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ARBASINO A MANHATTAN SFOTTE CATTELAN

dicembre 23, 2011

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino per “la Repubblica“, da “Dagospia

…Come ci si sente lontani, qui, nei quartieri del lusso, dal vecchio Village, ove tante strade, oggi indifferenti, erano un tempo circonfuse da aure nostalgiche: Christopher, Grove, Stonewall, Waverly Place… E poi, più recenti secondo le mode, a Soho: Prince, Spring, Broome, Wooster, Greene, Mercer…

Variano anche le battute, nelle vignette e in tv. Saranno più anziane o più giovani?… «O è psicotico, o si appella alla base»… «Sono sicuro che siete bravissimo, ma non mi interessa sentirvi parlare di tasse»… «Possibile che questo elaborato tatuaggio sia venuto qui da solo?»… «Non che mi lamenti, ma non mi sarei mai aspettato di vedere uno scoiattolo gigante da un altro mondo che pulisce la strada»… «Prima dell´invenzione della ruota, i primitivi restavano delusi dai pneumatici quadrati»…

«Quando non porti la cravatta, poi ti gratti il collo per tutta la notte»… «Non si cambiava i jeans neanche davanti al computer»… «Qui si mette sempre peggio» (con un telefonino, da un ascensore bloccato, dove un chitarrista sta cominciando a suonare). E i vistosi annunci: uno che lascia le scene, due che divorziano, una che è incinta… Disturbing.

Un evento è la mostra di Cattelan al Guggenheim Museum: il «typically Italian» di turno. Anche qui: «perversely seductive and disturbing», giacché si tratta di oltre cento provocazioni e trasgressioni e irriverenze pendenti nel grande vano, e non nelle nicchie alle pareti che hanno sempre avuto l´inconveniente di presentare quadri rettangolari sopra un dislivello discenditivo.

Le molte impertinenze e insolenze sono appese al soffitto con cordami di lunghezze diverse: ecco dunque variamente impiccati bambini (come già a Milano), televisori, calcio-balilla, asinelli, tappeti, Hitler, piccioni veneziani, scheletri di animali. Per la gioia di chi fotografa. Ma indubbiamente starebbero meglio isolate, le singole opere. Come nel caso dei “mobile” di Calder, l´accumulo fa inevitabilmente magazzinaggio.

Quanto lavoro per tanti addetti: imbalsamatori, cordai, fissatori, esperti di riempitivi, anche per le mescolanze fra Picasso e Lichtenstein. Nessuna dissacrazione anti-musulmana, e parecchie invece anti-cattoliche. Tipicamente, il papa Wojtyla atterrato non dalle pistolettate dell´attentatore Ali Agca, bensì da un meteorite-metafora.

Nelle sale adiacenti, sempre i capolavori della collezione Thannhauser, con i magnifici Picasso antichi e recenti. Ma qui si avverte l´assenza dei suoi meravigliosi “Saltimbanchi”, ora alla National Gallery di Washington. E già descritti da Rilke nella quinta Elegia Duinese. «Là vizzo, rugoso, l´atleta, – il vecchio, che batte solo ancora il tamburo, – nella sua pelle potente rientrato, com´essa – due uomini prima vestisse…».

…Passeggiando… Al Whitney Museum, “Real/Surreal” espone un´antologia di incontri-scontri fra Realismo e Surrealismo nell´America tra le due grandi guerre. Quadri, disegni, foto. Allucinazioni quotidiane in luoghi urbani immediatamente riconoscibili e inverosimili. Nevicate, labirinti, fonderie, spiagge, binari, false prospettive e proporzioni ingannevoli. Notturni solitari e metafisici, pupazzi come in De Chirico.

Ma anche l´isolazionismo nazionalista delle Piccole Città alla Spoon River. Analisi di tipi e comportamenti psicologici dietro la fissità delle fantasticherie attonite. Qui, soprattutto Jared French (1905-1988), accanto alle tipiche magie di Edward Hopper, Joseph Cornell, Grant Wood, Philip Guston, Man Ray, e tipicamente Yves Tanguy, in zaffate di surrealismo europeo.

Accanto, oltre a brevi “corti” marini di Lichtenstein, “La seduzione di Galileo Galilei”, di Aleksandra Mir. Video con una gru che prova a costruire una torre di vecchi pneumatici, ma a causa della forza di gravità continuano a cascar giù. E su un altro piano, una collezione di giganteschi cubi nuovissimi di David Smith, perfettamente in ordine malgrado il titolo fuorviante di “Cubi e Anarchia”.

Intanto, in giro, cosa sarà più trendy, fra gli shopping events?
Bottiglie in forma di teschi, Tacchi di plastica, Pareti a strisce e pois. Conferenze su «Come fare apposta gli sbagli». Dibattiti su «La libertà di espressione deve includere la licenza di offendere?». Grand Guignol & Assenzio.

The Cannibal, The Occulter, Closet Divas & Divos, Jewish Culture Downtown, I Droni e l´Universo, «Come ho capito che non tornerai a casa», «Può un´opera trionfare per la Pace e la Verità?», «Un giardino semovente interattivo», «Solo urli e strilli», «Super Mario 3D Land, per Nintendo 3DS»…

E un tormentone d´attualità: sarà adesso più trendy come immagine, Bob Dylan o Cary Grant?

Quei teatrini di ombre nella mia Bali deserta

novembre 22, 2011

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Al teatro Valle… Ivi, correndo l’anno 1967, tradussi e misi in scena Prova inammissibile di John Osborne, appena visto a Londra. Su richiesta di Vito Pandolfi, direttore dello Stabile di Roma, e persona frugale. Ma non c’erano soldi! Anche allora.

Eppure – si arzigogolava – per quella meraviglia adorata dagli spettatori che è l’acqua vera in scena, basta chiamare l’idraulico, tipo bagno o cucina a casa. E al culmine del realismo, per unGiardino dei ciliegi basterebbe ordinarne una camionata a qualche vivaista di Pistoia. In quanto all’alta metafisica, sempre lasciare il fondale del palcoscenico, bruto, coi cartelli di «Vietato Fumare» e «Uscita» e un po’ di sgorbi graffiti? Per le stesse esigenze di rinnovo stilistico, in quel medesimo anno, il sovrintendente bolognese Badini mi commissionò una Carmen con le scene di Vittorio Gregotti e i costumi di Giosetta Fioroni. Finì con un tumulto di «Fuori i capelloni!» quando entrarono in scena i coristi con le solite parrucche, non di contestazione ma di routine magazziniera, economica.

Al Valle da noi soli occupato e senza soldi, c’erano difficoltà nel realizzare concretamente, e non come happening una tantum, quell’ambiente di incubo e oppressione prescritto nelle didascalie per le angosce oniriche dell’avvocaticchio protagonista. Con lo scenografo Luca Sabatelli, disponemmo il suo letto spaesato e scomodo in un salone degli sportelli da vecchia banca, con ante anonime. E un’angoscia iniziale: luci che aumentavano e calavano col ritmo del respiro, mentre un ticchettio ossessivo riproduceva le pulsazioni cardiache. I magistrati assillanti salivano e scendevano asimmetrici cambiando abiti e personalità, rimbrottando e tormentando Tino Carraro, in temporaneo allontanamento dal Piccolo Teatro. E preoccupato per un suo parrucchino da giovanotto che gli dava sicurezza ma si notava un po’ troppo.

Bravissima ed elegantissima in tre toilettes diverse, Nora Ricci impersonava tre tipi di una medesima signora. Fra i problemi dibattuti alle prove, la pronuncia all’italiana del nome «Shirley». Si citava l’anziano Tullio Carminati, in un remoto Anouilh diretto da Visconti. Discussioni sulla pronuncia di «bar». «Ma Luchino, tutti sanno che ho recitato in America, dove si espira tipo bohh». A nulla valse: «Bar come nei bar sport milanesi».

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Strauss di qua, Strauss di là. Ad ogni ennesimo eccellente Rosenkavalier , si rammentano varie esecuzioni memorabili fra la Scala e Vienna e Salisburgo e Monaco. Karajan, Böhm, Solti, Carlos Kleiber, con scene e regie pressoché immutabili. E stupendi «cammei», per la gioia dei fans.

Splendida ma sconsolata, a tu per tu con lo specchio alla toilette, Elisabeth Schwarzkopf si affliggeva sui segni dell’età, benché nel ’52 appena trentasettenne alla Scala. E sebbene Richard Strauss medesimo, alle prove, ripetesse alle interpreti che la Marescialla ha solo trentadue anni, dunque non sarà certo al suo ultimo amore. Non per nulla Renée Fleming tirava fuori uno specchietto dalla borsetta e si dava una sistemata alle labbra, soddisfatta del suo look. E quante ambiguità nel fazzolettino del congedo finale. Provvisorio?

E così, negli spettacoli lungamente immutabili fino al commiato viennese di Kleiber, quanti virtuosismi minimali si applicavano al birignao dialettale viennese del mezzosoprano doppiamente «travesti», giacché uffizialetto aristocratico mascherato da servetta smorfiosa. Leziosità vernacolari, per dire all’infoiato Barone che la finta fanciulla non beve vino: «Nein nein, nein nein, ich trink kein Wein». Ma una bravissima Trudelise lo pronunciò tipo sergente, ingollando una caraffa di vino davanti all’allarmatissimo Barone. Delizia del pubblico.

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Alla recente buonissima Elektra, all’Opera di Roma, si ammirano i protagonisti salisburghesi: il maestro Soltesz e il regista Lehnhoff, con Felicity Palmer tragica meravigliosa Clitennestra e la sensazionale Eva Johansson quale megera stravolta, creatura del Dottor Frankenstein. Lo scenario asimmetrico segnala quanta densità di espressionismo già nel 1909 si agitava sotto quest’opera. E naturalmente si attende la macelleria che giunge puntuale alla fine. Ma si rievocano intanto illustri interpretazioni storiche: Astrid Varnay, Birgit Nilsson, Leonie Rysanek, Jean Madeira, Marjana Lopovsek, Deborah Polaski, Christel Goltz, Cheryl Studer, Brigitte Fassbaender, Eva Marton, Hildegard Behrens…

Una volta, la si rappresentava con un’altra opera in un atto: tipoCavalleria e Pagliacci. E così, alla Scala, con Dimitri Mitropoulos, si trovava con l’Arlecchino di Busoni. A Roma, con l’Oedipus Rex di Stravinskij.

Per questo ci si trovò lì una domenica pomeriggio nel 1965, con Aldo Palazzeschi e Cesare Brandi e Corrado Cagli e Aurel Milloss e Roman Vlad e parecchi altri, giacché l’allestimento dell’Edipo si doveva a Giacomo Manzù, con la regia di Squarzina e la direzione di Antal Dorati. Mirto Picchi figurava nelle due opere. Ma sensazionali (come al solito) furono Inge Borkh e Marta Mödl nella Elektra .

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Nel trentennio dalla morte di Eugenio Montale, alcuni devoti fedeli rammentano un suo mottetto del 1937 che termina con una parentesi, e un inizio in minuscole: «(a Modena, tra i portici, – un servo gallonato trascinava – due sciacalli al guinzaglio)».

Sciacalli a Modena? Poteva apparire un’anticipazione del Celentano di «Dov’è il leone? Chissà dov’è». Ma secondo Antonio Delfini, modenese storico e autore di Modena 1831 , quel servo gallonato era una popolare figuretta in città. Anche perché chiamava siacalli , con una «s» assai marcata, i due cani che ogni sera doveva portare a spasso.

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Si incomincia a considerare le età. Pierre Boulez, vivace a 86 anni, dirige il suo Pli selon pli al Conservatorio milanese, per «MiTo». E come appare tutto epocale, memoriale, nostalgico. A partire da Mallarmé come impulso testuale, e non quale «ispirazione» alla Debussy per quel Fauno suo e di Nijinskij. Ecco, soprattutto, la posizione centralissima strumentalmente attribuita al Dubbio del Giuoco Supremo di Mallarmé nell’«abolire un merletto». Grande Giuoco? Mah, chissà, in una partitura tutta spezzettata e smerlettata, piena di soffi e singulti e fremiti così caratteristici degli anni Cinquanta, tra un «fortissimo» iniziale e un altro finale. (Quando «abolire i centrini della nonna» pareva un problema centrale per le vecchie zie sfollate nel dopoguerra).

Poco prima, la celeberrima metafora del Cigno, che probabilmente si abolirà anche lui, giacché tanto incastrato in un ghiaccio d’altri tempi. (Come sono cambiate, le stagioni). Ma forse, giocando sull’analoga pronuncia di «Cygne» e «signe», qui si intende anticipare un’agonia del Segno, un esilio morente della Semiotica già in voga. E nel terzo sonetto, la nube «accablante» non rammenterà la «chaleur accablantée» delle operette di Offenbach allo Châtelet?

Anche un certo effetto di gamelan balinese pare tipico dei tardi anni Cinquanta, quando i parigini sofisticati non si contentavano più come Debussy o Artaud dei complessi indonesiani alle vecchie Esposizioni Universali. E i mecenati inglesi portavano a Surabaja e Bali e Tokyo compositori come Benjamin Britten e Colin McPhee che infiltravano di orientalismi la tradizione colta occidentale; e caricavano di percussioni «eterofoniche» (eccole lì!) una stilizzazione orchestrale piuttosto dimagrita e «religiosa». Pli selon pli eCurlew River di Britten risalgono agli stessi primi anni Sessanta.

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Ah, quella Bali deserta. C’era solo un chiosco, e non un aeroporto. Solo due alberghi. Niente elettricità e niente automobili. Un concierge accompagnava nei villaggi in festa: gamelan, Ramayana, danze guerriere di scimmie sedute, Ketchak, teatrini d’ombre, trascendenze e malefizi in costumi complessissimi…

Generalmente si era l’unico forestiero, fra le torce e i Barong. Ma se si offriva di pagare un biglietto, rimanevano sorpresi: mai capitato.

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Quante nostalgie per la Piccola Scala. Vi si assisteva a eccellenti Così fan tutte e Clemenze di Tito e Ratti dal Serraglioe Mahagonny, oltre naturalmente ai capolavori di Cimarosa, Pergolesi, Paisiello, Haendel, Rossini, Donizetti, Monteverdi. Ora, di quest’ultimo, Il ritorno di Ulisse in patria appare isolato e sperduto nell’immenso palcoscenico scaligero. Così come L’opera da tre soldi appariva smarrita con la sua minuscola orchestrina nel vasto Admiral berlinese, benché affidata a popolari divi del rock.

Come fondale al – praticamente – recital o recitar cantando degli eccellenti solisti, pare imbarazzante non scorgere addobbi veneziani o mantovani d’epoca, bensì quei parallelepipedi bassi e piatti che a Berlino, presso la Porta di Brandeburgo, costituiscono il Memoriale per le Vittime dell’Olocausto, in una moltitudine di turisti fotografi. Riecco i Proci-Froci, tipo i Marchesini tutti-zazzerette, nei classici Molière di Strehler, coi monumenti tombali sul fondo… Cultura? La serata, benché culturalmente doverosa, può risultare deprimente. E tanti vecchi fans scappano nel primo intervallo.

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Nessun commento, parrebbe, a un primario evento musicale romano: la «Settima» di Bruckner diretta a San Paolo (fuori le Mura) da Georges Prêtre, ma coi Wiener Philharmoniker. E naturalmente con la medesima «Ottava» mahleriana, diretta da Antonio Pappano a Santa Cecilia, poco fa.

Nei due casi, pare dimostrato che questa Sinfonia nasce già incasinatissima e abnorme. Fra i mille esecutori, la maggior parte fa soprattutto confusione. E nella lunga seconda parte, circa il finale del Faust goethiano, si finisce per desiderare purezza, limpidezza, essenzialità, nitore.

Così, ascoltando Bruckner, torna ovviamente alla memoria lo splendido Senso visconteo; con alcuni storici aneddoti veneziani. La dama che per raggiungere l’amante si faceva avvolgere ogni sera in un tappeto, che i camerieri portavano fuori davanti al marito che nel salone giocava a carte con gli amici. La dama che ai ricevimenti ufficiali diceva «il Negrus», e poi si stupiva: «ma è bianco?». E ridacchiava quando il Gran Senusso parlava con tenerezza dei figli, perché avendo capito «il Grande Eunuco» lo trovava spiritoso. Mentre un gentiluomo rientrando prima del solito incontrò sulla porta il ragazzo (che conosceva bene) amante della consorte, e lì: «Così giovane, e già a puttane». E una coppietta, in giro (come in Senso ) per i campielli, a trovare un angolino oscuro, fa appena in tempo a dirsi «Je suis coiffeur à Paris, et toi?», e da una finestraccia buia a mezzo metro si sente: «E tì, te xe un reciùn de l’ostrega!».

Senza voci la patria della lirica

Mag 2, 2011

Finita la stagione di nomi leggendari come Di Stefano, Tebaldi, Corelli, Simionato. Cartelloni pieni di stranieri che cantano in un italiano barbaro

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Fra gli automi semoventi rievocati nel volume Il Turco, ho fatto in tempo a incontrarne a Roma almeno tre. Due da Mario Praz che li teneva sotto un divano orientale in via Giulia, e non appena tirati fuori suonavano e ballavano in onore di Edmund Wilson. Un altro sedeva, naturalmente alla turchesca, nel salotto di Kiki Brandolini in piazza di Spagna; e opportunamente sollecitato fumava il narghilè, traendone magnifici sbuffi di fumo.

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Nell’immediato dopoguerra, al Carlo Felice genovese ancora sfasciato, Franco Zeffirelli presentò una Carmen con sigaraie abbigliate da Pier Luigi Pizzi tipo «noi siam come le lucciole, noi del Venticinque siamo le donne…». Umberto Tirelli e Danilo Donati, in vesti di megere, spazzavano qua e là per fa muovere le coriste immobili.
La protagonista Giulietta Simionato si accorse a un tratto che qualcuno rideva, mentre lei eseguiva l’assai impegnativa Seguidilla con pacche sul sedere e nacchere su un tavolone della taverna. Sbirciò dietro, e fulminò una delle megere che la stava imitando su un tavolino piccolissimo. (more…)

Una bella sforbiciata a Mahler. E a Proust

aprile 5, 2011

La musica e la letteratura: la potenza dell’originale contrapposta a un saggio lavoro di editing

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Gran buon concerto diretto da Antonio Pappano, a Santa Cecilia, con l’autentica sinfonia per l’Aida, finora ignota perché rinnegata da Verdi medesimo. «Numi, pietàà… Immenso Fthàà…». Torna in mente Bruno Barilli, cui un Matusalemme parmigiano raccontava di aver visto Verdi e la Stolz al mercato, in Piazza Grande. In quella canicola a trentadue gradi, si levavano i richiami usuali degli artigiani ambulanti: i venditori di terraglie o formaggi, gli aggiustatori di ombrelli… E il Maestro prendeva nota, cavando fuori un suo libriccino. E i suoi affezionati fans padani riconoscevano poi quelle quattro note fra i penetrali egizi antichi o moderni. (more…)

ARBASINO, AMORE MIO!

marzo 26, 2011

“LA CASALINGA DI VOGHERA SI È TRASFORMATA. OGGI È ALL’AVANGUARDIA. SE SI APRE UNA NUOVA BOUTIQUE, LA NEO CASALINGA È IN PRIMA FILA A COMPRARE LE COSE PIÙ STRONZE” – “VISCONTI E FELLINI MI AVEVANO CHIESTO DI FORNIRGLI IDEE. SI TRATTAVA DI PERDERE GIORNATE INTERE PER ANTIQUARI O ESPOSTI AI VENTI INVERNALI DI FREGENE. VASSALLAGGIO PURO, SUBORDINAZIONE. RIFIUTAI, CI FU QUALCHE DISSAPORE”…

colloquio con Alberto Arbasino di Malcom Pagani per l’Espresso, da “Dagospia

Certe seratine, le chiama Alberto Arbasino. E ricorda. Nomi e musiche, volti e voci. Pretesti per rimpiangere. “Con i Bellonci, Kiki Brandolini, Parise e Gadda ascoltavamo i 45 giri che riportavo dagli Stati Uniti. Frankie Lymon cantava “I’m not a juvenile delinquent” e l’ingegner Carlo Emilio poi mi telefonava angosciato dallo “strazio di quella vocina che si discolpa”. È passato mezzo secolo, forse più”.

Ora che gli amici sono diventati “delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti” e la nostalgia una distanza non sanabile dall’ottimismo: “Certo che mi mancano i miei compagni di conversazione. Là dove è seduto lei, un giorno ospitai Edmund Wilson”.

Arbasino vive i suoi 81 anni con “quel poco che mi è sempre bastato”. Sorride, copre la bocca con un pudore antico, si preoccupa che il sole non disturbi l’ospite alzandosi tre o quattro volte con vigorìa indifferente all’anagrafe: “Diete, cammino e nessun tabagismo. Le uniche sigarette della mia vita le ho fumate per darmi un tono”. Ambiente monastico, una macchina da scrivere, un disordine domato dalla memoria: “Quel foglietto dovrebbe essere proprio qui”.

In questi giorni, con Adelphi, Arbasino è in libreria con “America amore”. Novecento pagine sul suo ‘900 americano. Incontri, interviste, riflessioni, scrittori ubriachi. Pagine da aggiungere ai volumi che assecondando il flusso dell’abitazione-biblioteca riempiono anche il pianerottolo del suo appartamento romano. “In casa non entrano più, presto li regalerò al Vieusseux”.

Dice davvero?
“Mi riconosco raramente delle doti ma non ho mai mentito, detesto la vanità e sono assolutamente sincero”. (more…)

Grande party italiano

agosto 1, 2010

Conversazioni surreali di mezza estate. Alberto Arbasino le ha intercettate per noi

Nell’articolo: “Picchiame qua, mordeme dietro, batteme sotto, ora chiamame putana, subito!… Si sentiva in tutte le cabine, in tutta la spiaggia”

Alberto Arbasino per “Il Foglio

Quelli lì, a Napoli, nel Quattrocento, non li conosceva nessuno”.

“Quando arrivavano a Parigi vestite d’oro, erano sempre le più chic”.

“Brr, dovergli baciare quella mano così fredda, quando ci portavano lì a Pasqua per gli auguri”.

“Dalle valli ci scrivono ancora a Milano, fin dal Quattrocento. Cariiini”.

“Questa l’è zona mia. Dopo el ponte, comenza un’altra vecia”.

“Non ti puoi ricordare di me perché eri compagno di mio fratello mentre noi eravamo nelle classi delle piccole, ma ti dico solo una cosa: LA GUERRA!”.

“Nella parte bassa di Via Veneto, alla svolta della fioraia, c’è una gradinata o un pendio?… Non ricordo più”.

“Ben fatto, tutto il giardino pensile. Però manca soprattutto la piscina di mercurio, è essenziale”. (more…)

Scene e pitture (Füssli e altri)

Mag 22, 2010

Memorie lontane da una magnifica mostra e da palcoscenici d’antan

Alberto Arbasino per “Il Foglio

Ahi, che dispiacere, non aver potuto partecipare alla magnifica mostra “De la Scène au Tableau”, riunita da Guy Cogeval al Musée Cantini di Marsiglia, ora al Mart di Rovereto, e in seguito a Toronto. Mancanza di tempo serio, naturalmente. Ma soprattutto, limitazioni temporali – dalla fine del Settecento con David e Füssli all’alba del Novecento con Appia e Gordon Craig – che escludono ogni esperienza teatrale e visuale diretta, da raccontare. Un peccato, per chi nei giovani anni potè ammirare le scene e i costumi di De Chirico, Castrati, Cassinari, Cagli, Sironi, Clerici, i due Benois, Lila De Nobili, Léonor Fini, Eugene Berman, Salvatore Fiume, Foujita, Sciltian, Sassu, e Picasso, nonché Zeffirelli, Zuffi, Tosi, Pizzi, Ratto, Coltellacci, Damiani, Colonnello…

Ma le mie più lontane memorie del Neoclassicismo teatrale, purtroppo, risalgono ai memorabili colpi di calcagno e coturno di Maria Callas nella Medea alla Scala, e di Jean Marais nel Britannicus alla Comédie Française, per la risistemazione delle pieghe del manto pesante dopo la discesa di ciascun gradino. Senza la souplesse delle discese di Wanda Osiris cantando giù per scale ben più impegnative. Mentre la gestualità da statuaria greca tipica si ritrovava smandrappata fra centurioni scalcinati e legionari decrepiti – Pierre Dux e Pierre Fresnay, Bruti e Catoni e Pompei e Lentuli con gambe varicose, occhi bistrati, braccini molli, rughe frananti da vecchi setter, chiusura-lampo sulla corazza di plastica tipo sedile d’auto – nella Guerre civile di Montherlant che invece di liberarci dai Greci e dai Romani si ispira alla Farsaglia di Lucano (poeta chiamato da Marziale “l’Unico Cordovese”, come un torero). E sempre di Montherlant, sempre alla Comédie Française, tre ore senza intervallo di Port-Royal, alti portamenti e birignao di signore della scena, già “cameos” nei film Scalera e Itala e Invicta degli anni Quaranta, con le loro permanentine quasi albine, le alopecie da vecchi volpini, il riverbero del riflettore cheap nella doppia lacrimetta di glicerina: Germaine Kerjean, Annie Ducaux, Renée Faure, Berthe Bovy, Denise Noël. Ma suprema, l’eccelsa birbona Marie Bell, talvolta sublime Phèdre di Racine e talvolta birbantissima Voleuse de Londres in impiccagioni ottocentesche con un vecchio prefetto di polizia in preda a sconvenienti pâmoisons su “ces belles petites mains de voleuse”, sotto il patibolo. Ma (come con Edwige Feuillère), quale allure! (more…)

SOTTO L’ALBERO DEL POP-CAMP, ARBASINO ATTOVAGLIA IL SUO ‘PANETTONE

dicembre 26, 2009

NELLA TRASGRESSIVITÀ DI MASSA OGGIDÌ TANTO DILAGANTE E IMPERANTE E IMPELAGANTE, LE PUTTANE DIVENTERANNO ALTERNATIVE? E LE MOGLI? CONTROCORRENTE? E I FIGLI? CONTROMANO? E LE FIGLIE? CONTROVENTO? E I TRANS? ANTICORPI? Con mogli consapevoli che dicono “va con loro” ai mariti inquieti?…

Alberto Arbasino per La Repubblica

1 – LA GAGLIARDA PORCHERIA ANALE-POPOLARE DE ‘L’AMANTE DI LADY CHATTERLEY’
«Ci troverete dentro non meno di tredici accoppiamenti carnali, perché i personaggi vengono sempre seguiti non solo nella stanza da letto, ma fin dentro il letto!». E le tre donne della giuria tossiscono improvvisamente tutte insieme con le mani davanti agli occhiali.

Si era (mezzo secolo fa) nell´aula prima dei Law Courts londinesi. Boiseries scure, stucchi bianchi, luce indiretta dal lucernario tondo. Seggioloni maestosi con lo stemma reale impresso in oro sullo schienale di cuoio nero; e la spada (non le bilance) della Giustizia sopra il seggio del “Justice”, che spiega la nuova legge ai dodici giurati piccoli borghesi decenti e seri. Bisogna provare che una pubblicazione avvenga davvero nel pubblico interesse; e considerare un libro nel suo complesso, senza limitarsi a considerare oscena qualche riga avulsa dal contesto.

Due domande, quindi: il libro si ritiene osceno, tenuto conto di tutti i fattori? Se si risponde di no, qui finisce il processo, con una assoluzione per tutti. Se sì, la pubblicazione può essere giustificata dal pubblico interesse? (more…)

Arbasino, la difficile arte di essere frivoli

ottobre 18, 2009
imagesNon so se Alberto Arbasino rientri nei tre stadi dello scrittore da lui stesso indicati: promettente talento, solito stronzo, venerato maestro. È sempre stato un genio, Alberto, fin da quando nel 1963 se ne uscì con Fratelli d’Italia, e tuttavia oggi chi può essere davvero un venerato maestro? Oggi che si fanno spallucce anche di fronte a Proust o Kafka, a Flaubert o Joyce? Tantomeno incuterà la soggezione dovuta il Meridiano Mondadori appena uscito, perché, dopo averne dato uno a Camilleri, un Meridiano non si nega a nessuno, come il Nobel, che Alberto non avrà mai, troppo bravo. Il volume è curato da Raffaele Manica, professore di letteratura che incontrai anni fa a pranzo in un ristorante romano, quando già era impegnato a curare Arbasino, ma a me sembrava dovesse essere curato Manica, era disperato e sospirava: «Mi cambia sempre le date, i riferimenti, ogni giorno si ricorda qualcosa di nuovo e devo ricominciare daccapo». (more…)