Posts Tagged ‘arte contemporanea’

Business e disgusto. Tutti in coda per la dollar-art

ottobre 25, 2011
Stenio Solinas per “il Giornale
«Ci sarà tutto il Golgota della finanza e dei mercanti d’arte» dice entusiasta la padrona di casa a una cena di galleristi, giornalisti e modaioli, e si capisce che fra il Gotha e il Golgota è solo una questione di consonanti. La cena è naturalmente un fusion finger-food, che segue l’happy hour e precede l’happening, e magari il dripping e per i più trasgressivi il pissing, senza dimenticare le performances, gli events e gli environnements, perché poi l’arte è installazione e, va da sé, provocazione, è riciclo, scarto, assemblaggio e dissemblaggio, è deperibile, fruibile, persino commestibile… Soprattutto è «contemporanea», vale a dire un marchio e insieme un work in progress, l’odierno monumentalizzato, studiato e archiviato per il solo fatto d’essere tale. (more…)

Manca la passione d’essere letti

luglio 16, 2011

Anselm Kiefer, «Volkszählung», 1991, installazione

La poesia condivide i difetti dell’arte contemporanea: noia e incomprensibilità. La prosa è rovinata dal mercato, i poeti dal feticcio di se stessi

Alfonso Berardinelli per “Il Corriere della Sera

Qualche mese fa, discutendo con due giovani poeti particolarmente intelligenti e colti, Carlo Carabba e Matteo Marchesini, abbiamo concluso che oggi (e da tempo) la poesia italiana è prevalentemente divisa in due tipi: c’è quella incomprensibile e c’è quella noiosa, perché manca, da parte degli autori, la passione di essere letti. Questa idea sarà crudele, ha tuttavia il vantaggio di spiegare perché di poesia se ne pubblica tanta e nessuno se ne accorge. Il fatto che la critica non ne parli e che i giornali evitino il più possibile di recensire i poeti, è solo una conseguenza. Nominalmente e idealmente la poesia resta un valore virtuale, una specie di feticcio intoccabile. Di fatto, se ci si fa un’idea dei libri di poesia che escono e se si prova a leggerli, si arriva a conclusioni desolanti. (more…)

Ufunk, la libertà dell’arte “on line” da condividere

luglio 9, 2011

Castalda Musacchio per “Liberazione

Sì, esiste. Esiste un luogo dove ognuno può essere ciò che vuole. Esprimersi nel pieno della sua potenzialità artistica perchè – secondo alcuni – l’arte contemporanea è proprio questo: totale condivisione. Ed è così che è nata la comunita virtuale: Ufunk. Un grande, immenso, straordinario, vitale, incredibile, museo virtuale ed in continuo “aggiornamento”. Un luogo dell’arte aperto, dove, appunto, ognuno, senza nick, senza password, e senza pagare neppure un soldo per accedere espone le sue opere e le condivide con la grande comunità virtuale della Rete. Senza limiti, né di età, né di nazionalità, né di espressione artistica. E su Ufunk si trova di tutto: dai designer, ai photoblogger, photoartists, agli web designer, a registi, documentaristi, a grafici che realizzano opere solo in 3d, ai più classici illustratori e via dicendo attraverssando tutte le forme artistiche contemporanee. Il bello – secondo gli ideatori di Ufunk – è che in questa comunità conta la varietà dei prodotti, la miscellanea degli stili, ma soprattutto la possibilità di un’espressione multiculturale variegata multiculturale che si può dilettare in tutti i modi e sempre nuovi, sganciati dal mercato dei critici ma non da quello dell’arte. Le opere? Sono tutte fruibili. Non vengono spiegate, sono lasciate alla libera interpretazione di ciascuno, ed ognuno può commentarle, criticarle, se vuole, condividerle. Che questo sia il prossimo “passaggio” dell’arte?

La carne tra infinito ed eterno

novembre 22, 2010

Gianfranco Ravasi, da “L’Osservatore Romano”

Nell’arco dell’ultimo decennio sotto la guida e l’impulso del vescovo di Linz Ludwig Schwarz, la città e l’intera diocesi hanno intessuto un dialogo fecondo e molto variegato con l’arte contemporanea. Lo stimolo offerto dal concilio Vaticano ii, nel suo appello a una liturgia che coniugasse la verticalità del mistero con l’orizzontalità del coinvolgimento e della partecipazione vitale e culturale della comunità, ha trovato in nuove chiese, cappelle, battisteri, memoriali, altari, amboni, immagini, vie crucis, monumenti, portali, vetrate della diocesi di Linz la sua perfetta attuazione. Questo risultato, meravigliosamente illustrato dalla documentazione che ora seguirà, presenta un significato che va oltre i confini di questa comunità ecclesiale austriaca.  (more…)

L’industria delle patacche milionarie

aprile 30, 2010

I lavori di Hirst, Fabre e Cattelan valgono un tesoro anche se tecnicamente nulli. Così gallerie e musei pubblici creano “capolavori” a getto continuo usando metodi uguali a quelli della peggiore economia

di Jean Clair

In pittura, in scultura non esiste più «arte sacra», ma tutt’al più, con Cattelan, con i fratelli Chapman, Damien Hirst e tanti altri, sulla scia del Dada e del surrealismo, esiste un’arte del sacrilegio o della desacralizzazione.

Eppure esiste ancora una musica sacra: giovani compositori continuano a scrivere messe, requiem, persino opere metafisiche come, ad esempio, il Faust di Pascal Dusapin. Anche la danza non è mai stata così bella, affascinante e audace come oggi; tale qualità dipende da una perfezione fisica che forse nessuna epoca, salvo l’antichità, aveva mai raggiunto: corpi eleganti, muscolosi, sciolti, aerei, modellati dallo sport, dalla dieta, dall’allenamento. Non c’è niente di più bello, oggi, che vedere certi balletti «d’avanguardia». Si potrebbe proseguire: il canto lirico, stando alle vecchie registrazioni, sembra oggi più bello di un tempo, come se la voce si fosse migliorata, amplificata, rafforzata, perfezionata.

Il motivo è evidente: c’è ancora in queste discipline – e qui la parola «disciplina» acquista tutto il suo senso – un mestiere, una maestria del corpo lungamente, duramente, pazientemente appresa, una tecnica singolare insegnata e trasmessa, anno dopo anno. Nelle arti plastiche non c’è più mestiere. Non possono esserci master class di pittura semplicemente perché non c’è più maestria. Un tempo il pittore aveva i suoi allievi, gli apprendisti, i ragazzi di bottega: preparavano o terminavano, talvolta copiavano, i quadri del maestro. Ma che cosa si può «insegnare» oggi in una scuola di Belle Arti, che non ha più nulla da trasmettere se non i lacci del mercato? (more…)