Posts Tagged ‘anna achmatova’

Quelle memorie prive di memoria

dicembre 6, 2011

Anna Achmatova, una delle voci più importanti della poesia russa del Novecento (1889 -1966)

I ricordi di Isaiah Berlin, gli incontri di Tamara de Lempicka, la Achmatova a Taormina

Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera

Ancora su quell’isola già leggendaria. Da raccomandare ai nostri migliori editori: A House in Bali, di Colin McPhee. Era un musicista e scrittore canadese coetaneo di Paul Bowles, e con esperienze analoghe: studi americani, soggiorni parigini, e poi uno slancio esotico. A Bali, appunto, dove abitò a lungo negli anni Trenta.

Racconti affascinanti, con foto povere. Il piroscafo da Surabaya. L’alberghino a Den Pesar. L’altezzosità obbligatoria verso i «nativi». E i giri complessi dei santoni locali davanti ad ogni sottopassaggio, poiché non potevano camminare sotto i percorsi di altre creature. Gli imbarazzi di una cuoca davanti a mezzo pollo da bollire o arrostire, mentre in ogni casa anche misera si usava cucinare in varie maniere diverse ogni pezzettino di carne. E una profusione di suoni sofisticati e primordiali con gong, xilofoni, cimbali, e una quantità di strumenti dai complicati nomi indigeni con riverberi di melodie lignee e metalliche…

***

Su un «Times Literary Supplement» recente, Josephine von Zitzewitz, docente di Letteratura russa a Oxford, ridesta antichi ricordi, già dal nome. Una baronessa Monika von Zitzewitz, infatti, essendo molto ippica fuggì a cavallo dai feudi baltici, davanti all’avanzata sovietica. Trascorse gli ultimi anni addestrando cavalli di facoltosi milanesi in Canton Ticino. E accompagnò Inge Feltrinelli e me per la consegna degli assegni per il film dal Gattopardo alla vecchia principessa psicanalista Lampedusa. Ci aspettava in un palazzo bombardato e poco illuminato, su una vecchia strada cupa, aggirandosi in un paio di stanze con una gran borsa, in nero lungo, come allora le anziane vedove. Da Tamara de Lempicka, incontrata da Octavio Paz a Cuernavaca («Un poeta? Mi dica subito se preferisce Marinetti o d’Annunzio!») ad Anna Achmatova, uscita finalmente dalla Russia grazie a Giancarlo Vigorelli che le aveva istituito apposta un Premio Etna-Taormina, nel 1964.

Qui von Zitzewitz minuziosamente ispeziona i ricordi achmatoviani di Isaiah Berlin, che prudentemente (in Impressioni personali ) si fonda su memorie di trent’anni prima, senza diari o resoconti privi di memoria. Quante volte lei e lui si incontrarono? Una, o due, o cinque? Tutto discorda, e perfino se furono (o meno) amanti. A Taormina, lei era un «donnone» imponente, e Ungaretti strillava «non stiamo qui con la vecchia», benché lei fosse del 1889, e lui del 1888.

Lei stava zitta, con ragione: al suo ritorno in Russia venne infatti interrogata dai servizi spionistici sui contatti avuti. Finimmo così con Ungaretti (e senza di lei) per una via principale deserta, invernale. E un solo caffè-tabaccheria ove tuttora si trovavano le cartoline del barone von Gloeden, probabilmente foto degli stessi tabaccai giovinetti.

Non si presero: che errore. Sapevano di déjà vu: come in quel tempo le cartoline dell’antica Officina ferrarese(Roberto Longhi!) al sonnacchioso (allora) Palazzo dei Diamanti.

Vivi interrogatori reciproci, fra le due vecchie gentildonne baltiche, a proposito di senili parenti e torrette in remoti castelli. Al termine, «chère cousine!», con abbracci. Due ricordi memoriali: all’ingresso, usciva una coppia nobiliare, lei molto bionda e vistosa. Appena uscita, un sospiro: «C’est une grande-duchesse des Wagon-Lit». E poco dopo, seduti, a me: «Passatemi quel piatto di salatini». Il piatto non esisteva, pensai a un tradizionale test psichiatrico. Non mi restò che un gesto a mani vuote, tipo il mimo Marceau.

***

«Diverse lingue, orribili favelle», scoppia d’ira di Dante nell’Inferno. E poco sembra mancare a qualche «suon di man con elle», quando nel De vulgari eloquentia passa in rassegna minuziosa e acrimoniosa la maggior parte dei dialetti italiani, citandone esempi generalmente «turpissimi» in un forbito eloquio latino magari poi giudicato «giornalistico».

Traduzione e note interessantissime, di Mirko Tavoni, nel nuovissimo Dante, Opere, Meridiano recente. Ne risulta che mentre per l’iroso Divino Poeta il volgare appare un idioma ideale per dolcezza e sottigliezze, i dialetti locali, appresi da balie e tate analfabete, risultano esempi «deformi e fetidi» di volgarità indigene.

I riferimenti intrigano. E certamente, nessun italiano può dissentire dal fatto che le parlate genovesi e toscane e siciliane e venete eccetera differiscano tra loro, e non poco. Peggio di tutti, per il Vate, i romani arroganti e puzzolenti che dicono «Messure, quinto dici?», nonché gli anconetani e spoletini che ripetono «Chignamente sciate sciate». Ma qui il lettore può chiedersi dove andavano a sciare, allora, da Ancona? Così, inimproperium di costoro, un fiorentino di nome Castra compose una canzone: « Una Fermana scopai da Cascioli, – cita cita che se ‘n gìa ‘n grande aina». Ivi il nostro lettore intende che un tale scopò una di Fermo? Ma «da Cascioli» indica una provenienza, o un locale? E « cita cita» può rinviare al più grassoccio Carlo Porta: « Dür, e ch’èl düra, e citto vessighett». Via, via, i milanesi e i bergamaschi, scherniti con « Enter l’ora del vesper, ciò fu del mes d’ochiover».

Via, poi, aquileiesi e istriani, e tutti i parlari montanini e rusticani, e i sardi. Eccellenti però i siciliani, anche perché fra Hohenstaufen e Angiò ebbero poeti a Corte. (Né si prevedevano i culti successivi per qualche prosa dialettale isolana). In quanto ai toscani, «infroniti e amenti», vengono correntemente ingiuriati come i senesi («gente sì vana»), gli aretini «botoli ringhiosi», le bestie fiesolane, e soprattutto Pisa («vituperio delle genti»), e Pistoia, degna tana di bestie, e Lucca, rimata con «gentucca» e «pistucca», nonché Signa, perché puzza. Quello stesso municipalismo bilioso che si riscontra nella Divina Commedia, nelle faide di Comune, e poi negli striscioni dei tifosi calcistici.

Naturalmente, Firenze. Città «partita» (cioè divisa), nido di malizia, nostra terra prava, trista ruina, con tanta rabbia fiorentina contro la gente nuova e i sùbiti guadagni. Mentre nella serva Italia-bordello, a Verona sono già tristi i Capuleti e i Montecchi, forse perché non c’è ancora Shakespeare. Ma se i genovesi perdessero la lettera «z», si ammutolirebbero. Peccato: perché non lontano fioriscono le stupende scuole poetiche provenzali. Non come a Torino o a Trento, località irrimediabilmente periferiche.

***

Nel trentennale della morte di Jacques Lacan, i vecchi rammentano i suoi cerimoniali per ammirare dietro una tendina verde L’origine del mondo di Courbet. E quelle giuggiole parigine in voga ai suoi tempi: Lacan/aille , Lacan/didate , Lacan/icule , Lacan/tharidine … E quella colazione milanese estiva con attigui strilli di «Donna Marella au téléphone!», e lui correva corpulento e sudato sotto la camicetta bianca, prima d’accorgersi che taluno si faceva beffe.

Anna e Giacomo uniti dalla patria

giugno 29, 2011

Adriano Dell’Asta per “Avvenire

Molte sono le cose che uniscono Anna Achmatova e Giacomo Leopardi; e proprio queste molte cose che uniscono i due poeti rendono le traduzioni dell’Achmatova qualcosa di più di un semplice esercizio poetico o anche di un commovente omaggio di un poeta all’altro. A unire dunque i due poeti, innanzitutto, c’è «l’ospite dolce col flauto nella mano», che unisce tutti i poeti, toccandoli nell’intimità del cuore e facendoli propri sacerdoti.

Poi c’è il fatto che questo possesso, quanto più scende nelle profondità segrete dell’anima, tanto più si espande a investire tutto l’universo e a restituirlo al poeta «nell’organica unità delle parti che lo compongono», cioè come un tutto dotato di senso. Il poeta, infatti, come diceva Sinjavskij in un indimenticabile studio su Pasternak, «fonde in qualcosa di organico, in un tutt’uno, le parti frammentarie della realtà e con ciò stesso incarna in un certo senso la grande unità dell’universo».
Così, in Leopardi il poeta parla a tutta la natura umana, «frale in tutto e vile» e di tutta la natura, percependo che essa ha dentro di sé una «nova immensità» che va ben al di là del «terreno stato». È esattamente in questo senso che il poeta, nell’Achmatova, riceve in premio «la perspicacia magnanima degli astri».  (more…)

Intrigo sovietico a tre voci

maggio 9, 2010

«Mi racconta un professore di Oxford, Berghin, di aver veduto nel 1947 Anna Achmatova a Leningrado, e di averla messa a conoscenza per la prima volta che quel Modigliani, che ella in gioventù aveva conosciuto a Parigi, era morto, ed era stato un pittore celebre. L’Achmatova ignorava tutto questo».
Se Anna Achmatova, isolata da un quarto di secolo dal mondo occidentale, ignorava la sorte del pittore italiano che le aveva dipinto il ritratto appeso in casa sua, al 44 di Fontannij Dom, noi ignoriamo quando, dove e come sia avvenuto l’incontro che Corrado Alvaro riferisce in un foglio di diario apparso dopo la sua morte (1956); sappiamo soltanto che un suo errore di ortografia ha reso invisibile per mezzo secolo il nome – straordinario quanto inaspettato – del suo interlocutore. Berghin, infatti, non era altri che il grande filosofo Isaiah Berlin (1909-1997), Fellow di All Souls College, dov’era docente di «Social and Political Theory».
Ma Alvaro incorreva in un secondo errore, perché gli incontri di Berlin con gli scrittori russi (vide anche Pasternak, a Mosca) risalivano al 1945. Si trattava per lui di un ritorno alla sua prima patria: era nato infatti a Riga, capitale della Lituania, e a Pietroburgo aveva trascorso l’infanzia; la sua famiglia, di origine ebraica, abbandonava la Russia nel 1920 per sfuggire al dominio bolscevico. Ora, cessata la guerra, Berlin tornava in quella Pietroburgo che era ormai Leningrado. Già da alcuni anni il governo britannico gli affidava incarichi di intelligence. Atterrando a Mosca l’8 settembre 1945, Berlin entrava dunque in uno stato totalitario che s’era annessa la sua regione natale. Laggiù lo aspettavano i due incontri con Pasternak e con la Achmatova destinati a segnarlo per sempre. Ne avrebbe scritto, a caldo, solo nei rapporti per il Foreign Office; a parlarne in pubblico si sarebbe deciso nel 1980: Meetings with Russian Writers in 1945 and 1956 è fra i testi di memoria più celebri del Novecento. (more…)