Posts Tagged ‘brigate rosse’

Anni di piombo, la normalità del male

Mag 9, 2012

17 maggio 1976, a Torino si apre il processo alle Br: tra gli altri si riconoscono Renato Curcio (primo a sinistra) e Prospero Gallinari (ultimo a destra)

Nell’anniversario di Aldo Moro, si commemorano oggi tutte le vittime del terrorismo. Com’era la Torino dove nel ’77 fu ucciso l’avvocato Croce

Alberto Papuzzi per “la Stampa

Era normale. Al mattino presto o a tarda sera essere fermati ai posti di blocco. A notte vedere il centro semideserto, con il traffico che scappava via veloce. Sentire l’elenco di uomini politici, dirigenti d’azienda, magistrati, giornalisti, poliziotti, uccisi o gambizzati. Era normale vivere, lavorare, andare (in pochi) a teatro o al cinema, trovarsi con gli amici, scioperare e manifestare in una città che era sotto tiro, dove nessuno poteva più dirsi al sicuro. Per quanto oggi, giornata dedicata alle vittime del terrorismo, sembri incredibile, ci si era abituati a convivere con gli attentati. Questa era la Torino dove 35 anni fa l’avvocato civilista Fulvio Croce, quasi 76 anni, presidente dell’Ordine, veniva assassinato dalle Brigate rosse nel portone dello studio. «Avvocato!», lo chiamò il killer, e gli sparò alle spalle.

Tra il 1977 e il 1982 si contarono a Torino quasi centocinquanta vittime dei terroristi: 19 morti e 130 feriti. I due gruppi che tenevano la città sotto assedio erano le Brigate Rosse e Prima Linea. Le prime avevano radici più fitte fra gli operai e nelle fabbriche, nella seconda prevalevano i figli della borghesia. Ma uguale appariva la violenza degli agguati, negli androni, sui marciapiedi, alla fermata del bus, o sulle auto delle vittime. E uguale la strategia: colpire soprattutto figure che operavano in difesa della democrazia, figure che volevano salvaguardare le istituzioni. Perciò Croce venne ammazzato: perché era un gentiluomo liberale che aveva ritenuto suo dovere fare con un gruppo di colleghi da lui stesso indicati il difensore d’ufficio dei brigatisti, affinché anch’essi si avvalessero di un processo rispettoso delle regole.

Il processo contro le Brigate Rosse si aprì il 17 maggio 1976, nel vecchio e malandato Palazzo di Giustizia del capoluogo piemontese, in uno scenario confuso e un po’ deprimente, con gli imputati in gabbie di fortuna, circondati da una schiera di carabinieri. È in quella prima udienza che gli imputati revocano il mandato ai difensori di fiducia e successivamente rifiutano i difensori d’ufficio, minacciandoli di morte. All’epoca i brigatisti si erano già resi colpevoli del sequestro del magistrato Mario Sossi (Genova, aprile ’74) e dell’assassinio di due militanti missini (Padova, giugno ’74). Dopo l’avvio del processo ci fu l’uccisione di Francesco Coco, procuratore generale di Genova, con due carabinieri della sua scorta (Genova, giugno ’76). Quindi nelle more della vicenda processuale, mentre si cerca una soluzione al problema delle difese d’ufficio, in una livida Torino, il 12 marzo 1977, viene ucciso sotto casa il brigadiere di polizia Giuseppe Ciotta. Meno di due mesi dopo toccherà a Croce. Altri sei mesi più tardi è la volta di Carlo Casalegno.

Un elemento pesa come una cappa sull’intera vicenda: non è soltanto la paura, che provoca centinaia di rifiuti o giustificazioni (per sindrome depressiva) sia tra gli avvocati chiamati a difendere d’ufficio sia fra i cittadini candidati a giudici popolari; ciò che impressiona è il distacco con cui una parte del mondo operaio guarda a queste morti. Come se dovessero riguardare solo i ceti borghesi. Documento degli anni di piombo è lo slogan «Né con lo Stato né con le Br», fatto proprio da un intellettuale come Leonardo Sciascia. Dentro una tragica scia di morti (Berardi, Cutugno, Lanza e Porceddu, Coggiola, Iurilli, Civitate, Ghiglieno) bisogna arrivare nel 1979 all’assassinio di Guido Rossa, operaio comunista e delegato sindacale all’Italsider di Genova (che denuncia chi distribuiva in fabbrica volantini dei brigatisti), perché anche nelle officine, segnatamente in quelle torinesi, si diffondesse la consapevolezza che Brigate rosse e Prima Linea erano nemici della democrazia e della libertà.

Nel maggior polo industriale italiano, un nucleo di società civile che non tradiva le proprie responsabilità oppose un’esemplare resistenza a chi ideologizzava la violenza per colpire la democrazia. Come si vede nel film Avvocato! (di Bronzino e Melano), il commando Br che uccide Croce (Rocco Micaletto, Lorenzo Betassa, Raffaele Fiore e Angela Vai) in realtà fallisce nel suo scopo, perché è proprio il sacrificio di quel mite borghese a risvegliare le coscienze.

Caso Moro: gli archivi di Londra rivelano il coinvolgimento del governo britannico

ottobre 13, 2011

Le prove nei documenti di Kew Gardens pubblicati ne “Il golpe inglese” di Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella.

di Rossella Guadagnini, da “Micromega

E’ il 1976. Per un anno intero la diplomazia, i servizi, le forze armate e anche il ministero della Difesa inglesi progettano “un colpo di stato militare da attuare in Italia per impedire il compromesso storico tra Moro e Berlinguer. Quel progetto, organizzato dettagliatamente e sottoposto poi all’esame di altri paesi Nato – Stati Uniti, Francia e Germania – alla fine venne abbandonato, perché gli americani non erano entusiasti, la consideravano un’iniziativa pericolosa”. A sostenerlo sono due studiosi, Mario Josè Cereghino, ricercatore italo-argentino, nato a Buenos Aires ed esperto di archivi statunitensi e britannici, e il giornalista Giovanni Fasanella, autore di diversi libri sulla ‘storia invisibile’ del nostro Paese. Resistenze c’erano anche da parte della Germania e della Francia di Giscard d’Estaing, tanto che “di fronte agli ostacoli provenienti dagli stessi Paesi membri, gli inglesi abbandonarono l’iniziativa e scelsero una seconda opzione, che definiscono testualmente, in un memorandum segreto del Foreign Office datato 6 maggio, il ‘sostegno a una diversa azione sovversiva’”. Il resto del documento è stato poi ‘oscurato’, in quanto non è quella “la sede per discutere nei dettagli gli scenari sopra descritti”. Due anni dopo Moro veniva rapito e ucciso dalle Brigate Rosse.

Chi si chieda come mai negli Anni 70 esplosero il terrorismo, l’eversione, la lotta armata, ci furono stragi, attentati e servizi segreti deviati, insomma tutto ciò che gli anni di piombo rappresentarono, mentre ora malgrado un’analoga situazione di crisi economica, instabilità politica e perdita di prestigio del Paese a livello internazionale non accade nulla di simile, potrebbe trovare in questa nuova prospettiva una risposta convincente. Dopo aver consultato e analizzato centinaia di lettere, cablogrammi, rapporti e analisi di intelligence, ministeri e uffici diplomatici, con diversi gradi di riservatezza (confidential, secret e top secret), contenuti nei National Archives di Kew Gardens, 20 chilometri a sud di Londra, nel Surrey, dove si conserva la memoria storica del Regno Unito in 30 milioni di documenti, dall’anno Mille in poi, (www.nationalarchives.gov.uk), Cereghino e Fasanella hanno pubblicato “Il golpe inglese” (pp. 354, euro16), edito di recente da Chiarelettere. In esso è raccolta questa vasta mole di documenti, desecretati dopo i 30 anni di rito e, dunque, ormai a disposizione di chiunque li voglia consultare: dal 2007 il quotidiano “la Repubblica” ha cominciato a pubblicarne dei brani.  (more…)

WATERBOARDING ALL’ITALIANA

ottobre 10, 2011

Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine.

Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982.

Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’acqua.

Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’estrema destra, «La fiamma e la celtica».

Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia.

Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: (more…)

“Il Mulino mi ha rifiutato per motivi ideologici”

settembre 8, 2010

Lo storico Alessandro Orsini, il cui saggio sulle Br fu bocciato dall’editore bolognese: “Dimostrando che il terrorismo rosso degli anni Settanta è figlio ‘legittimo’ del Pci ho infranto un tabù. E questo non è piaciuto agli ex comunisti”

Tommy Cappellini per “Il Giornale

Fa un po’ paura pensare che negli uffici della casa editrice il Mulino, una delle più importanti del nostro Paese, lo scontro ideologico che ha segnato la Guerra Fredda, gli anni Settanta e la Prima Repubblica sia ancora molto vivo e capace di influenzare la scelte editoriali. Tuttavia i rifiuti di pubblicare i saggi di Giovanni Orsina L’alternativa liberale. Malagodi e l’opposizione al centrosinistra (in seguito accettato da Marsilio e in libreria a fine mese) e di Alessandro Orsini Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario (poi pubblicato da Rubbettino) lasciano intendere che al Mulino certe guerre ideologiche non siano ancora finite.
Professor Orsini, anche lei «vittima» di un rifiuto editoriale poco scientifico?
«Se il mio saggio non avesse avuto il successo che poi ha raccolto, sarei più cauto, ma a questo punto posso affermare che la stroncatura ricevuta da parte del Mulino non è stato un buon esempio di lettura editoriale. L’impressione che alcuni studiosi hanno ricavato leggendo la relazione di rifiuto è che sia stata viziata da un pregiudizio ideologico. So da alcune fonti che il Mulino si è poi pentito di aver rifiutato il libro». (more…)

Il terrorismo e quella storia da riscrivere

Mag 10, 2010

di Sergio Luzzatto

Quando entriamo in una libreria Feltrinelli, non ci facciamo nemmeno più caso. Gettiamo uno sguardo distratto a quelle fotografie che pure spuntano dappertutto, più ostentate che discrete, più classiche che impertinenti: l’eroe eponimo, Giangiacomo, ritratto a fianco dell’una o dell’altra icona della rivoluzione mondiale, Fidel Castro in testa. Oggi, il paradosso di quel percorso biografico – il rampollo d’una prestigiosa dinastia industriale, l’imprenditore miliardario, l’editore geniale, divenuto rivoluzionario di professione e caduto da bombarolo – si perde fra gli scaffali delle sue librerie trasformate in sfavillanti ipermercati della cultura, cloni italiani delle maggiori catene straniere, luoghi simbolo del mercato capitalistico globale.Così, può ben capitarci di dimenticare che cosa le librerie Feltrinelli abbiano rappresentato nell’Italia di quaranta anni fa. E che cosa Giangiacomo Feltrinelli sia stato negli anni immediatamente precedenti la sua fine, la morte presso un traliccio elettrico di Segrate nel marzo del 1972. (more…)

Intervista | Franco Bonisoli, BR – Parte 2

Mag 7, 2010

Intervista | Franco Bonisoli, BR – Parte 1

Mag 7, 2010

“Il mio papà Ezio Tarantelli”

marzo 26, 2010

Venticinque anni fa le Br uccidevano l’economista che infranse il tabù della scala mobile. Il figlio lo ricorda

MARCELLO SORGI
La madre non sapeva come dirlo al figlio. Tre giorni prima giocavano insieme a pallone nel parco sotto casa, a Villa Paganini, e tre giorni dopo: «Sai, Luca, c’è una cosa terribile che devi sapere. Papà è morto». Non aveva avuto cuore neppure di spiegargli, subito, che il padre era stato ammazzato dalle Brigate rosse. E non aveva creduto ai suoi occhi e alle sue orecchie quando Luca, stordito, senza piangere, dopo un lunghissimo attimo di silenzio, le aveva risposto qualcosa come: «Dobbiamo andare avanti. Le nostre vite devono continuare».

Davanti alle immagini del film che ha dedicato alla vita del padre, ancora non si spiega quella reazione il giovane storico Luca, figlio dell’economista Ezio Tarantelli caduto proprio venticinque anni fa sotto il piombo brigatista. A metà Anni Ottanta, l’Italia era nel fuoco dello scontro sul taglio della scala mobile, il sistema automatico di adeguamento dei salari all’inflazione che proprio Tarantelli aveva contribuito a riformare e che divise il Paese a metà. «Forse – chiarisce – il colpo che avevo subito era così forte che sul momento ho cercato di rimuovere l’accaduto. Non solo il delitto, ma perfino mio padre. Un padre molto impegnato e molto amato, con cui avevo appena festeggiato il mio tredicesimo compleanno. Poi a poco a poco ho sentito risorgere dentro di me il desiderio di conoscerlo meglio e di ritrovarlo. Anche per questo ho fatto questo documentario, in cui sono andato a cercare tutti i suoi amici per farmi raccontare com’era». (more…)

Br: il terrorista è gnostico

marzo 16, 2010
Il muro tra monaci e terroristi è sottile, con gli eretici ancor meno. Magari non farà piacere, la tesi di Alessandro Orsini – giovane sociologo che non ha vissuto gli anni di piombo ma ne ha studiato gli eventi con piglio innovativo –, e tuttavia va apprezzata la profondità d’analisi sull’arduo nodo dei rapporti tra terrorismo e religione.

Professor Orsini, secondo lei i terroristi sono gnostici. In che senso?
«La gnosi è una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: la stessa caratteristica che si trova in tutti i documenti brigatisti, i cui autori pensavano di essere un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia. Forse negli anni Settanta questa tesi non faceva impressione, ma le medesime convinzioni tornano nella rivendicazione del delitto D’Antona nel 1999 e in quello Biagi nel 2002, ben dopo la caduta del comunismo».

Beh, la dottrina delle minoranze che guidano la storia è sempre stata un caposaldo marxista, senza bisogno di ricorrere alla gnosi…
«È vero, ma non basta a spiegare le Brigate rosse. Le Br sono una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male». (more…)

Guido Rossa, l’operaio che volle dire no

gennaio 22, 2010

Maria R. Calderoni
Lui non era un «povero operaio», come disse una volta Luciano Lama. Non era un povero operaio. Era un operaio comunista, e questo fa la differenza. Lui era piuttosto un «uomo ricco», come lo definì Bruno Trentin. Guido Rossa, ucciso dalle Br la mattina del 24 gennaio 1979, poco dopo le sei, un orario da operaio. Freddato dentro la sua 850 appena parcheggiata, sei colpi sparati a distanza ravvicinata, 15-20 centimetri circa, con una Beretta 81 calibro 7,65, munita di silenziatore. Cinque colpi lo hanno raggiunto alle gambe, il sesto al cuore, quello tirato da Riccardo Dura, nome di battaglia Roberto. (more…)

IL GRANDE VECCHIO Delle brigate rosse SE N’È ANDATO COME IL FU MATTIA PASCAL

ottobre 29, 2009

imagesin silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo – LA BIOGRAFIA AVVENTUROSA DI CORRADO SIMIONI: TRA BR E STUDI PIRANDELLIANI CREÒ IL SUPERCLAN SEGRETO CON MORETTI – LA SCUOLA “HYPERION” PER MOLTI IL PUNTO DI COLLEGAMENTO TRA TERRORISMO INTERNAZIONALE E SERVIZI…

Miguel Gotor per “Il Sole 24 Ore”

Se è vero che è morto, è uscito di scena come ci saremmo aspettati, imitando un personaggio pirandelliano, ad esempio Il fu Mattia Pascal: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, nel cuore della campagna francese ove abitava da molti anni, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo. Lo ha scoperto il giornalista Giovanni Fasanella che voleva entrare in contatto con lui per intervistarlo, ma al telefono una voce impastata di ferma cortesia gli ha risposto: «No, mi spiace, Corrado Simioni è deceduto». (more…)

via gradoli 96

ottobre 29, 2009

imagesimagesIl turismo (sia quello d’elite, sia quello di massa) è, tra le altre cose, un modo di relazionarsi con la memoria e la conoscenza. Nei viaggiatori colti del Settecento l’immaginario turistico si nutriva di letture (arte, letteratura, filosofia) e l’osservazione era il compimento visivo, l’inveramento di un cammino di formazione intellettuale. In questo caso la memoria e la conoscenza costruivano schemi rappresentativi rigidi che al più chiedevano agli occhi di confermare quanto già appreso teoricamente. Era il bisogno di immagini, che accompagna gli uomini da sempre che oggi è appagato dagli strumenti multimediali. Oggi il desiderio di osservare viene nutrito da altre forme di conoscenza. Viaggiare nell’epoca di internet è un bisogno che si costruisce anche attraverso l’induzione pubblicitaria, lo scorrimento veloce delle immagini, la simultaneità della visione. Si parte per una meta con poche notizie e molte immagini. Si arriva in un luogo con sempre meno strumenti per codificare le immagini, per “culturalizzarle”. Ci si limita alla fruizione dell’esotico. E non è detto che questo comportamento sia di per sé negativo: avere minori bagagli culturali può rendere le persone più libere di apprendere senza sovrastrutture culturali. Senza volere in questa sede compiere una valutazione gerarchica delle forme di fuizione della conoscenza, si potrà comunque convenire sul fatto che queste agiscono diversamente sulla nostra memoria (e quindi sulla nostra capacità di ricordare i luoghi). (more…)