Posts Tagged ‘barack obama’

Il futuro di Porto Rico

giugno 24, 2011

Voglia di indipendenza o annessione agli Usa come cinquantunesimo Stato? Le incognite sul futuro dell’isola. Reazioni contrastanti alla visita di Obama

Maurizio Stafanini per “Limes

Il “Grido di Lares” è del 23 settembre del 1868,quando un piccolo esercito indipendentista compreso tra i 400 e i 600 uomini iniziò la rivolta per l’indipendenza di Porto Rico dalla Spagna occupando appunto la città di Lares, dove il giorno dopo fu proclamata la Repubblica di Porto Rico.

 

La città fu subito ripresa dalle truppe spagnole, e il movimento stroncato. Il “Grido di Jayuya” è invece il 30 ottobre del 1950, quando il Partito nazionalista di Porto Rico scatenò a Ponce, Mayagüez, Naranjito, Arecibo, Utuado, San Juan e Jayuya un’insurrezione, che a Jayuya riuscì a impadronirsi della città, e a proclamare di nuovo una Repubblica di Porto Rico. (more…)

La Casa Bianca val bene un viaggio a San Juán

giugno 22, 2011

A Portorico, Obama ha riaffermato il legame storico che unisce il paese latinoamericano agli Stati Uniti. Ma ha anche posto la prima pietra della campagna per le presidenziali del 2012

Fabrizio Maronta per “Limes

Nel mare magnum delle crisi internazionali – belliche, umanitarie, naturali ed economico-finanziarie, la recente visita di Barack Obama a Portorico ha ricevuto scarsa attenzione, almeno fuori dagli Stati Uniti (e in Italia meno che altrove). Eppure, essa segna indirettamente l’inizio “ufficioso” della campagna elettorale per le presidenziali del 2012.


Vista da Washington, San Juán non è una capitale latinoamericana come le altre. Dal 1967, il piccolo Stato che essa presiede – ex colonia spagnola, strappata dagli Usa alla madrepatria con la guerra delle Filippine del 1898 — gode infatti dello status di “libero Stato associato”. Una condizione giuridica particolare, che tra l’altro garantisce aiboricua (i portoricani nello slang ispano-statunitense, come attestano con orgoglio le canzoni di Jennifer Lopez, illustre rappresentante della categoria) un accesso privilegiato agli Stati Uniti. (more…)

Obama e la lezione di Roosevelt

novembre 8, 2010

Robert Reich, da “Il Sole 24 Ore

Quale lezione seguirà il presidente Obama dopo la sconfitta nelle elezioni di midterm? Quella di Bill Clinton nel 1996 o quella di Franklin D. Roosevelt nel 1936? Sarà questa scelta a delineare la sua strategia nel corso dei prossimi due anni. E si spera che il Presidente trovi più rilevante il 1936.
Obama non deve farsi ingannare dall’idea che nel 1996 la rielezione di Clinton sia scaturita da un suo spostamento verso il centro. Io c’ero. Clinton fu rieletto perché ormai l’economia era ripartita e andava bene.

Sul voto del 1996 ha influito poco altro. Dick Morris, sondaggista e principale consulente politico di Clinton (che di fatto ha preso in mano l’apparato di definizione delle politiche della Casa Bianca poco dopo la vittoria di Newt Gingrich e dei repubblicani al Congresso nel 1995) raccomandò al presidente di dire soltanto: «L’economia va a gonfie vele e questo è solo l’inizio».
Nel 2012 il presidente Obama non avrà questo lusso.
Molto probabilmente l’economia sarà ancora anemica. Al momento cresce a un ritmo non superiore al 2% l’anno: troppo lento per ridurre il tasso di disoccupazione. Le vendite stanno tuttora rallentando, così come i ricavi delle imprese. Le transazioni immobiliari e i prezzi delle abitazioni sono in calo, mentre i pignoramenti aumentano.
Per i prossimi due anni, i repubblicani cercheranno di dipingere Obama come un liberale fautore del “grande governo”, che ha perso contatto con l’America ed è responsabile della persistente debolezza economica. (more…)

Marea nera: la Katrina di Obama e gli effetti dello Stato minimo

luglio 14, 2010

Una grande sfida per Obama. Un errore che macchia la sua presidenza. La cronologia di un disastro ambientale che ha catalizzato l’attenzione mondiale

Nell’articolo: Questo rivela gli effetti profondi di trent’anni di smantellamento dell’apparato statale, abbandono dei servizi pubblici, sotto-investimento nelle infrastrutture. E’ il risultato del piano “affamare la bestia”, con cui il reaganismo lanciò l’idea che bisognava smantellare l’eredità del New Deal uccidendo lentamente lo Stato, per fame

Federico Rampini per “Limes

Barack Obama ha paragonato l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon e la marea nera nel Golfo del Messico a un “11 settembre dell’ambiente”. Intendeva fare un parallelo in termini di impatto sulla “psiche nazionale”, e di stimolo all’adozione di politiche nuove. Il paragone può essere inteso in altro modo: evoca un evento che diventa simbolo della decadenza degli Stati Uniti.

Altri hanno parlato della “Katrina di Obama”. Una Katrina al rallentatore, perché il bilancio immediato delle vittime umane è meno dell’un per cento della strage di New Orleans (1.500 morti per l’inondazione del 2005 contro gli 11 operai morti nell’esplosione della Deepwater). Ma l’attuale disastro ambientale prolungherà i suoi effetti per decenni.

“La Katrina di Obama” sarà ricordata, insieme ad altri infortuni di questa presidenza, per le debolezze che rivelano dell’America. Quando New Orleans fu inondata e abbandonata a se stessa dalle istituzioni federali, la sinistra americana e l’Europa intera liquidarono quel disastro sotto la categoria “le colpe di Bush”. Un presidente di destra – secondo i suoi avversari politici – fu indifferente alla sorte di una città povera e nera. Nella primavera 2010 però gli americani hanno scoperto che l’Amministrazione federale non reagisce molto diversamente quando ai comandi c’è Obama. Certo, Obama ha evitato le gaffes odiose del suo predecessore, che nei primi giorni di Katrina non volle neppure interrompere le vacanze. (more…)

Obama: Turchia a pieno titolo in Europa

luglio 8, 2010

«Con Napolitano e Berlusconi rapporto forte, straordinaria l’Italia in Afghanistan»

Nell’articolo: In Kenya cercavo di scoprire chi era mio padre, che non avevo mai davvero conosciuto. La verità però è che in termini d’influenza sulla mia vita, quella europea è probabilmente forte come nessuna, perché sono americano e la cultura americana, che è ovviamente un miscuglio di varie culture, ha in quello europeo il suo ingrediente più forte

Paolo Valentino per “Il Corriere della Sera

«L’Italia è parte di me stesso», dice Barack Obama accogliendoci nello Studio Ovale. Nell’intervista esclusiva concessa al Corriere della Sera, il presidente degli Stati Uniti appare rilassato e di buon umore. Affronta grandi temi, come la guerra in Afghanistan, dove definisce «straordinario» il contributo del nostro Paese allo sforzo della coalizione alleata. Precisa che l’estate del 2011 non sarà l’inizio di un rapido ritiro americano, ma il momento in cui «cominceremo a vedere truppe e polizia afghane prendere il nostro posto». Parla del rischio di perdere la Turchia, ricordando come la riluttanza dell’Europa a integrare Ankara a pieno titolo nelle sue istituzioni possa spingere il popolo turco a «guardare altrove». Loda Berlusconi e Napolitano, definendo l’Italia «fortunata ad avere un ottimo premier e un ottimo presidente». Ma non si tira indietro su argomenti più leggeri, confessando la sua passione per Dante, il cinema di Fellini, Antonioni e De Sica, la Toscana e la sua luce.

Il presidente degli Stati Uniti mi riceve in piedi nell’anticamera dello Studio Ovale. Ha appena finito una riunione con il vicepresidente Joseph Biden. Ho atteso il mio turno nel salottino fuori dall’ufficio del Consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale James Jones. Sul divano di fronte, a fare anticamera per vedere Jones, il senatore George Mitchell, l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente. La cosa che colpisce di più nella West Wing, il tempio del potere americano, sono le sue dimensioni ridotte: tutto è concentrato in pochi metri quadrati. (more…)

Guantanamo non si può chiudere. Ora se n’è accorto anche Obama

giugno 29, 2010

Nell’articolo: L’Amministrazione ha provato diverse vie per chiudere il carcere, e tutti i fallimenti sono stati coperti con problemi tecnici e varie versioni del “ci stiamo lavorando”

Mattia Ferraresi per “Il Foglio

La chiusura del carcere speciale di Guantanamo sta scivolando sempre più in basso nell’agenda di Obama, tanto che il New York Times, sempre molto in linea con l’Amministrazione, sostiene sia “improbabile che il presidente Obama mantenga la sua promessa di chiuderlo entro la fine del suo mandato, nel 2013”. Dalla fanfara del primo giorno di servizio, quello in cui Obama aveva firmato l’ordine esecutivo per la chiusura di Guantanamo entro un anno, sono passati sedici mesi in cui il presidente ha rimandato, ha fatto nuovi propositi, ha licenziato il consigliere della Casa Bianca a cui aveva affidato il caso, per poi essere costretto ad ammettere che – come qui si sospettava – lo spazio politico e strategico per la chiusura di Guantanamo non c’è. (more…)

Il candidato Petraeus

giugno 5, 2010

La voce circola in modo insistente: David Petraeus, capo del «central command» che sovrintende su Iraq e Afghanistan, potrebbe candidarsi alla presidenza (per i repubblicani). Lui nega in modo poco convinto. Segno dei tempi: l’influenza dei militari sulla vita politica americana non ha eguali dai tempi di Eisenhower

Marco d’Eramo per “Il Manifesto
La Casa bianca è in preda alla preoccupazione. Non solo per la marea nera nel Golfo del Messico, che si sta rivelando assai più micidiale – in termini non soltanto ecologici, ma di disastro politico – di quanto l’amministrazione avesse immaginato. E il fatto che questo petrolio sia ormai definito la «Katrina di Obama» non aiuta.
Ma il problema per Barack Obama è ormai più serio e profondo, e riguarda la connessione tra il presidente e l’opinione pubblica americana: come accade talvolta ai nostri computer, da qualche tempo sulla Casa bianca sembra apparsa la scritta «connection terminated». I compromessi sulla riforma sanitaria, l’arrendevolezza nei confronti dei banchieri e soprattutto l’escalation in Afghanistan hanno separato Obama dalla sua base progressista: ormai, a leggere i loro blog e siti, Obama non è più il «loro presidente», ma un presidente democratico come un altro, da appoggiare contro i repubblicani ormai all’orlo del fascismo ma sapendo che non è dei «nostri».
Questo disamore dei progressisti (e l’astensionismo che sottintende) rende cupe le prospettive elettorali democratiche per il voto di metà mandato, tra appena 5 mesi, e oltre. I più stretti consiglieri del presidente, i «Chicago boys» (non gli economisti, ma la squadra di assistenti giunti a Washington dalla Windy City) sanno perfettamente che se nel 2012 la situazione fosse quella attuale, Barack Obama non avrebbe nessuna possibilità di essere rieletto. Il primo presidente nero della storia americana, la cui vittoria era stata salutata come l’inizio di una nuova stagione politica, non riuscirebbe a conseguire un secondo mandato. Soprattutto se i repubblicani riuscissero a candidare l’uomo che già ora costituisce un incubo per Rahm Emanuel, David Axelrod e Valerie Jarrett, e cioè il generale David Petraeus. (more…)

Obama come Carter? Magari!

febbraio 27, 2010

di Jimmy Carter

Benché mi sia astenuto dal rispondere alle ingiustificate e sbagliate analisi sulla mia politica estera, mi sento obbligato a commentare l’articolo di Walter Russell Mead (La sindrome Carter, pubblicato su Foreign Policy, ndr). Deploro che Mead abbia utilizzato espressioni come Obama «nel peggiore dei casi potrebbe trasformarsi in un secondo Jimmy Carter», «debolezza e indecisione», «incoerenza e continui rovesciamenti di fortuna» per descrivere la mia presidenza.
Di particolare gravità è il fatto che Mead dichiari che «alla fine del suo mandato Carter si ritrovò a dare il suo pieno appoggio alla resistenza contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, ad aumentare il budget della Difesa e a gettare le premesse per una più ampia presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente». Nessuna di queste fu una decisione dell’ultimo minuto, presa a partire da una tardiva presa di coscienza di presunte sviste o errori di valutazione commessi in precedenza. (more…)

Perché riapre l’ambasciata americana in Siria

febbraio 21, 2010

Il corteggiamento dell’Amministrazione Obama alla Siria ha conosciuto fasi alterne nell’ultimo anno, ma ieri c’è stato un passo significativo. L’ultimo ambasciatore americano a Damasco era stato ritirato nel 2005, in segno di protesta contro il coinvolgimento – sospettato e mai provato – del regime siriano nell’uccisione con un’autobomba dell’ex premier libanese Rafiq Hariri nelle strade di Beirut. Ora Washington ha ufficialmente nominato il nuovo ambasciatore, Robert Ford, a cui manca soltanto l’approvazione da parte del Senato per rimettere in moto le piene relazioni diplomatiche. Baffetti, occhiali e collo massiccio, Ford non è una scelta politica, come Christopher Hill, l’ambasciatore americano a Baghdad, che fu nominato l’anno scorso grazie ai buoni uffici di Richard Holbrooke e che finora ha dato di sé prove mediocri.

Ford parla l’arabo con scioltezza, ha una carriera di 25 anni in medio oriente, è stato anche a Baghdad fino al 2006 e quindi s’è scontato un periodo violentissimo della presenza americana in Iraq, e dopo è stato ambasciatore in Algeria. I commenti anonimi su di lui che trapelano dal dipartimento di stato sono ottimi, per ora nessuno cerca di impallinarlo per colpire Obama: Ford l’arabo ha speso gli anni ad accumulare lodi e non a bruciarsi troppo politicamente. La nomina di un nuovo ambasciatore americano per la Siria era già stata annunciata nel giugno 2009, ma poi l’Amministrazione aveva ritirato tutto, inorridita dal leggere sui giornali siriani l’annuncio trionfale della “capitolazione e dell’ammissione delle proprie colpe da parte di Washington” davanti al regime. Nove mesi dopo, si prova di nuovo e questa volta dovrebbe andare tutto bene, anche se i repubblicani in Senato protestano per la politica di engagement con uno stato ostile. (more…)

Ora et occide, la santa regola di Obama

febbraio 6, 2010

Un altro fine settimana terribile per le legioni di obamiani delusi dalle scelte di governo del presidente americano che aveva fatto sognare il mondo progressista di qua e di là dell’Atlantico. Non sono bastati il triplicamento del numero delle truppe in Afghanistan e la mancata chiusura di Guantanamo, non sono stati sufficienti i missili quotidiani lanciati sul Pakistan e la detenzione a tempo indeterminato e senza processo dei nemici combattenti e nemmeno il bilancio record del Pentagono varato dal Nobel per la pace. In poche ore Obama ne ha fatte altre tre difficilmente digeribili dalla sua base liberal e dai giornali un tempo fiancheggiatori, ora sempre più disillusi. Dennis Blair, il gran capo dell’intelligence di Washington, ha detto al Congresso che il presidente ha confermato agli apparati di sicurezza la piena licenza di uccidere i sospettati di terrorismo, anche se di nazionalità americana, anche se lontani dai campi di battaglia, anche se ciò significa continuare una delle politiche antiterrorismo più controverse adottate da George W. Bush. (more…)

L’ammnistratore del declino

gennaio 9, 2010

Il saggio più interessante sulla politica estera di Barack Obama è stato appena pubblicato dalla nuova e bella rivista bipartisan World Affairs. Lo ha scritto Robert Kagan, storico e intellettuale neoconservatore di seconda generazione, già consigliere di John McCain alle scorse elezioni, ma soprattutto autore di uno dei libri più dibattuti dell’era post 11 settembre. Nel 2002 Kagan ha scritto “Paradiso e Potere”, pubblicato in anteprima europea su queste colonne, il saggio sui rapporti transatlantici che ha diviso le cancellerie europee e segnato le differenze tra l’America e il tradizionale asse franco-tedesco. Il nuovo scritto di Kagan è un’analisi negativa, ma seria, originale e ben argomentata dell’ideologia alla base della politica estera della Casa Bianca. Il 20 gennaio la presidenza Obama compie il primo anno di vita. I giornali e le televisioni hanno già analizzato il suo approccio alla politica internazionale, segnalando le similitudini e le differenze rispetto al suo predecessore George W. Bush Il fallito attentato di Natale organizzato sul volo Amsterdam-Detroit ha mostrato la vulnerabilità fisiologica del sistema di difesa nazionale americano, ma nonostante le critiche dell’ex presidente Dick Cheney ha anche confermato la solidità di Obama nell’affrontare e voler vincere la guerra contro il terrorismo islamico. (more…)

Cosa c’è dietro una lettera di Obama agli ayatollah iraniani

dicembre 2, 2009

Secondo fonti iraniane del Foglio la diplomazia diretta della Casa Bianca non si è interrotta a giugno. Alla vigilia della commemorazione della presa dell’ambasciata americana, il presidente Barack Obama avrebbe inviato un’ennesima missiva a Khamenei. La giornalista Masih Alinejad ne ha dato conto in una lettera aperta alla Casa Bianca: “Signor presidente – scrive Alinejad – Se non è con noi, almeno non si schieri con loro. Per la seconda volta in cinque mesi lei ha scelto di schierarsi dalla parte delle Guardie rivoluzionarie, dei bassiji e delle forze conservatrici che hanno rubato i voti degli iraniani. Il 4 novembre ha scritto una lettera all’ayatollah Khamenei. Questa lettera che è stata tenuta nascosta ha incoraggiato l’apparato di sicurezza di Mahmoud Ahmadinejad a reprimere con ancora maggiore brutalità le forze antigovernative”. (more…)

La prima sconfitta di Obama

novembre 15, 2009

imagesWashington medita, i soldati in Afghanistan cedono una zona strategica ai talebani

“We’ve got people inside our wire!”. “Sono dentro!”. Mai, mai era successo prima in Iraq e ora in Afghanistan di ascoltare via radio questo grido d’orrore dalla bocca del comandante di un Cop, Combat outpost. Il Cop è un fortino militare in Asia, come un puntino disegnato sulle mappe americane dalla strategia del generale Stanley McChrystal. La strategia afferma: spargerai le tue truppe il più possibile per tutti gli angoli del paese che il presidente degli Stati Uniti ti ha chiesto di pacificare. In questo caso – nel caso di Cop Keating – tra le montagne remote ma strategicamente irrinunciabili del Nuristan.

Regola numero uno. I Cop e le altre basi più grandi sono bolle sigillate a tenuta stagna posate sul territorio nemico, gli americani stanno all’interno e i guerriglieri devono rimanere all’esterno. Poi i soldati escono fuori per intraprendere tutte le operazioni di controinsurrezione necessarie, escono per combattere o più spesso per andare a parlare con i capivillaggio locali, per mettere in piedi un ambulatorio medico o per sfondare la porta di un ricercato di al Qaida e portarlo via dentro un sacco nero. Ma i guerriglieri non devono riuscire a penetrare all’interno di un Cop. E’ come se vigesse l’extraterritorialità delle basi, sono un pezzo di suolo d’America. Per come sono irti di difese, tanto varrebbe accettare l’idea che se i talebani possono espugnare le basi oltremare allora possono anche sbucare da dietro una scrivania dentro la Casa Bianca. Ci sono visori a infrarossi, telecamere ad alta definizione, bastioni fortificati, copertura aerea, armi dappertutto. Sulla regola numero uno non si può transigere, perché sarebbe l’inizio della fine. I soldati americani possono farsi ammazzare in imboscate, essere attaccati da autobomba, farsi prendere a fucilate, colpi di razzo, raffiche di mitragliatrici, ma devono sempre poter contare sul ritorno e su una dormita sicura al Cop: è la loro cassaforte. (more…)

Afghanistan: Obama al bivio

ottobre 15, 2009

imagesI generali chiedono massicci rinforzi per non perdere la guerra. Il Premio Nobel per la pace deve decidere cosa fare

Sono giorni cruciali per il futuro dell’Afghanistan.
Mentre a Kabul si attende il verdetto della Commissione Onu che sta verificando i brogli elettorali alle elezioni presidenziali del 20 agosto per sapere se ci sarà o no il ballottaggio, a Washington il Premio Nobel per la pace, Barack Obama, sta decidendo come rispondere alla richiesta di rinforzi giunta dal generale Stanley McChrystal, comandante delle operazioni militari alleate in Afghanistan.
Mandare al fronte altri 40 mila soldati come chiedono militari e opposizione repubblicana?
Mandarne solo 10-15mila come suggeriscono il ministro della Difesa, Robert Gates, e il ministro degli Esteri, Hillary Clinton?
Non mandarne affatto come chiede il vicepresidente Joseph Biden assieme alla gran parte del Partito Democratico?
O addirittura iniziare un graduale ritiro come chiedono sempre più cittadini americani impensieriti dall’incubo di un nuovo Vietnam? (more…)

Obama accetta di mantenere il segreto sulle armi nucleari israeliane

ottobre 12, 2009

imagesSecondo indiscrezioni riportate dal Washington Times, Obama avrebbe rinnovato di fronte a Netanyahu la tacita intesa stipulata fra gli Stati Uniti ed Israele ai tempi di Nixon, in base alla quale Washington si impegna a non esercitare pressioni su Tel Aviv in merito al programma nucleare di Israele. Secondo alcuni, questa intesa indebolisce notevolmente la politica di non proliferazione dell’amministrazione Obama

Il presidente Obama ha recentemente riconfermato una quarantennale intesa segreta che ha permesso a Israele di mantenere un arsenale nucleare senza aprirsi alle ispezioni internazionali. Lo hanno affermato tre funzionari che hanno avuto a che fare con questo accordo.

I funzionari, che hanno parlato in condizione di anonimato, hanno dichiarato che Obama aveva promesso di confermare l’accordo quando ha ospitato per la prima volta il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, lo scorso maggio.

In base all’intesa, gli Stati Uniti non hanno esercitato pressioni su Israele perché divulgasse le proprie armi nucleari o firmasse il Trattato di Non Proliferazione (NPT), il quale potrebbe richiedere che Israele rinunci alle diverse centinaia di bombe nucleari che si stima siano in suo possesso. (more…)

Ognuno ha il suo Santoro

ottobre 2, 2009

imagesOgnuno ha il suo Michele Santoro, mica è solo il Cav. a dover portare la croce. Barack Obama, per esempio, ne ha addirittura due. Uno è il regista provocateur Michael Moore, l’altro è il letterato radical chic Gore Vidal. Il primo, Moore, è pronto a girare un film contro la “guerra di Obama” e ha già minacciato i deputati del Partito democratico di organizzare una campagna per cacciarli dal Congresso se non voteranno la riforma sanitaria. Il secondo, Vidal, ha detto al Times di Londra che Obama è “terribile”, che l’America “diventerà presto una dittatura militare” e di essersi pentito di aver scelto uno così “inesperto” come l’attuale presidente. (more…)

OBAMA CROLLA SOTTO I COLPI DI UNA NUOVA OPPOSIZIONE CONSERVATRICE CHE HA Paura delle tasse e DI PERDERE business

settembre 10, 2009

imagesDitte farmaceutiche e del petrolio cavalcano l’onda e finanziano – “Tea-party” e manifestazioni – Barack, LA POPOLARITà SCIVOLA SOTTO IL 50%…

Lucia Annunziata per “La Stampa”

 

Chi sono, quanti sono e chi rappresentano, gli oppositori che sono riusciti a trasformare la ripresa della stagione politica in Usa in una sorta di «forche caudine» di Obama? Contro l’amministrazione americana – costretta sulla difensiva in questo inizio di settembre – si è coagulato in un giro di tempo relativamente breve un fronte interessante, per profilo e protagonisti.

L’opposizione che oggi preme su Obama non nasce in Congresso, dalle file dei Repubblicani; è piuttosto un movimento che ha adottato strumenti e tattiche tipiche della base democratica, raccogliendosi intorno a Internet, ai blog, a un pugno di media militanti, esercitando il proprio peso nelle assemblee cittadine, i Town Hall di solito dominati dai democratici. (more…)

Tre libri imperdibili per sapere (e capire) qualcosa di nuovo su Obama

settembre 1, 2009

imagesA proporre un libro su Barack Obama e dintorni a un grande editore italiano (e non solo) si ottiene sempre la stessa risposta: “No, grazie”. Il motivo è che la storia e l’epopea del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è già raccontata esaustivamente ogni giorno dai quotidiani, dalle riviste e dalle televisioni, al punto da non sentire alcuna necessità di confezionare un’ulteriore biografia o di impegnarsi in un ennesimo approfondimento sulla sua America. Tanto più che, a pochi mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, è ancora impossibile trarre un bilancio serio sulla sua presidenza, a meno che non si sia fanatici di un tipo o dell’altro. Fedeli a questa strategia editoriale si sono notati gli sforzi di due bravi corrispondenti dagli Stati Uniti come Mario Calabresi di Repubblica (ora direttore della Stampa) e Gerardo Greco del Tg2 per trovare una chiave narrativa originale ai loro recenti libri sugli Stati Uniti: “La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi” (Mondadori) e “Good Morning America – Un viaggio sulle tracce del nuovo sogno americano” (Sperling & Kupfer). (more…)

OBAMA SBATTE CONTRO LE MULTINAZIONALI

luglio 20, 2009

imagesVUOLE TASSARE DI 10 CENTS COCA-COLA E PEPSI PER FINANZIARE LA RIFORMA SANITARIA – E SUBITO IL CONGRESSO BOCCIA IL PIANO DI BARACK – SALUTE: CI PROVò GIà BILL CLINTON E FINì INCASTRATO DA MONICA LEWINSKI

Marco Valsania per “Il Sole 24 Ore”

 

Lattine alla mano, CocaCola e Pepsi hanno messo da parte antiche rivalità per scendere in campo contro un nemico comune: la riforma sanitaria voluta da Barack Obama. O meglio, le proposte per finanziarla: la ribellione dei re delle bollicine è stata scatenata dall’idea, considerata da Camera e Senato, di imporre una tassa sulle bibite dolcificate. E una tassa non da poco: fino a dieci centesimi di dollaro a lattina, per rastrellare in pochi anni oltre cento miliardi. (more…)

Il realista assalito dagli ayatollah

giugno 28, 2009

ARSG3PKCAR1X86UCA53DIB9CALC1I3ACAZZ531TCAT1PMXTCAY1UURMCAYU2OTCCAF652A1CAJELOJ1CAR5AQR5CASEG0BBCA6CUWSYCA4REUVLCAFOGJQ5CAODB8OKCADOJOH3CABOX4IZCA1MJ2MUObama voleva essere l’opposto di W. ma sta scoprendo che non è proficuo

Barack Obama si è presentato al mondo con l’idea di cambiare radicalmente l’approccio di politica estera del predecessore George W. Bush. Circondato da consiglieri realisti, cioè appartenenti alla scuola di politica estera tradizionalmente vicina alla destra repubblicana, Obama ha vinto le presidenziali, ma anche le primarie dentro il suo partito, promettendo che alla Casa Bianca avrebbe parlato con tutti i nemici degli Stati Uniti e senza precondizioni, convinto che se avesse offerto loro la mano del dialogo, questi avrebbero smesso di serrare il pugno. Per sottolineare il distacco da Bush, da presidente ha deciso di ritirarsi dall’Iraq, di chiudere Guantanamo e di non usare più i toni forti da guerra al terrorismo. (more…)