Posts Tagged ‘auschwitz’

Auschwitz, l’esperimento di Primo Levi

maggio 3, 2011

Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore

«Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi e siano quivi sottoposti a un regime di vita identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale-uomo di fronte alla lotta per la vita». Così scriveva il chimico Primo Levi in uno dei passi più famosi di Se questo è un uomo, tratto dal capitolo «I sommersi e i salvati», che sarebbe poi diventato il titolo del suo ultimo libro, uscito nel 1986. È la descrizione esatta di un «esperimento mentale», come quelli cui ci hanno abituato Galileo e Einstein, sostiene lo storico della scienza Massimo Bucciantini nel suo Esperimento Auschwitz (uscito ora per Einaudi in una pubblicazione bilingue legata al ciclo di Lezioni Primo Levi). Levi non avrebbe potuto concepire l’idea di un tale esperimento, e non avrebbe potuto descriverne i risultati con tale lucidità, se non fosse stato, prima che scrittore, scienziato. Se non avesse avuto un’attitudine a ragionare con lo stesso rigore sia quando il suo oggetto è la materia inanimata sia quando si tratta di esseri umani. Che cosa ha dimostrato il più terribile degli esperimenti che si possano pensare? Ci vollero quarant’anni per elaborare compiutamente il risultato, esplicitato da Levi in una visione della condizione umana che ha al suo centro la riflessione sugli «stadi intermedi», sulla «vasta fascia di coscienze grigie» e su quella che infine chiamerà la «zona grigia». Questa «lunga fase di incubazione – scrive Bucciantini – dipende anche dal pudore e dall’onestà intellettuale di chi sa di non avere ancora compreso perfettamente i molteplici meccanismi di un così complesso fenomeno umano: una forma particolare di reticenza che è figlia della sua educazione scientifica e che deriva dall’insicurezza di “dire delle cose giuste”, per di più su un terreno – quello storico-sociologico – che non era il suo». Ma alla fine il risultato dell’esperimento fu chiaro. Rivelò l’esistenza di uno «spazio morale fittamente popolato», di una chimica sociale che «non è una caratteristica soltanto del mondo concentrazionario ma è parte integrante di ogni società umana». «Non siamo tutti uguali – scriveva Levi – abbiamo livelli di colpa diversi. Però siamo fatti della stessa stoffa. E un oppresso può diventare un oppressore. E spesso lo diventa. E questo è un meccanismo a cui si pone di rado mente».

Il galateo del Lager

gennaio 23, 2011

In un dialogo del 1983 lo scrittore torna sull’esperienza di deportato: «Ad Auschwitz chi sopravviveva finiva con l’imparare le vie traverse»

da “La Stampa

Il testo che pubblichiamo in questa pagina è la parte iniziale dell’Intervista a Primo Levi, ex deportato, pubblicata da Einaudi per la Giornata della Memoria 2011 (pp. XXV-93, e10). Si tratta di un intenso dialogo che lo scrittore-chimico torinese ebbe nel 1983, quattro anni prima di morire, con Anna Bravo e Federico Cereja (che firmano lo scritto introduttivo e la postfazione del volume), nell’ambito di una ricerca sulla memoria della deportazione, condotta dalla Sezione di Torino dell’Associazione Nazionale Ex Deportati. Tradotta in vari Paesi, l’intervista era stata pubblicata nel 1989 sulla Rivista Mensile d’Israel, nn. 2-3, e in forma di stralcio nel volume “La vita offesa”, curato nell’87 da Bravo e Cereja per Franco Angeli editore

BRAVO. «Una delle cose che erano venute fuori nella sua lezione a Magistero era la serie di rituali, comportamenti suggeriti, imposti, decisi in comune che riguardavano… l’avevamo chiamato il “galateo” del campo, grosso modo».
LEVI. «Sì, sì. Chiaro, lo dico fin da adesso, può avvenire che mi ripeta, che ripeta cose che compaiono nei miei libri, ma…». (more…)

“Tornatevene ad Auschwitz”

giugno 12, 2010

All’alt dei soldati israeliani, i “pacifisti” hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

Nell’articolo: “Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici”

Alessandro Schwed per “Il Foglio

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un’occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un’imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l’abitato circostante. 

E’ la paura a dare paura, l’angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l’occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere – quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull’essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell’inganno? E’ in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell’inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore – commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice – che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all’esercito di Israele che intimava l’alt: “Tornate ad Auschwitz”. E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli – se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l’arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.  (more…)

Falsario per le SS: storia di un ebreo che beffò la banca di Inghilterra

marzo 24, 2010

Stampò 134 milioni di sterline, Goebbels voleva colpire gli anglo-americani con i soldi

Adolf Burger era rinchiuso in una baracca di Auschwitz e si è salvato la vita perché le SS gli affidarono una missione: stampare così tante sterline false da far saltare la banca d’Inghilterra. Tra le mille storie tragiche dell’Olocausto, quella di questo ebreo di Bratislava è una delle più paradossali.

Racconta la sua storia in un’autobiografia pubblicata in Italia dalla casa editrice «Nutrimenti». Titolo: «L’Officina del Diavolo». In 400 pagine (prezzo 19,50 euro) ricorda che a Bratislava faceva un lavoro onesto, lo stampatore-tipografo. Ma arrivarono i nazisti, e lui finì insieme alla moglie Gisela ad Auschwitz. Lei finirà su per il camino, come si diceva in quei giorni. Lui riesce a resistere fino alla primavera del 1944, quando i nazisti, dopo i rovesci in Africa e la sconfitta di Stalingrado, iniziano a temere la sconfitta. (more…)

Pilecki, la spia che entrò ad Auschwitz

febbraio 28, 2010
Witold Pilecki è un nome che non ci dice niente se non – forse – che si tratta di un polacco. Del resto, è poco conosciuto anche nella sua terra. Prima di raccontare la sua storia ho aspettato che fossero passate sia la Giornata della Memoria (per le vittime del nazismo nella Shoah) sia quella del Ricordo (per le vittime del comunismo nelle Foibe): proprio per vedere se qualcuno si ricordava di questo straordinario eroe, vittima sia del nazismo sia del comunismo. Macché, non se ne è sentito parlare, nonostante la recente pubblicazione di un libro che racconta – e quanto bene – la sua vicenda. Che sarebbe incredibile, se non fosse così ben documentata proprio dal volume di Marco Patricelli: Il volontario (Laterza, 304 pagine, 20 euro).
Era nato nel 1901, in una famiglia della piccola nobiltà polacca, e nessuno avrebbe detto che avesse l’animo e la tempra di un James Bond. Amava la musica e la letteratura quanto la famiglia, si sposò presto e ebbe due figli. Per far intuire la mitezza dell’uomo, basterà dire che – fra le sue attività – ci fu la scoperta di un nuovo tipo di trifoglio. Però era anche un militare di carriera, come si usava appunto nella piccola nobiltà polacca di inizio Novecento. Arruolato già nel 1918, nel 1919 fu tra i protagonisti dell’occupazione polacca di Vilnius, contesa fra tedeschi e sovietici: un episodio che ricorda, con esiti meno fortunati, la contemporanea occupazione dannunziana di Fiume.
Quando Hitler invase la Polonia, il 1° settembre 1939, Pilecki era tenente di cavalleria, quella cavalleria che si scagliava disperatamente contro i panzer tedeschi: invano. I nazisti vinsero facilmente, ma continuarono a trovarsi di fronte un esercito clandestino di ben ottocentomila membri, su un totale di un milione e duecentomila che avevano composto quello polacco. Pilecki era fra loro e – essendo le attività di spionaggio e sabotaggio le più pericolose – scelse proprio quelle. (more…)