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Anarchico, l’altra faccia del borghese

gennaio 18, 2010

Così Giovanni Ansaldo, negli anni ’60, rilesse la figura del ribelle che nei decenni post-unitari lottò contro lo Stato «È una forza vitale che fa da pendant allo sviluppo capitalistico. Essenziale alla costruzione dell’Italia moderna»

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un brano tratto da Giovanni Ansaldo, Gli anarchici della Belle Époque (Le Lettere, pagg. 110, euro 9,50), in libreria da domani. Il volume, curato da Francesco Perfetti, raccoglie una serie di articoli, scritti tra il 1953 e il 1967 su «Il Borghese» e «Il Mattino», del grande giornalista genovese Giovanni Ansaldo (1895-1969), tutti sul tema dell’anarchia. Negli anarchici e nelle loro idee Ansaldo, considerato un conservatore e uomo d’ordine, vedeva alcuni elementi in qualche misura essenziali alla costruzione e alla storia d’Italia: «un’espressione delle forze vitali del Paese».

di Giovanni Ansaldo

Il movimento anarchico italiano ebbe, naturalmente, una certa affinità generica con tutti gli altri. Anch’esso fu, in parte, riflesso, proiezione, lusso della prosperità borghese. Ma in parte molto ridotta, perché la prosperità borghese era, da noi, molto modesta. Il solo anarchico italiano che arieggi Ravachol è il milanese Vittorio Pini.
In realtà, i nostri anarchici erano di un altro legno; un legno più nobile. Essi non ce l’avevano con i proprietari di case, ce l’avevano con i grandi della terra. Non tiravano di sorpresa il collo ai reddituari o ai contadini danarosi; miravano ad abbattere il re in mezzo agli applausi della folla, in mezzo ai suoi soldati, in mezzo alla testimonianza della sua potenza. Nati tutti in quel giro di anni, in cui la dinastia Savoia, messasi alla testa della rivoluzione risorgimentale, abbatteva troni legittimi ed entrava in Roma dalla breccia di Porta Pia, essi avevano tratto da questa terribile lezione l’insegnamento ultimo; e, contro il re dello Stato liberale e laico, erano vindici della vecchia Italia. Cresciuti tra le miserie dello Stato nuovo, determinate dalle nuove ambizioni di grandezza, esprimevano, da poveri ignoranti, l’inquietudine delle plebi, cui erano venuti meno il tradizionale assetto sociale e la fede antica, senza che niente fosse dato loro in cambio, all’infuori dei tre squilli regolamentari di tromba, ordinati dal commissario di Ps, prima che i picchetti armati facessero fuoco. Passati attraverso la trafila dell’emigrazione, avevano sentito, in terra straniera, più vivo il rovello che l’Italia fosse così misera, così spregiata; avevano aderito ai gruppi anarchici di America e di Francia, anche per farsi valere come italiani. Erano legittimisti credendo di essere nemici di tutti i re, reazionari credendo di accelerare la corsa verso l’avvenire, nazionalisti credendo di avere rinnegato la patria; puri strumenti di una logica ideale più forte di loro, come accade ai poveri uomini che hanno l’impulso ad agire più sviluppato della capacità raziocinativa. Ma, tutto sommato, a vederli oggi, con la prospettiva consentitaci da mezzo secolo e da tanti eventi, reggono. (more…)