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CESARE PAVESE, AMORE E INFELICITÀ

gennaio 24, 2012

Esce il carteggio che narra il difficile rapporto fra lo scrittore e Bianca Garufi

Paolo Mauri per “la Repubblica”

Tra l´ottobre e il dicembre del 1945 Cesare Pavese tornò a scrivere poesie. Si era innamorato di una ragazza siciliana che lavorava nella sede romana della Einaudi e si chiamava Bianca Garufi. Il piccolo canzoniere aveva per titolo La terra, la morte e Pavese lo pubblicò su una rivista diretta da Antonio Barolini, le Tre Venezie. Einaudi lo ripubblicò, insieme ad altre poesie, nel primo libro postumo, uscito pochi mesi dopo il suicidio (27 agosto 1950) con il titolo, scelto dall´editore e poi divenuto emblematico, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Un piccolo libro curato da Calvino e Mila che non piacque a Geno Pampaloni. Ne parlò sul Ponte. Il titolo, scriveva, è «il più profanatorio possibile, che ad un pubblico grosso può sembrare persino plateale, adatto a richiamare attorno alla memoria di Pavese proprio quelle pruriginose mosche cocchiere dello scandalo e del pettegolezzo». Ma a Bianca, che del libro era in qualche modo la protagonista, fece invece tornare in mente Pavese che scriveva “per amore e per dolore di me”.
«Ricordo: scrisse la prima sulla poltrona della mia camera da letto; io ero sul letto e dormivo. Poi mi svegliai e lui lesse: “Terra rossa ,terra nera – tu vieni dal mare – dal verde riarso dove sono parole antiche e fatica sanguigna… tu ricca come un ricordo, certa come la terra, buia come la terra, frantoio di stagioni e di sogni”. Mi piacque tanto e forse lo amai poeta per quel giorno. Io ero allora, davvero, buia come la terra. Povero Pavese, morto per Tina, per Fernanda, per Bianca, per Costanza. Quale di queste donne poteva salvarlo?». Il brano, del 13 aprile 1951, è tratto dal Diario di Bianca Garufi e lo pubblica Mariarosa Masoero nel volume intitolato Una bellissima coppia discorde che è poi il carteggio 1945-1950 tra Pavese e la Garufi, dalla Masoero curato e annotato in modo eccellente (Leo S. Olschki, pagg. 162, euro 20). Le lettere di Pavese erano già state pubblicate (ma una importante e delicata senza il nome della destinataria) mentre le lettere della Garufi sono inedite e danno trama alla storia minuta di un amore difficile che si innesta in un rapporto tra due intellettuali intenti a scrivere libri, poesie, diari e a tradurre.
Bianca che poi diventerà una psicoanalista junghiana, allieva di Ernst Bernhard, ha già avuto una storia importante con Fabrizio Onofri e un marito, Pietro Mondello, dal quale si separerà nel ´47. Onofri era un intellettuale, autore anche di romanzi, dirigente del Pci allora tra le figure di maggior spicco. Bianca confesserà più in là d´essere attratta dagli uomini che contano e Pavese è tra questi. Il carteggio è intenso: i due si attraggono e si respingono. Pavese impone: seducimi! Intanto sbrigano anche una corrispondenza amoroso-letteraria. Scriveranno infatti a quattro mani un romanzo uscito postumo nel ´59 con il titolo Fuoco grande. Una storia d´amore, ambientata nel Sud e inevitabilmente tormentata tra Giovanni e Silvia. E Pavese scriverà per lei la sua opera più dannunziana, quei Dialoghi con Leucò che vogliono andare alle radici di tutto attraverso il recupero del mito. Dalle lettere si viene a sapere che Pavese fece leggere a Bianca passi del suo segretissimo diario, Il mestiere di vivere, poi trovato tra le carte dello scrittore e pubblicato nel ´52. Non pochi passi sono dedicati alla donna, al problema di avere una donna. Il primo gennaio del ´46, Pavese scrive: «Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest´anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?».
Dopo l´intenso periodo romano, Bianca si licenzia da Einaudi. Scriverà a Pavese da Uscio, in Liguria, dove c´era quello che oggi chiameremmo un centro benessere e poi la ritroviamo a Milano. Bianca dovrebbe tradurre La nausea di Sartre per Einaudi, ma il lavoro va a rilento e alla fine le subentrerà Bruno Fonzi. Nelle lettere è possibile seguire la vicenda minuta di quel lavoro, richiesto e accettato per bisogno di soldi. Più volte Pavese la rimprovera perché non riesce a lavorare in modo coerente e continuativo. Bianca risponde mimando lo stile telegrafico: «Caro Pavese, ricevuto tua. Sei sempre lo stesso, ma amoti egualmente. Vecchia carogna…» . E Pavese di rimando, vedendo che la traduzione di Sartre non arriva. «Cara Bianca, sei veramente disgustosa. Dopo che hai promesso la Nausée per febbraio, mandi su Fonzi fresco fresco a dirci che in sostanza l´ha dovuta rifare…». Il 2 novembre del ´47, Bianca scrive a Pavese perché ha appena ricevuto una copia dei Dialoghi con Leucò.
«Caro Pavese, ho ricevuto i Dialoghetti… Li ho letti con molta commozione. Naturalmente i primi sono i più intensi… Sei l´unica persona da cui vorrei che scrivesse ancora qualcosa. Per il resto con quei nidi di ragno ecc. io veramente non ho più niente da fare. Non ce la faccio nemmeno a leggere tre pagine di seguito». L´allusione assai esplicita è al romanzo d´esordio di Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, uscito anch´esso nel ´47. Nel dialogo intitolato “La belva” dove Endimione narra ad un passante (lo straniero) il suo approccio con Artemide si parla di una magra ragazza che vive in solitudine. «Endimione, rasségnati nel tuo cuore mortale. Né dio né uomo l´ha toccata. La sua voce ch´è rauca e materna è tutto quanto la selvaggia ti può dare». Sappiamo che la donna con la voce rauca era Tina Pizzardo, ma anche Bianca. Pavese cercava l´una nell´altra, cercava sempre la stessa donna sperando che lo salvasse da se stesso.

Diritti Globali

«Voglio baciarla. Ho deciso»

marzo 17, 2011

I sentimenti dello scrittore nella mostra che Milano dedica alla grande americanista. I biglietti e le lettere. «Ero geloso come un gorilla»

Ida Bozzi per “Il Corriere della Sera

Del legame che unì Cesare Pavese e Fernanda Pivano, il giovane scrittore già animatore dell’appena nata casa editrice Einaudi e la studentessa che chiedeva «Ma che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese?», divenuti pilastri della cultura del Novecento, si sa quasi tutto. Eppure altro di nuovo emerge – utile a capire anche la temperie di impegno che animava il mondo culturale di allora – appena si legga un nuovo inedito, quale è la lettera di Cesare Pavese che pubblichiamo in queste pagine e che sarà tra i materiali della mostra «Fernanda Pivano. Viaggi, cose, persone», a Milano dal 6 aprile. (more…)

Pavese, l’insostenibile mestiere di vivere

agosto 27, 2010

Il 27 agosto 1950 in una camera d’albergo a Torino la tragica fine dello scrittore

Nell’articolo: In quel grumo finì per dibattersi più avanti, intorno all’armistizio del 1943, anche il Pavese improvvido, ustionato da vampe nazionaliste e fasciste: l’autore «scandaloso», cioè, del taccuino segreto scritto dall’agosto 1942 al dicembre 1943 e non incluso nel “Mestiere di vivere”, ma pubblicato solo nell’agosto 1990 da Lorenzo Mondo sulla Stampa

Stefano Colangelo per “Liberazione
Sono sessant’anni, oggi. E si può pensare che il conto dei decenni funzioni come una modesta allegoria meccanica, una specie di modellino di quelle grandi ciclicità arcaiche sulle quali Cesare Pavese aveva ostinatamente meditato nei suoi ultimi anni di lavoro. Sessant’anni da quella notte nell’albergo Roma di Torino, e da quel resoconto di un anno non ancora finito, e destinato a non finire, nel “Mestiere di vivere”: «Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Un mucchio di passioni via via deluse, di forze archetipiche enormi, fatali, respirate come sigarette una dopo l’altra, in un diario che si svela sempre più sguarnito di mediazioni difensive. Così un interprete esemplare, Giancarlo Mazzacurati, avrebbe sottolineato nel 1990 la presenza, in Pavese, «di un sistema radicale arcaico, antropologicamente contadino […], di un’atavica ostilità a ogni trasformazione […], di una nostalgia che lo sommerge, per un universo rituale, stabile e vagamente magico nei suoi cicli di generazione e di morte». A quel sistema fisso, di valori cristallizzati, risalivano infatti l’educazione e l’ideologia, in senso lato, di Pavese. Con quei simboli era composta la materia bruta dei suoi personaggi, e con quelle regole si scriveva la grammatica elementare del suo raccontare, il suo ritmo. (more…)

Pavese, quella generazione nata sotto la luna e i falò

agosto 18, 2010

Il 27 agosto 1950, in una camera dell’albergo Roma, a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita. Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, Pavese è stato poeta, scrittore e formidabile traduttore di classici statunitensi, da Melville a Faulkner a Dos Passos. Fu arrestato per antifascismo e condannato al confino nel 1935: e l’impegno fu una delle costanti della sua vita. Nel 1950 vinse il Premio Strega con La bella estate

Nell’articolo: Quella di Pavese è una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Più acquista sicurezza e coscienza di sé, più sente di essere altrove, di non poter coincidere con gli altri. La costruzione di sé significa cercare uno stile, trovare le forme che portino alla maturità e facciano uscire dalla fase adolescenziale di rapporto e scontro con il mondo. Ma c’è in agguato il pericolo dell’artificio: lo sguardo degli altri, il riflesso sociale possono trasformare lo stile in maschera

di Renato Minore per “Il Messaggero

Se oggi si pensa a Pavese, si deve pensare soprattutto all’intellettuale con un ruolo essenziale nel transito dagli anni Trenta dei suoi primi libri alla nuova cultura democratica di cui è stato un protagonista che ha posto grande attenzione alle realtà della cultura popolare e contadina confluite nel neorealismo. Che è stato (oggi questo suo ruolo si è delineato con maggior chiarezza) un operatore culturale in grado di comprendere e diffondere aspetti ed esperienze della cultura europea e americana a noi del tutto estranee. (more…)

Pavese, un fiore avvelenato per lo Struzzo

luglio 7, 2010

Dalle pieghe del carteggio con lo slavista Poggioli il caso politico-editoriale che nel 1950 dilaniò la Einaudi e rischiò di guastare il rapporto col Pci

Nell’articolo: Va detto subito, e la cosa avrà il suo peso, che è il solo Pavese a gestire il rapporto con Poggioli. «Tenga presente – scrive in una lettera del 2 maggio ’49 – che, a parte una scorsa che darò io stesso alle bozze, praticamente nessun altro le leggerà»

Lorenzo Mondo per “La Stampa

Esce finalmente, dopo una lunga attesa e stuzzicanti anticipazioni, il carteggio integrale tra Cesare Pavese e Renato Poggioli, tra lo scrittore ormai famoso e l’illustre slavista e comparatista che insegnava allora a Harvard. Si erano già incontrati idealmente nel 1932, quando uscirono presso Frassinelli le rispettive traduzioni di Moby Dick e dell’Armata a cavallo di Babel. Ma adesso Pavese, colonna portante della casa editrice Einaudi, impegna il professore, che coltiva proficui rapporti con gli ambienti culturali d’oltreoceano, nella segnalazione di nuovi libri e talenti. Nasce così, tra via Biancamano e Harvard, un rapporto di lavoro che diventa stretta amicizia e, per usare le parole di Poggioli, un meeting of minds (una espressione ripresa nel titolo di questo libro: Cesare Pavese-Renato Poggioli, A meeting of minds. Carteggio 1947-1950, a cura di Silvia Savioli, introduzione di Roberto Ludovico, Edizioni dell’Orso). (more…)

Cesare Pavese, scoprire l’America traducendola

luglio 15, 2009

ALOVRG5CA3N4ERNCAR5IOQCCARKI5G4CA5IIBGUCATC7KIGCAPEXY63CAD3GW6YCAP9T5UPCAGU1N24CABT2ERMCAH145EXCACBT4B8CA6G9YS1CAEZRRNSCASLA6G0CAPJO6LCCA4ZG758CAD3FLHMOgni volta che rifletteva sui propri mestieri – quelli che si era scelto, quelli che gli era toccato di fare, quelli che aveva incontrato per via e trasformato giorno dopo giorno – Pavese sembrava destinato a fare i conti con un attrito, un urto, una conciliazione mancata dalla quale mettersi a pensare ad alta voce, per osservare il lavoro compiuto fin là e trovarne il nuovo significato. Un momento ancora, e tornava il richiamo dell’ossessione, della monotonia del raccontare: un gesto quotidiano, ripetuto e cadenzato come il nuoto; ma anche, in certo modo, pericoloso: come sporgersi all’indietro, abbandonarsi, mentre si è assicurati con un’imbragatura di fortuna alla parete liscia di un’altra forma di monotonia, più grande e perennemente indecifrabile: quella del mito. (more…)