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Alda Merini, talento indomito e precoce

febbraio 1, 2012

Alda Merini

Con i suoi versi trasfigurò l’ospedale psichiatrico: divenne rivelazione e sigillo di un destino di diversa

Daniele Piccini per “Il Corriere della Sera

Per parlare di Alda Merini è bene partire da un’ovvietà:prima che il manicomio battezzasse la sua follia, la Merini era già poetessa. Il suo destino di poeta non si determina con l’esperienza del ricovero, ma viene da lontano. Era nata a Milano nel 1931 insieme alla primavera, come ricorda in una poesia diVuoto d’amore; il padre faceva l’assicuratore, la madre la casalinga. A soli dieci anni vinse il premio Giovani poetesse italiane, ricevendo il riconoscimento dalla futura regina Maria José. Nella Milano della ricostruzione, adolescente, conobbe Giacinto Spagnoletti, che le aprì le porte del mondo intellettuale della città: lei che soffriva di non aver potuto completare gli studi entrò in rapporti con Maria Corti, Luciano Erba, David Maria Turoldo, Giorgio Manganelli. Con quest’ultimo intrecciò, ragazzina sedicenne (mentre lui aveva quasi dieci anni di più ed era già sposato), una relazione divenuta leggendaria, in seguito raccontata e messa in versi molte volte. Manganelli non era ancora lo scrittore affermato di poi, sebbene già prodigiosa fosse la sua erudizione, specie in letteratura inglese. Tanti anni dopo, dalle valigie di carte lasciate alla figlia Lietta, sarebbero emerse le sue poesie giovanili, dai toni così prossimi a quelle scritte dalla Merini degli inizi.

Già, le prime poesie. Spagnoletti intuì subito il valore della Merini e la inserì, quando ancora non aveva pubblicato quasi nulla, nella prestigiosa Antologia della poesia italiana (1909-1949), pubblicata da Guanda nel 1950. Fu ancora lui ad accogliere la sua raccolta d’esordio, La presenza di Orfeo (1953), nella collana che dirigeva da Schwarz. Sarebbero venuti di seguito i volumi Nozze romanePaura di Dio (entrambi del 1955) e Tu sei Pietro (1962). La prima Merini è mistica e pagana, tratteggia figure del mito e della religione con attenta cura retorica, in una lingua impastata di movenze classicheggianti. Sono poesie di tono lirico, non senza tratti barocchi, ispirate a una sorta di horror vacui, in cui si aprono spiragli di inquietudine e angoscia. Ad accorgersi, con la solita profetica capacità di lettura, degli indizi di un destino travagliato e tormentoso è Pier Paolo Pasolini, che della «ragazzetta milanese» scrive su «Paragone» nel 1954. Nell’articolo intitolato Una linea orfica, la Merini chiude il breve catalogo aperto da Girolamo Comi e Michele Pierri (che ritroveremo più avanti coinvolto nella vita della poetessa). Dopo aver parlato di «fenomeni patologici» ed essersi dichiarato disarmato «di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale», Pasolini annota: «Uno stato di informità quasi di deformità irriflessa – passiva nel senso più attinente al suo sesso – ristagnante, arcaico, è quello in cui vive la Merini: e da cui, destata dall’inquietudine nervosa, dei sensi infelici, si genera una mostruosa voce maschile a definirlo. A definirlo, per essere esatti, “oscurità” e “attesa”».

Intanto Alda, dopo la fine del legame con Manganelli, si sposa nel ’54 con Ettore Carniti, una persona semplice, un panettiere. Mette al mondo le prime due figlie, Emanuela e Flavia. La difficoltà di far fronte ai propri compiti di madre e di moglie determina ben presto tensioni e liti. Durante una di queste, il marito la fa ricoverare all’ospedale psichiatrico Paolo Pini. La poetessa aveva già dato segni del suo disagio psichico, era stata in cura e in analisi. La scoperta del «manicomio» fu però un punto di non ritorno. Era il 1965: per quasi quindici anni, fino al 1979, fu un andirivieni dentro e fuori le mura dell’ospedale. Durante questo periodo dà alla luce altre due figlie, Barbara e Simona.

La sua poesia, si diceva, non nasce con l’ospedale psichiatrico. Piuttosto la poesia accoglie e rigenera quell’esperienza, la reinventa in forma di rivelazione, come sigillo del suo destino di «diversa» (in prosa ne scrisse appunto in L’altra verità. Diario di una diversa, 1986). La Terra Santa è il libro (uscito nel 1984, prima da Scheiwiller e poi in edizione ampliata da Lacaita) che fa del manicomio materia di canto: messa di fronte a un dolore oscuro e bruciante, la poesia levigata e arcana, sebbene inquieta, che era stata della Merini giovane cambia tono. Si assolutizza, si solleva e riadagia come un respiro affannoso, diviene perentoria, capace di rapidi scorci. Alcuni testi di questa raccolta costituiscono il vertice della sua produzione («Manicomio è parola assai più grande / delle oscure voragini del sogno» suona l’attacco del primo).

Questi anni vedono la morte di Ettore Carniti, il nuovo matrimonio con il più anziano medico e poeta tarantino Michele Pierri (1899-1988), il crescere dell’attenzione critica e giornalistica. L’appartamento di Ripa di Porta Ticinese 47, dove torna a vivere dopo la parentesi di Taranto, con i muri pieni di scritte, con oggetti accatastati ovunque, diventa un porto di mare. A iniziare la riscoperta della poetessa è l’antologia Testamento, curata nel 1988 da Giovanni Raboni per l’editore Crocetti, mentre a consacrarne la fortuna è quella di Maria Corti, Fiore di poesia, uscita da Einaudi nel 1998. In mezzo ci sono libri fortunati e importanti, come Vuoto d’amore (1991) eBallate non pagate (1995), entrambi presso Einaudi, e tante pubblicazioni occasionali e disperse. Molte altre raccolte di maggiore o minor pregio usciranno in seguito.

La Merini è ormai un’icona pop e tale resterà fino alla morte: viene invitata nei salotti televisivi, collabora con cantanti e musicisti, inchiodata dai mezzi di comunicazione al tipo del poeta folle, secondo un cliché limitativo ed equivoco. Lei un po’ accetta, un po’ subisce: è amata dal pubblico, invidiata da certi colleghi, sfruttata da chi vuol farne soprattutto un caso. Sa addomesticare folle ignare di poesia con una voce da oracolo, con una presenza scenica da primadonna, consapevole d’altra parte che la sua vocazione e il suo talento sono autentici. Tra le pieghe di una produzione sempre più fluviale (a volte dettata al telefono) si colgono ancora pagliuzze d’oro. Accade nei libri religiosi pubblicati da Frassinelli a partire dal 2000. Qui la forma ultima della sua poesia si tocca con gli inizi: il misticismo si libera di orpelli e frange e diventa voce pura, sospirante e misteriosa, capace di una castità di visione quasi fanciullesca.

Fiaccata dalla malattia, muore il primo novembre 2009 all’ospedale San Paolo di Milano, scendendo in «quel gorgo / di inaudita dolcezza», in «quel miele tumefatto e impreciso / che è la morte di ogni poeta».

Alda Merini, mistica e clochards

dicembre 21, 2011

Pierangela Rossi per “Avvenire

Le sue parole più note messe ad exergo del sito internet ufficiale, gestito dalle quattro figlie di Alda Merini (Milano, 1931-2009) forse sono proprio queste: «Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / potesse scatenar tempesta. / Così Proserpina lieve / vede piovere sulle erbe / sui grossi frumenti gentili / e piange sempre la sera. / Forse è la sua preghiera». Forse il sito «ufficiale» vuole ricostruire con un senso familiare Alda Merini. La sua vita negli ultimi anni è stata «saccheggiata» da tutti.

Tutti la conoscevano e sapevano che aveva disturbi psichici. Il primo ricovero in un ospedale psichiatrico è stato nel 1947. È morta due anni fa all’ospedale San Paolo di Milano. Il resto è cosa più o meno conosciuta. Era una leggenda Alda Merini. Il suo era un mescolare vita e arte fin dal precoce esordio al silenzio di vent’anni dovuto alla malattia, scontata (e spiegata in una sua) Terra Santa.

Leggendo ora i versi più segreti della Merini in Poesie e satire, a cura di Giuseppe Zaccaria (Einaudi, pp. 102, euro 12) – che sono tra quelli conservati al Fondo manoscritti dell’Università di Pavia (ancora da catalogare) – alcuni raccolti dall’autrice stessa (dopo tanto aiuto avuto nella vita da poeti e da editori) in due libriccini per pochi amici, con tanto di copyright (nel 1981 le poesie e nel 1986 le satire, più alcuni racconti ispirati dal mondo che conosceva, il suo quartiere dei Navigli a Milano.

Polisindeti e rime si trovano accanto a un dettato più dolce o più insistito. In una mistica insieme visionaria e realistica, scossa da umori e realtà (in un suo «Manifesto» disse di avere in gran pregio il realismo). I disturbi psichici di cui soffriva Alda Merini, come accade a tanti che non hanno il demone consolatorio della poesia o come altri grandi del passato afflitti da una malattia, sono ben percepibili nella recente raccolta. Sono gli scritti più riservati, in merito al sentire, quelli che la poetessa aveva conservato prima per sé, negli anni seguenti per darli a una persona che a suo giudizio ne aveva bisogno e non per farsi «pubblicità».

«Semplicemente per farne dono – scrisse – a una persona che soffre e che forse da queste mie pagine fatte alla svelta può ancora trarre la misura del mio amore». Il germe delle Poesie, spiega, era in una plaquette pensata per l’editore Scheiwiller (correva l’anno 1965), dal titolo Poeti e rivoluzione, progetto poi accantonato.

Quanto al dono della poesia, esso per lei aveva due facce, come in una medaglia: Alda Merini si chiede come possa essere autrice, «che cosa abbia contribuito a farmi poetessa; al principio era come un dono immenso, poi è diventata l’immensa fatica di offrire qualcosa, di provare la mia esistenza. È certo che non è un libro giusto come ingiusta è stata la mia esistenza». Alda Merini aveva una personalità complessa e multiversa, spesso sofferente, come molti («il tavolo è un appoggio segreto / un ectoplasma del cuore»). Inoltre, e non infine, è poesia a tratti religiosa, come tante composizioni «oracolari» degli ultimi anni della sua vita, quando si faceva sibilla a una voce amica al telefono.

In Il canto gregoriano, in cui si rivolge a Cristo, sembra disegnare un’apocalisse: «Strappate gl’impianti stereofonici dalle chiese / le nostre bocche bastano, / Kirie eleison, / Kirie eleison // Dunque torna fra noi / con la tromba dei giusti / e che la gente alla tua venuta // sia tutta assunta nel cielo / così sulla terra / resterai tu nuovo adamo / a patire la nostra crocefissione. // Kirie eleison, Kirie eleison». Se capita che aspetti un amico, la poetessa milanese dei «reietti» e dei poveri, i clochard di Ripa Ticinese (vedi i bozzetti di persone che popolano iRacconti da cortile) si ritrova con lui sola come con un pensiero: «il tuo solito pensiero triste / di uno che ti accompagni». Poi vi sono le notti in cui arriva il «delirio» ma «la follia / resta la sola filosofia dell’arte, / è il solo panegirico dolce / equivalente all’amore».

Per lei la parte malata «della mia povera testa / ha visto la corona del Cristo / e se la porta sul capo // ancora nell’anno duemila…»  La poetessa che scriveva A Milano si muore, era molto legata (e i racconti lo spiegano bene), al suo quartiere e ai suoi clochard: vinto un premio soggiornò per un po’ in un hotel. Un episodio che dice del suo grande cuore: visse un po’ all’hotel, poi, dati tutti i soldi ai «barboni», ritornò alla sua piccola casa con i muri da lei istoriati, fumando le sue onnipresenti sigarette. E proprio ieri una figlia ha lanciato un appello per salvare una parete dove Alda trascriveva, con penne e rossetto, i suoi appunti; pare che il Comune voglia farla staccare per rimontarla in una casa-museo dedicata alla poetessa.

Se il capitale del poeta si chiama follia

novembre 2, 2009

AU8UK1JCA10M03ACAUOCDY7CAM09WXZCA25HDI1CA1DVUPOCATD32GHCAR3RH38CAJ7K2UXCA85FP54CA8HV36OCAHNW5VQCACDIZASCA1Q5B2OCAG4DVFLCAELYBI5CAHGVET9CAS8X8LICA4TCNW3di Claudio Toscani
“Il poeta non è mai solo. È sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero”. Oggi, al momento della sua scomparsa, Alda Merini non ci lascia soli, ma accompagnati dalla meraviglia della sua poesia. Nata a Milano nel 1931 esordisce a soli sedici anni, sotto l’attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti, ma pubblica la sua prima raccolta nel 1953 (La presenza di Orfeo), cui seguono Paura di Dio e Nozze romane (del 1955) e Tu sei Pietro (del 1961).
Ricordo di essere entrato una sola volta nella sua casa, anni fa, come in un alveare assopito nel vigile e umoroso brusìo del caseggiato, lungo superstiti Navigli medievali, dove toni e suoni della città giungevano filtrati, fluidi, spenti. Dentro un’orgia d’oggetti nascosti come per un agguato, la sua voce “affumicata” (“c’è chi sa fare ordine e chi sa fare poesie”) mi puntualizzava una consapevole e risoluta presenza nella poesia italiana del Novecento.
Moderna sibilla metropolitana, Alda Merini già dai suoi primi libri attesta vita e poesia in una sensibile trama di temi religiosi. I suoi versi stupiscono molti, da Betocchi a Pasolini, da padre Turoldo a Maria Corti, da Luciano Erba a Giovanni Raboni. Oggi il coro è unanime, ma negli anni bui degli esordi – la guerra, il lavoro nello studio di un commercialista, lo sfollamento da Milano e le stagioni da mondina a Vercelli – l’esistenza è a dir poco dura. (more…)

Una lunga, calda estate a casa di Alda Merini

agosto 12, 2009

imagesMetti Milano d’estate. Metti Milano calda, caldissima e Alda Merini. Lei, Alda, è distesa in un letto con un insensato copriletto invernale in una stanza piena, piena di tutto. Non c’è più spazio per nulla. Non c’è spazio nemmeno sui muri. Su una vernice stanca che ha il color della nicotina ogni centimetro è un numero. Qualcuno scritto con la penna, qualcuno scritto con il rossetto.«Sono la mia agenda» dice la Merini. «Così non si perdono. Sono comodi, si sa dove sono. E poi alcuni li so leggere solo io… Certo, però, quando andavo in giro e dovevo chiamare qualcuno non riuscivo… Mi dicevano non ce l’hai l’agenda… E io dicevo: si ce l’ho, ma l’ho lasciata a casa…». E poi ride, una risata gutturale, allegramente stonata, una risata che si porta in groppa il peso di molte sigarette. Sì, ride Alda Merini, la poetessa triste, la poetessa della pazzia. Quella che per anni è stata premiata, esaltata, rinchiusa, osannata o dimenticata a cicli alterni. (more…)