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La vergine che voleva redimere il ribelle

gennaio 25, 2010

Isabelle fu l’infermiera e la vestale del culto del grande poeta Rimbaud durante i mesi della terribile agonia. Nelle sue memorie (inedite in Italia), il tentativo di convertire il fratello e di «ripulirne» le opere

Le «mani da assassino» erano simboleggiate dagli enormi pollici che rivaleggiavano con indice e medio in grandezza e lunghezza. Isabelle e Arthur Rimbaud le avevano ereditate dal padre, il militare inquieto che tornava a ogni licenza per ingravidare la moglie e poi ripartire e che a un certo punto non tornò più. Fra i due non era l’unico tratto in comune: l’ovale del viso e il blu degli occhi erano gli stessi e se si prende la celebre foto di Carjat di Arthur ragazzo e la si confronta con quelle di Isabelle ormai donna sposata, sembra di vedere madre e figlio.

Eppure, non sarebbero potuti essere più diversi: il ribelle e la sottomessa, il viaggiatore errante e la contadina attaccata alla sua terra, il libertino di città e la vergine di campagna, l’iconoclasta e la fervida credente. Che il primo fosse stato un poeta, la seconda l’aveva sempre saputo, pur non avendolo mai letto. Fra loro c’erano sei anni di differenza e quando il precocissimo Arthur aveva cominciato a scrivere versi, Isabelle era troppo piccola per capire, per capirli. Poi, a vent’anni, lui di colpo aveva smesso e questo per lei era stato sufficiente. Alla madre, che aveva trasformato l’abbandono maritale in vedovanza – «la vedova Rimbaud» si faceva chiamare – e che più d’ogni altra cosa venerava la rispettabilità borghese, quel figlio balzano e scapestrato non era mai andato giù. Isabelle era una sorella affezionata, ma era soprattutto una figlia obbediente.
Lesse le Illuminazioni «alcune settimane dopo la sua morte: per la prima volta ebbi un moto di sorpresa e di commozione. Pur senza averle mai lette, conoscevo le sue opere. Io le avevo concepite. Ma io, misera, non avrei mai potuto esprimerle con le sue magiche parole». (more…)

Il sogno borghese del poeta maledetto

dicembre 5, 2009

Era giovane, era bello e ribelle come un angelo caduto, era un genio ed è morto presto. Facile così, troppo facile, essere cari agli dei e diventare un mito interpretato al cinema da Leonardo Di Caprio. Un simbolista e un decadente, uno zutista e un surrealista, un santo mago cabalista fascista bolscevico avventuriero pervertito… Difficile così, troppo difficile, quando non c’è un movimento che non ti voglia annoverare tra i suoi esponenti di spicco, sbrogliare verità e leggenda. Del resto, oscuro ma sincero, lui stesso, l’ardente Arthur Rimbaud (1854-1891) dalle Ardenne, l’aveva confessato: «Je est un autre». Il tempo, appena quattro anni, dai 16 ai 20, di cambiare per sempre la poesia moderna. Poi, all’improvviso, basta con le Muse. Meglio le armi, mercante in Africa, tra il Corno e lo Yemen. A caccia di soldi e di rispettabilità borghese. (more…)