Posts Tagged ‘confindustria’

Torino e gli industriali, destini incrociati

ottobre 4, 2011

Dalla riforma dell’associazione voluta da Agnelli all’isolamento nella marcia dei 40mila

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera”

In fondo lo «strappo» di Fiat da Confindustria si inserisce in una lunga, travagliata e per certi versi emblematica storia di destini incrociati che ha segnato in Italia l’evoluzione della rappresentanza di imprenditori e sindacati.

Lo spiega bene Cesare Annibaldi che, responsabile in Fiat di relazioni industriali ed esterne, si è occupato a lungo e strettamente dei rapporti con l’associazione degli industriali: «Dagli anni Settanta fino a tempi relativamente recenti non è facile mettere in evidenza grandi discontinuità. Il modello è stato abbastanza stabile: il Lingotto sosteneva l’organizzazione mettendo a disposizione uomini, risorse organizzative, e non solo a livello centrale. Anzi, c’era una grande attenzione alla “periferia”».

Un filo probabilmente ininterrotto che traccia il percorso di una relazione che con la presidenza di Giovanni Agnelli, fra il 1974 e il 1976, raggiunge ovviamente l’apice, quasi una identificazione dell’associazione nel suo leader più carismatico che, alla sua uscita, è il primo a indicare il suo «successore» in Guido Carli. Prima Governatore della Banca d’Italia, Carli è fra i pochi numero uno di Viale dell’Astronomia ad accedere agli «onori ed oneri» di quella posizione senza essere stato imprenditore o «padrone».

Ma Agnelli si può dire sia stato sempre in Confindustria e probabilmente mai abbia pensato che il Lingotto potesse uscirne. Un episodio significativo lo ha raccontato Enrico Salza che prima di diventare banchiere a Torino è stato imprenditore nell’azienda di famiglia che produce fiammiferi. E’ il 1965 e il giovane Salza raccoglie e partecipa ai fermenti degli industriali jr che arrivano anche a ipotizzare l’uscita dall’associazione. Agnelli, giovane anch’egli, esprime la propria solidarietà ma aggiunge con una certa diplomazia: «Non posso garantire che la Fiat esca da Confindustria con voi».

Ed è Agnelli a spendersi non poco accanto a Leopoldo Pirelli nel ’69-70 al progetto di riforma dell’associazione affidato dall’allora presidente Angelo Costa e che prenderà sostanza nella cosiddetta Riforma Pirelli. Una riforma che prevedeva «una collegialità di governo», spiega Carlo Callieri, che in Fiat ha ricoperto diversi incarichi ed è stato per otto anni vicepresidente della Confindustria e candidato alla presidenza quando ha prevalso Antonio D’Amato, «ma che poi non è stata applicata proprio a Torino dalla Unione industriali».

Ma se con Agnelli leader si arriva all’identificazione, che significa anche rappresentare i compiti associativi in intese come quella sul punto unico di contingenza firmata con Luciano Lama (che con l’Avvocato ha un rapporto di evidente reciproca stima) non si può dire che i rapporti fra Fiat e Confindustria siano sempre stati contrassegnati da questo registro. Annibaldi lo spiega facendo riferimento alla marcia dei 40 mila. «Fiat ha in quella occasione avuto l’impressione di essere sola. Io partecipai a diverse riunioni in Confindustria con presidente Vittorio Merloni, che uscì allo scoperto solo dopo 20-25 giorni. Non ci fu nulla che potesse dare effettivamente una percezione di distacco, ma…».

Un episodio, certo. Che tuttavia segnala l’evoluzione alterna dei destini incrociati. La Fiat in un’associazione dove acquistano peso i piccoli e le aziende pubbliche, è influente nella scelta dei presidenti, esprime fra gli altri in Viale dell’Astronomia un direttore generale di peso come Paolo Annibaldi, fratello di Cesare e un vicepresidente come Callieri, «sale» di nuovo alla presidenza con Luca Cordero di Montezemolo che, presidente di Ferrari, lo diventa di Fiat quattro giorni dopo la nomina al vertice dell’associazione. Ma quando Giovanni Agnelli sostiene ufficialmente Callieri e assiste alla sua sconfitta, non gli resta che dire con amarezza che è la «vittoria dei berluschini». D’Amato lancia il tema dell’associazione come lobby. Però Fiat, che di certo non ha mai avuto bisogno di Confindustria per sostenere i propri interessi, non «ci sta» in questa definizione. In crisi entrano le forme della rappresentanza. E ora lo «strappo» che il giovane Agnelli forse non avrebbe mai immaginato ne è la prova più significativa.

Diritti Globali

All’impresa non piace Benito

giugno 29, 2011

Valerio Castronovo per “Il Sole 24 Ore

Di Gino Olivetti, segretario generale della Confindustria per un quarto di secolo dalla sua fondazione nel 1910, si può ben dire che sia stato il protagonista per eccellenza dell’opera di aggregazione e legittimazione sociale che diede voce e diritto di cittadinanza alla nascente classe imprenditoriale. Poiché contribuì in modo determinante a porre le fondamenta di una sua robusta rappresentanza unitaria (rispetto a un nucleo precedente di sodalizi sparsi localmente e per lo più fragili) e poi a elaborare le linee direttrici di quella che sarebbe presto divenuta la principale organizzazione di categoria del mondo economico italiano.
Del ruolo preminente svolto da Olivetti (che, va precisato, non aveva alcun legame di parentela con Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima impresa di Ivrea) al vertice della Confederazione, numerosi sono i riferimenti in diversi saggi (a cominciare da quello comparso quasi cinquant’anni fa di Mario Abrate, riguardante la Lega industriale di Torino) che sono stati dedicati alle vicende della nostra prima industrializzazione. E ciò perché egli non si limitò a fare da spalla ai presidenti man mano avvicendatisi a capo dell’associazione imprenditoriale ma fu sovente l’ispiratore di alcune delle loro principali decisioni e comunque un collaboratore altrettanto sagace che prezioso, ma con una propria indipendenza di giudizio. Del resto, Olivetti fu anche un parlamentare nelle file dei liberali e membro di importanti commissioni parlamentari. Tuttavia, mancava finora una sua biografia che ripercorresse l’itinerario di questo alfiere per tanto tempo della causa industrialista e ricostruisse la trama e l’ordito dei suoi propositi e delle sue iniziative nel quadro della politica economica dall’età giolittiana agli anni centrali del periodo fascista. È quanto ha fatto adesso una giovane studiosa dell’Università di Siena, Eleonora Belloni. (more…)

Luiss, parte l’assalto a 50 mln di euro

giugno 30, 2010

Guerra tra Marcegaglia e Montezemolo per lo scrigno dell’ateneo

Nell’articolo: Nel composito business della società ci sono anche le locazioni immobiliari (che nel 2009 hanno fatturato 136.650 euro), la locazione dei campi sportivi (89.910 euro) e la vendita dei libri Luiss University Press (43.920 euro)

Stefano Sansonetti per “ItaliaOggi

La posta in palio è elevata, per una serie infinita di motivi. Non ultimo quello economico. La Luiss, l’università di Confindustria, custodisce al suo interno uno scrigno che vale la bellezza di 50 milioni di euro. Una parte, circa 37 milioni, è costituita da titoli e partecipazioni varie, il resto, più o meno 12,5 milioni, è rappresentato da liquidità in cassa. Questo ennesimo tesoretto, che si aggiunge ai 232 milioni di partecipazioni in pancia a viale dell’Astronomia (vedi ItaliaOggi del 16 giugno scorso), permette di capire ancora meglio l’entità dello scontro che sta andando in scena tra il numero uno degli industriali, Emma Marcegaglia, e il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo. Quest’ultimo, almeno per il momento, siede ancora sulla poltrona di presidente del consiglio di amministrazione della Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli. Ma sullo stesso scranno, secondo una consolidata tradizione confindustriale, vorrebbe andare a sedersi l’attuale presidente di viale dell’Astronomia, la Marcegaglia stessa. Un attrito sfibrante, che qualche tempo fa aveva addirittura prodotto un tentativo di compromesso. Si tratta del cosiddetto «lodo Abete-Regina». In pratica Luigi Abete, ex numero uno degli industriali e consigliere di amministrazione della Luiss, in compagnia di Aurelio Regina, oggi presidente degli industriali di Roma ma candidato forte alla successione della Marcegaglia, avevano messo sul piatto una proposta: consentire al past president di viale dell’Astronomia di occupare la presidenza dell’Ateneo confindustriale, in una sorta di alternanza. Proposta che evidentemente non piace molto alla Marcegaglia, intenzionata a far valere la tradizione (senza contare che Regina e Abete sono più vicini a Montezemolo). (more…)

Il vero volto della casta dei padroni

giugno 10, 2010

Nell’articolo: “Confindustria gestisce un bilancio complessivo – compresi i bilanci delle Unioni provinciali e regionali – di oltre 500 milioni di euro ma nessuno ne sa nulla (mentre per i bilanci dei sindacati viene chiesta, giustamente, la massima trasparenza)”

di Salvatore Cannavò, ilmegafonoquotidiano.it, da “Micromega

Un altro segno della crisi della sinistra è il libro di Filippo Astone “Il partito dei padroni” (Longanesi, 383 pg., 17,60 euro). Un giornalista in forza al Mondo, il settimanale della Rcs, il giornale del salotto buono; una casa editrice che non sta nella tradizione della sinistra culturale italiana anche se oggi è un tassello di quel gruppo Mauri Spagnol che rappresenta l’outsider principale contro Mondadori e Rizzoli. Eppure il libro costituisce un’analisi impietosa, di quelle che la sinistra non riesce a fare, di quello che è oggi la classe padronale italiana, dei suoi equilibri politici interni e dei suoi comportamenti in diretta sul campo, a volte al limite del voltastomaco. Come il caso che Astone sceglie di mettere in apertura del libro per presentare “la faccia truce dei padroni” quella della Umbria Olii, distrutta da un incendio nel quale persero la vita cinque operai, bruciati vivi. Giorgio Del Papa, amministratore delegato e principale azionista dell’azienda, ha citato le famiglie degli operai morti chiedendo un risarcimento di 35 milioni di euro perché l’incendio sarebbe stato provocato dalla noncuranza di quei poveri lavoratori. Un’infamia oltre che un’ingiustizia, hanno risposto le famiglie, che si sono rivolte anche al Capo dello Stato (cosa ha risposto?) e che piene di rabbia e di dolore sono costrette a sostenere un vero e proprio processo giudiziario. (more…)

“Confindustria, la vera casta, riesce a far rimpiangere il partito comunista cinese…”

Mag 23, 2010

Filippo Astone: “È un apparato da ministero degli Esteri che difende i grandi con i soldi dei piccoli”. E gli imprenditori veneti stufi di versare 150 euro per dipendente si schierano con lui

Stefano Lorenzetto per “Il Giornale

Predica contro la politica politicante, ma è il più vecchio e il più influente partito italiano, 142.000 iscritti che danno lavoro a 4,9 milioni di persone, ramificato come nessun altro sul territorio. Predica contro la burocrazia, ma si avvale di un apparato faraonico di 4.000 dipendenti, paragonabile per dimensioni soltanto a quello che consente al ministero degli Esteri di operare nei cinque continenti. Predica contro gli sprechi, ma preleva ogni anno dalle tasche dei propri associati qualcosa come 506 milioni di euro, poco meno di 1.000 miliardi di lire, per tenere in piedi una sede romana, 18 strutture regionali, 102 provinciali, 21 federazioni di settore e 258 organizzazioni associate. Predica contro la casta, ma è un organismo piramidale, dominato dal nepotismo, che procede dal padre e dal figlio come lo Spirito Santo nel Credo.
A questo punto sembrerebbe calzante la similitudine con cui Filippo Astone introduce nelle prime tre righe Il partito dei padroni (Longanesi), in libreria da giovedì scorso: «In Italia il cuore del potere pulsa con il ritmo di due grandi partiti che non si presentano direttamente alle elezioni: la Confindustria e la Chiesa cattolica». Con l’unica differenza che, mentre il battito della seconda è costantemente monitorato nelle piazze, sui giornali, in televisione, al cinema, nella saggistica, quello della prima è talmente flebile da risultare impercettibile.
Ad auscultarlo in profondità, con uno stetoscopio lungo 384 pagine, provvede ora Astone, 38 anni, torinese, da 10 redattore del settimanale economico Il Mondo, un cronista che viene dalla gavetta e, con tutta evidenza, non pare aver paura di ritornarci. «Mio padre morì quando avevo 14 anni. Appena laureato in scienze politiche, ho dovuto mantenermi da solo. Ho cominciato come abusivo nel 1992 a Roma, a Paese Sera, raccomandato da Adele Faccio, che mi ospitava a casa sua. Giravo in tram e, quando non avevo i soldi, non pagavo il biglietto. L’anno dopo ho vinto una borsa di studio al gruppo Class: Campus, Mf, Italia Oggi. Fino al 2000 ho collaborato a 25 diverse testate, incluso Il Giornale. Il primo anno a Milano eravamo in tre in una camera, poi in due, poi da solo, poi mi sono fatto il monolocale, poi il bilocale, poi la casa, dove ora vivo con Katarzyna, polacca, che nel 2000 rimase vedova all’improvviso, a 24 anni, con una bimba di 6 mesi. Ci siamo sposati a gennaio. Il mio istinto di orfano mi ha portato a prendermi cura di lei e di Camilla, che per me è più d’una figlia».
Sul giornalismo Astone ha le idee chiare: «Penso che il nostro mestiere consista nel raccontare ciò che i lettori non sanno e nello spiegare ciò che sanno». Con l’editore Longanesi aveva pubblicato lo scorso anno Gli affari di famiglia, nel quale faceva a pezzi alcuni celebri rampolli, accusati, bilanci alla mano, di non essersi rivelati all’altezza dei padri, inclusi Maurizio e Piergiorgio Romiti, figli di Cesare, presidente onorario della casa editrice per cui Astone lavora.
Stavolta la faccenda è assai diversa, molto meno personalistica e assai più politica, perché Il partito dei padroni ha trovato prim’ancora d’uscire parecchi sponsor proprio all’interno di Confindustria, soprattutto nel Nordest, dove il crescente malcontento per la gestione romanocentrica dell’elefantiaca organizzazione è palpabile da un decennio. Di sicuro almeno dal 2004, da quando il trevigiano Nicola Tognana fu costretto, nonostante fosse sponsorizzato dal presidente uscente Antonio D’Amato e da Silvio Berlusconi, a ritirarsi dalla corsa per la presidenza di Confindustria, avendo i poteri forti puntato su Luca Cordero di Montezemolo. Non a caso il libro di Astone domani alle 18.30 non sarà presentato ufficialmente né a Roma né a Milano, bensì a Venezia, nell’aula magna dell’Ateneo veneto in Campo San Fantin. Al fianco dell’autore, tre imprenditori che nel volume occupano parecchie pagine: Enrico Marchi, presidente della Save; Franco Moscetti, amministratore delegato dell’Amplifon; Ettore Riello, presidente della Riello group. (more…)

Dai campi al computer il miracolo di un secolo

Mag 12, 2010

di Valerio Castronovo

2010 anno di compleanni centenari. La Confindustria taglia il traguardo del secolo, come la Nazionale azzurra di calcio, nata negli stessi giorni dell’associazione industriale. La prova dei campioni dello sport nel Mondiale in Sudafrica, la prova per i campioni del lavoro e dell’impresa nel campionato globale sui mercati, ogni giorno. Lo storico Valerio Castronovo ripercorre per il Sole a partire da oggi, le tappe centrali della storia dell’industria italiana, in un viaggio emozionante nell’avventura che ci ha portato dall’Italia povera dei campi al miracolo economico. Nel maggio 1910, quando vide i natali a Torino la Confindustria, l’Italia aveva iniziato la rincorsa ai paesi più avanzati affrancandosi da una condizione d’infantilismo economico che, sino al volgere dell’Ottocento, sembrava condannarla, nell’età dell’acciaio e del vapore, al ruolo di un paese fornitore per lo più di derrate agricole e di alcuni semilavorati.
Al crescente sviluppo di un’industria non più in fasce e allevata per molto tempo grazie soprattutto al protezionismo doganale e a varie sovvenzioni pubbliche, avevano contribuito, da un lato, i benefici effetti derivanti da una favorevole congiuntura internazionale (per via della ripresa su vasta scala degli scambi e degli investimenti nonché dell’introduzione di nuovi procedimenti tecnici); e, dall’altro, l’avvento nel nostro paese di un sistema creditizio su modello tedesco orientato a sostenere il finanziamento della grande industria e delle infrastrutture di base, l’incremento del mercato interno e dei consumi assicurato in parte dai progressi dell’agricoltura padana a conduzione capitalistica, gli sviluppi dell’elettrificazione e un più efficace intervento dello stato a favore di una svolta industrialista. (more…)

Reality Show Confindustria

aprile 23, 2010

di Marco Travaglio

Ogni tanto Emma Marcegaglia sventola la bandiera della legalità. Ma poi, a parte la minaccia di espellere gl’imprenditori che pagano il pizzo alle mafie, si ferma lì. Soprattutto quando, alle adunate di Confindustria, le tocca ospitare Silvio Berlusconi. Evocare la legalità in sua presenza è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Infatti l’argomento viene pudicamente accantonato. Almeno da lei. Lui invece ne parla eccome, come ha fatto al recente forum di Parma, dove ha arringato la platea confindustriale contro i magistrati e la Consulta. Risultato: 26 applausi in meno di un’ora, uno per ogni menzogna. Ha subito promesso “una legge che darà il diritto di parlare al telefono con riservatezza”, perché “il presidente del Consiglio è stato intercettato 18 volte da una magistratura periferica” (quella di Trani). (more…)