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La Londra di Dickens, favola nera

dicembre 28, 2011

Robert William Buss, «Dickens' Dream», 1875

La città «più prodigiosa e malvagia» attraverso i romanzi

Giorgio Montefoschi per “Il Corriere della Sera

Nel Museum of London, a due passi dal Tamigi – lungo il quale i vetri e gli acciai della moderna architettura paiono diamanti nel sole e nel vento che sferza l’acqua – la mostra appena inaugurata, intitolata «Dickens e Londra», con la quale si aprono le celebrazioni del bicentenario della nascita (1812) dello scrittore inglese più famoso e più amato del suo tempo, esibisce quadri, ritratti, modellini di carrozze e di treni, programmi teatrali, pagine manoscritte (arruffate: chi lo avrebbe mai detto), porte di antiche taverne, abitacoli in legno che un tempo erano a un angolo di Trafalgar Square, e soprattutto Londra: la città governata dalla regina Vittoria, che Dickens, di notte, per raccogliere voci e dialetti, volti e maschere, percorreva in lungo e in largo come un folle.

Emerge, in tre grandi schermi, da fotografie ammantate di nebbia, la Londra delle carrozze che percorrono Regent Street e lo Strand; la Londra delle vecchie locande, descritte nel Circolo Pickwick , un tempo punto d’approdo delle diligenze provenienti dal Dorset o dal Surrey (quando le «diligenze percorrevano solennemente la campagna inglese»), poi diventate catapecchie sordide nelle quali gli incontri potevano essere anche più pericolosi che nel passato; la Londra dei mercati per le case dei ricchi come il Covent Garden, con i banchi delle verdure e della carne, i banchi delle aragoste e dei pesci appena pescati nel Mare del Nord o a Brighton, e quella dei mercati poveri, con carretti miseri e miseria umana intorno; la Londra delle belle botteghe con le vetrine in Soho o Drury Lane; la Londra fumosa e oscura dei grandi capannoni industriali nei quali si producevano le stoffe o le caldaie per le navi; la Londra delle taverne e dei pub; la Londra degli slum , i bassifondi, con i vicoli fangosi e maleodoranti; la Londra sventrata dalla ferrovia metropolitana; la Londra imperiale del fiume, con i bastimenti che arrivavano dall’altro capo del mondo, i magazzini del grano e delle spezie, e le dogane, e quella tenebrosa della foce dove vagavano le barche dei cercatori di cadaveri, come accade nell’inizio del più tenebroso romanzo occidentale, vale a dire nel Nostro comune amico ; la Londra delle case sontuose di St. James, dietro alle quali brillano le candele, splendono le tovaglie e gli argenti, i camini scoppiettano, i camerieri sono impettiti, e quattordici persone (sempre nel Nostro comune amico e subito dopo quel crepuscolo intinto di sangue e di morte) sono seduti attorno a una tavola in una casa in cui tutto, compresi i proprietari, è «in ordine», e lucido, e si parla bene e male di chiunque – e quella delle case, sì, ricche, dietro alle quali però, come in Dombey e figlio , dominano il silenzio e il gelo; la Londra delle prigioni tetre nelle quali finiscono i truffatori e gli assassini, ma anche i poveri derelitti, come il povero Dorrit in La piccola Dorrit , per non aver pagato un debito (e una volta il padre di Dickens, maggiordomo, nella vita); la Londra che da lontano vede David Copperfield, nel 1849, quando per la prima volta arriva a Londra e gli fa dire: «Che meraviglia fu Londra quando mi apparve dalla distanza; pensai che ogni tipo di avventura possibile dei miei favoriti eroi si svolgesse lì dentro, e che fosse la città più piena di prodigi e di male di tutte le città della terra…»; la Londra verso la quale i viaggiatori sembravano misteriosamente attratti, «come sospinti da una disperata fascinazione»: il mostro ruggente che li inghiottiva, e nel quale si perdevano incapaci di tornare indietro…

Con Dickens è impossibile non fare i conti, anche se oggi, incredibilmente, in Italia per esempio, non lo legge quasi più nessuno (mentre un tempo, quando le navi provenienti dall’Inghilterra arrivavano a New York con l’ultima puntata di un suo romanzo, la gente si affollava sulla banchina, impaziente, e chiedeva ai marinai cos’era capitato a questo e a quello). La sua visionarietà, la sua capacità di invenzione nella trama, la sua perfezione nel descrivere gli esseri umani e la sua galleria sterminata di esseri umani, la forza necessaria a tenere insieme la tragedia e il riso, il Bene e il Male, la speranza e l’ineluttabilità, non hanno uguali nel romanzo ottocentesco.

Ma per leggere Dickens, bisogna veramente abbandonare se stessi ed entrare nella porta che introduce al suo mondo. Questo – è il paradosso, per uno scrittore che più di ogni altro ha descritto la società in cui viveva con tutte le sue contraddizioni – è un mondo alla fine teatrale, o per meglio dire, forse, fiabesco. Un mondo nel quale i maestri di scuola sono cattivi, ma cattivi come nelle favole; i delinquenti sono efferati, ma come nelle favole; le fanciulle sono infelici o innocenti come nelle favole; l’amore esiste, ma i corpi non si sfiorano, come nelle favole; tutto esiste come nelle favole; tutto è vero e finto, come nelle favole. O come nella proiezione di un gigantesco, prodigioso, sogno.

Charlie, eterno cantastorie

dicembre 19, 2011

Charles Dickens

Roberto Bertinetti per “Il Sole 24 Ore”

In una calda serata d’estate del 1849 la famiglia James era riunita in biblioteca nella casa di New York per ascoltare la lettura di David Copperfield, il nuovo romanzo di Charles Dickens di cui era appena giunta per nave dall’Inghilterra la prima puntata. Henry, futuro scrittore, aveva appena sei anni ed era stato spedito a letto. Ma il fascino della voce paterna intenta a narrare la storia di un piccolo sconosciuto lo indusse a disobbedire. Molto tempo dopo, in un pagina autobiografica, James raccontò di essersi nascosto sotto un tavolo coperto da un’immensa tovaglia dove rimase immobile sino a quando le sventure di David non lo fecero scoppiare in lacrime. Il nascondiglio venne così scoperto e il bambino spedito in camera a dormire. La lettura lasciò tuttavia su di lui un’impronta incancellabile: «Sentii che ero stato generato quella notte come artista. D’istinto compresi che grazie a Dickens il mondo poteva essere analizzato e riassunto in un libro», annota nei Taccuini spiegando la nascita della sua vocazione.

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Dickens torna a casa

dicembre 5, 2011

Charles Dickens

Silvia Guzzetti per “Avvenire

Un rapporto unico, quello tra Dickens e Londra, che lo scrittore chiamava «la mia lanterna magica», esplorata in lunghissime passeggiate notturne, anche di venti chilometri per volta, dove venivano scoperte le strade, i vicoli e i personaggi che il giorno dopo sarebbero finiti nelle pagine dei suoi romanzi. A questo tema è dedicata la mostra Dickens and London, che aprirà i battenti il 9 dicembre al Museum of London.

È l’evento più importante del ricco calendario con il quale la Gran Bretagna festeggia i duecento anni della nascita del suo scrittore più famoso dopo Shakespeare che ricorrono nel 2012 (l’autore del Circolo Pickwick nacque a Portsmouth il 7 febbraio 1812).

Basta cliccare sul sito www.dickens2012.org. per scoprire una lunga lista di mostre e manifestazioni tra le quali quella del Museum of London fa la parte del leone, perché è la prima volta, in quasi quarant’anni, che manoscritti come quelli di Casa desolata e David Copperfield sono disponibili al grande pubblico. L’esibizione è studiata per riprodurre l’atmosfera della capitale vittoriana attraverso suoni e proiezioni. I visitatori scoprono nel filmato The Houseless Shadow, del famoso produttore di documentari William Raban, che la Londra di notte di oggi non è così diversa da quella descritta nelle pagine di Oliver Twist.

Anche allora la capitale aveva un’enorme popolazione, che metteva a dura prova la sua rete di trasporti, e abbondavano gli speculatori finanziari e i burocrati attaccati da Dickens nella Piccola Dorrit.

Al Museum of London torneranno in vita, grazie a trucchi audio e video, la scrivania e la sedia dove Dickens ha descritto Londra come «nebbiosa», un’espressione ancora oggi associata alla città. Di dimensioni molto inferiori, ma comunque interessanti, sono le mostre della National Portrait Gallery, Charles Dickens: Life and Legacy (fino al 22 aprile), e quella della British Library, che fino al 4 marzo esplora il rapporto dello scrittore con il soprannaturale sotto il titolo A Hankering After Ghosts: Charles Dickens and the supernatura l.

Al Dickens televisivo e cinematografico – per una parte della critica è stato proprio lo scrittore a inventare il linguaggio che ha poi dato vita al cinema –il centro di proiezioni d’epoca BFI Southbank, sul Tamigi, dedica la retrospettivaDickens On Screen, la più importante mai curata fino ad oggi, aperta da gennaio a marzo dell’anno prossimo.

In libreria non mancano nuove biografie e studi come quelli firmati da Claire Tomalin :Charles Dickens: A Life The Invisible Woman, dedicato alla figura dell’attrice Ellen Ternan per la quale lo scrittore lasciò la moglie Catherine. Gli altri titoli interessanti sono Becoming Dickens: the invention of a novelist di Robert Douglas-Fairhurst e Charles Dickens di Michael Slater.

Secondo John Bowen, docente di letteratura inglese all’Università di York, considerato uno dei più importanti esperti di Dickens (suo il volume Other Dickens: Pickwick to Chuzzlewit) le ragioni della enorme fama di cui gode Dickens in tutto il mondo sono molteplici: «È uno scrittore che vuole essere un autore popolare e scrivere di gente comune – spiega – ed è molto moderno. È il grande cantore della vita di strada della città industriale, interessato a tutti i cambiamenti della sua epoca. È aperto ad altre nazioni e culture. Diceva per esempio che gli sarebbe piaciuto nascere in Francia. Inoltre è facile da adattare per la televisione, il cinema e il teatro e usa tutte le strategie moderne di pubblicità per far conoscere i suoi libri. È multimediale».

In Gran Bretagna i suoi libri vengono regolarmente adattati per la televisione dalla Bbc, ma secondo Bowen le ultime versioni sono più fedeli alla pagina scritta e, di conseguenza, sono più lunghe ed esplorano più a fondo i personaggi. «Tutti i romanzi venivano pubblicati a puntate, ogni settimana oppure ogni mese, e questo rende il loro adattamento per la televisione molto semplice», aggiunge lo studioso. Bowen nota inoltre che negli ultimi dieci o dodici anni della sua vita Dickens scrisse in un modo molto diverso da prima. Per esempio in Grandi speranze, ritenuto il suo capolavoro, e nel Nostro comune amico i personaggi sono giovani donne dalle vite più interessanti e complicate rispetto a quelle dei romanzi precedenti. Un cambiamento dovuto al legame sentimentale con l’attrice diciassettenne Ellen Ternan.

«Anche la sua esperienza di operaio in una fabbrica di lucido da scarpe, quando aveva appena dieci anni, è qualcosa che Dickens tiene nascosto – continua Bowen –. Ne parla soltanto con il suo amico John Forster e forse con la moglie, mai con i figli. Durante la sua vita nessuno conosce questo episodio d’infanzia che la famiglia teneva segreto e che spiega tanti dei suoi romanzi dedicati a bambini sfruttati con un’infanzia difficile. Un ruolo di denuncia sociale che, come scrittore, Dickens prende molto seriamente. Le sue parole sui banchieri fraudolenti sono attuali ancora oggi».

Il «circolo Dickens» fa festa con il bicentenario

ottobre 23, 2011

Charles Dickens

Caterina Soffici per “il Giornale

Le sue opere hanno duecento anni, ma non potrebbero essere più attuali. Hard Times, ovvero, Tempi difficili. Povertà, diritti dell’infanzia, istruzione, cura dei derelitti, condizioni di vita degli emarginati, disuguaglianze, denuncia sociale sono argomenti che trascendono l’era vittoriana e i confini della Gran Bretagna. E sono i temi che tornano di prepotenza nell’Inghilterra di questi mesi di crisi e per tutta l’Europa, Grecia e Italia in testa, con alle porte lo spettro di una nuova recessione. Così il bicentenario della nascita di Charles Dickens, che cade il 7 febbraio 2012, sarà un evento per celebrare uno dei più grandi scrittori britannici, ma anche per ricordare il fondatore del romanzo sociale, quella forma di narrazione che tratteggia la vita dei ceti sociali svantaggiati e denuncia situazioni di sopruso e privilegio. Una voce contro i potenti, i ricchi, i corrotti e il malcostume.
Si capisce quindi l’interesse che questo bicentenario suscita, ricordato con una serie di eventi e festeggiamenti a partire dalla rassegna «Dickens and London» al Museum of London (dal 9 dicembre al 10 giugno), la più grande e importante mostra degli ultimi 40 anni sull’autore di David Copperfield. Disegni, fotografie, manoscritti, oggetti e costumi illustreranno i temi cari a Dickens: povertà e infanzia. Un’installazione audiovisiva riporterà in vita la scrivania e la sedia su cui scrisse alcune delle sue opere più memorabili e William Raban, fra i più noti registi britannici di documentari, traccerà le similitudini fra la metropoli attuale e quella dei luoghi dickensiani.
Amplissimo anche il capitolo dedicato alla filmografia tratta dalle opere di Dickens. La prima versione cinematografica risale al 1901 ed è una riduzione di Racconto di Natale. Oggi, oltre un secolo dopo, sono ancora decine i film e le serie tv basate o ispirate alle opere di Dickens. Uno tra gli ultimi è Il mistero di Edwin Drood che la Bbc manderà in onda prossimamente, mentre il glorioso British Film Institute ha in programma la più grande rassegna mai allestita su film e sceneggiati tv tratti da o ispirate a Dickens. Si inizia a gennaio a Londra al BFI Southbank e gli appassionati potranno vedere di tutto, dal pluripremiato agli Oscar Oliver! alle varie versioni di Oliver Twist, Il Circolo Pickwick, David Copperfield eccetera.
Nella sua movimentata esistenza – oltre ad aver lavorato da bambino in una fabbrica di lucido da scarpe, ad aver fatto lo stenografo in uno studio legale e prima di intraprendere la carriera di cronista parlamentare e di scrittore e direttore di successo – Dickens aveva anche provato a calcare le scene. A 18 anni fece domanda per recitare al Convent Garden. Non divenne attore, ma il teatro rimase una sua grande passione e le sue opere sono state portate in palcoscenico infinite volte. (more…)

Sul web le indagini dell’ispettore Charles Dickens

agosto 8, 2011

Alessandro Gnocchi per “il Giornale”

Il 7 febbraio 2012 cade il bicentenario della nascita di Charles Dickens. L’università inglese di Buckingham, per celebrare l’evento, ha deciso di mettere on line i settimanali di cui lo scrittore fu direttore ed editore. Il sito è già consultabile (www.djo.org.uk). Accanto alle riproduzioni fotografiche delle 30mila pagine originali, c’è la trascrizione degli articoli. Ma è necessaria una enorme mole di lavoro: per rileggere ed eliminare i refusi; per stilare indici completi; per compilare le biografie delle firme. Al fine di non mancare l’appuntamento, gli studiosi hanno lanciato un appello, cercando volontari sul web e trovandone parecchi.
La rivista Household Worlds iniziò le pubblicazioni nel 1850. Nove anni dopo, Dickens decise di fare tutto da solo e si liberò dei soci. Il giornale fu ribattezzato All the Year Round (chiuderà i battenti nel 1895, venticinque anni dopo la morte del suo creatore). Dickens, ex cronista parlamentare, sapeva fare il suo mestiere e sapeva guardare lontano. Household Worlds vendeva mediamente 35mila copie. All the Year Round passò quasi subito a 100mila. I numeri di Natale (trainati anche dai racconti di… Charles Dickens) raggiungevano regolarmente le 300mila copie.  (more…)

TRA SIMMONS E DICKENS

febbraio 7, 2010

Un fascino ambiguo emana dalle opere incompiute. L’essere tronche, e non di rado piene di difetti che l’autore non ha potuto o voluto emendare, le sottrae alla perfezione intoccabile dell’arte facendole sembrare per certi versi più umane, caduche come una vita spezzata nel fiore degli anni. Tuttavia quel che in esse vi è d’inespresso le allontana da noi, ne fa delle creature enigmatiche e inafferrabili, un ibrido di detto e non detto che ha i tratti inquietanti della sfinge. Fatale dunque che il più famoso e indagato tra i romanzi incompiuti annunci fin nel titolo un mistero. Lo scrisse Charles Dickens – o per meglio dire: lo stava scrivendo, pubblicandolo a puntate mensili, quando, il 9 giugno 1870, fu stroncato da un infarto senza lasciare appunti che potessero fornire indicazioni in merito a quale avrebbe dovuto essere il finale. Si vocifera che tre mesi prima di morire, Dickens abbia avuto un colloquio privato con la regina Vittoria nel corso del quale si dichiarò disponibile a fare qualche anticipazione confidenziale sulla storia che teneva col fiato sospeso i lettori.
Una indeterminatezza leggendaria
La sovrana non raccolse l’offerta, condannando Il mistero di Edwin Drood a un’irrisolutezza probabilmente irrimediabile. Nella bandella della recente riedizione italiana (Utet, a cura di Marisa Sestito, pp. 335, euro 18) si legge che l’ultimo romanzo del grande scrittore britannico «viene qui presentato in una nuova traduzione così innovativa da rendere pressoché evidente la soluzione del giallo». Un’ardita affermazione cui non fanno seguito lumi di sorta su quel che, con tanta chiarezza, verrebbe finalmente svelato. E non potrebbe essere altrimenti: la missione, seppure teoricamente non impossibile, è di quelle improbe. Manca infatti il presupposto fondamentale. Si può aspirare a risolvere un giallo solo nella certezza di un delitto, certezza che purtroppo il testo abortito di Dickens non fornisce.
Nel ben mezzo della storia, Edwin Drood scompare senza lasciare traccia, a parte alcuni gioielli che verranno trovati in un secondo momento. Tutto lascerebbe supporre che sia stato ucciso dallo zio nonché tutore John Jasper, direttore del coro della cattedrale di Cloisterham, il quale, oltre che essere segretamente innamorato della promessa sposa di Edwin, è uomo infido e notturno, un frequentatore di cripte e fumerie d’oppio. Il romanzo si ferma però prima ancora di chiarire se Edwin sia stato davvero ucciso e a cosa effettivamente alluda il mistero evocato nel titolo. Nel corso dei decenni gli interrogativi lasciati in sospeso sono stati oggetto di incessanti speculazioni, rasenti spesso l’assurdo anche perché fu lo stesso Dickens a confessare all’amico e biografo John Forster che l’idea di fondo era «molto forte, sebbene difficile da realizzare». Si è per esempio fantasticato che Drood scampi in qualche modo all’assalto omicida dello zio per poi ricomparire en travesti, nei panni dell’investigatore Dick Datchery. A confortare simili ipotesi ci sarebbero i titoli alternativi che lo scrittore aveva appuntato nei suoi taccuini: La scomparsa di Edwin Drood, Vivo o morto? e Edwin Drood alla macchia. È però assai probabile che Dickens li abbia presi in considerazione semplicemente per tenere nascosta fino all’ultimo la triste sorte di Drood, tanto più che in qualità di editor consigliò a un collega di usare la parola «mistero» nel titolo così da svelare in partenza che il racconto sarebbe culminato in un omicidio. D’altro canto, il romanzo è diventato leggendario proprio in virtù della nebbia di indeterminatezza che da sempre lo avvolge e che trova un suo potente riflesso simbolico nei fumi dell’oppio, presenti già nelle primissime pagine. (more…)