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L’apocalisse della cultura

febbraio 1, 2012

Henning Ottmann

Andrea Galli per “Avvenire

​Il prossimo convegno su “Gesù nostro contemporaneo” organizzato dal Comitato per il progetto culturale della Cei, che si terrà a Roma dal 9 all’11 febbraio, avrà una chiusa sui generis sul tema «Il Risorto, Signore della storia». Da una parte vi sarà infatti un vescovo anglicano, nonché uno dei principali esponenti dell’attuale ricerca sul Gesù storico, Nicholas Thomas Wright. Dall’altra parte non ci sarà un biblista o un teologo, ma un protagonista della filosofia politica di lingua tedesca, Henning Ottmann. Nato a Vienna nel 1944, primo presidente della Società Tedesca per lo Studio del Pensiero Politico, cattedratico fino al 2009 all’Università di Monaco, Ottmann è autore, fra le varie opere, di una poderosa Storia del pensiero politico dai greci ai nostri giorni in 9 volumi.

Professore, perché uno scienziato della politica può sentire il bisogno di confrontarsi con la figura di Gesù?
«Perché gli insegnamenti centrali di Gesù giocano ancora un grande ruolo nell’ambito di cui mi occupo. La pericope “Date a Cesare quel che è di Cesare…”, che da Agostino è passata attraverso il Medioevo fino a Lutero, costituisce ancora, a mio giudizio, una linea di demarcazione fondamentale tra religione e politica. Possiamo pensare anche al Discorso della montagna, il cui messaggio di non-resistenza e di amore per il nemico è stato criticato da molti, per esempio da Max Weber, come impolitico, ma che è stato sempre stato letto anche politicamente, per esempio dai movimenti pacifisti. Più in generale è facile notare come correnti di teologia politica attraversino nel ’900 sia la destra, vedasi Carl Schmitt, che la sinistra, dalla teologia della liberazione a Giorgio Agamben».

Quanto la nostra concezione del tempo resta segnata dal “Risorto, Signore della storia”?
«La concezione cristiana del tempo e della storia è stata ed è tuttora uno dei pilastri della cultura occidentale. Resta tale anche quando si cerca di liberarsi dal cristianesimo e di affermare una visione totalmente immanente. Lo si vede bene per esempio nella filosofia della storia di Lessing, di Hegel o di Marx. La storia non può più essere pensata ciclicamente come lo era dagli antichi greci. Tutti, atei compresi, la pensano orientata a un fine o a una fine. Anche i tentativi di sostituire il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo con altri calendari, come è avvenuto durante la Rivoluzione francese, sono sempre falliti».

Da questo punto di vista i processi di scristianizzazione non hanno delle ricadute?
«La scristianizzazione, che non è comunque un fenomeno globale ma riguarda principalmente l’Europa, non porta alla scomparsa della religione ma ad una sua persistenza sotto forme mutate, secolarizzate. L’attesa di salvezza viene riposta su tutto ciò che è possibile: il progresso, la tecnica, la scienza, fino alla trivialità dei consumi – l’idea di “paradiso degli acquisti” – e altri aspetti della vita quotidiana. D’altra parte, il bisogno di religiosità cerca nuove forme ed è una ricerca di senso dai tratti individualisti. Il filosofo canadese Charles Taylor ha messo tutto ciò in rapporto coi tratti espressionisti della cultura odierna. E se emergono continue attese di salvezza secolarizzate, emergono di continuo anche rappresentazioni apocalittiche secolarizzate, visioni terrifiche di una rovina del mondo a causa di un conflitto atomico, di una catastrofe climatica… Si potrebbe quasi dire che a ogni anno spetta la sua apocalisse».

Lei si è occupato molto di Nietzsche, cui ha dedicato due monografie. Pensa che la sua intuizione di un eterno ritorno dell’uguale conservi un potenziale di sfida alla visione cristiana, o pensa vada semplicemente vista come il parto di un intelletto surriscaldato?
«Filosofi come Nietzsche o Heidegger hanno cercato di sfuggire a quello sviluppo del pensiero che chiamiamo metafisica. Questo non è loro riuscito. L’eterno ritorno che Nietzsche voleva contrapporre alla rappresentazione cristiana della storia è, preso alla lettera, un terribile incubo, perché vorrebbe dire il ritorno non solo di ciò che consideriamo bene e di cui soffriamo l’allontanamento nel tempo, ma anche di ciò che è male: l’eterno ritorno vorrebbe dire anche l’eterno ritorno di Auschwitz. Rispetto alla visione cristiana del tempo e della storia l’eterno ritorno nietzscheano non offre alcune alternativa. Un eterno ritorno dell’identico che si scontra con la stessa logica, perché la successione nel tempo di due momenti esclude che l’identico possa ritornare».

Riflessi di un pensiero “anticristico”?
«Direi che nell’intensità della sua disperazione e della sua lotta con il cristianesimo, Nietzsche è stato probabilmente più “devoto” di molti agnostici. La sua visione di Cristo non è puramente negativa, il suo Cristo si avvicina al principe Myskin di Dostoevskij: anche lui un folle, ma, viene da pensare, un folle in Cristo».