Posts Tagged ‘censura’

L’illusione della censura progressista

novembre 14, 2011

Giulio Giorello per “Il Corriere della Sera

La «Regina negra» è scomparsa; o meglio, si è trasformata nella «Regina dei mari del Sud»: con mosse del genere la casa editrice tedesca del classico “Pippi Calzelunghe” (della svedese Astrid Lindgren) non è riuscita, tuttavia, a evitare la scomunica della teologa Eske Wollrad, che il 7 novembre, in una conferenza a Lipsia dedicata alla letteratura per bambini, ha sostenuto che la storia di Pippi gronda velenoso razzismo; ed è quindi inadatta ai giovanissimi. L’intervento è stato sponsorizzato dall’Ufficio anti-discriminazioni della Sassonia. Pochi giorni prima (la notizia è stata data dal «Corriere della Sera» del 5 novembre) in Inghilterra era toccato anche a Tintin, l’eroe del fumetto di Hergé (pseudonimo di Georges Prosper Remi). Qualche anno fa un «progressista» come Hugo Chavez ha costretto un’emittente privata a sospendere I Simpson, perché «i bambini del Venezuela potrebbero subirne un’influenza negativa» (gli spettatori avranno invece goduto dell’indubbio contributo pedagogico di “Baywatch”, ove prosperose «bagnine» hanno sostituito per decreto l’iconoclasta Bart e famiglia).

Cosa hanno in comune questi casi apparentemente diversi? Di essere esempi di quella che potremmo chiamare la censura nelle società democratiche (largheggiando, vi abbiamo incluso il Venezuela). Sia chiaro: essa si dispiega in forme ben diverse da quella che un tempo veniva esercitata nel cosiddetto Ancien régime, quando a Londra nel 1732 Alberto Radicati di Passerano finiva in galera per aver pubblicato (in inglese) una “Dissertazione filosofica sulla morte”, su istigazione del vescovo di Londra che trovava quel testo (un’apologia del suicidio in chiave materialistica e irreligiosa) «il libro più empio e immorale che io abbia mai letto»; oppure quando, nel 1749, Denis Diderot veniva imprigionato nel castello di Vincennes per aver scritto opuscoli «contrari alla religione, allo Stato o alla morale», tra cui la “Lettera sui ciechi”. E in forme ben diverse, anche, dalle censure di Stato caratteristiche delle dittature del Novecento — dalla Germania di Hitler all’Urss di Stalin alla Spagna di Franco. Basti sfogliare il bel volume di Fabio Gadducci, Leonardo Gori e Sergio Lama dedicato allo scontro tra fascismo e fumetti “Eccetto Topolino”( Npe 2011), ove si racconta come il regime di Mussolini, soprattutto a partire dal 1938, avesse emesso le sue direttive contro «le storie straniere antieducative», inizialmente facendo eccezione per il personaggio creato da Walt Disney. Ma poi, con l’Italia ormai gettata nella Seconda guerra mondiale, nel febbraio 1942 anche Topolino cedeva il posto a un più innocuo Toffolino (ragazzo in carne e ossa creato da Pier Lorenzo De Vita, le cui avventure ricalcavano però le storie Disney con gli animali-umani).

Nelle nostre società democratiche la censura non consiste più nell’imprigionamento degli autori e nel rogo dei loro libri; e nemmeno nella più sofisticata sorveglianza burocratica che filtra e rimodella interi contenuti. Piuttosto, ha i tratti di un procedimento multicentrico di controllo e selezione dell’accesso all’informazione. Multicentrico perché viene esercitato da poteri, gruppi di pressione, o anche singoli personaggi rilevanti nella vita politica o economica — che trovano «licenziosa» un’eccessiva libertà di espressione. E così abbiamo religiosi cristiani che vogliono rimuovere pubblicità offensive o slogan ateistici; solerti istituzioni locali che cassano i finanziamenti a manifestazioni di «miscredenti»; autorità televisive che accorciano film, telefilm o fiction varie delle scene di sesso, con zelo ancor maggiore se si tratta di rapporti omosessuali; per non dire delle difficoltà di circolazione create ad arte per opere scomode come “Il caimano” di Nanni Moretti o la scomparsa dalle librerie di “Falce e carrello” di Bernardo Caprotti. Non si tratta più della cancellazione definitiva dei lavori incriminati (come si voleva fare invece nel caso delle situazioni come la “Lettera sui ciechi”: è piuttosto il loro confino, per alludere a una misura di polizia cara al Duce, in una cerchia limitata di fruizione, con lo scopo di non farli raggiungere un pubblico più ampio.

Resta, però, tra tutte queste modalità politiche di censura, un’aria di famiglia. I fogli fascisti, denunciando la mancanza di «elevazione spirituale» nel settore della «letteratura periodica giovanile», ne prospettavano una «bonifica», in modo che si cessasse di «avvelenare l’animo dei fanciulli». Non è molto diverso il modo di esprimersi della teologa che condanna “Pippi Calzelunghe”. I vari moralisti politicamente corretti sembrano tutti ossessionati (e qui ci vorrebbe il lettino dello psicoanalista) dal binomio veleno-giovinezza. Come se il modo migliore di difendere i nostri rampolli fosse quello di farli crescere avvolti in una sorta di Neolingua del bene che si illude di cancellare il male semplicemente cancellandolo dalla pagina o dallo schermo. E questa strategia tende pericolosamente ad allargarsi, con la trasformazione più o meno subdola dei «grandi» in «giovani» da tutelare. Come proteggerci, noi adulti, da questi indesiderati protettori? Pensiamoci alla svelta, prima che (poniamo) dalle biblioteche o dalle librerie i bigotti dell’animalismo mettano al bando o magari riscrivano «correttamente» il “Moby Dick“ di Herman Melville, un libro che notoriamente «rivela un punto di vista ostile alle balene».

“Così Breznev censurò persino Sartre”

aprile 19, 2010

Maria Zalambani è professore associato di Lingua e Letteratura Russa presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). Si è occupata prevalentemente di avanguardia russa e di letteratura sovietica. È autrice, fra l’altro, di L’arte nella produzione. Avanguardia e rivoluzione nella Russia Sovietica degli anni ’20 (Longo, 1998) e La morte del romanzo (Carocci, 2003). Il nuovo saggio che ha appena dato alle stampe si intitola: Censura, istituzioni e politica letteraria in URSS (1964-1985) (Firenze University Press pagg. 284, euro 29.90).

Partiamo dall’inizio. La censura in Russia esisteva anche prima di Lenin.
«La censura sovietica ha ereditato quella di tipo zarista. La discontinuità consiste nel fatto che mentre la censura zarista era prevalentemente repressiva, la censura sovietica è anche propositiva, prescrive. Molto è stato scritto relativamente alla censura sovietica repressiva. Un po’ più trascurato è stato l’altro fenomeno, quello che scorre parallelamente al meccanismo repressivo, e che è in grado invece di produrre, di prescrivere a monte, così che alla fine non è quasi più necessaria la censura repressiva». (more…)

Così i giornali e i giornalisti si ribellano alla censura in Iran

marzo 21, 2010

Per il ministro della Cultura, Mohammed Hosseini, in Iran “non c’è alcuna censura, però, se si commettono degli errori, bisogna risponderne secondo le leggi vigenti”. Dal giugno scorso in Iran si sbaglia facilmente. In otto mesi, fino alla vigilia di Nowruz, il capodanno persiano, la festa più importante dell’anno le cui celebrazioni iniziano questa sera, 110 giornalisti sono finiti in carcere per aver calpestato le linee rosse del regime: hanno “oltraggiato il leader supremo”, “fomentato l’instabilità con notizie false”, “collaborato con i nemici dell’Iran”. Venti pubblicazioni sono state censurate, otto hanno chiuso i battenti. Secondo Mohammed Ali Ramin, consigliere del presidente Mahmoud Ahmadinejad, ispiratore della Conferenza sull’Olocausto, promosso al ministero della Cultura e alla commissione di Vigilanza sui media, i giornali puniti “non rispettavano l’etica giornalistica, violavano i regolamenti, pubblicavano materiale superficiale e propagavano materialismo”. (more…)

Basta con la musica eretica: la tentazione ricorrente di censurare l’innovazione

gennaio 2, 2010

Stefano Bocconetti
Una ricorrenza che è passata inosservata. Oltretutto non era neanche uno di quegli anniversari a cifra “tonda”, un quarantennale, un secolo, eccetera eccetera. Si parla di un evento di settantasei anni fa, nei giorni immediatamente prefestivi. Il 22 dicembre del 1933. Eppure, anche se è passata inosservata è una data rilevante nella storia della musica. Meglio: nella brutta storia di chi ha provato ad “opporsi” al potere della musica. E’ una data importante: ricorda il primo tentativo moderno di censurare un genere. Un intero genere. E di censurarlo per via legislativa. Una storia che da allora non si è mai interrotta, che è arrivata ai giorni nostri. Utilizzando strumenti sempre più sofisticati, non più solo l’intervento di autorità del legislatore. Ma questa è una storia il cui sviluppo racconta anche di come chi è messo ai margini, una volta che riesce ad affermarsi, provi a prendersi la “rivincita”. Provi ad esercitare la stessa censura. (more…)

Argentina ’76. Vietati Battisti, Baglioni e Nicola di Bari

agosto 7, 2009

imagesListe nere. La censura del regime colpì anche gli artisti. Tutti eversivi: dai folksinger Victor Jara e Joan Baez alla regina della disco music Donna Summer, compresi lo scandaloso Gainsbourg e i Pink Floyd. Gli Italiani? Disubbidienti e passionali, come la Carrà

Che Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni con la sua «maglietta fina, tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto e quell’ aria da bambina, che non glielo detto mai, ma io ci andavo matto» avesse rappresentato per una generazione un tormentone strappalacrime lo sapevamo tutti, ma che potesse in qualche modo portare con sè un senso di libertà e trasgressione tanto da infastidire un regime dittatoriale è una scoperta che vale la pena raccontare. Dagli archivi argentini del Comitato Federale della Radiodiffusione emerge un documento di sette pagine dattiloscritte (disponible online su http://www.comfer.gov.ar), contenente i titoli di oltre 200 canzoni censurate all’epoca della dittatura militare, tra il 1976. (more…)

Quando l’Fbi voleva bloccare il fenomeno «Gola profonda»

giugno 21, 2009

imagesIl caso: Cinquecento pagine emerse dagli archivi sul film porno del 1972

 

WASHINGTON — Durava poco più di un’ora. Ma furono i 61 minuti che sconvolsero l’America e il mondo. Il sesso non fu più la stessa cosa dopo Deep Throat, Gola Profonda, film archetipo del porno chic, che nel 1972 sdoganò il genere, liberandolo dal ghetto delle luci rosse e aprendogli le porte della cultura pop. Ancora oggi, rimane la pellicola pornografica di maggior successo nella Storia del cinema. (more…)