l’Afghanistan. E’ evidente anche l’accresciuto interesse: più Washington è impantanata in territorio afghano e meno ha possibilità di intervenire in alcun modo in Iran.

Nutrire il terrorismo, dunque, è missione prioritaria per la Repubblica islamica iraniana. L’Iran rappresenta il corridoio per il passaggio di uomini e armamenti in Afghanistan e in Pakistan, e resta attivo nonostante l’impegno delle forze internazionali. La base di Ansar, nel nord est dell’Iran, è punto nevralgico per tutto ciò. La zona di Herat, in Afghanistan, è un crocevia di smistamento delle armi benedette dai Mullah. (more…)

I funzionari Cia uccisi in Afghanistan furono traditi da un agente «doppio»

gennaio 5, 2010

Un agente doppio ha assassinato in Afghanistan i sette funzionari della Cia ed uno 007 giordano. Un terrorista che lavorava tanto per l’intelligence che i militanti. Una trappola resa possibile dagli errori – fatali – commessi dal team americano e dalla voglia di catturare il braccio destro di Osama, Ayman Al Zawahiri, presunto obiettivo di un’operazione clandestina. A rivelare i particolari iniziali della spy-story la rete statunitense Nbc, seguita poi da conferme ufficiose.

L’AMO – Un anno fa la GDI, il servizio segreto giordano, arresta un dottore di 36 anni, Humam Abu Mulal Al Balawi. L’uomo vive a Zarqa, la città natale di Al Zarkawi, ed è legato all’estremismo. I giordani lo convincono a diventare un infiltrato. E’ la loro specialità, da anni collaborano con gli americani proprio in questo tipo di missioni.

INFILTRATO – Al Balawi viene mandato nell’area tribale pachistana, con il compito di trovare informazioni sui capi qaedisti ed in particolare Al Zawahiri. La talpa è gestita da un agente giordano, il capitano Sharif Bin Zeid, basato nell’avamposto americano Chapman a Khost. L’ufficiale fa parte di un team Cia – 15 elementi – guidato da una donna, una veterana e madre di tre figli. Per mesi Al Balawi sembra essere una carta importante. Difficile pensare che non offra qualcosa agli americani e ai giordani. E’ possibile che fornisca dati poi usati per lanciare raid con i velivoli senza pilota. (more…)

Il dèjà vu afghano: nuovo Vietnam americano o nuovo Afghanistan sovietico?

dicembre 5, 2009

Al di là della retorica, il discorso di Obama che ha annunciato l’invio di altri 30.000 soldati americani in Afghanistan mette a nudo l’assenza di una chiara strategia americana nella crisi centro-asiatica, in uno scenario che ricorda sempre più da vicino il Vietnam americano e l’Afghanistan sovietico – scrive l’analista pakistano Ayaz Amir

C’è un senso di déjà vu in tutto questo. Tutto ciò è qualcosa che abbiamo già conosciuto in passato. I sovietici seguirono la stessa strada, e cosa dimostrarono con i loro sforzi? Non riuscirono a pacificare l’Afghanistan più di quanto stiano facendo adesso gli americani.

Alla fine dovettero andarsene, e quella fu la cosa più sensata di tutta la loro avventura afghana, iniziata con grandi speranze nel dicembre 1979 e risoltasi in una situazione umiliante nel febbraio 1989. Ci vuole uno sforzo di fede per credere che ciò che non ha funzionato per il Cremlino di Breznev funzionerà per la Casa Bianca di Barack Obama. 

Sono senza dubbio pensieri tristi e deprimenti, ma i fatti, purtroppo, non vanno a sostegno di una conclusione differente. Obama si appresta a inviare altri 30.000 soldati USA in Afghanistan, che verranno dispiegati nei prossimi sei mesi. Poi gli Stati Uniti inizieranno il ritiro da quel paese, dopo diciotto mesi. (more…)

La prima sconfitta di Obama

novembre 15, 2009

imagesWashington medita, i soldati in Afghanistan cedono una zona strategica ai talebani

“We’ve got people inside our wire!”. “Sono dentro!”. Mai, mai era successo prima in Iraq e ora in Afghanistan di ascoltare via radio questo grido d’orrore dalla bocca del comandante di un Cop, Combat outpost. Il Cop è un fortino militare in Asia, come un puntino disegnato sulle mappe americane dalla strategia del generale Stanley McChrystal. La strategia afferma: spargerai le tue truppe il più possibile per tutti gli angoli del paese che il presidente degli Stati Uniti ti ha chiesto di pacificare. In questo caso – nel caso di Cop Keating – tra le montagne remote ma strategicamente irrinunciabili del Nuristan.

Regola numero uno. I Cop e le altre basi più grandi sono bolle sigillate a tenuta stagna posate sul territorio nemico, gli americani stanno all’interno e i guerriglieri devono rimanere all’esterno. Poi i soldati escono fuori per intraprendere tutte le operazioni di controinsurrezione necessarie, escono per combattere o più spesso per andare a parlare con i capivillaggio locali, per mettere in piedi un ambulatorio medico o per sfondare la porta di un ricercato di al Qaida e portarlo via dentro un sacco nero. Ma i guerriglieri non devono riuscire a penetrare all’interno di un Cop. E’ come se vigesse l’extraterritorialità delle basi, sono un pezzo di suolo d’America. Per come sono irti di difese, tanto varrebbe accettare l’idea che se i talebani possono espugnare le basi oltremare allora possono anche sbucare da dietro una scrivania dentro la Casa Bianca. Ci sono visori a infrarossi, telecamere ad alta definizione, bastioni fortificati, copertura aerea, armi dappertutto. Sulla regola numero uno non si può transigere, perché sarebbe l’inizio della fine. I soldati americani possono farsi ammazzare in imboscate, essere attaccati da autobomba, farsi prendere a fucilate, colpi di razzo, raffiche di mitragliatrici, ma devono sempre poter contare sul ritorno e su una dormita sicura al Cop: è la loro cassaforte. (more…)

Al Qaida emigra in Asia Centrale

ottobre 18, 2009

AHA6VX6CAP4UN2BCAXWMVD3CA2EEQGQCA9AQJ3ICAMWR57ACAS4G1HBCAFD02M0CAYVTCUACA1WE0KUCAI12CW3CA78MGG3CAUL4VNQCANRG5WZCAE0NMM4CA7KYKJ1CAQRHLATCAOIUESJCAVB2IEGL’espulsione dei salafiti jihadisti dalle loro roccaforti in Pakistan e Afghanistan, per mano delle offensive condotte dall’esercito pakistano, spingerà questi gruppi nelle vicine regioni dell’Asia centrale che si estendono fino alla Cina, determinando così un’espansione dell’arco della crisi nella regione, non certo un suo ridimensionamento – scrive l’analista giordano Murad Batal al-Shishani

I mezzi d’informazione hanno recentemente riportato il messaggio del salafita jihadista Abu Yahya al-Libi, un membro di al-Qaeda. Il messaggio, intitolato: “Turkestan orientale: la ferita dimenticata”, incitava i musulmani cinesi al jihad, alludendo chiaramente ai musulmani uiguri nella regione dello Xinjiang cinese. Si ritiene che gli uiguri nella regione siano circa 10 milioni, mentre i musulmani sarebbero circa 24 milioni in tutta la Cina. Anche i più fondamentalisti fra gli uiguri raramente si definiscono “musulmani di Cina”. Essi ritengono piuttosto di essere un’etnia distinta dai cinesi Han. Accanto ad essi vi sono i musulmani Hui, che si ritiene siano più di 10 milioni. (more…)

Afghanistan: Obama al bivio

ottobre 15, 2009

imagesI generali chiedono massicci rinforzi per non perdere la guerra. Il Premio Nobel per la pace deve decidere cosa fare

Sono giorni cruciali per il futuro dell’Afghanistan.
Mentre a Kabul si attende il verdetto della Commissione Onu che sta verificando i brogli elettorali alle elezioni presidenziali del 20 agosto per sapere se ci sarà o no il ballottaggio, a Washington il Premio Nobel per la pace, Barack Obama, sta decidendo come rispondere alla richiesta di rinforzi giunta dal generale Stanley McChrystal, comandante delle operazioni militari alleate in Afghanistan.
Mandare al fronte altri 40 mila soldati come chiedono militari e opposizione repubblicana?
Mandarne solo 10-15mila come suggeriscono il ministro della Difesa, Robert Gates, e il ministro degli Esteri, Hillary Clinton?
Non mandarne affatto come chiede il vicepresidente Joseph Biden assieme alla gran parte del Partito Democratico?
O addirittura iniziare un graduale ritiro come chiedono sempre più cittadini americani impensieriti dall’incubo di un nuovo Vietnam? (more…)

Il bambino e la guerra

settembre 21, 2009

imagesdi Adriano Sofri

IL sito di Repubblica ospitava ieri la sequenza di 19 fotografie in cui compariva un bambino fra tante persone adulte, con un basco da paracadutista della Folgore calato sulla testa biondissima. Il bambino ha due anni, si chiama Simone Valente, è figlio di Stefania e del sergente maggiore Roberto, che tornava ieri in una bara dall’Afghanistan insieme ai suoi compagni caduti.

Sono immagini che colpiscono, commuovono e fanno pensare. Fanno pensare a noi, all’Italia, a Soccavo, Napoli: ma anche, in un modo imprevisto, a Kabul e Herat e Kandahar.

In una foto c’è una fila ordinata di persone. Si capisce che stanno aspettando qualcosa. Sono donne in abiti civili, alternate a uomini in divisa. Non se ne vedono i visi, perché la foto è tagliata in alto per tenere in primo piano una figura di donna chinata e una di bambino. Tra le figure della fila si distingue una sciabola e un’uniforme di corazziere. Ultima nella fila è la figura del maggiore dei paracadutisti Gianfranco Paglia, che fu ferito gravemente in Somalia nel 1993, ricevette la medaglia d’oro ed è oggi parlamentare: lo si vede quasi per intero, perché è seduto sulla sua carrozzella. È forse alla sua volta che il piccolo Simone vorrebbe andare. Ha rotto le righe, e sta un passo avanti, la testa nuda, una maglietta celeste e i jeans arrotolatissimi: sua mamma lo tiene per mano, o piuttosto gli tiene la mano fra le sue, accovacciata sui calcagni, con dei grandi occhiali neri. Si tirano fuori gli occhiali scuri in giornate come questa. La signora ha il viso serio, sta ascoltando qualcosa che Simone le dice. La conosciamo un po’, grazie alla pagina di Conchita Sannino, e conosciamo il padre di Simone e sua nonna, che ora è anche lei nella fila. (more…)

MORIRE PER LA “PATRIA”

settembre 18, 2009

AW9TVVBCAXBCX13CACBETZLCAEZ75RWCADBFV34CA62GE3HCAHCSHFDCAZ6FWJECAYS7VVICAW81RKMCA3G3HTSCAJD8GWCCAC1HBI0CAS9I5D1CAFIS9AJCA1KK53QCAVGMNUXCAZ3EXYRCABBBDXKL’arma migliore dei talebani? Le mine anti tank italiane “Tc6” – ORDIGNI DATE DAGLI AMERICANI AI MUJAHEDDIN AFGANI ALL’EPOCA DELL’INVASIONE SOVIETICA – DISSOTTERATE DAI TALIBAN VENGONO MESCOLATE A GRANATE, FERTILIZZANTE E TUTTO QUELLO CHE SI TROVA SUL MERCATO PER AUMENTARNE GLI EFFETTI…

Lorenzo Cremonesi e Guido Olimpio per il “Corriere della Sera”

L’arma migliore dei talebani? Le mine anti tank italiane «Tc6». Le usano in serie di tre o due, a volte le «mescolano» con il fertilizzante per aumentarne gli effetti. Ordigni capaci di distruggere un blindato o di fare strage in una colonna di mezzi.

 

Fonti statunitensi hanno confermato di recente, in modo informale, che la buona parte degli ordigni usati contro la coalizione sono proprio di origine italiana. Le «Tc6» erano state fornite dagli americani ai mujaheddin afghani all’epoca della resistenza contro l’Armata rossa. Migliaia, anzi milioni di pezzi, sistemati ovunque e senza mappe. Con il tempo sono state dissotterrate dai talebani, che le hanno riciclate per gli attentati contro le truppe dell’alleanza. (more…)

La produzione di droga in afghanistan

settembre 4, 2009

15648Intervista al direttore del programma antidroga dell’Onu a Kabul, Jean-Luc Lemahieu

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla produzione di oppio in Afghanistan, appena pubblicato dall’Unodc, conferma le previsioni di un ulteriore calo dell’estensione delle piantagioni di papavero da oppio e del tariàk, l’oppio grezzo in lingua locale. I campi di papavero, che nel 2008 coprivano 157 mila ettari, quest’anno sono diminuiti del 22 percento, passando a 120 mila ettari.
Il nuemero delle province produttrici di oppio è sceso da 20 a 18: Kapisa e Baghlan sono diventate ‘poppy free’.
Più modesto il declino del raccolto 2009 a causa della maggior produttività delle piante: dalle 7.700 tonnellate dell’anno scorso alle 6.900 di quest’anno, ovvero 10 percento in meno.
Notevole il calo di coltivazione nella provincia di Helmand, la ‘capitale’ dell’oppio, dove le piantagioni di papavero sono diminuite di un terzo grazie al progetto delle ‘Food Zone’ (sementi alternative e sostegno per la vendita ai contadini che abbandonano l’oppio) sperimentato dal governatore provinciale, Gulab Mangal.
Prosegue anche il calo del prezzo dell’oppio, sceso mediamente di un terzo rispetto all’anno scorso. Questa è la vera causa del calo di produzione a cui si assiste negli ultimi anni.
Jean-Luc Lemahieu, direttore in Afghanistan dell’Unodc, ci ha spiegato che la diminuzione che si registra dopo il record di due anni fa non è il risultato della campagna antidroga, ma l’effetto delle leggi di mercato: dal 2004, infatti, l’Afghanistan produce molto più oppio di quello che il mercato mondiale può assorbire, quindi i prezzi sono crollati rendendo necessario un rallentamento della produzione per riequilibrare domanda e offerta. (more…)

L’ORRIBILE IMMAGINE DEL CONTADINO SNASATO DAI TALEBANI

settembre 1, 2009

31696VOLEVA VOTARE E CON UN COLTELLO LO HANNO MUTILATO DI NASO E ORECCHIE – “ci sono state molte più violenze contro gli elettori di quanto sia emerso dai media

Lorenzo Cremonesi per il “Corriere della Sera”

«Sapevo che poteva essere pericoloso. Nelle settimane precedenti le elezioni i talebani avevano avvisato la popolazione che avrebbero tagliato naso e orecchie a chiunque avesse votato. Ma la mattina del 20 ho deciso che dovevo andare al seggio. Pensavo, e penso tutt’ora, fosse l’unico modo per portare la pace nel nostro povero Paese», dice con un filo di voce Lal Mohammad. Una fessura sanguinolenta in mezzo al viso e due moncherini dove prima c’erano le orecchie. Vestito con un pigiama azzurrino, stracciato a una gamba e sporco di sangue, ci riceve nel reparto chirurgia plastica dell’ospedale Maiwan, nel cuore di Kabul. (more…)

Una guerra fatta di errori

agosto 20, 2009
imagesBARBARA SPINELLI
Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba. (more…)

Perchè i talebani stanno vincendo

agosto 15, 2009

imagesL’analisi di Kimberly Kagan per Foreign Policy sulla guerra in Afghanistan: ‘Gli ultimi anni sono stati un fiasco dal punto di vista strategico, ma questa guerra si può ancora vincere’

Ci sono tre cose molto interessanti in questo documento: la prima, è che non viene mai usata la parola “talebani”. Difficile che sia un caso. Più probabile che sia indice di una nuova visione del rapporto tra la politica estera Usa e gli insorti afgani.
La seconda è che parlando della zona intorno a Lash-Kargah, dove combattono da anni isoldati inglesi (considerati da tutti gli analisti militari gli unici che combattono sul serio in quel Paese), la Kagan mette in luce una contraddizione dove chiede maggiore e più concentrato intervento militare (come è appunto in quella zona) per ottenere qualche risultato. Ma chi è stato nell’Hellmand sa bene che non c’è nessun controllo della situazione da parte delle foze militari straniere in quella zona.
La terza è che, come oramai molti dicono, anche il consigliere del capo di tutte le forze di occupazione occidentali ammette che il governo di Karzai non rappresenta il Paese e non è riconosciuto dagli Afgani. (more…)

In Afghanistan c’è un solo sindaco donna a sfidare la rabbia talebana

luglio 7, 2009

imagesIndossa il chador con mitezza Azra Jafari. E’ la prima e unica donna sindaco dell’Afghanistan, amministra la cittadina di Nili, nella provincia del Dai Kundi, una regione nella quale sono molto frequenti i rapimenti di operatori stranieri e dove l’esercito di Kabul deve far fronte alla guerriglia islamica. Un termitaio di tagliagole, separatisti sciiti e squadroni della guerra. Azra Jafari, esule in Iran tornata al seguito dell’invasione angloamericana del paese nel 2002, è uno dei simboli più belli dell’Afghanistan post talebano, ma anche uno dei pegni più fragili della sua sopravvivenza. Dietro Azra c’è una scia impressionante di insegnanti, attiviste dei diritti umani e poliziotte assassinate dall’insorgenza fondamentalista. (more…)