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Colombia, dove scompare la cocaina

novembre 1, 2011

Secondo gli Usa il Perù produce più cocaina della Colombia, ma nel mondo circola soprattuto droga colombiana. Dietro la droga scomparsa, gli interessi economici di Washington

Lorenzo Bagnoli per “Peacereporter

In dieci anni, non era mai accaduto che la Colombia fosse seconda nella classifica dei Paesi produttori di cocaina. Né il Perù, né la Bolivia, gli altri due Stati dove esistono piantagioni di foglie di coca, hanno mai avuto numeri anche solo paragonabili all’industria della polvere bianca di Bogotà. Invece, dai dati di quest’anno diffusi dalla Drug enforcement administration (Dea), l’agenzia antidroga statunitense, sembra che sia avvenuto l’inaspettato sorpasso: il Paese andino immette nel mercato 325 tonnellate di coca all’anno, 50 in più di quanto non faccia la Colombia. Ma se si leggono le cifre dei sequestri mondiali, emerge una realtà molto diversa, dove la supremazia della Colombia continua a non avere rivali.

Alessandro Donati è il responsabile scientifico di Narcoleaks, l’osservatorio sui sequestri di cocaina nel mondo, nato dalla collaborazione con l’agenzia di stampa Redattore sociale. Dal primo gennaio al 28 ottobre, il contatore di Narcoleaks è salito fino a toccare quota 658,1 tonnellate (dato aggiornato al 30 ottobre): il peso di una barca a vela a due alberi, lunga 64 metri. Per la metà dei carichi, è possibile risalire al Paese di provenienza della droga. E nell’82 percento di questi ultimi casi (320 tonnellate), si tratta proprio della Colombia. In mano alle forze dell’ordine di tutto il mondo, quindi, cadrebbe più cocaina colombiana di quanta, secondo gli Usa e secondo l’Onu, ne viene prodotta ogni anno. Di fronte a questo assurdo Donati osserva: “La logica conseguenza dei dati del Dipartimento di Stato americano sarebbe una limitata circolazione di cocaina colombiana. Ma questa possibilità è smentita dalle loro stesse statistiche, secondo cui il 90 percento della droga circolante negli Stati Uniti (il maggior consumatore mondiale di cocaina, ndr), è di origine colombiana”. I numeri di Washington, prosegue il ricercatore, sono largamente contraffatti e la produzione colombiana è almeno sei volte di più di quello che affermano le cifre ufficiali: “È una menzogna che serve a far passare in secondo piano la reale situazione della Colombia e provocare un dibattito nel Perù, in modo da spingerlo ad affidarsi agli Usa per adottare le stesse politiche antidroga colombiane”. Fumigazioni e basi militari: Colombia, un giorno qualsiasi dal 2000 ad oggi.

Un aereo sorvola una zona ricca di vegetazione: secondo il governo, sono coltivazioni di foglie di coca. Il velivolo, gradualmente, s’abbassa fino quasi a sfiorare le fronde degli arbusti e, d’improvviso, sprigiona da sotto le sue ali una sostanza biancastra che si deposita sulle piante: è glifosato, un gas che le rende improduttive. Questo processo si chiama fumigazione ed è uno dei punti chiave del documento che da 11 anni è la Bibbia della lotta alla droga a Bogotà: il Plan Colombia, un accordo bilaterale con cui Washington s’impegna a fornire addestramento, soldi e materiale bellico per sconfiggere le diverse bande armate che gestiscono il mercato criminale colombiano. In 11 anni, sono più di 1 milione e 400 mila gli ettari di piantagioni che hanno subito questo trattamento, mai praticato negli altri due Paesi produttori, Bolivia e Perù. I due Stati andini, infatti, si sono sempre rifiutati di utilizzare il metodo proposto da Washington e anzi, il presidente boliviano Evo Morales tre anni fa ha cacciato dal Paese i funzionari della Dea accusandoli di essere narcotrafficanti. “Nel 2001 – scrive Uri Friedman, giornalista del bimestrale Foreign Policy, magazine spesso accomodante con le posizioni dell’amministrazione americana – l’Organizzazione delle popolazioni indigene dell’Amazzonia colombiana riteneva che il glifosato causasse grossi problemi all’ambiente e alla salute, ma non è riuscita a persuadere il giudice a fermare le operazioni”. Ma, conclude Friedman, “da allora le critiche non si sono ancora dissipate”.

Gli Stati Uniti, continuano a descrivere una decrescita dell’industria della droga in Colombia, dovuta proprio alle misure contenute nel Plan Colombia. Da George W. Bush fino a Barack Obama, il Congresso ha investito nel progetto 7 miliardi di dollari. “Tra Usa e Colombia esiste una compenetrazione profonda: – dice Alessandro Donati- gi agenti americani sono presenti ovunque, mentre i graduati colombiani si addestrano nelle basi militari del Texas. Gli Usa hanno in Colombia centinaia di uomini della Dea e della Cia e stanno impiantando nel Paese nuove basi militari”.

Un problema di metodo Dimostrare, numeri alla mano, la riduzione del mercato della cocaina colombiana, per gli Stati Uniti significa accreditare a livello internazionale il loro modello dipolitica antidroga. Per questo, sostiene Alessandro Donati, il sistema di monitoraggio in uso al Dipartimento di Stato americano e all’Unodc, l’agenzia anticrimine delle Nazioni Unite, l’altra fonte dei report ufficiali sull’industria della droga, è concepito in modo che sia facile giocare con i numeri.

Essi adottano metodi che si poggiano sui rivelamenti satellitari dei campi dove si coltivano le foglie di coca. Moltiplicando la superficie per la loro diversa redditività si arriva alla stima della produzione. “Il metodo – osserva Donati – ha numerose pecche. La prima è che le rilevazioni sono concentrate in pochi giorni e che alcune zone della Colombia, coperte di nuvole, sono impossibili da osservare. L’altro punto debole è che dopo la fumigazione aerea le piante si deteriorano sia per forma che per colore e non vengono più riconosciute dai satelliti. Un altro problema, anche se di minore incidenza, è causato dal profilo orografico del Paese: esistono pendici di altipiani la cui superficie in forte pendenza risulta falsata vista dal satellite”.

L’ex direttore del dipartimento antidroga delle Nazione Unite Antonio Maria Costa è stato l’ultimo a rispondere alle critiche di Donati. “Quello che noi facciamo – ha spiegato Costa in una conferenza stampa del luglio 2009 – è misurare le coltivazioni di foglie di coca e di oppio attraverso una ripresa satellitare con mezzi che riescono ad individuare oggetti in uno spazio di 4 metri per 4 e la solidità di queste rilevazioni è certa“. Nella sua spiegazione non c’è, però, alcun accenno al problema della nuvolosità e dei deterioramenti indotti dalle fumigazioni, ribatte Donati: “La loro stima della superficie coltivata colombiana è talmente incongrua da costringere a ritenere che sia inventata a tavolino”.

A riprova dell’anomalia colombiana, ci sono poi i riscontri provenienti da Bolivia e in Perù: “In questi due Paesi – afferma Donati – la produzione reale non si discosta di molto da quella stimata dall’Onu e dal Dipartimento di Stato americano”.

Il buco nero colombiano Puerto Gàitan , dipartimento di Meta, lo scorso 14 ottobre: la Policia nacional de Colombia annuncia il sequestro di sei tonnellate di polvere bianca. La notizia diventa un’involontaria e clamorosa smentita dei numeri diffusi dagli Usa sulla produzione di cocaina nel Paese. Infatti, nel luogo della confisca, un gruppo di 34 abitazioni in stile rustico, si nasconde un “maxi cristalizadero” , così si chiama la struttura dove si confeziona la sostanza stupefacente, che sforna tra i 500 e gli 800 chili di cocaina raffinata ogni giorno. Il laboratorio è in grado da solo di raggiungere la produzione annua colombiana stimata dal dipartimento americano, 270 tonnellate.

La vicenda si chiude con l’arresto di quaranta miliziani dell‘Ejército Revolucionario Popular Antisubversivo de Colombia (Erpac), una dei gruppi meno importanti del Paese, e le celebrazioni della stampa locale. A nessuno è venuto in mente di domandarsi quanti possono essere i laboratori come questo sparsi in tutta la Colombia. La risposta, forse, farebbe tornare il Paese al posto che gli spetta: nettamente in cima alla classifica mondiale dei produttori di cocaina. Con buona pace della Dea.

Cocaina, il taglio criminale

settembre 29, 2011

Giorgio Bignami per “il Manifesto”

Non passa giorno che non si debba tornare su qualche effetto perverso delle politiche proibizioniste e repressive, quelle che alimentano una economia criminale sempre più robusta (e sempre più legata a doppio filo all’economia cosiddetta legale), pronta a sperimentare cinicamente sulla pelle dei consumatori, a scopi di maggior profitto, i cocktail più micidiali. Questa storia comincia notoriamente col proibizionismo americano, grazie al quale Al Capone & Co. spacciavano micidiali bevande alcoliche adulterate; e per giunta scherzandoci sopra, come mostrano le testimonianze letterarie su quella porcheria chiamata Old Tennis Shoes – vecchie (e quindi assai fetenti) scarpe da tennis – a imitazione del classico bourbon Old Tennessee. Da tempo è noto che la cocaina viene tagliata col levamisolo, un prodotto nato come antielmintico (cioè vermifugo) per uso umano e veterinario; poi usato come immunomodulatore e quindi provato in alcune forme di tumore e nell’ artrite reumatoide. Altrettanto noto è che il levamisolo può causare gravi effetti collaterali, favorendo infezioni multiple, producendo leucopenia e agranulocitosi (cioè riduzione sino alla scomparsa delle cellule “bianche” del sangue), anche mortale. Ora si aggiungono due pesanti carichi. (more…)

Quanto costa la cocaina?

giugno 28, 2011

E chi consuma più cannabis al mondo? Lo spiegano i dati delle Nazioni Unite sul traffico di droga negli ultimi anni

da “ilpost

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC) la settimana scorsa ha pubblicato il suo rapporto annuale [pdf] sull’utilizzo delle sostanze stupefacenti nel mondo. La ricerca analizza l’andamento della produzione delle principali materie prime per realizzare droghe, la crescita o la contrazione dei prezzi e dello spaccio a livello globale utilizzando i dati forniti dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali.

Nell’ultimo anno, la produzione globale di oppio è diminuita sensibilmente a causa delle difficili condizioni climatiche in Afghanistan, uno dei principali produttori al mondo della sostanza. Le cose non sono andate meglio per la cocaina con un calo sensibile delle coltivazioni e di conseguenza della produzione. La coltivazione della coca è diminuita di un sesto nel 2010 principalmente a causa della minore produzione in Colombia, uno dei principali fornitori al mondo della sostanza. Gli Stati Uniti rimangono i principali consumatori di cocaina, anche se l’Europa sta guadagnando rapidamente terreno. (more…)

Caccia a “El Chapo”, invisibile boss dei narcos

maggio 1, 2011

Il suo vero nome è Joaquin Guzmán Loera, ma per tutti è “il tarchiato”. Ha preso in mano il mercato della coca, trasformato il Messico in un suo feudo ed è diventato un eroe popolare. Ecco come un giornalista si è messo sulle sue tracce. E perché una storia che si svolge nella lontana Sierra di Sinaloa riguarda anche l’Italia

Roberto Saviano, da “La Repubblica

Nulla si può comprendere del nostro tempo, del capitalismo moderno e di quello che sarà, se non si fissa in volto il Messico, attualmente la più importante narcodemocrazia del mondo. Raccontare del Messico spesso è impossibile. Proibito. Uccisi, torturati, decapitati per aver fatto il loro lavoro: così finiscono molti giornalisti che lì decidono di occuparsi di narcotraffico. Fare il giornalista in Messico è un mestiere pericoloso, forse il più pericoloso che si possa scegliere di fare in quella terra. Lo sa bene il giornalista statunitense Malcolm Beith che, al tempo delle ricerche nel Sinaloa, una notte vede arrivare al suo motel un gruppo di giovani armati, li sente entrare nella camera di fianco e decide di dormire in bagno, cosa che, forse ingenuamente, lo fa sentire più sicuro. Se sparano verso il letto direttamente da fuori la porta, avrà pensato, almeno mi salvo dormendo in vasca. Beith va in Messico con un unico obiettivo: raccontare del Numero Uno. Dell’uomo che ha cambiato il destino di quel Paese, responsabile di una quantità enorme di omicidi: El Chapo. Il narco che è riuscito a rendere il Messico il centro da cui si irradia il mercato mondiale della coca.
Figlio di un gomero, un coltivatore di papavero da oppio, il piccolo Chapo – soprannome che significa “basso e tarchiato” – cresce in un remoto angolo di Messico dove la droga sembra l’unica via per uscire dalla povertà. Non ha ancora vent’anni quando le crescenti richieste di stupefacenti dell’America post-Vietnam fanno diventare il Sinaloa un centro nevralgico del mercato che dalla Colombia raggiunge gli Stati Uniti passando per il Messico. I colombiani, all’inizio, pagano i messicani per il trasporto della merce. Poi questi ultimi chiedono come pagamento una parte del carico. Così i cartelli messicani diventano più potenti dei colombiani che restano meri produttori. In quegli anni, El Chapo impara il mestiere dal migliore di tutti: Miguel Angel Félix Gallardo, conosciuto come El Padrino. (more…)

Morales e la coca della discordia

febbraio 15, 2011

Battaglia boliviana per la depenalizzazione della masticazione della famigerata foglia. Costume tradizionale da rispettare o pericolosa minaccia ai paesi vicini? I problemi dei produttori locali

Maurizio Stefanini per “Limes

Dopo Dakar, un altro segnale recente dell’iniziativa internazionale di Evo Morales è la battaglia per l’akulliku.

Il termine aymara è stato adottato anche dal dialetto quechua, dove lo stesso significato è espresso dalla parola pijchu, da cui lo spagnolo pijcheo. In Colombia, invece, si preferisce il termine mambeo.

Tutti vocaboli che designano la masticazione della foglia di coca, praticata sulle Ande da almeno 4.500 anni.

La ricetta è semplice: si introduce in bocca una manciata di foglie, si aggiunge un pizzico di sostanza alcalina – come la cenere o la calce – e se ne fa un bolo, che si tiene premuto tra la gengiva e la guancia, spremendone lentamente il succo. (more…)

In nome della droga: la mattanza messicana

giugno 14, 2010

In Messico ogni giorno è un 2 di novembre. Ieri è stato quello più violento e sanguinoso degli ultimi sei anni: 85 morti. Rivalità tra bande, narcotraffico, innocenti stroncati dalla casualità. Donne, vecchi, bambini. La ferocia non guarda in faccia nessuno. Una mattanza senza soluzione di continuità. Lontano dalle luci abbaglianti delle località turistiche e dal silenzio sacro delle piramidi Maya, una guerra senza pari nel mondo: 22.700 morti dal 2006. Solo nei primi tre mesi del 2010 si sono contati 3.365 cadaveri. La gente continua a morire o a uccidere

Nell’articolo: “Fino al 2006 il governo messicano è rimasto passivo di fronte al fenomeno crescente della criminalità organizzata legata al traffico di stupefacenti. I cartelli della droga regolavano i conti tra loro. Una banda rimpiazzava l’altra spazzata via dal “mercato” o da dissidi interni. Poliziotti corrotti vigilavano su tutto questo, con le tasche piene di mazzette e senza la necessità di procedere ad arresti ed indagini”

Anna Mazzone per “Il Riformista

Dal Sudafrica il presidente Felipe Calderon inneggia al pugno di ferro. Ma i suoi 45.000 soldati finora non sono serviti a granché. Una «guerra persa». Così in tanti commentano la sua strategia anti-narcos; negli ultimi quattro anni ha schierato interi plotoni di polizia ed esercito per presidiare le aree più calde del Paese e stroncare sul nascere le dinamiche legate al mercato della droga. Ma le teste continuano a rotolare. Arti tagliati, bambini rapiti. L’orrore reitera se stesso e aumenta, persino. Una spirale di violenza che spinge molti a cercare rifugio oltre il confine, in quegli Stati Uniti sogno di mezzo mondo. Ma anche lì, spesso, i disperati trovano la morte.

Ottantacinque morti tra giovedì e venerdì. Il giorno più sanguinoso degli ultimi sei anni in Messico. 19 sono stati uccisi durante un assalto ad un centro per la cura delle tossicodipendenza. (more…)

Dalla coca al cacao: il Perù scopre la nuova pianta dei miracoli

febbraio 16, 2010

Nel nord del Perù i contadini hanno scoperto che il cacao rende più della coca

Ottobre 2009, Parigi. Al Salòn du Chocolat, l’importante raduno annuale dei maestri cioccolatieri, i giudici si guardano sussiegosi, poi stupiti annunciano ad un gruppo di contadini peruviani che il loro cioccolato è il più aromatico del mondo.

La cooperativa del miracolo. E’ una storia che lascia ben sperare, perché non racconta solo di una piccola cooperativa che sfonda in un mercato selettivo come quello del cioccolato, ma di una regione che trova un’alternativa alla coltivazione delle foglie di coca, declinata radicalmente nel giro di pochi anni, a favore di quella del cacao.
Elena Rios è la segretaria della Cooperativa Agroindustriale di Tocache, quella che ha prodotto il cioccolato celebrato a Parigi. Fino a 10 anni fa anche lei coltivava coca.
“All’inizio la cooperativa contava 12 membri” – ha detto al Time, la prima testata a raccontare la storia del miracolo peruviano – adesso siamo centinaia. Nessuno vuole più coltivare la coca a Tocache, tutti stanno pensando al cacao”. Eppure, fino a qualche anno fa, in questo distretto della regione di San Martin, le foglie di coca erano il principale motore dell’economia locale. Qui, dove le Ande degradano e lasciano il posto alla Foresta Amazzonica, avevano i loro santuari formazioni guerrigliere come l’Armata Rivoluzionaria dei Tupac Amaru e Sendero Luminoso. E l’equazione torna subito: guerriglia significa traffico e, in questa regione dell’America Latina, soprattutto narcotraffico, dal momento che dalla coca si ricava la cocaina. (more…)

Baby-sentinelle e pitbull feroci : Il ghetto della cocaina a Milano

agosto 4, 2009

imagesMILANO — In una cantina, sul muro, tra bestemmie e frasi di ses­so, hanno tirato una scritta, enor­me, che schiaccia e nasconde le al­tre: the ghetto of Milan. I pitbull vengono lasciati appesi una notte e un giorno a un albero, per edu­carli alla rabbia, così diventano più che da guardia cani da assalto, assalto contro i poliziotti. I bimbi girano su biciclettine nei grandi giardini interni spoglia­ti di alberi, altalene, scivoli; hanno otto e nove anni, fanno le sentinel­le per trenta euro a settimana. Quando arriva un estraneo, fischia­no. Allora altri bambini vanno su e giù a bussare, due tocchi brevi e uno lungo, oppure tre lunghi e uno breve, è un linguaggio in codi­ce. Bussano agli appartamenti di insospettabili e incensurati — ulti­mi arrestati un magazziniere e una mamma — ai quali i boss, per quattrocento euro la settimana, or­dinano di conservare la cocaina. La coca è acquistata dai narcotraffi­canti sudamericani: le analisi della polizia scientifica hanno rilevato una purezza dell’84%. In città, do­ve 150mila persone pippano in un anno sei tonnellate di roba, la me­dia di purezza è del 40%, con un prezzo al grammo di 70 euro. Alle «case» è di 90, 100. È cocaina altro­ve tagliata con aspirina, gesso e la velenosa stricnina, e qui invece trattata quasi con delicatezza. È la più buona. Non si tirano mai pac­chi. E infatti c’è la coda. (more…)

Il dramma del continente bianco

luglio 5, 2009
imagesROBERTO SAVIANO
L’Africa oggi non è nera. L’Africa non è marrone, non è verde, non è gialla. L’Africa oggi non è l’ebano, non è il colore della pelle, non è il colore della savana o del deserto. L’Africa è bianca. Bianca non del colore della pelle dei vecchi discendenti dei boeri. Né dei Medici Senza Frontiere che l’attraversano. E neanche degli investitori. E’ il bianco della cocaina il colore dell’Africa oggi.
Tutta l’Africa occidentale è ormai gonfia di cocaina e capitali del narcotraffico. Tutta la cocaina che entra in Spagna, Italia, Grecia, Turchia, Scandinavia, ma anche Romania, Russia, Polonia. Tutta quella polvere bianca passa per l’Africa. L’eroina è afgana. La coca sudamericana, certo. Ma ormai non è più il marchio iniziale l’aspetto determinante: l’origine della coltivazione, la pianta, la raffinazione. Ormai la coca è africana. L’Africa è il continente bianco. (more…)