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ARTHUR MILLER

aprile 28, 2011

Aridea Fezzi Price per “Il Giornale

Pochi giorni prima di morire nel febbraio 2005, Arthur Miller confessava a un’amica, «quando mi sentivo deluso o tradito dalla vita, avevo pur sempre la mia scrittura». Una dichiarazione particolarmente toccante se si pensa che gli ultimi quarant’anni della vita del grande scrittore americano, ossia dopo i successi dei suoi drammi presto diventati dei classici quali Erano tutti miei figli, Il Crogiuolo, Morte di un commesso viaggiatore, Uno sguardo dal ponte, e il penoso divorzio dalla seconda moglie Marilyn Monroe, sono stati costellati di amarezze, di critiche e di sferzanti attacchi al suo nuovo lavoro, che lottò per vedere allestito nel suo paese. Per poi immancabilmente subire il disprezzo e il sarcasmo di una critica feroce che giudicava le sue nuove pièces delle prediche tediose e mal scritte: Miller, aveva deciso il «teatro spaventato di Broadway» come egli stesso lo definiva, era un relitto del periodo postbellico, fermo alle battaglie ideologiche del passato, e completamente estraneo al teatro moderno. Noel Coward decretava Dopo la caduta (1964) – in cui l’autore cercava di analizzare il suo rapporto con Marilyn Monroe e al tempo stesso trattava i temi dei campi di concentramento nazisti e delle persecuzini politiche maccartiste – un lavoro adolescenziale, di cattivo gusto se non addirittura volgare, il prodotto di una mente mediocre. Mentre Susan Sontag esprimeva la sua indignazione per «la sconcertante impertinenza dell’autore a mettere sullo stesso livello problemi personali e problemi pubblici». (more…)