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L’impegno di André Green

gennaio 25, 2012

Andrè Green

Dopo avere subito il fascino dell’estro singolare di Lacan («mi ha insegnato a pensare», avrebbe detto in seguito), se ne distaccò per avvicinarsi al pensiero psicoanalitico inglese, da Winnicott a Bion

Francesca Borrelli per “il Manifesto”

L’approdo alla psicoanalisi fu per André Green, che domenica a Parigi ha ceduto all’ultima delle sue malattie, l’esito di una alleanza fra il trauma e la passione: lui stesso raccontò – in un prezioso volume autobiografico titolato Uno psicoanalista impegnato (Borla, 1995) – quanto fosse stato determinante, nella sua infanzia, il lutto lungamente inconsolabile di sua madre, che perse la sorella, bruciata viva in un incidente. Dedicarsi alla sofferenza mentale era dunque qualcosa di lungamente meditato quando approdò all’ospedale Sainte-Anne di Parigi, il luogo in cui in quegli anni si incrociavano i destini di tutti coloro che, pur da diverse prospettive, concentravano i propri studi sulle dinamiche della mente. André Green vi lavorò dal ’54 al ’57, e fu lì che conobbe i suoi primi entusiasmi: «sono stati tre anni fra i più belli della mia vita», avrebbe poi scritto, gli anni in cui mise a punto la sua tesi di dottorato sull’ambiente familiare degli schizofrenici, un argomento totalmente assente dalla letteratura francese del tempo. Allora aveva già maturato molti dei suoi interessi letterari, quello per Shakespeare, innanzi tutto, sul quale avrebbe scritto saggi bellissimi. Lo lesse, insieme ai classici del pensiero greco, durante i lunghi periodi in cui venne costretto a letto da una forma adolescenziale e molto seria di scoliosi: studiava privatamente e leggeva senza sosta, obbligandosi a «una specie di distacco, di presa di distanza da me stesso», scrive ancora nella autobiografia.
I suoi orizzonti lunghi, popolati di figure eterogenee, resi straordinariamente complessi e tuttavia non eclettici dai diversi contributi accolti nel suo pensiero, ne fanno una delle figure più affascinanti della cultura contemporanea, che mano a mano vede spegnersi le sue ultime fiamme. Green era una di queste non soltanto in virtù dei suoi contributi alla clinica e alla teoria psicoanalitica, ma grazie alla sua lettura dei legami tra arte e inconscio, che rimarrà tra quelle che il tempo non cancella.
Era nato al Cairo nel marzo del 1927, da genitori emigrati di lunga data, e aveva trascorso l’infanzia nella comunità ebraica, essendo di famiglia sefardita. Fu con il secondo battello che si collegava all’Europa che Green se ne andò, nel 1946, approdando a Parigi, dove l’odore dell’antisemitismo, fino ad allora mai avvertito, lo colse lasciandogli ricordi stupefatti. Ma lo aspettava il riscatto di una avventura davvero travolgente, quella che consumò al Sainte-Anne, appunto, uno tra gli ambienti più stimolanti del secolo scorso, dove avevano trovato impiego non soltanto psichiatri ma grandi talenti provenienti da altre discipline con cui la psichiatria dialogava. Green si legò al medico catalano Henri Ey, già allora circondato da una reputazione considerevole, nonostante al Sainte-Anne non dirigesse un servizio: lavorava in biblioteca, ma il mercoledì teneva seminari imperdibili, cui Green avrebbe tributato il merito della sua prima formazione concettuale.
Anche quando arrivarono gli anni del movimento studentesco, quella esperienza gli tornò utile: il suo impegno nella battaglia per sottrarre la psichiatria al dominio della neurologia e delle sue idee riduzionistiche gli dettò l’idea di lavorare al Livre blanc de la psychiatrie, che preparò la separazione delle due discipline nel ’69. Assistere al lavoro di figure eterogenee durante gli anni del Saint-Anne convinse André Green del fatto che le terapie rivolte alle mente non contemplano un pensiero a una sola dimensione, e tuttavia questo non indebolì mai il suo rigore freudiano, e anzi sollecitò – in una stagione più avanzata della vita – le sue polemiche spesso veementi contro la dispersione teorica e la frammentazione degli orientamenti, che riteneva potessero condurre, se esasperati, all’implosione della psicoanalisi. Combatteva contro la possibilità che scuole diverse favorissero il fraintendimento di termini fondamentali sui quali contare per una comunicazione indispensabile a un terreno di base condiviso; e tuttavia predicava solo per gli psicoanalisti laureati. Il pubblico che, per quanto avvertito, necessitasse di qualche mediazione esplicativa non lo interessava affatto.
La «nascita professionale» di Green avvenne in coincidenza con la scissione della Società psicoanalitica di Parigi. È in questa occasione che il nome di Lacan entrò in campo. Ieri le agenzie di stampa qualificavano Green come «antilacaniano», e di certo lo divenne, non senza passare, tuttavia, per un periodo in cui anch’egli subì il fascino di quell’estro singolare.
Più volte Lacan corteggiò André Green perché entrasse a far parte del suo gruppo; ma – come mi raccontò nel dicembre del ’99, durante un incontro nel suo studio a Parigi – «fin dall’inizio della mia prima frequentazione con Lacan mi resi conto, a un tempo, sia della sua grande potenza intellettuale sia del fatto che non avrei potuto accordargli la mia fiducia. Vedevo come trattava le persone che gli giravano intorno, i suoi allievi con cui intratteneva rapporti detestabili: non li rispettava, anzi li umiliava, e contemporaneamente si serviva di loro. Compresi che era necessario prestare interesse a quel che diceva, ma che non si doveva entrare in una relazione analitica con lui. Se nel gennaio del ’61 cominciai a frequentare i seminari di Lacan fu, probabilmente, per reagire alla morte del mio analista Maurice Bouvet: lo vidi per l’ultima volta durante la seduta finale della mia analisi, dunque forse cercavo una figura paterna che lo sostituisse. Nel luglio dello stesso anno ebbi i primi contatti con gli analisti inglesi. Conobbi Winnicott, Herbert Rosenfeld, Hanna Segal, John Klauber; avevo visto Bion una volta ma non lo conoscevo ancora. L’impatto con loro provocò in me uno choc altrettanto importante di quello indotto dal pensiero di Lacan, ma con una differenza: i suoi seminari erano un piacere per la mente, gli ultimi minuti intellettualmente abbaglianti, ne uscivamo in una sorta di trance; ma non avrei potuito dire che tutto questo mi sarebbe stato d’aiuto con i miei pazienti. Mentre quando frequentavo gli analisti inglesi, quando leggevo o ascoltavo i loro commenti di materiali portati da uno dei loro giovani colleghi, allora mi dicevo, ecco questa è l’analisi. La mia doppia formazione è stata per me molto importante: gli inglesi mi hanno insegnato il mio mestiere, Lacan mi ha insegnato a pensare, a riflettere. Mi separai da lui perché dopo sette anni di conoscenza arrivammo a una sorta di punto di verità: potevo pendere da una parte o dall’altra. Scelsi di stare all’opposizione della sua maestà. Una volta mi disse: “ho due specie di allievi, gli apostoli e i mandarini. I primi mi seguiranno sempre, dovunque io vada, i secondi avranno sempre nei miei confronti qualcosa di riduttivo”. Compresi che non dovevo diventare uno dei suoi apostoli».
Quando si trovava a sintetizzare la sua parabola teorica e clinica, Green si sentiva stretto nella ortodossia freudiana, e tuttavia si trovava meno che mai a suo agio fra i moderni, impegnati in un voltafaccia al padre della psicoanalisi. Non ammetteva che si contestassero alcuni dei caposaldi del pensiero freudiano, la teoria delle pulsioni, innanzi tutto, e rifiutava il modaiolo primato assegnato alle relazioni oggettuali (ossia al rapporto con l’altro da sé). «Guardiamo a quel che avviene nel rapporto della madre con il bambino» diceva nel corso del nostro incontro. «A momenti diversi corrispondono passaggi mentali differenziati: più un bambino è piccolo, più è immerso in un universo narcisistico. Si dimentica che il neonato passa i tre quinti del suo tempo a dormire. E allora dove sta, durante tutte queste ore, la relazione oggettuale?».
Fin dal 1999 aveva in mente di scrivere sugli esiti meno felici della sua professione, quei fallimenti dell’analisi sui quali la bibliografia è avara; ma lo fece solo recentemente, in un libro tradotto due mesi fa da Cortina con il titolo eloquente Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico, un volume la cui cripticità è riscattata dal godibilissimo capitolo iniziale dedicato alla icona dei fallimenti terapeutici, Marilyn Monroe. Green era solito indicare come si sia persa consapevolezza di qualcosa che Freud sapeva molto bene: non tutta la teoria psicoanalitica può tradursi nella pratica interpretativa. Ma il fatto che alcuni pazienti non siano analizzabili – sosteneva Green – «non impedisce ai sintomi di esistere, o ai fatti di accadere, né dovrebbe evitare agli psicoanalisti di gettare uno sguardo al di là di ciò che si lascia comprendere».

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