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Il deserto di Amos Oz

maggio 2, 2012

Amos Oz

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera

ARAD (Israele) — Giovane Amos, gli disse un giorno il segretario del kibbutz: tu potrai anche essere Tolstoj, non dico di no, ma se qui tutti si sentono artisti, chi le munge le mucche?… «Avevo già pubblicato un libro. E chiedevo un giorno la settimana per scrivere. Ci fu una grande discussione. Mi fu concesso il giorno, purché lavorassi di più negli altri. Allora pubblicai un secondo libro. E chiesi un secondo giorno settimanale. Nuovo problema, grande discussione: chi munge al suo posto? Quando i libri cominciarono a vendere, e arrivarono i primi soldi, mi diedero tre giorni. Poi, quattro. Finché non venne il segretario e mi disse: se ti serve, ti diamo anche l’aiuto d’un pensionato. È per incrementare la tua produzione letteraria…».

Com’era verde il mio kibbutz. Quasi cinquant’anni dopo i racconti della Terra dello sciacallo, Amos Oz torna dove cominciò. Un libro di brevi storie dal mondo che scelse a 14 anni, ripudiando il padre e il nome, «prima diventando tutto quello che lui non era, un contadino dove lui era un intellettuale, un socialista dove lui era di destra, e poi finendo a vivere in questa stanza piena di libri che era esattamente ciò che lui sperava per me…». Il ritorno al kibbutz s’intitola Ben Haverim, tradotto Tra amici nella versione che uscirà fra qualche settimana per Feltrinelli: «In ebraico, c’è il doppio significato di “amici” e “compagni”. Nei primi kibbutz, s’usava la stessa parola per definirli, perché speravano idealmente che tutti i compagni fossero anche amici. Ora, naturalmente, non è più così». Il libro è una galleria di ritratti in solitudine: l’idealista che s’aliena dai problemi quotidiani studiando le catastrofi mondiali, la donna che non sopporta più la condivisione col marito, il bambino terrorizzato dalle camerate comuni… «Ogni protagonista è un outsider della sua storia, all’interno d’una società molto rigida. Storie su gente sola in un microcosmo che ha l’ambizione di cancellare la solitudine. Nei kibbutz, la debolezza e l’egoismo entrarono in clandestinità, non si riconosceva la solitudine: ognuno doveva stare in una grande, unica famiglia felice. Bisognava costruire l’Uomo Nuovo. C’era un mio vecchio amico che diceva sempre: i primi giorni del kibbutz, mi sentivo solitario come un dito. Perché il dito fa parte della mano, ma quando le altre dita sono piegate e solo quello è ritto, quella è senza dubbio solitudine. Le storie fra amici non sono solo storie sul kibbutz. Sono solitudine, amore, desiderio, desolazione. Le grandi, semplici cose della natura umana. Ognuno si può identificare».

Oggi lei sembra più clemente verso quel modello utopico di vita in comune…

«Sono sempre molto critico. Perché i padri fondatori avevano l’ambizione di cambiare la natura umana. Questo era impossibile, infantile e crudele: la natura umana va lasciata in pace. Pensavano che, in villaggi egualitari, di colpo le meschinerie, il pettegolezzo, l’invidia sarebbero spariti. I miei personaggi vivono le loro storie in questa tragicommedia. Il loro segreto è che il kibbutz è una rappresentazione dell’umanità. Una metafora».

Per lei, è stato un’ottima scuola di scrittura.

«Dove stai, è il centro dell’universo. E Hulda, dove ho vissuto più di 30 anni, è stata la migliore università della natura umana che potessi trovare. Sulla gente, sulla vita interiore, sulle motivazioni, sui sentimenti, ho imparato nel kibbutz più che se avessi viaggiato dieci volte intorno al mondo, più di quanto si possa capire frequentando accademici a Milano o a New York. Conoscevo 300 persone. E sapevo tutto di loro. Anche i loro segreti più intimi. Il prezzo è stato che loro conoscevano i miei.Ma questo è equo, non posso lamentarmi».

Spieghi a un antisionista la differenza fra un kibbutz e un insediamento.

«È la differenza che c’è fra trovare una casa al popolo ebraico e prendere la casa dei palestinesi. Questo Paese è la terra di due popoli. Noi abbiamo la nostra porzione, dobbiamo lasciare ai palestinesi la loro. Ecco perché gl’insediamenti in Cisgiordania sono immorali. Quando mi muovo da qui, se non sono stato invitato dai palestinesi, non passo mai per i Territori: è una questione di principio. Rifiuto pure incontri pubblici nelle colonie. Questo poi non significa che i coloni siano fanatici assassini d’arabi, come spesso si crede in Europa. Ne conosco tantissimi che vivono lì solo perché costa meno. E che se ne andrebbero, ci fosse un’alternativa».

Che eredità rimane di quel mondo scomparso?

«Il kibbutz è la sindrome della società israeliana che ogni individuo conosce meglio. Ognuno è un re. Ognuno dice al primo ministro come andare avanti. Questa è una nazione di otto milioni di cittadini, di premier, di profeti e dimessia. Questo viene dai geni del kibbutz. Dove ognuno era capo. C’è una specie d’eredità anarchica, nella società israeliana d’oggi. Non è facile per chi governa, ma è una cosa meravigliosa. Non vedo esperienze simili in altri Paesi. Questa è la terra delle discussioni in ogni momento: fra 50 anni, i turisti andranno in Inghilterra per il teatro, in Italia per l’arte, in Egitto per le piramidi, in Israele per il gusto di discutere. Gli amanti dei dibattiti verranno a gruppi. Qualunque tassista può offrirti una buona discussione. Se alle 2 di notte a Tel Aviv non riesci a dormire, alza la cornetta, componi un numero qualsiasi e troverai sempre un’eccellente conversazione su un argomento a tua scelta. Questa è la grandissima eredità del kibbutz».

Ma ora ci sono i social network…

«Facebook, le email sono connessioni virtuali. Non si può sostituire la possibilità di toccare un altro essere umano, mettergli il braccio sulla spalla, non c’è rimpiazzo al faccia a faccia. La gente ha bisogno di questi surrogati virtuali solo perché vive in città enormi e in enormi solitudini».

(Amos Oz serve il caffè nel suo studio-bunker, tra gli scaffali delle infinite traduzioni dei suoi libri, giapponese e russo, turco e finlandese, sul tavolino una tovaglietta con l’aquila schipetara).

È per questo che vive qui, ai margini del deserto del Negev?

«Sì, anche Arad è una piccola università dove posso imparare nuove cose sulla natura umana: c’è gente che viene da più di 36 Paesi d’origine. Lei vive qui da un po’, sa che noi israeliani non apparteniamo a un film di Bergman: siamo attori d’un set di Fellini. Passionali, rumorosi, mediterranei».

Com’è la sua giornata?

«Una routine assoluta. Mi sveglio alle 5, cammino mezz’ora nel deserto. È a un isolato da qui. Silenzio e solitudine. Poi torno a casa e bevo un caffè. È una parte molto importante della mia giornata. Penso alle cose da scrivere, ai personaggi, alla vita, a quel che è importante. Il deserto è un grande maestro di vita. Poi mi siedo al tavolo e comincio a chiedermi “se fossi lui” o “se fossi lei”… Tutto il giorno, immagino d’essere altre persone. La curiosità oggi è una virtù morale. Una persona curiosa ama meglio d’una che non lo è. Fin da giovane, per esempio sui palestinesi, mi sono posto solo questa domanda: e se fossi io nella loro pelle? Non ho superstizioni, non uso computer, solo questa penna nel taschino. Mi serve il contatto fra dita, penna e carta. Scrivo la mattina. Il pomeriggio, spesso, distruggo quel che ho scritto la mattina».

Il timore delle critiche le fa tenere qualcosa nel cassetto?

«Ho pubblicato 27 libri, ma ne avrò cominciati a scrivere settanta. Non li lascio in un cassetto, non li troverà mai nessuno. Quanto ai critici, le racconto una storiella. C’era una volta un filosofo stoico del II secolo a.C. che insegnava a tutti a essere sempre calmi: qualunque cosa accada, diceva, è perché deve accadere, e non c’è ragione d’essere arrabbiati o tristi. Un giorno, il suo schiavo ruppe un preziosissimo vaso di vetro. Il filosofo lo picchiò. Lo schiavo gli disse: maestro, me l’hai insegnato tu, se il vaso s’è rotto, era destino si rompesse. E allora il maestro: sì, il destino del vaso era di rompersi; il mio, di picchiarti. Così la penso sui critici: io scrivo quel che posso scrivere, loro li criticano perché devono farlo».

Le è riuscito più facile scrivere storie brevi?

«No. Mi sento un passeggero che viaggia solo col bagaglio amano. Io sono abituato a molte valigie, d’improvviso ho dovuto stare molto attento e compattare quello che portavo con me».

Una volta lei ha detto che da bambino sognava d’essere un libro, per sopravvivere al tempo. Quale libro le sopravvivrà?

«È pericoloso rispondere a simili domande. Cervantes diceva sempre d’avere scritto un sacco di cavolate e che sarebbe stato ricordato solo per un buon libro. Ma non pensava a Don Chisciotte: pensava a Galatea! Ho provato a leggerlo, è d’una noia mortale».

Che cosa pensa del divieto d’ingresso in Israele per Günter Grass?

«Conosco bene Grass. Mi spiace per lui, ma ha fatto un grave errore. Non so che cosa gli sia successo: dire che Israele spiana l’indifeso popolo iraniano è una rude distorsione che un uomo di buon senso non può fare. Però non è necessario boicottare uno scrittore, è un errore uguale, qualunque cosa dica. Non boicotterei Grass nemmeno se dicesse che Israele è responsabile dello tsunami. Lei sa che i miei libri sono letti nel mondo arabo. Un editore libanese molto coraggioso ha pubblicato Una storia d’amore e di tenebra, sfidando gli Hezbollah. Qualcuno ha detto: perché tradurre in arabo questa propaganda sionista? Ma molti altri hanno capito: lasciamo che siano i lettori a giudicare».

Anche per lei l’Iran è l’incubo quotidiano?

«L’Iran è un regime del male. Ma i paragoni con la Shoah, che ha fatto Netanyahu, non sono possibili. L’Olocausto fu un genocidio premeditato da una nazione altamente sofisticata contro gente indifesa. Questa situazione è un’altra cosa. L’atomica non si può più fermare. Si possono bombardare i loro impianti, rinviare il pericolo. Ma un attacco preventivo, più che sbagliato sul piano morale, è inutile: l’Iran ha know-how e motivazioni, cose che non distruggi bombardando. Entro 10-15 anni, moltissimi Stati avranno armi nucleari. E allora penso che non sia una questione israeliana: è una questione mondiale».

Un altro scrittore molto attaccato in Israele è Yoram Kaniuk, che ha rifiutato d’essere definito «ebreo» sulla carta d’identità.

«L’identità ebraica non appartiene ai documenti. Sta nella mente, nell’anima. Sul mio passaporto, come unica identità, vorrei quella di cittadino israeliano. C’è scritto anche che sono nato a Gerusalemme. Ci tengo: è una città che amo anche quando non mi piace, e questo accade spesso».

Dicevano che Amos Oz s’è stancato della politica. Non parrebbe…

«Firmo petizioni, faccio interviste, scrivo articoli. La mia parte, insomma. Ma in Israele le cose sono cambiate. L’incertezza del futuro sta cambiando la psiche degl’israeliani. Da più di 60 anni, noi viviamo sull’orlo d’un vulcano e questo cambia la gente. La rende dura, diffidente. Ci sono i fanatici, coi quali è inutile parlare. E poi gl’indecisi: all’80 per cento, in Israele vive gente che viene da Paesi non democratici. Russi, marocchini, iracheni, yemeniti che non hanno mai conosciuto prima una democrazia. Dunque, il fatto che Israele riesca a essere una democrazia, anche se con molti buchi, è un miracolo. E io ho sempre pensato che ci fosse spazio per parlare a questa folla d’indecisi. Ma ora gl’indecisi sono diventati indifferenti. M’interessa meno parlare a gente indifferente che a gente indecisa».

Perché gli scrittori danno risposte migliori dei politici?

«C’è la tradizione, in Russia e tra gli ebrei, d’attendersi che gli scrittori indichino la via. Una cosa che non esiste in Occidente: nessuno mai prenderebbe Shakespeare per un profeta. Qui è il contrario. Chiaramente, noi non siamo profeti e non possiamo mostrare alcuna strada. Ma l’aspettativa è quella. E se non indichi la via, ti lapidano in piazza. Metaforicamente, s’intende».

Come vive le voci che ogni anno, puntuali, la candidano al Nobel?

«Se non lo vincerò, morirò lo stesso da uomo felice».

Amos Oz: “La speranza abita il cuore di ogni uomo”

dicembre 19, 2011

Amos Oz

Alessandro Zaccuri per “Avvenire

Amos Oz non si stupisce quan­do gli si chiede di parlare della speranza. È il grande tema dei suoi libri, tra cui spicca il capolavoro U­na storia d’amore e di tenebra, autobio­grafica cronistoria di una famiglia che riesce a sopravvivere perfino al dolore più grande, quello causato dal suicidio della madre. E la speranza è anche la parola d’ordine di Israele, lo Stato in cui il giovane Amos si è formato, tra il cor­tile di Karem Avraham (il quartiere di Gerusalemme che fa da sfondo a gran parte della sua produzione) e il kibbutz, dove per un un lungo periodo ha con­tinuato a servire nonostante la sua fa­ma di romanziere fosse in continua cre­scita. Ora, all’età di 72 anni, è conside­rato uno degli autori più importanti del suo Paese, un intellettuale molto ascol­tato in patria e all’estero. Anche in que­sto, ha tenuto fede alla determinazione con cui, poco più che adolescente, de­cise di rinunciare al cognome paterno, Klausner, per assumere quello di Oz, il termine ebraico per “forza”. La speran­za, per lui, coincide con l’atto stesso del­la scrittura. Anzi, con il momento che la precede immediatamente, quando ci si siede alla scrivania, si accende la lam­pada e si cerca di fare chiarezza dentro di sé. «Ogni storia è basata sulla spe­ranza – ribadisce al telefono dalla sua casa di Arad, nel deserto del Negev. – Non importa quanto possa appari­re pessimista, malinconica o ad­dirittura disperata. Chi la rac­conta si aspetta comunque che ci sia qualcuno in ascolto, un altro disposto a leggere e a creare così un legame di con­divisione. Scrivere è un atto di speranza e la speranza è u­na necessità umana elemen­tare, irrinunciabile».

Crede che questa sua convinzione sia in qualche modo influenzata dal fatto di essere nato e cresciuto in I­sraele?
«Certo, Israele è un Paese che nasce dai sogni e dalla speranza. Anche in questo caso, è esistito nei libri prima di esiste­re nella realtà. Prenda le opere di Theo­dor Herzl, uno dei padri del sionismo. Un suo romanzo del 1902,Altneuland, descrive uno Stato ebraico che, all’e­poca, appariva del tutto ipotetico, E la stessa Tel Aviv, prima ancora di essere una città reale, è stata romanzesca­mente immaginata da Herzl. Tutto quello che oggi appartiene all’orizzon­te quotidiano degli israeliani si è mani­festato inizialmente come sogno e co­me oggetto di speranza. Proprio per questo, però, il nostro Paese ha richie­sto scelte molto pragmatiche, talvolta drastiche. Tra speranza e realismo il le­game è strettissimo, inscindibile».

Il realismo impedisce oggi una solu­zione del conflitto palestinese?
«Al contrario, direi: il realismo impor­rebbe semmai di accelerare una deci­sione che in questo momento appare più visibile e possibile di quanto lo fos­se in passato».

Si riferisce alla divisione in due Stati distinti, uno per gli ebrei e uno per gli arabi?
«Certo, è un compromesso che in que­sto momento incontrerebbe larghissi­mo consenso. Tutto dipende dalle de­cisioni che verranno prese a livello po­litico. Diciamo così: il paziente è pron­to per l’intervento, ma i medici sono troppo spaventati per eseguirlo».

In alcuni suoi libri, come nel «Monte del Cattivo Consiglio», da poco tradot­to in italiano, domina un sentimento di attesa, addirittura di incertezza. Anche questo ha a che vedere con la speran­za?
«Vede, le storie raccolte nel Monte del Cattivo Consiglio , sono ambientate in un periodo storico molto preciso, il biennio 1946-1947. Subito dopo la Shoah, subito prima della nascita del­lo Stato ebraico. Un periodo di grande incertezza, ma anche di fortissime a­spettative. Mi ricordo bene una battu­ta che circolava a quell’epoca: “In I­sraele, si diceva, se non credi nei mira­coli, significa che non sei abbastanza realista”. La penso ancora così».

Fino a non molto tempo fa Israele e il Medio Oriente erano considerati una zona a rischio sulla scena internazio­nale. L’Occidente si sentiva al sicuro da sostanziali minacce. Poi è venuto l’11 settembre, è venuta la crisi economi­ca. E adesso come la mettiamo?
«Le ricorda anche lei le previsioni sulla “fine della storia”, vero? Circolava la convinzione che l’Occidente avesse or­mai ottenuto tutto quello che deside­rava. Da lì in poi, si sosteneva, il futuro sarebbe stato stabile, privo di sorprese. Non è andata così, ora possiamo dire che si è trattato di una previsione cla­morosamente sbagliata. Nello stesso modo, tuttavia, ci rendiamo conto di quanto sia tornata ad esserci cara la speranza. Non è una virtù per tempi tranquilli, ma è l’unica virtù di cui ab­biamo necessità assoluta nelle epoche di instabilità e incertezza, come questa che stiamo vivendo».

Ma in epoche come la nostra anche la paura rischia di avere il sopravvento…
«La paura è soltanto l’altra faccia della medaglia, per questo non va temuta troppo. Speranza e paura sono separa­te da una linea sottilissima, ma per for­tuna ciascuno di noi può decidere da che parte stare».

Come?
«Rispondendo a una domanda molto semplice: io che cosa posso fare? La re­sponsabilità individuale è il primo dei due pilastri su cui poggia la speranza».

E l’altro qual è?
«La solidarietà sociale, che personal­mente ho sempre considerato come la vera “terza via” tra il darwinismo eco­nomico del capitalismo e il totalitari­smo ideologico del comunismo. In que­sti tempi di crisi economica, occorre­rebbe un ripensamento a livello inter­nazionale sui parametri di una nuova solidarietà. Sarebbe una prova di gran­de concretezza e, quindi, un coraggio­so atto di speranza».

Per i cristiani la speranza è una virtù teologale: pensa che occorra un atteg­giamento religioso per praticarla?
«Considero la speranza un elemento u­niversale, che precede il manifestarsi storico delle religioni. Sono convinto che anche l’uomo di Neanderthal, nel­le sue caverne, coltivasse un sentimen­to di speranza. È un atteggiamento che attraversa tutta l’esperienza umana, fin dall’alba della storia».

Lei si è occupato spesso del tema del fondamentalismo: lo considera anco­ra un pericolo?
«Penso che sia la più grande sfida che il XXI secolo è chiamato ad affrontare. Ma attenzione, sarebbe un errore ritenere che esista soltanto il fondamentalismo religioso. Se ci guardiamo attorno, ci rendiamo conto che sono in atto deri­ve fondamentaliste in senso nazionali­sta e addirittura in senso ambientali­sta. L’importante è che ciascuno di noi impari a riconoscere e a contrastare il fondamentalista che cova dentro di sé. In questo senso, lo ripeto, la speranza si basa anzitutto sulla responsabilità in­dividuale ».

Molti suoi libri narrano storie di fami­glia: è lì che si può imparare la spe­ranza?
«In famiglia si impara tutto. Meglio, la famiglia è una buona scuola per qual­siasi materia. Per la speranza, ma anche per la disperazione. È il microcosmo della vita umana, oltre che il tema cen­trale della letteratura. Vede, se mi chie­dessero di sintetizzare in una sola pa­rola l’argomento dei miei libri, rispon­derei con “famiglie”. Se me ne conce­dessero due, invece, direi “famiglie in­felici” ».

E se le parole fossero tre?
Qui Amoz Oz fa una pausa, poi scandi­sce in inglese: Read my books (“Legge­te i miei libri”). E questo, giochi di pa­role a parte, rimane un ottimo consi­glio.

Non smetterò mai di cercare il dialogo

aprile 29, 2011

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

«Potessi scrivere musica, non scriverei prosa. Questo è il libro più vicino a una composizione sinfonica che abbia mai scritto. Volevo creare qualcosa che somigliasse al canto e alla danza. Non è un caso che i capitoli s’intitolino “Scherzo”, “Allegro”, “Adagio”… In realtà, questo libro cerca d’annullare la differenza tra musica e prosa» . Il giorno in cui compì settant’anni, Amos Oz fu festeggiato nel cuore del Negev dove abita e dice che regalo bellissimo fu sentire nel deserto «Lo stesso mare» , le note che il suo romanzo ha ispirato. «Che cosa sarà di me quando morirò?» , si chiede uno dei suoi personaggi: «Sarò suono o sentore?» . Oz è un suono netto, nella letteratura e nella società israeliana. E in questo libro, a un certo punto lo scrittore entra nella sua storia immaginata un po’ come fa Oz nella sua storia vissuta, quando diventa artefice del dibattito politico, spesso sferzando e ricevendo sferzate: «Se parli chiaro, è evidente che ne pagherai un prezzo. Non me ne sono mai fatto un problema. Da quando ho memoria di me, dai vent’anni, mi sento coinvolto nella politica del mio Paese. Tornassi indietro, rifarei lo stesso: parlare» . (more…)

Amos Oz, il mio libro a Barghouti, la pace si fa col nemico

marzo 30, 2011

L’autore di “Una storia d’amore e di tenebra” spiega il gesto che scandalizza Israele

ELENA LOEWENTHAL per “La Stampa

Quando, qualche giorno fa, ha spedito una copia dedicata del suo romanzo Una storia di amore e di tenebra a Marwan Barghouti, detenuto in un carcere israeliano per svariate condanne all’ergastolo, non pensava certo di suscitare quel gran polverone che ne è venuto. Da allora, Amos Oz si è trincerato dietro il silenzio. Ora per la prima volta prende la parola. Ed è una parola dosata, più parca che mai: se l’ebraico non ammette sbrodolamenti, lo scrittore quest’oggi soppesa le frasi con una prudenza che avvolge lo sconcerto.

Amos Oz, poteva prevedere che il suo gesto avesse un’eco del genere?
«No. Ne è venuto fuori uno scandalo. Ci sono state reazioni indignate. Io volevo che Marwan Barghouti leggesse Una storia di amore e di tenebra perché so che questo libro ha aiutato molti arabi a capire Israele. E perché sono sicuro che un giorno o l’altro noi parleremo con lui. Per “noi” intendo lo Stato d’Israele. Un giorno o l’altro Israele si troverà a parlare con Barghouti anche se lui è stato il mandante della seconda Intifada e ha sulla coscienza un gran numero di attentati suicidi e tante più vittime di quegli attacchi terroristici. Il mio romanzo (tradotto in italiano da Feltrinelli editore, nda) è una storia profondamente individuale e familiare, ma è anche e forse soprattutto l’epopea del sionismo vista dall’interno, con le sue ragioni e le sue radici». (more…)

Contro le idee, la forza di Israele non può nulla

giugno 3, 2010

Original Version: Against ideas, Israel’s force is impotent

A partire dalla Guerra dei Sei Giorni, Israele si è fissata sull’uso della forza militare; ma nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza – non da un assedio, non da un bombardamento, non essendo spianata con i cingoli dei carri armati, e non dai commando della marina – afferma lo scrittore israeliano Amos Oz, da “Medarabnews

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Per 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la “forza” della forza solo sotto forma di frustate sulla loro schiena. Ora, per diversi decenni siamo stati in grado di esercitare la forza noi stessi. Tuttavia questo potere ci ha intossicato sempre di più. Sempre di più immaginiamo di poter risolvere con la forza ogni problema che incontriamo. A un uomo con un grosso martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.

Nel periodo precedente alla fondazione dello Stato, gran parte della popolazione ebraica in Palestina non comprendeva i limiti della forza e pensava che potesse essere usata per raggiungere qualsiasi obiettivo. Per fortuna, durante i primi anni di Israele, leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol sapevano benissimo che la forza ha i suoi limiti, e furono attenti a non andare al di là di quei confini. Ma a partire dalla guerra dei sei giorni nel 1967, Israele si è fissata sull’uso della forza militare. Il ritornello è: ciò che non si può ottenere con la forza, lo si può ottenere con una forza ancora maggiore. (more…)

Nella terra di Oz

marzo 3, 2010

Un villaggio abbandonato alla solitudine. Abitato da uomini e donne con un presente senza qualità e privi di un futuro. Ma ciacuno nasconde un segreto. Lo scrittore israeliano ci parla del nuovo libro in uscita.
Colloquio con Amos Oz

Tel Ilan, la Collina della Quercia, è una specie di Macondo d’Israele, inventato da Amos Oz. Nel paese immaginario è ambientato ‘Scene dalla vita di un villaggio’ (in uscita con Feltrinelli), un libro composto da otto racconti legati da una sottile trama in cui lo scrittore che l’anno scorso ha sfiorato il Nobel, riprende quasi tutti i temi dei suoi precedenti romanzi. Tel Ilan, uno dei primi insediamenti dei pionieri in Israele, fondato cent’anni fa, è un luogo che muta pelle e dove preponderante è il senso dell’abbandono, della solitudine, del fallimento esistenziale. Ciascuno degli abitanti ha una storia indicibile alle spalle; un presente senza qualità; e nessuno futuro davanti.

Arieh Zelnik, abbandonato dalla moglie e dalle figlie, attende solo la morte della novantenne madre. Ghili Steiner, medico condotto, il cui fidanzato è caduto in guerra nel 1982, è una zitella che ha rinunciato a ogni vero affetto. Pesakh Kedem, un ex onorevole 86enne, abita con la figlia vedova di un uomo morto per infarto, rimugina sul passato e ha paura che Adel, studente arabo ospite della casa “voglia riprendersi la terra”. Benni Avni, il sindaco, viene all’improvviso abbandonato dalla moglie (ma c’è un segreto terribile a unirli e dividerli), mentre il 17enne Kobi Ezra si innamora disperatamente della 30enne bibliotecaria Ada Devash, a sua volta lasciata dal marito e incapace d’immaginarsi un amore e una vita nuova. In questo romanzo, accanto alla quotidianità e ai profumi di ‘Non dire notte’, c’è la profonda, disperata introspezione e la follia controllata di ‘Michael mio’ e la sensazione di lontananza dalla vita vera de ‘La scatola nera’. E ci sono i tabù familiari di ‘Una storia d’amore e di tenebra’. Il presente è composto da pezzi di memoria incerta, evanescente; la redenzione è un sogno infranto, mentre per oltre 180 pagine Oz dispiega la narrazione della fragilità degli esseri umani e della forza del rimorso che non ammette pietà. Tutto questo con una scrittura impostata con frasi semplici ma dense, trasparenti e ariose, che lasciano un segno indelebile in chi legge. Manca Dio, ma le parole nascono l’una dall’altra, emozionanti seppur di ferrea razionalità. E la natura si mescola con la storia: durante i temporali nessuno è capace di distinguere tra i tuoni e il rombo degli aerei da caccia sul cielo d’Israele.

“Mi alzo ogni mattina alle cinque. Faccio una passeggiata, prendo un caffé, mi metto alla scrivania e comincio a pensare come sarei io se fossi uno dei personaggi di cui parlo. Vivo in prima persona tutto quello che loro provano. Altrimenti non sarei capace di scrivere. Sono Hanna Gonen, sono l’onorevole Pesakh Kedem”.

Pesakh Kedem, un vecchio ex deputato laburista ha paura che Adel, il giovane arabo, voglia riprendersi la terra. Una paura vera?
“Kedem è paranoico. Ma qualche volta, anche un paranoico ha dei nemici veri”. (more…)

Amos Oz: “Prendo il caffè con i miei morti”

agosto 21, 2009

images“A 14 anni mi ribellai alle idee politiche di mio padre. Lui non c’è più, ma ogni tanto discutiamo ancora”

ALAIN ELKANN
GERUSALEMME
Nel romanzo Una storia di amore e di tenebra, tradotto da Feltrinelli nel 2003, Amos Oz racconta la sua giovinezza e il rapporto con la città natale, Gerusalemme.

Che cosa è cambiato dagli Anni 40-50 che descrive nel suo libro?
«Gerusalemme è cambiata completamente, era una piccola città con molti quartieri e ogni quartiere aveva il suo carattere e il suo ciclo vitale. Oggi è una metropoli, è una città di oltre 750 mila abitanti ed è molto più movimentata, ma è ancora piena di tensioni come quando ero bambino». (more…)