Posts Tagged ‘crisi economica’

Crisi del ’29, lezione memorabile

maggio 16, 2011

Fabrizio Galimberti per “Il Sole 24 Ore

C’è chi al termine di un viaggio si lamenta per lo stress, i ritardi, la fatica…; e chi invece ringrazia il cielo perché l’aereo non è venuto giù o l’autostrada ha risparmiato incidenti. Questa sana abitudine – ricordarsi degli scampati pericoli e non solo dei fastidi emersi – può essere utilmente estesa anche al recente periglioso viaggio lungo il ciclo della Grande recessione.

Nell’autunno del 2008, quando l’attività economica volse bruscamente al peggio, sulla bocca di tutti c’era la Grande depressione degli anni Trenta. Si temeva che l’inciampo dell’economia si trasformasse in prostrazione, che domanda e produzione sarebbero rimasti a terra, che la disoccupazione potesse dilagare, che i miasmi della sfiducia, viaggiando sui venti veloci dell’informazione globale, avrebbero contagiato Paesi vicini e lontani, in una triste riedizione di quel terribile decennio dell’anteguerra.
Ma non è successo. L’aereo non è venuto giù e le ambulanze non sono accorse sull’autostrada per portar via morti e feriti. Ci è andata bene? L’abbiamo scampata per caso o per calcolo? Per capirci qualcosa andiamo a vedere quegli indici di Borsa – il Dow Jones, in quel Paese, l’America, dove originò sia la crisi del ’29 che la Grande recessione recente – che hanno scandito, allora e oggi, i tempi del ciclo. (more…)

La sindrome Fukushima a Wall Street

aprile 13, 2011

Cosa hanno in comune la grande crisi economica scoppiata nel 2008 e il disastro nucleare di Fukushima? Entrambi costituiscono importanti ammonimenti sul fattore “rischio” e su quanto malamente i mercati e le nostre società siano in grado di comprenderlo e gestirlo.

di Joseph Stiglitz, da Affari & Finanza di Repubblica, 11 aprile 2011, da “Micromega

Le conseguenze del terremoto in Giappone, e in modo particolare la grave situazione tuttora in corso nella centrale nucleare di Fukushima, appaiono lugubri agli osservatori della crisi finanziaria americana che ha dato il via alla Grande Recessione. I due avvenimenti costituiscono altrettanti ammonimenti sui rischi e su come malamente i mercati e le società li gestiscano. Naturalmente, da un certo punto di vista, non è possibile instaurare alcun paragone tra la tragedia del terremoto – che ha provocato la morte o la scomparsa di oltre 25.000 persone e la crisi finanziaria, alla quale non si può di sicuro attribuire una sofferenza fisica così devastante.

Quando però parliamo della fusione nucleare di Fukushima, subentra un aspetto comune a entrambi gli avvenimenti. Gli esperti in campo nucleare e finanziario ci avevano assicurato che le nuove tecnologie avevano pressoché eliminato il rischio di una catastrofe. Ma gli eventi li hanno smentiti categoricamente: non soltanto i rischi sussistevano, ma oltretutto le loro conseguenze sono state di tale immane portata da annientare d’un sol colpo e assai facilmente i presunti vantaggi dei sistemi che i massimi esponenti di questi settori promuovevano. Prima della Grande Recessione, i guru dell’economia in America – dal capo della Federal Reserve ai magnati della finanza – si vantavano di aver imparato a tenere sotto controllo il rischio. Strumenti finanziari “innovativi”, quali i derivati e i “credit default swap”, permettevano di spalmare il rischio in tutti i settori economici. Adesso sappiamo che quei guru non hanno disatteso soltanto le aspettative della società, ma addirittura le loro. (more…)

Quella trave nell’occhio Goldman Sachs

febbraio 1, 2011

Donato Masciandaro per “Il Sole 24 Ore

A Davos tre giorni fa Gary Cohn, presidente di Goldman Sachs, si è mostrato preoccupato del rischio di un eccesso di regole, e nel contempo ha di fatto indicato gli hedge fund come la miccia che può far esplodere una nuova crisi. Viene in mente la parabola della trave e della pagliuzza, con una variante originale: è la trave stessa, interpretata dalla banca d’investimento, che demonizza la pagliuzza, impersonificata dai fondi speculativi. (more…)

Ricette per uscire dalla crisi

dicembre 15, 2010

Molti Paesi stanno varando misure di austerity che rallenteranno il ritmo della ripresa. Eppure rilanciare lo sviluppo contenendo il debito è possibile: ecco come

di Joseph Stiglitz, La Repubblica Affari & Finanza, 13 dicembre 2010, da “Micromega

Nel periodo immediatamente successivo alla Grande Recessione, i Paesi si sono ritrovati con deficit senza precedenti in tempi di pace e sempre più forti ansie per il loro indebitamento pubblico in costante aumento. In molti Paesi tutto ciò ha portato a varare nuove misure di austerity, provvedimenti che quasi di sicuro comporteranno una maggiore debolezza per le economie nazionali e globali.Questi provvedimenti porteranno anche ad un cospicuo rallentamento del ritmo della ripresa. Coloro che così facendo auspicano significative riduzioni del deficit rimarranno amaramente delusi, dal momento che la recessione economica ridurrà considerevolmente il gettito fiscale e aumenterà le richieste di sussidi di disoccupazione e altri benefit sociali. (more…)

Il presidente Obama sbaglia ma anche io ho commesso due errori

settembre 10, 2010

Paul Krugman,  “Il Sole 24 Ore“, © 2010 NYT – DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE, (Traduzione di Fabio Galimberti)

Nell’articolo: Approvare tagli alle tasse permanenti in tempo di guerra (e senza tagli alla spesa per compensarne gli effetti negativi) mi sembrava un comportamento da repubblica delle banane. (E in seguito approvarono anche un’espansione del programma Medicare senza la copertura finanziaria)

Non rimango turbato quando qualcuno attacca le mie idee. Al contrario: penso che non si prenderebbero il disturbo di farlo se non ritenessero che io sia effettivamente in grado di influenzare il corso degli eventi.

Ad esempio, recentemente ho letto sulla homepage della pagina web di Yahoo! Finance un articolo intitolato: «Krugman sbaglia! Gli stimoli ‘danneggiano l’economia’, dice Brian Wesbury». In un’intervista video, Wesbury, un economista della First Trust Portfolios, una società di servizi agli investimenti dell’Illinois, mette in guardia dai pericoli della spesa pubblica: «La mia opinione è che gli stimoli ‘destimolano’, perché spostando le risorse da un settore a un altro si va a interferire con l’ordine naturale delle cose, influenzandolo, a mio parere, in modo negativo». (more…)

«Germania un pianeta lontano anni luce»

settembre 7, 2010

Fabio Sebastiani per “Liberazione”
Che ne dice, professor Gallino, di questo nuovo ballon d’essai del confronto tra Italia e Germania dopo che il governatore di Bankitalia ha proposto il modello tedesco anche per il nostro paese?
E’ facile proporre la Germania come modello, ma poi è molto difficile metterlo in pratica. E non è detto che sia la ricetta più felice. Il peso dell’esportazione in Germania è basato tutto sul “mors tua vita mea”, innanzitutto rispetto agli altri paesi dell’Ue. Se tutti esportano alla fine l’equazione non quadra. Inoltre, il primato tedesco che è nell’alta tecnologia, macchine utensili e laser, è costato parecchio agli operai tedeschi che da una parte hanno una busta paga del 25% più alta di quelle italiane ma nell’insieme hanno dovuto registrare un ristagno dei salari rispetto alla produttività, nel mentre aumentata molto. Il risultato è che oggi la Germania ha un tasso di lavoratori poveri più alta rispetto all’Europa. I lavoratori poveri in Germania sono il 22%. In Francia sono meno della metà di questo dato. Va detto che se avessero salari più alti e importassero di più se ne gioverebbero le altre economie dell’euro zona. (more…)

Strategie di vendita per il ribilanciamento globale

settembre 7, 2010

Raghuram Rajan è professore di finanza alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, e autore di Fault Lines: How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy (Linee erronee: come le fenditure nascoste minacciano ancora l’economia mondiale, ndt). Copyright: Project Syndicate, 2010.www.project-syndicate.org. Traduzione di Simona Polverino. Per un podcast di questo articolo in inglese , da “Il Sole 24 Ore

L’ultimo summit del G20, svoltosi a Toronto la scorsa primavera, si è concluso con un accordo-non accordo. Anche se l’economia mondiale ha disperatamente bisogno di un ribilanciamento, il G20 ha lasciato a ogni paese la libertà di scegliere il pacchetto di provvedimenti nazionali più adatti. Sono andati tutti via pensando di aver vinto, ma il mondo ha largamente perso.

Il sistema economico mondiale è in forte squilibrio. Negli Stati Uniti le famiglie, che hanno speso troppo, ora sono oppresse dai debiti. In Europa e in Asia gli esportatori dipendono eccessivamente dalle vendite verso gli Stati Uniti e verso altri paesi indeboliti come Spagna e Regno Unito. Le azioni miopi intraprese da entrambi i fronti hanno contribuito a consolidare nel lungo periodo un modello di comportamento che rende solamente più arduo allontanarsi dall’insostenibile equilibrio di oggi. (more…)

La «salsiccia» indigesta dei derivati finì anche alla mensa dei frati

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Nascono così i collateralized debt obligations (Cdo): obbligazioni garantite da altre obbligazioni, a loro volta garantite da mutui. Nuove salsicce. Che vengono subito ri-confezionate da altre banche d’affari: i Cdo vengono infatti spesso mischiati con altri Cdo o con derivati e poi rivenduti sotto forma di «Cdo al quadrato» o di «Cdo sintetici». Insomma: obbligazioni garantite da obbligazioni, garantite da altre obbligazioni a loro volta garantite da mutui […..] Così, nel mito dell’eterno profitto e dello scarica-barile dei rischi, la panna montata della finanza ha creato veri e propri mostri: le cartolarizzazioni di mutui Usa ammontavano a fine 2007 a 4.200 miliardi di dollari, i Cdo a 3mila miliardi, i derivati a 531mila miliardi […..] Così, dall’oggi al domani, titoli che valevano insieme 7mila miliardi di dollari non valgono più nulla: semplicemente perché nessuno li vuole comprare […..] Morale della favola: i governi s’indebitano, la disoccupazione cresce, la popolazione paga il conto della crisi. Antonio Gonzales perde la casa, che ormai vale meno del mutuo. Perde il lavoro. E le banche d’affari? Trovano ben presto il modo per speculare ancora, sfruttando il fiume di denaro concesso in prestito dalle banche centrali

Walter Riolfi per “Il Sole 24 Ore

Nel luglio 2005 Antonio Gonzales, origine messicana ma da anni residente nella cittadina di Brea in California, è convinto di avere realizzato i suoi sogni. La banca Fremont, che ha la sede centrale proprio vicino a casa sua, gli ha appena concesso un mutuo trentennale da 114mila dollari. Nonostante alcuni problemi economici, anche Mr. Gonzales riesce così a comprare una casa. Il miracolo americano diventa realtà. Anche per lui, che statunitense non è.

Nessuno nel 2005 avrebbe mai immaginato che quel piccolo mutuo, insieme a tanti altri che qualche burocrate del credito definiva “subprime”, avrebbe creato la più grande bufera finanziaria che memoria d’uomo ricordi. Nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe messo in crisi le banche di mezzo mondo e che avrebbe fatto fallire un mostro sacro di Wall Street come Lehman Brothers. Persino un convento di frati in Italia, qualche anno dopo, ha rischiato la bancarotta per colpa dei mutui subprime. Quel giorno di luglio 2005, Mr. Gonzales non poteva saperlo. A dire la verità non lo sapevano neppure le grandi menti di Wall Street e della Federal Reserve. (more…)

Gazzelle e tartarughe

agosto 30, 2010

Nell’articolo: La spiegazione per questo mondo diviso è che paesi come Grecia, Spagna e Stati Uniti, che hanno vissuto un lungo boom finanziato da ingenti importazioni di capitale, ora hanno sempre più difficoltà nel trovare finanziamenti esteri. Per contro, i paesi che hanno esportato capitale ora godono di un eccesso di liquidità perché il capitale non viene più investito nei paesi saturi. Tale fornitura di credito in eccesso comporta altri consumi e investimenti, scatenando un boom

Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all’Università di Monaco, e presidente dell’Istituto tedesco Ifo. Copyright: Project Syndicate, 2010. Traduzione di Simona Polverino, da “Il Sole 24 Ore

MONACO – La peggiore crisi finanziaria del mondo dal dopoguerra è finita. È scoppiata improvvisamente nel 2008, e, dopo circa 18 mesi, è svanita quasi con la stessa rapidità con la quale si è manifestata. I programmi di salvataggio delle banche nell’ordine di 5 trilioni di euro e i programmi di stimolo keynesiani per un ulteriore trilione di euro hanno evitato il collasso. Dopo la contrazione pari allo 0,6% nel 2009, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale si registrerà quest’anno una crescita del Pil mondiale del 4,6%, e del 4,3% nel 2011 – più rapida della crescita media registrata negli ultimi tre decenni.

La crisi del debito europeo, tuttavia, resta, e i mercati non si fidano totalmente della calma apparente. I premi dei rischi, che devono pagare i paesi in difficoltà finanziaria, restano alti e segnalano un rischio permanente.

Il premio dei tassi di interesse greci, rispetto alla Germania, sui bond governativi con scadenza decennale si attestava all’8,6% il 20 agosto, ovvero a un valore persino più alto di quello riscontrato alla fine di aprile, quando la Grecia diventò praticamente insolvente e l’Unione europea si apprestava a preparare le misure di salvataggio. Sono cresciuti anche gli spread per Irlanda e Portogallo, anche se alla fine di luglio sembrava che l’enorme pacchetto di salvataggio da 920 miliardi di euro messo insieme dall’Unione europea, dall’Eurozona, dal FMI e dalla Banca centrale europea avrebbe tranquillizzato i mercati.

Il mondo è attualmente diviso in due gruppi: il primo comprende i paesi che tireranno la volata e il secondo comprende i paesi che sono rimasti indietro e segnalano nuove problematiche. I paesi BRIC – Brasile, Russia, India e Cina – rientrano nel primo gruppo. Anche per la Russia, dove la ripresa è stata difficoltosa ed esitante, si prevede per quest’anno una crescita del 4,3%. La Cina resta in testa, con un tasso di crescita intorno al 10%. (more…)

Occidente e Giappone, destini incrociati

agosto 9, 2010

Kenneth Rogoff per “Il Sole 24 Ore

A guardare all’economia statunitense e a quella europea, si affaccia sempre più la possibilità di un “decennio perduto” in stile giapponese. Purtroppo il dibattito si è focalizzato troppo sulle possibili azioni da parte dei governi per stimolare la domanda attraverso deficit di bilancio e politiche monetarie. Ma questi sono aspetti chiave da considerare a breve termine. Infatti la crescita economica a lungo termine è principalmente determinata dal miglioramento della produttività.

Non c’è alcun dubbio che l’imponente crisi finanziaria subita dal Giappone nel 1992 sia stata un colpo duro dal quale il paese si deve ancora riprendere, tanto da rendere il parallelo con il contesto attuale di Stati Uniti ed Europa decisamente preoccupante. Entrambe sembrano destinate a un lungo periodo di una lenta crescita di credito dovuta sia a una necessaria e più severa regolamentazione finanziaria, sia a una situazione invariata di sovra-indebitamento per entrambe le economie. Non esistono scorciatoie in questa guarigione. (more…)

John Stuart Mill contro la Banca centrale europea

agosto 2, 2010

Nell’articolo: Certo, si sostiene che far spendere ai governi più denaro e continuare a incorrere in ingenti deficit incrementerà l’offerta di titoli di stato, alleggerendo quindi l’eccessiva domanda di attività finanziarie a lungo termine, ma se le obbligazioni di governo eccedono la sua capacità di indebitamento, tutto il debito di quel governo sarà rischioso. Avrà attenuato una carenza di attività a lunga scadenza creando una scarsità di attività di alta qualità, e così si ritroverà in una posizione peggiore rispetto a prima

J. Bradford DeLong per “Il Sole 24 Ore“,

Copyright: Project Syndicate, 2010.www.project-syndicate.org

Traduzione di Simona Polverino

BERKELEY – Uno dei peggiori segreti dell’economia è che non esiste una teoria economica. In pratica, non esiste una serie di principi fondamentali su cui poter basare i calcoli che spiegano i risultati economici del mondo reale. Dovremmo tenere a mente questo limite della conoscenza economica quando spingiamo al massimo l’austerità fiscale in tutto il mondo.

Diversamente dagli economisti, i biologi, ad esempio, sanno che ogni cellula funziona sulla base delle informazioni per la sintesi proteica codificate nel suo DNA. I chimici si basano su quello che i principi di Heisenberg e Pauli, insieme alla tridimensionalità dello spazio, ci dicono sulle configurazioni degli elettroni stabili. I fisici iniziano con le quattro forze fondamentali della natura.

Gli economisti non hanno nulla di tutto questo. I principi economici che sostengono le loro teorie sono un inganno: non sono verità fondamentali ma mere manopole da girare e regolare in virtù delle giuste conclusioni che emergono dall’analisi.

Le giuste conclusioni dipendono da quale dei due tipi di economisti si è. Il primo sceglie, per ragioni non economiche e non scientifiche, un orientamento politico e una serie di alleati politici, e gira e regola le sue ipotesi fino a giungere alle conclusioni che meglio si adattano al suo orientamento e che possono compiacere gli alleati. Il secondo prende tutte le ossa della storia, le butta in una casseruola, accende il fuoco e le fa bollire, sperando che le ossa trasmettano degli insegnamenti e suggeriscano i principi per guidare gli elettori, i burocrati e i politici della nostra civiltà, mentre avanzano lentamente verso l’utopia. (more…)

La Cina investe, gli Usa parlano

luglio 23, 2010

Nell’articolo:  In un momento in cui la Cina costruisce centinaia di chilometri di metropolitana, decine di migliaia di chilometri di autostrade, un paio di dozzine di centrali nucleari e una rete di decine di migliaia di chilometri di collegamenti ferroviari ad alta velocità tra le grandi città, gli Stati Uniti fanno fatica a lanciare anche un solo progetto di peso. La Cina risparmia e investe; gli Stati Uniti parlano, consumano, s’indebitano e parlano ancora

Jeffrey Sachs da “Il Sole 24 Ore“, © FINANCIAL TIMES, (Traduzione di Fabio Galimberti)

L’economia mondiale sta entrando in una nuova fase dopo che i piani di stimolo hanno fallito nell’intento di creare una ripresa solida negli Stati Uniti o in Europa. In America, i consumatori hanno tagliato le spese, la costruzione di case nuove è precipitata e c’è il rischio di una recessione a W. In Europa, i governi hanno avviato il risanamento dei conti pubblici sotto la forte pressione dei mercati. C’è bisogno di un nuovo approccio alla ripresa.

L’aspetto che più colpisce del dibattito su austerità e misure di stimolo è la scarsa attenzione al problema degli investimenti. Non saranno i consumatori a trainare la ripresa, ed è giusto che sia così considerando che per un decennio hanno speso al di sopra delle loro possibilità. Americani ed europei dovrebbero usare la recente impennata correttiva del risparmio per promuovere investimenti a lungo termine in capitale fisico e umano: è questa la strada giusta per tornare a una crescita sostenuta.
Nonostante fosse evidente la necessità di un incremento del tasso di risparmio nazionale dopo il 2008, il presidente Obama ha cercato di prolungare la baldoria consumistica incentivando aggressivamente la vendita di case e automobili a consumatori già sfiniti, e tagliando le tasse nonostante un deficit di bilancio insostenibile. È stato un approccio di cortissimo respiro, motivato dal ciclo elettorale biennale americano. Non ha portato a niente perché i consumatori americani stanno cominciando ad adottare un’ottica più lungimirante di quella dei politici. (more…)

È il panico il nemico pubblico n.1 della ripresa

luglio 22, 2010

Nell’articolo: Qualcuno cita il Giappone, che ha un rapporto debito/Pil quasi del 200%, come caso emblematico di paese indebitatissimo con bassi tassi di interesse. Il “successo” del Giappone, ovviamente, è dovuto in gran parte alla capacità del governo di vendere i titoli di stato sul mercato interno. Come farà il paese del Sol Levante a gestire i conti pubblici con il calo dei risparmi dei pensionati e la rapida diminuzione della forza lavoro, resta da vedere

Kenneth Rogoff per “Il Sole 24 Ore“, © FINANCIAL TIMES, (Traduzione di Fabio Galimberti)

Man mano che si fa più evidente che la ripresa è e rimarrà fiacca, in Europa e negli Usa cresce il coro di chi vuole prorogare a tempo indefinito gli aggressivi stimoli di bilancio. Quei governi che invece propongono di ridurre gradualmente il deficit e in prospettiva di stabilizzare i livelli del debito, come Germania e Regno Unito, vengono accusati di farsi portabandiera di un ostinato rigorismo. Se solo conoscessero le verità lampanti del keynesianesimo, recita il coro, i leader di questi paesi si renderebbero conto che la loro austerità rischia di precipitare economie già deboli in recessioni a W, o addirittura in una depressione prolungata.

È indubbio che l’economia globale è afflitta da una colossale incertezza, ma chi si scaglia contro il rigore nei conti pubblici ha davvero ragione da vendere? A mio parere no. È vero, la crescita della produzione probabilmente continuerà a segnare il passo rispetto a una normale ripresa post-recessione. Sì, i problemi di debito pubblico dell’Europa e le difficoltà delle banche probabilmente non scompariranno tanto presto. Ma i problemi di debito pubblico sono un tipico effetto collaterale quando si verifica un’ondata di crisi finanziarie internazionali. Anche se la congiuntura attuale può sembrare preoccupante, la normalità dell’andamento della crisi a tutt’oggi non prefigura la necessità di misure di spesa originate dal panico. (more…)

Così in Usa la crisi ha trovato casa

luglio 20, 2010

Nell’articolo: Un politico cinico o intelligente sa che se riesce in qualche modo a sostenere i consumi delle famiglie della classe media, se fa in modo che possano permettersi un’auto nuova a intervalli di pochi anni e ogni tanto una vacanza in una località esotica, forse questa gente farà meno caso al fatto che il suo salario resta al palo

Rajan Raghuram per “Il Sole 24 Ore

Prima della recente crisi finanziaria, i politici di entrambi gli schieramenti, in America, incitavano Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi semipubblici dei mutui, a sostenere i prestiti alle famiglie a basso reddito nei loro collegi elettorali. C’era un problema di fondo dietro questo inedito interesse per le case ai poveri: l’aumento della disuguaglianza economica.

A partire dagli anni Settanta, gli stipendi dei lavoratori del 90° percentile della distribuzione dei salari in America (per esempio, i manager) sono cresciuti molto più rapidamente degli stipendi del lavoratore mediano (il 50° percentile, ad esempio, gli operai delle fabbriche e le segretarie). Sono molti i fattori all’origine della crescita del differenziale 90/50.
La cosa forse più importante è che il progresso tecnologico in America impone alla forza lavoro di avere competenze sempre maggiori. Quarant’anni fa per gli impiegati era sufficiente un diploma di scuola superiore, oggi basta a malapena una laurea di primo grado. Ma il sistema dell’istruzione non è in grado di sfornare una quantità sufficiente di lavoratori con qualifiche adeguate. Le ragioni vanno dal livello mediocre dell’alimentazione, della socializzazione e dell’apprendimento nella prima infanzia alla disfunzionalità delle scuole primarie e secondarie, che lasciano troppi americani impreparati ad affrontare il college. (more…)

La via del fondo non fa la riforma

luglio 18, 2010

Nell’articolo: Logica vorrebbe che il disegno delle regole di prevenzione e di gestione delle crisi procedesse in parallelo. Andare avanti per troppo tempo su un binario solo rischia di essere inutile, o addirittura controproducente

Donato Masciandaro per “Il Sole 24 Ore

In questi giorni stiamo assistendo a uno scenario interessante, apparentemente schizofrenico. I politici europei sembrano muoversi a due velocità. Da un lato, nel giro di poche settimane, definiscono e rendono operativo il Fondo salva crisi per affrontare eventuali crisi del debito di paesi sovrani. Dall’altro lato, la riforma delle regole di vigilanza europea, che è condizione necessaria per evitare che altre crisi bancarie si ripetano, è paralizzata dai veti incrociati degli stessi politici. Come spiegare la schizofrenia?

Dal 1° luglio 2010 è operativo lo European Financial Stability Facility (Efsf), il fondo che sarà chiamato a intervenire nel caso in cui un paese dell’Eurozona dovesse trovare difficoltà a finanziare il proprio debito, così come è avvenuto alla Grecia. Il fondo potrà avere a disposizione fino a 440 miliardi di euro, emettendo obbligazioni garantite dai paesi dell’Eurozona. Il fondo è guidato da un tedesco (un caso?), ha sede in Lussemburgo e avrà come braccio operativo l’Ufficio di gestione del debito pubblico tedesco (altro caso?). La durata del fondo è fissata in tre anni. (more…)

Prevedere una crisi? Guardate il sommerso

luglio 14, 2010

Salvatore Padula per “Il Sole 24 Ore

Per dirla con Friedrich Schneider, professore all’Università di Linz e tra i più attivi studiosi della shadow economy, l’ambizione di quantificare l’enorme massa di denaro che ogni anno sfugge al fisco continua a rappresentare «la passione scientifica di conoscere l’ignoto». È l’avvertenza che si legge in ogni studio sul sommerso, fenomeno tanto complesso quanto diffuso – non solo in Italia – che per sua stessa natura rifiuta qualsiasi forma di osservazione diretta, legato com’è a comportamenti fraudolenti sia sotto il profilo fiscale e contributivo sia per l’impiego di lavoro irregolare.

Ben consapevole di questo limite, l’Unione europea impone però che la misura del Prodotto interno lordo includa la stima del sommerso, anche per misurarne l’impatto sulla crescita del sistema economico.

Per il 2008, l’Istat ha quantificato l’economia sommersa tra il 16,3 e il 17,5% del Pil (tra 255 e 275 miliardi di euro, in valore assoluto), in crescita rispetto alla precedente rilevazione. Come leggere questi numeri?
Certo, i dati mostrano un chiaro miglioramento rispetto al 2000. Tuttavia, il 2008 è il primo anno, dal 2001, in cui la rotta si inverte: dopo molti segni meno, l’incidenza dell’economia sommersa torna a riproporre un andamento positivo. (more…)

Sta in Cina il mondo immaginato da Keynes

luglio 13, 2010

Nell’articolo:  La teoria economica sostiene che tutte le crisi sono provocate da bolle speculative o da una crescita troppo sostenuta, dunque se si riescono a prevenire le bolle si riescono a prevenire le crisi. Quello che conta per “livellare il ciclo” non sono le politiche di stimolo messe in campo dopo che il disastro è già avvenuto, è intervenire nei momenti di boom e bloccare le bolle sul nascere

di Fan Gan, direttore dell’Istituto nazionale di ricerca economica cinese (Traduzione di Fabio Galimberti), da “Il Sole 24 Ore

La crescita cinese quest’anno potrebbe avvicinarsi al 10 per cento. Mentre altri paesi sono ancora alle prese con la crisi economica e le sue conseguenze, per la Cina il problema – ancora una volta – è come gestire il boom.
Il mercato dell’edilizia si è stabilizzato grazie ai provvedimenti adottati per prevenire una bolla speculativa, e sono attese prossimamente altre misure correttive. È una buona notizia per l’economia cinese, ma forse lascerà delusi tutti quelli che davano per scontato che il governo di Pechino avrebbe lasciato che la bolla si gonfiasse a oltranza, fino a scoppiare.

La crescita in generale sarà influenzata dalle misure sul fronte immobiliare? Dipende da cosa si intende per «influenzata». Prezzi delle attività più bassi possono rallentare la crescita complessiva degli investimenti e del Pil, ma se il rallentamento consisterà (ipotizziamo) nel passare dall’11 al 9% di crescita, la Cina eviterà il surriscaldamento dell’economia continuando a godere di una crescita forte e sostenibile.

In realtà, per Pechino l’attuale tasso di crescita annualizzato degli investimenti immobiliari (37%) è un dato molto negativo. L’ideale sarebbe che frenasse fino, diciamo, al 27% quest’anno!

La Cina registra una crescita economica forte e costante da trent’anni, senza significative oscillazioni e interruzioni (finora). Se si esclude il rallentamento del 1989-1990, seguito alla crisi di piazza Tienanmen, la crescita media annua in questo periodo è stata del 9,45%, con un massimo del 14,2% nel 1994 e nel 2007 e un minimo del 7,6% nel 1999.
Mentre quasi tutte le economie principali hanno affrontato momenti di crisi nelle prime fasi della loro crescita economica, la Cina sembra – non si sa per caso o per altre ragioni – costituire un’eccezione, e questo scatena periodicamente previsioni di un “tracollo imminente”. (more…)

Hu Jintao è stato meglio della Merkel

luglio 4, 2010

Nell’articolo: La crescita dell’economia mondiale si è assestata sul 4% e la Cina genera da sola l’1% di questo incremento. In altre parole, dobbiamo alla Cina il 25% dell’indice di espansione economica mondiale

di Moisés Naim per “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Graziella Filipuzzi)

Chi, tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente cinese Hu Jintao, si è meglio comportato nel corso di questa crisi economica? Il cinese.
Certamente questa affermazione sarà per molti sorprendente e perfino incredibile. Ci siamo abituati a sentire che sono i bassi stipendi e le sfavorevoli condizioni di lavoro che prevalgono in Cina a contagiare il resto del mondo con la disoccupazione e a imporre la tendenza al ribasso dei salari nei paesi concorrenti.

La Cina viene anche accusata di mantenere basso il valore dello yuan in maniera artificiosa, una situazione che determina un’ulteriore riduzione del costo delle proprie esportazioni e un rincaro dei prodotti d’importazione. Pochi giorni fa, Jeffrey Immelt, amministratore delegato di General Electric, ha detto che la sua società si confronta in Cina con il peggiore clima per lo sviluppo delle imprese degli ultimi 25 anni.
A essere noti sono anche l’autoritarismo della Cina, le violazioni dei diritti umani, i costanti furti di proprietà intellettuale e la sua amicizia con qualsiasi tiranno disposto a mettere a sua disposizione le proprie materie prime. Regimi spaventosi come quelli della Corea del Nord, Myanmar o dei sanguinari autori del genocidio in Darfur possono contare sull’appoggio cinese. (more…)

Tassare le banche incentivo all’azzardo

luglio 1, 2010

Nell’articolo: Non vi è dubbio che le banche siano all’origine della crisi finanziaria e che esse abbiano beneficiato di iniezioni di capitale pubblico e di liquidità da parte delle banche centrali. Secondo l’Fmi le iniezioni di capitale a carico degli stati europei, nel periodo 2008 e 2009, variano dal 6% del Pil per Irlanda e Austria, al 4% per Germania e Regno Unito allo 0,6% dell’Italia

Pietro Reichlin e Nicola Borri per “Il Sole 24 Ore

Nel tentativo di arginare la crisi di fiducia che ha colpito le economie del nostro continente, a Toronto i leader del G-20 hanno provato a varare misure di consolidamento dei bilanci pubblici. Sfiorando anche la questione relativa a una tassa sugli utili bancari.
Una misura che potrebbe essere controproducente. Molti osservatori hanno rilevato che gli oneri della tassazione si tradurrebbero in un maggior costo del credito, mettendo in difficoltà imprese e consumatori. Ma vi sono altre ragioni che sconsigliano un’imposta generalizzata sugli utili bancari.

Una delle motivazioni della tassa sarebbe quella di risarcire i contribuenti per le risorse che essi hanno già fornito al sistema finanziario durante la crisi o per le risorse che dovranno fornire nell’eventualità di nuove insolvenze. (more…)

Niente pasticci in salsa greca

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Quando per tenere a galla un paese si usano soldi pubblici, quei fortunati investitori i cui crediti sono prossimi a maturare spesso se la cavano senza scotto alcuno da pagare, giacché gli aiuti di Fmi o Ue consentono di pagarli in toto. Quando però subentra un eventuale default, le perdite per i creditori rimasti sono molto più gravi, perché i creditori pubblici si prendono la prima fetta di ciò che rimane. In parole povere, quindi, le ristrutturazioni ben pianificate e strutturate – come si sono viste in Pakistan e in Ucraina nel 1999 e in Uruguay nel 2002 – sono per la maggior parte dei creditori privati, per la nazione debitrice e per le istituzioni multilaterali molto meglio di un raffazzonato salvataggio in extremis

di Nouriel Roubini per “Il Sole 24 Ore”,

(Traduzione di Anna Bissanti)
© THE FINANCIAL TIMES

È giunto il momento di ammettere che la Grecia non sta soffrendo soltanto di una crisi di liquidità: sta per affrontare per di più una crisi di insolvenza. Le agenzie di rating hanno iniziato a declassare il suo debito pubblico a livello di spazzatura, mentre la settimana scorsa gli spread sui bond sovrani greci hanno raggiunto nuove vette. Il piano di salvataggio in extremis da 110 miliardi di euro approvato a maggio dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale posticipa soltanto l’inevitabile default.

Al contrario, ciò che serve assolutamente e adesso è una ristrutturazione ben strutturata del debito pubblico della Grecia.
Le misure di austerity che la Grecia ha acconsentito a firmare per ottenere il salvataggio in extremis impongono un drastico aggiustamento fiscale del 10% del Pil. Ciò protrae la recessione del paese, lasciandola con un rapporto tra indebitamento pubblico e Pil pari al 148% entro il 2016. A questi livelli, è alquanto probabile che basti anche una scossa minima per innescare un’ulteriore crisi debitoria. Per stabilizzare il rapporto debito-Pil entro il 2016 nelle economie più avanzate saranno anche necessari misure e accorgimenti improntati al rigore – come concordato dal G-20 lo scorso week end – ma nel caso della Grecia questa “stabilizzazione” di fatto sarebbe insostenibile.
Si mettano a confronto la Grecia odierna e l’Argentina del periodo 1998-2001, contrassegnato da una crisi che culminò in un default molto sregolato. Il deficit fiscale dell’Argentina all’inizio era pari al 3% del Pil, mentre quello della Grecia è del 13,6 per cento. Il debito pubblico argentino era pari al 50% del Pil, mentre quello greco è del 115% e continua a crescere. Infine, l’Argentina aveva un deficit delle partite correnti pari al 2% del Pil, mentre quello della Grecia è del 10 per cento. Se l’Argentina è stata insolvente, la Grecia lo sarà due volte o perfino tre volte tanto.
Quanti sostengono che la Grecia possa evitare una ristrutturazione del debito rammentano i precedenti ingenti tagli fiscali ordinati da paesi quali Belgio, Irlanda e Svezia negli anni Novanta. Simili esempi, tuttavia, sono irrilevanti, giacché quelle ristrutturazioni ebbero luogo su periodi più lunghi e in periodi di crescita economica. (more…)

Chi taglia il debito cresce

giugno 24, 2010

Nell’articolo: Wolf si preoccupa (giustamente) della fragilità del sistema finanziario soprattutto europeo. In questo momento non c’è nulla che minacci di più la stabilita dei mercati finanziari e delle banche della montagna di debito pubblico in circolazione, che molti cominciano a vedere come non più tanto sicuro. Se i titoli di stato non sono più sicuri, le banche devono ritirare prestiti che erano “garantiti” nel loro bilancio da titoli un tempo sicuri e con una leva molto alta data la loro sicurezza

Alberto Alesina per “Il Sole 24 Ore

In un articolo pubblicato ieri sul Sole 24 Ore e sul Financial Times Martin Wolf definisce non convincenti i risultati di un lavoro di ricerca di Silvia Ardagna e del sottoscritto. In quel saggio abbiamo esaminato in dettaglio la storia di tutte le riduzioni forti di deficit pubblici dal 1970 ai giorni nostri in tutti i paesi Ocse. I nostri risultati sono che: primo, tagli alla spesa pubblica che riducono i deficit non provocano sempre recessioni, anzi spesso sono associati ad aumenti immediati di crescita; secondo, aumenti di imposte sono fortemente recessivi, quindi dovendo ridurre i deficit conviene farlo dal lato della spesa, soprattutto in paesi dove la pressione fiscale viaggia verso la metà del Pil.

Wolf ipotizza che questi risultati non si applichino oggi perché i tassi di interesse sono bassi, la disoccupazione è alta e l’ouput gap negativo. E che quindi il pericolo è che riducendo la spesa si torni alla recessione.

La tesi di Wolf fondamentalmente si basa sul presupposto che l’evidenza empirica ha dimostrato errato, ovvero che la spesa pubblica stimoli molto l’economia e quindi che tagli di spesa siano molto dannosi. Non è vero: in genere l’effetto in entrambe le direzioni è molto basso soprattutto tenendo conto che più spesa significa prima o poi più tasse. Molti studi recenti lo confermano, compresi quelli spesso citati di Roberto Perotti e di Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo monetario internazionale. (more…)

Frau Merkel, il vizio della virtù

giugno 14, 2010

Nell’articolo: «La cancelliera Merkel – osserva Thomas Klau, direttore tedesco del think thank European council on foreign relations di Parigi – continua a definire la linea di politica economica in base a fattori nazionali, ignorando le conseguenze sulla stabilità dell’eurozona. Restano elementi di fragilità nell’economia europea, e anche nel sistema bancario, che fanno ritenere necessaria una linea tedesca maggiormente orientata alla crescita»

Enrico Brivio per “Il Sole 24 Ore

Come Charles Wilson, storico presidente di General Motors negli anni 50, sosteneva che «quello che è bene per Gm è bene per l’America», così la cancelliera Angela Merkel, azionista di maggioranza di un’eurozona sfilacciata, cerca di convincere il mondo che «quello che è bene per la Germania è bene per l’Europa».
Si possono però nutrire seri dubbi sugli effetti che avrà sull’area dell’euro “il bene di Berlino”, ovvero il drastico piano di austerità tedesco, una manovra da 80 miliardi di euro in quattro anni per riportare il deficit sotto il 3% del Pil già nel 2013 dall’attuale 5%. (more…)

Il G20 e i falchi del rigore dimenticano la crescita

giugno 11, 2010

Nell’articolo: “Ma allora da dove nasce la domanda di un’austerità immediata? La risposta è che i ministri dell’Economia e i governatori delle banche centrali del G20 sono convinti che tagliando la spesa si potranno rassicurare gli investitori (si presuppone che gli investitori dubitino che i governi mondiali introdurranno spontaneamente riforme di bilancio a lungo termine)”

di Paul Krugman, da “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Fabio Galimberti), © 2010 New York Times

A quanto sembra, i falchi del disavanzo hanno preso il controllo del G20. Il comunicato rilasciato dopo l’incontro dei ministri dell’economia a inizio giugno prende le distanze dalla posizione pro-stimoli prevalente nelle riunioni del G20 dei mesi precedenti. «I paesi con forti problemi di bilancio devono accelerare il ritmo del consolidamento», recita la dichiarazione. «Accogliamo con piacere la volontà, annunciata recentemente da alcuni paesi, di ridurre il deficit nel 2010 e rafforzare la situazione del bilancio e degli istituti di credito».

È una drastica inversione di rotta rispetto al comunicato precedente, rilasciato a fine aprile, che, fra le altre cose, faceva appello a «persistere [nelle politiche di stimolo] fino a quando il settore privato non sia saldamente nelle condizioni di trainare la ripresa».
Operare drastici tagli alla spesa pubblica nel corso di una grave depressione economica è un metodo costoso e inefficace per ridurre il debito dello Stato. Le misure di austerità sono costose perché deprimono ulteriormente l’economia, e sono inefficaci perché la contrazione della spesa pubblica frena il gettito. (more…)

L’emigrazione non conosce crisi

giugno 10, 2010

Nell’articolo: “Basta leggere le tabelle dell’ultimo rapporto pubblicato dalla World Bank Migration and Development secondo cui gli emigrati, contro ogni previsione, hanno spedito nel 2008 verso le rispettive madre patrie somme per un ammontare globale pari a 338 miliardi di dollari. Una cifra superiore a quella dell’anno precedente”

Guido Bolaffi per “Il Sole 24 Ore

Come si spiega la superiore capacità di resistenza degli immigrati, rispetto ad altri del settori del mondo del lavoro, di fronte ai duri colpi inferti in questi anni dalla crisi all’occupazione e ai redditi di tanti? Una domanda che è d’obbligo visto che i dati più recenti sulle rimesse degli immigrati, oltre a smentire la Caporetto che molti avevano per loro ipotizzata o sperata, testimoniano, al contrario, una straordinaria tenuta della manodopera straniera sui mercati del lavoro nazionali. (more…)

La terza via tra Keynes e i tagli

giugno 9, 2010

Nell’articolo: “I governi si sforzano di ripristinare la loro credibilità nei confronti dei mercati operando tagli draconiani della spesa pubblica. Anche questo è un approccio sbagliato. Bisogna evitare che al semplicistico piano di stimoli dell’anno scorso faccia seguito una semplicistica austerità. Ecco alcune linee guida possibili”

di Jeffrey Sachs per “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Gaia Seller)

I keynesiani classici sono al canto del cigno. Gli stimoli di bilancio globali patrocinati l’anno scorso da Obama sono al capolinea, ripudiati da quello stesso G-20 che l’anno precedente li aveva sottoscritti. Di fronte a una crisi del debito pubblico, è arrivato il momento di abbandonare le teorie di corto respiro e privilegiare quegli investimenti a lungo termine necessari per garantire una ripresa solida.

Gli stimoli keynesiani si basavano su premesse discutibili: si diceva che erano necessari per prevenire una depressione globale, che un’iniezione di spesa pubblica sul breve periodo avrebbe rilanciato l’economia, che i progetti “cantierabili” avrebbero soddisfatto sia le esigenze cicliche sul breve periodo sia le esigenze strutturali di lungo termine, e da ultimo che la rapida ascesa del debito pubblico determinata dagli stimoli non doveva essere guardata con timore. Il fatto che simili teorie abbiano trovato ampio consenso è la dimostrazione del persistente fascino politico esercitato dai tagli delle tasse e dall’innalzamento della spesa. (more…)

Intervista a Roubini

giugno 6, 2010

Giuseppe Chiellino per “Il Sole 24 Ore

TRENTO – «Nel corso del prossimo anno l’euro andrà verso la parità nei confronti del dollaro, se non ancora più in basso. I fondamentali delle due economie giustificano questa debolezza. Se questo processo avverrà in maniera graduale non è una cosa di cui preoccuparsi, anzi sarà un beneficio per l’economia della zona euro»
La previsione è di Nouriel Roubini, l’economista della New York University, tra i primi ad aver previsto la grande crisi del 2008-2009. Roubini parlerà domenica al Festival dell’Economia di Trento proprio di come si evolverà la crisi economica mondiale, ma oggi in un incontro con alcuni giornalisti ha affrontato gli aspetti più caldi dell’attuale fase economica, dalla debolezza dell’euro alle politiche necessarie per rilanciare la crescita.

C’è chi ritiene che se i paesi della zona euro non riusciranno a fare un salto di qualità nell’integrazione politica, anche l’unione monetaria è destinata a fallire. Lei cosa pensa? 
«L’euro potrà sopravvivere se le istituizoni comunitarie e gli stati membri saranno in grado non solo di ridurre deficit ormai insostenibili, ma anche di far ripartire la crescita. L’austerità è solo uno degli strumenti per affrontare la crisi. La vera sfida è la crescita. Se non c’è crescita economica non si evita la recessione e non si evita il disastro economico e finanziario. Quindi non basta discutere di austerità fiscale ma occorre parlare delle misure per rilanciare l’economia reale. Questa è la sfida. Se queste cose, per quanto difficili, saranno realizzate l’unione monetaria potrà sopravvivere, se non saranno fatte l’unione monetaria può saltare».

Come si può stimolare la crescita? 
«Serve una politica monetaria della Bce non rigida; serve un euro debole; la Germania dovrà stimolare la domanda interna con stimoli fiscali che aumentino il reddito disponibile; al contrario i paesi che non hanno i conti pubblici in equilibrio, parlo della Grecia, del Portogallo, della Spagna, dell’Italia, dell’Irlanda ma anche la Francia ha un deficit che diventa sempre più ampio, dovranno attuare una politica di austerità per ridurre i deficit pubblici o, nel caso dell’Italia, riportare il debito che oggi supera il 115% del Pil, a livelli sostenibili». (more…)

Lo dicono i mercati: è l’ora di alzare i tassi

giugno 1, 2010

Innocenzo Cipolleta per “Il Sole 24 Ore

Tutti si domandano se le misure restrittive adottate in Europa dai vari paesi (compreso il nostro) convinceranno i mercati e fermeranno la speculazione sui paesi dell’euro. Oppure se saranno necessarie altre misure. Tutto sembra essere fatto per convincere i “mercati”. Ma, dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale, non avevamo concluso che i “mercati” avevano sempre ragione? Non avevamo dato la colpa della crisi anche a questa convinzione che i mercati fossero sempre in equilibrio e che i prezzi da loro espressi fossero quelli giusti?

Certo, si dirà, i mercati possono anche sbagliare, ma intanto dobbiamo conviverci. E allora cerchiamo di domandarci che cosa vogliono effettivamente i mercati. Siamo certi che puntino alle riforme strutturali? Siamo convinti che, allungando l’età delle pensioni in Europa, i mercati reagiranno positivamente e smetteranno di speculare su di noi? E, qualora dovessero effettivamente smettere di speculare su di noi, dove si rivolgeranno? Chi sarà la prossima vittima che dovrà fare salti mortali per convincere “i mercati”? (more…)

Euro debole non fa toccasana

giugno 1, 2010

di Wolfgang Münchau, Traduzione di Anna Bissanti, © FINANCIAL TIMES, da “Il Sole 24 Ore

Volete sentire le argomentazioni addotte dagli ottimisti sul futuro della zona euro? I programmi di austerità abbinati a un euro debole potrebbero salvarla. La tesi su cui si basano è che se la crisi è stata provocata dall’indisciplina fiscale, allora l’austerità vi porrà rimedio. Un euro debole e una ripresa globale ammortizzeranno l’impatto delle misure di austerity. Oltretutto le garanzie finanziarie e i divieti di vendere a breve termine terranno alla larga gli speculatori. Amen, fine della crisi.

Gli ottimisti finora non hanno avuto una buona crisi. E le cose non cambieranno. Ecco per quale motivo.
Prima di tutto, i programmi di aggiustamento fiscale in definitiva saranno sì necessari, ma i governi europei stanno ripetendo al momento i loro errori dei bei tempi, consistenti nel tagliare la spesa e alzare le tasse ben prima che l’economia si sia ripresa. Negli Stati Uniti è in corso un dibattito su un altro pacchetto di stimoli all’economia, per garantirsi che la ripresa non resti prematuramente a corto di slancio. Gli europei stanno soffocando la ripresa prima ancora che questa abbia avuto inizio. I prematuri programmi di austerità in ultima istanza intralceranno la riduzione del debito, in quanto la crescita nominale resta molto fiacca.

Oltretutto, Italia e Spagna necessitano entrambe di abbinare agli aggiustamenti fiscali le riforme strutturali. In Italia di queste riforme non c’è traccia alcuna all’orizzonte. La Spagna, invece, è prossima a decidere un pacchetto di riforme del lavoro. In ogni caso, ciò quasi certamente non sarà sufficiente a risolvere il problema fondamentale di un mercato del lavoro diviso ed estremamente poco flessibile. Perfino in Germania, dove la spesa pubblica resta anemica, la coalizione di governo sta trattando un aumento delle imposte. (more…)

La crescita, la cicala e la formica

maggio 26, 2010

di Martin Wolf, © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010, “Il Sole 24 Ore

In Occidente, tutti conoscono la fiaba della cicala e della formica. La cicala è pigra e canta per tutta l’estate, mentre la formica accumula scorte per l’inverno. Quando arriva il freddo, la cicala supplica la formica di darle del cibo. La formica rifiuta e la cicala muore di fame. Morale della storia? La pigrizia porta alla miseria. Ma la vita è più complessa della favola di Esopo. Oggi le formiche sono i tedeschi, i cinesi e i giapponesi, mentre le cicale sono gli americani, gli inglesi, i greci, gli irlandesi e gli spagnoli.

Le formiche producono merci allettanti, che le cicale vogliono acquistare, e chiedono alle formiche se vogliono qualcosa in cambio. «No – rispondono le formiche – Non avete niente che noi vogliamo, tranne forse un posto in riva al mare. Vi prestiamo noi il denaro. In questo modo voi vi godete le nostre merci e noi accumuliamo scorte».
Le formiche e le cicale sono felici. Essendo frugali e prudenti, le formiche depositano i loro guadagni in eccedenza in banche teoricamente sicure, che poi prestano altri soldi alle cicale. (more…)

Dietro l’angolo i fantasmi del ’31

maggio 7, 2010

Un velivolo di stato fa la spola tra le capitali europee. A ogni sosta il passeggero è ricevuto dal ministro delle Finanze. Chiede una linea di credito urgente per il proprio paese. A Londra, a Parigi, a Basilea la risposta è sempre interlocutoria, sostanzialmente negativa. Non è l’aprile 2010, ma il luglio 1931. Il passeggero non è il ministro del Tesoro greco, ma il presidente della Banca centrale tedesca.
Nell’estate 1931, la Germania non era più in grado di fare fronte al pagamento degli interessi e delle rate sull’enorme debito estero. Nei due anni precedenti, i mercati avevano perso progressivamente fiducia nella capacità di Berlino di rispettare puntualmente i propri obblighi verso i creditori. La Germania, come la Grecia di oggi, era nel ’31 sull’orlo della bancarotta. Per darle tempo sufficiente a ridurre la dipendenza dal debito estero senza ricorrere a politiche eccessivamente aspre dalle conseguenze sociali imprevedibili (la popolarità di Hitler era in ascesa) sarebbe stato necessario un accordo tra i principali paesi europei per sospendere le riparazioni e mettere tempestivamente insieme un adeguato sostegno finanziario d’emergenza. La Francia, che disponeva di enormi riserve valutarie, pose condizioni politiche inaccettabili a Berlino. La Gran Bretagna esitò a impegnare le proprie più esigue riserve, ritenute indispensabili alla difesa della sterlina. Gli altri paesi europei erano troppo piccoli per muoversi senza le due principali potenze finanziarie. Negli Usa, preoccupati dalla propria crisi, l’opinione pubblica non vedeva favorevolmente impegni in Europa. Si persero settimane preziose. Alla fine, priva di sostegni, la Germania limitò drasticamente l’esportazione dei capitali e sospese il rimborso di tutti i prestiti esteri. (more…)

Dalla fine del Muro Berlino non si fida

aprile 30, 2010

Come avvenne con il fallimento di Lehman anche la crisi in Grecia pone uno scomodo interrogativo sull’adeguatezza della democrazia di fronte a fenomeni finanziari violenti, incontrollabili e indifferenti ai perimetri nazionali della politica. La scarsa capacità di analisi del problema greco, delle sue complesse interazioni e infine la debole capacità di decisione testimoniano l’imbarazzo e la lentezza delle democrazie in Europa. Dall’Asia arrivano già le osservazioni di chi ritiene che l’impasse europea sia una prova della superiorità dei sistemi autoritari.

La stessa cosa è già successa negli Usa. Nel 2008 l’allora ministro del Tesoro, Henry Paulson, fece fallire Lehman scatenando una crisi globale perché non voleva affrontare il Congresso che aveva già una volta bocciato un piano di salvataggio delle banche, l’estremo tentativo di Paulson fu un accordo extra-politico e non pubblico con l’inglese Barclays che fallì come era prevedibile.
La reticenza di Angela Merkel a partecipare al salvataggio greco è altrettanto significativa. Dal giorno della sua nomina, il voto in Vestfalia rappresenta l’appuntamento politico che determina le sorti di una coalizione nata male e cresciuta peggio. (more…)

Atene, la grande fuga dei capitali

aprile 26, 2010

Le due facce della crisi: la classe media tira la cinghia, corsa dei più ricchi per comprare casa a Londra

ROBERTO GIOVANNINI
INVIATO AD ATENE
Ci mancavano gli ispettori del Fondo Monetario Internazionale. Il primo ministro greco George Papandreou ha un bel cercare di sopire e quietare, ma qualunque cittadino ellenico sa benissimo che chiedere l’aiuto del Fmi è come invitare in casa propria un affermato jettatore portadisgrazie. Ecco così che una popolazione già stanca depressa e scioccata da un cataclisma finanziario di cui nessuno ha ben capito la genesi e di cui nessuno si aspettava le catastrofiche proporzioni, si aspetta che prima o poi arrivi il peggio. Anche perché le ricette «made in Fmi» gira che ti rigira sono note: licenziamenti nel settore pubblico, altri giri di vite sulle pensioni e il magro Stato sociale, aumenti delle imposte, e tutte le più spaventose e temibili «riforme strutturali».

C’è chi reagisce con la paura, e chi – come vedremo – imboscando i capitali in tutta fretta, come stanno facendo i molti greci ricchi o solo benestanti, che approfittano dei weekend per andare a Londra ad acquistare case per metterle al sicuro da tagli e controlli fiscali che per ora non esistono. In questa calda giornata di primavera, la sterminata capitale appare semideserta e sonnolenta. Domani, martedì, è prevista l’ennesima manifestazione di protesta del sindacato dei dipendenti pubblici, l’Adedy. Presumibilmente il corteo sarà condito da scontri e tafferugli a cura della nutrita pattuglia di militanti dei movimenti. Sia l’Adedy che la meno battagliera organizzazione del settore privato Gsee sono di ispirazione socialista; ma hanno già proclamato scioperi generali, e proprio ieri hanno di nuovo messo in guardia il governo Papandreou contro misure che potrebbero causare una «esplosione sociale». Per adesso, di questa esplosione non si avverte traccia, nemmeno sotterranea: lo stato d’animo che prevale tra la gente normale è lo shock. E la paura per un futuro che non promette nulla di buono. (more…)

Caro Tremonti, giù le tasse per favore

aprile 22, 2010

C’è da ribaltare l’inesorabile arretramento del paese. Servono riforme economiche. Un vero choc di crescita può arrivare solo dal taglio delle imposte. E dalla patrimoniale

di Carlo De Benedetti

C’è un detto diffuso tra gli economisti americani per cui “anche un gatto morto rimbalza”. Come dire che dopo ogni caduta, in economia, segue sempre una risalita. Ma se il gatto è morto, la risalita sarà effimera. E il ritorno al segno più, per i corsi di un titolo come per la produzione di ricchezza di un paese, farebbe bene a non creare illusioni sulla salute dell’azienda o dell’economia che stanno dietro quel segno. Perciò non bisogna guardare con troppo ottimismo ai deboli segnali di ripresa che hanno caratterizzato l’economia italiana in questi primi mesi dell’anno. Pil e produzione industriale sono tornate al segno più, ma già i prossimi mesi si annunciano tutt’altro che positivi.

E l’approdo a una crescita stabile e sostenuta appare sempre più come un miraggio, una illusione destinata a sparire come una fata morgana nel deserto. Sono vane le dispute nominalistiche sul declino o meno dell’Italia. Vane e un po’ deprimenti, quasi che l’analisi economica si riduca a battibecco tra italiani e anti italiani, sostenitori del governo e simpatizzanti dell’opposizione. Si dimentica la lezione di Luigi Einaudi: la consapevolezza della realtà come base dell’agire politico, conoscere per deliberare.
Se vogliamo contribuire a un ritorno del nostro paese a un percorso di crescita e di sviluppo, dobbiamo innanzitutto partire dalla realtà. E allora, come hanno spiegato in un bell’articolo sul Sole 24 Ore Guido Tabellini e Giorgio Barba Navaretti, la prima cosa da fare è sbarazzare il campo dall’equivoco che le cose dopo tutto non vanno poi così male. Le cose, per l’economia italiana, vanno male. E non da oggi. (more…)

Rossi: “Il capitalismo resta malato, nuove regole o sarà la fine”

aprile 7, 2010

Professor Guido Rossi, a un anno e mezzo dal crollo di Lehman Brothers e dal collasso del sistema finanziario globale il Congresso americano e l’Europa non hanno ancora adottato alcuna nuova regola. Si va avanti come se niente fosse?
 “Proprio così – sottolinea il giurista, ex presidente di Consob e Telecom – e la cosa peggiore è che viviamo ancora nell’ignoranza delle ragioni profonde della crisi e delle misure necessarie per far ripartire l’economia. Almeno però in America si è sviluppato un dibattito critico e speriamo costruttivo sul grande tema del capitalismo grazie a intellettuali come Richard Posner che dopo “Il fallimento del capitalismo” ora ha scritto “La crisi della democrazia capitalista”, sostenendo cioè che la crisi economica sta diventando una crisi della democrazia”.

Non c’è proprio alcun segnale all’orizzonte che possa far sperare in un’inversione di tendenza?

“Come al solito la produzione di nuove regole deve essere sollecitata dalla giurisprudenza. Una recentissima sentenza della Corte Suprema Usa presa all’unanimità ha riaffermato la “possibilità di contestare giudizialmente l’importo degli emolumenti quando essi risultano così eccezionalmente sproporzionati da non avere alcuna ragionevole relazione con le prestazioni reali, quando non siano stati stipulati in buona fede e siano frutto di conflitti di interesse”. È una sentenza storica che ribalta quella della Corte d’appello di Chicago del 17 maggio 2008 nella quale si sosteneva che i giudici non potevano intervenire sugli stipendi ma bisognava lasciar fare al libero mercato. La decisione, che diventerà famosa, è Jones versus Harris Associates”. (more…)

S’È FERMATO ZAPATERO

marzo 23, 2010

4,5 milioni di disoccupati e 4mila licenziati al giorno. Dopo 14 anni di crescita doppia rispetto agli altri paesi europei, la crisi fa traballare il «modello Spagna». Il governo socialista risponde aumentando l’Iva e già prepara tagli alla spesa pubblica per 50miliardi. I popolari minacciano rivolte di piazza ma hanno armi spuntate

Mamma mia che tonfo. Nel giro di due anni la Spagna di José Luis Rodríguez Zapatero è passata dagli altari alla polvere. La crisi globale esplosa nella seconda metà del 2008 è arrivata un po’ in ritardo in Spagna. Ma quando è arrivata è stata uno tsunami. E ora il paese e il suo leader, osannati da destra e da sinistra, si ritrovano alle corde. Ricacciati indietro dopo gli anni della bonanza economica e politica. Quando il Fmi e la finanza internazionale innalzavano peana al social-liberismo del governo del Psoe (non nuovo peraltro, aveva già cominciato Felipe González, fu sua nell’85 la prima riforma delle pensioni e nell’87 la legge sui fondi pensionistici privati). Quando la Spagna si era issata al rango di ottava potenza economica del mondo e Zapatero annunciava il riuscito sorpasso sull’Italia nel pil pro-capite e lanciava quello prossimo su Francia e Germania. E quando i gruppi per i diritti civili e la sinistra europea si spellavano le mani ad applaudire Zapatero per ottime ragioni e per contrasto con ciò che succedeva nei loro (nostri) paesi: ritiro dall’Iraq e dal Kosovo (ma non dall’Afghanistan), politica sull’immigrazione, matrimoni gay, parità di genere, laicismo…
«W Zapatero». Ma i diritti civili sono una cosa e l’economia («stupido») un’altra.
Il 9 marzo 2008 si votò qui in Spagna e i socialisti di Zapatero tornarono a vincere la partita con la destra del popolare Mariano Rajoy, sconfitta a sorpresa il 14 marzo 2004, quando si votò sull’onda emotiva della strage terrorista di tre giorni prima. Vinsero ma non stravinsero. (more…)

Le scelte e i rischi nella riduzione del deficit

marzo 11, 2010

di Joseph Stiglitz, la Repubblica, 7 marzo

Un´ondata di austerità fiscale sta per abbattersi sull´Europa e sull´America. La voragine dei disavanzi di bilancio – parimenti all´ampiezza della recessione – ha colto molti di sorpresa. Malgrado le proteste da parte di coloro che fino a ieri sostenevano la deregulation e vorrebbero che il governo restasse passivamente a guardare, la maggior parte degli economisti crede che la spesa pubblica abbia fatto davvero la differenza, e abbia contribuito a scongiurare una seconda Grande Depressione.
La maggior parte degli economisti è altresì concorde nel ritenere che sia sbagliato guardare a un solo aspetto del bilancio (sia nel settore privato sia in quello pubblico). È infatti necessario non limitarsi esclusivamente a considerare di che cosa sia debitore un Paese o un´azienda, ma anche quali siano gli asset di cui dispone. (more…)

Il suicidio di Emanuele Vacca è la nostra cattiva coscienza

febbraio 18, 2010

Vinovo, periferia di Torino, magazzino della Tecnodrink, cooperativa specializzata nella manutenzione di impianto di spillaggio birra nella provincia, venerdi 12, mattino. Il responsabile della cooperativa apre e trova un dipendente, Emanuele Vacca, 28 anni, impiccato alla grata di una finestra. Emanuele si era persino annodato i polsi onde evitare il pentimento dell’ultimo istante.

Emanuele aveva lavorato per diversi anni, in quella struttura, che, a fine gennaio, aveva inviato lettere annuncianti la messa in cassa integrazione a tutti i suoi dipendenti. Ma erano lettere di licenziamento, nella realtà. Tant’è che Emanuele e i suoi compagni si stavano dedicando in quei giorni a smontare gli impianti, cupi per la piena consapevolezza che il loro lavoro era finito. Nessuna prospettiva né immediata, né a breve termine, e neppure, probabilmente, a medio termine. E perché? Perché la ditta produttrice di birra, per la quale la cooperativa svolgeva la manutenzione in decine di locali, la multinazionale danese Carlsberg, ha deciso di colpo di “cambiare la sua politica sul territorio” (si è letto sui giornali, l’indomani), centralizzando tutto il lavoro di manutenzione degli impianti su un unico soggetto (una grossa impresa, probabilmente, multinazionale), che, come tanto sovente è accaduto in questi casi, assumerà, di fatto a tempo determinato, ragazzi giovanissimi, che saranno sottopagati, e, quindi, licenziati. (more…)

Perchè la crisi produce disoccupazione

febbraio 10, 2010

di Luciano Gallino, da Repubblica, 10 febbraio 2010

Come mai una crisi dai contenuti prevalentemente finanziari ha prodotto un alto tasso di disoccupazione nell´industria? Le risposte formulate finora vertono soprattutto sugli effetti negativi della restrizione del credito. Le banche colpite o minacciate dalla crisi, si dice, riducono il credito alle imprese; senza credito non si possono acquistare materiali da lavorare né compiere investimenti; perciò le imprese italiane e straniere riducono sia la produzione che le importazioni e tagliano i posti di lavoro.

Spiegazioni simili del rapporto finanza-industria ai tempi della crisi sono forse corrette, ma superficiali. Guardano soltanto all´ultimo anello del rapporto. Se si risale qualche anello più su, il rapporto si può così riassumere: la crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l´industria è diventata essa stessa un settore della finanza. In circa trent´anni l´impresa industriale è stata totalmente finanziarizzata. I disastri dei primi anni 2000, capostipite la Enron, sono stati il primo atto del dramma cui l´avvenuta ibridazione finanza-industria sta portando l´economia mondiale. Nel secondo atto abbiamo assistito ai disastri del 2007-2009, archetipo la Lehmann Brothers, ed alle devastazioni in atto del mondo del lavoro. Per non arrivare a un terzo atto, che potrebbe essere ancora più pauroso, bisognerebbe cercare di capire meglio il rapporto tra le due. (more…)

La sfida di Papandreu nella Grecia dei corrotti

febbraio 6, 2010

Guido Rampoldi

In città la crisi ancora non si vede, impalpabile come un’inquietudine. Ma fuori, dove comincia la campagna, le banche e le concessionarie continuano a comprare lotti per ammassare le automobili sequestrate a debitori insolventi.

Ogni mese più vasta, quella distesa di lamiere scintillanti è il camposanto delle illusioni greche. Sette anni di boom, poi la crisi della finanza internazionale, la recessione, l’improvvisa scoperta che il Paese è molto più indebitato di quanto indicassero i conti truccati dell’istituto centrale di statistica. E adesso, la pena: entro tre anni la Grecia dovrà abbattere il deficit dal 13 al 3%. Sarebbe un’impresa ciclopica perfino per un governo che avesse alle spalle una società disciplinata e uno Stato efficiente, insomma tutt’altra nazione. Se Atene non riuscisse? Da due settimane questo dubbio provoca violenti attacchi depressivi ai mercati finanziari e tetri entusiasmi nelle destre euroscettiche. (more…)

Crisi, un’oscena ossessione

gennaio 23, 2010
GUIDO CERONETTI
Eh, sì; c’è qualcosa di osceno (nel duplice senso di vergognoso-malauguroso) ingenerato per sazietà e disgusto da certe parole. Pensate a patria, tra 1914 e 1945. Nobilissima ai tempi del Foscolo, al termine della parabola non si poteva che vomitarla. Oggi è tornata nuova, ed è ricacciata indietro. Ma fino a quando durerà l’oscenità universale di crisi nel riferimento economico? (Se si trattasse di «crisi del gatto» non ci sarebbe niente di male). Quanto a «emergenza» siamo bene avviati a doverla trattare con fazzoletti igienici. Pronte, mature per il vomito – sia per la ripetizione meccanica che per il loro contenuto ideologico, vero Aids mentale – ci sono adesso ripresa, uscita dalla crisi, crescita, tornare a crescere, riprendere slancio, tornare a produrre, a consumare, a fare impresa, a essere competitivi, allo sviluppo (nazional-globale), a investire capitale – tutto secondo ragionamenti a senso unico, da nevrosi ossessiva, da incapacità cronica a vedere, ad immaginare altro. (more…)

Il declino Usa, i superbonus e la Tobin tax

gennaio 13, 2010

di Mario Pianta, da “il manifesto”, 13 gennaio

Trentotto milioni di americani, uno su otto, sono in condizioni di povertà tali da ottenere i food stamps, un tesserino che permette di fare acquisti di cibi preconfezionati nei supermercati, per un valore medio di 133 dollari al mese a testa. Se consideriamo i bambini, la percentuale sale a un bambino su quattro: siamo a livelli da paese del terzo mondo. Sei di questi trentotto milioni (il 2%) vivono in famiglie senza alcuna entrata monetaria – né redditi da lavoro, né trasferimenti pubblici, pensioni, indennità di disoccupazione o altro – a parte i food stamps. Ogni giorno 20 mila nuovi americani ne fanno richiesta; negli ultimi due anni, per effetto della crisi, gli utilizzatori sono aumentati del 50%; il numero di chi non ha altri redditi è raddoppiato in Florida e, nella contea di Detroit, è arrivato al 4% della popolazione, secondo il New York Times del 3 gennaio scorso. Nel 2010 il governo federale spenderà 60 miliardi di dollari – meno del 10% degli stanziamenti straordinari per crisi finanziaria – per questo programma, che è l’unico strumento per affrontare le situazioni di povertà in un sistema di welfare ridotto all’osso.

Ora reggetevi forte: una torta di uguali dimensioni sta per essere divisa non tra i 38 milioni di americani più poveri, ma tra 100mila banchieri che saranno pagati per il 2009 mezzo milione di dollari a testa in media. Goldman Sachs pagherà ai suoi 28 mila dipendenti in media 595 mila dollari, in tutto 16,7 miliardi di dollari: un premio per uno degli anni con i più alti profitti della sua storia. JPMorgan darà ai suoi 25 mila addetti alla banca d’investimento 463 mila dollari in media, 11,6 miliardi di dollari complessivi, secondo il New York Times del 10 gennaio. Nell’insieme, le prime cinque banche americane nei primi nove mesi del 2009 hanno accantonato 90 miliardi di dollari per pagare stipendi e «premi aziendali» (bonus) a qualche centinaio di migliaia di dipendenti. Tutte e cinque hanno ricevuto dal governo enormi crediti di emergenza nella crisi del 2008; di fronte alle proteste di opinione pubblica e Congresso, ci sono stati tentativi di porre vincoli ai pagamenti stratosferici, e le banche hanno reagito rimborsando subito i prestiti ottenuti per essere di nuovo libere di distribuirsi compensi milionari. Alcuni top manager riceveranno decine di milioni di dollari, mentre i «poveri» impiegati mille volte di meno. (more…)

Una tassa sul privilegio

gennaio 4, 2010

di Tito Boeri, da Repubblica, 3 gennaio

Proviamo a crederci: il 2010 sarà “l’anno delle riforme”, come annunciato solennemente dal nostro Presidente del Consiglio. Ma quali? Uscendo dalla crisi più dura del Dopoguerra non si può che pensare prioritariamente all’economia.

Sin qui le uniche misure economiche calendarizzate dall’esecutivo sono quelle rimaste fuori dalla Finanziaria, gli incentivi per i consumi e i bonus per la rottamazione di automobili, elettrodomestici e cucine. Per chiamarle riforme ci vuole, Ninetta mia, tanto, troppo coraggio. Prima della pausa natalizia, il ministro Tremonti ha tuttavia annunciato che “è arrivato il tempo di pensare alla riforma fiscale”. Evviva. Vuol dire che non è più tempo di interventi estemporanei e fra di loro contraddittori sul nostro sistema tributario, è finita l’era in cui si cambiano solo i nomi delle imposte (dall’Irpef all’Ire, dall’Irpeg all’Ires) e in cui le tasse si moltiplicano, di legislatura in legislatura.

Nell’attesa di conoscere il progetto del Ministro, vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. È un principio, quello della progressività del sistema fiscale, scolpito nella nostra Costituzione, ma sin qui largamente inapplicato. Non è gradito al Ministro (che nel Libro Bianco del 1994 sosteneva che “la progressività ha effetti negativi sull’offerta di lavoro e causa la propensione ad evadere”). Quindi bene spendere due parole sul perché è giusto farlo e poi interrogarsi sul come farlo. (more…)

Povera Londra senza finanza

dicembre 16, 2009

Il Regno Unito è più povero di quello che credeva di essere. È questo il dato più importante della crisi. Lo scontro su come verranno distribuiti i costi della crisi sarà brutale, e ad aggravarlo ancora di più provvederà il secondo dato più importante della crisi, gli effetti devastanti che questa ha prodotto sulle finanze pubbliche. Il deficit è arrivato a livelli senza precedenti in tempo di pace.
Secondo le attuali previsioni del Tesoro, l’economia tornerà ai livelli di attività economica del 2008 nel 2012. Quattro anni di crescita preventivata svaniti nel nulla. Nel rapporto preliminare, il Tesoro prevede per il prossimo anno una crescita dell’1,25%, del 3,5% nel 2011 e nel 2012 e poi del 3,25% nel 2013 e nel 2014.
Supponiamo che la crescita prosegua allo stesso ritmo anche negli anni successivi: bisognerebbe comunque aspettare il 2031 prima che l’economia arrivi ai livelli che avrebbe raggiunto se fosse proseguita la tendenza registrata fra il 1998 e il 2007. La perdita cumulata di produzione equivarrebbe al 160% del Pil del 2007. Se la crescita dopo il 2014 seguisse il ritmo tendenziale di prima del 2008, il Pil perduto nel 2030 sarebbe pari a tre volte il Pil del 2007. È facile immaginare scenari peggiori. (more…)

C’è una logica nella crisi. Vale la pena rileggere Marx

ottobre 28, 2009

imagesAlberto Burgio
«Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto rapidamente la speculazione. La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell’osservatore superficiale come causa della crisi». (more…)

ARRIVA LA TERZA FASE DELLA CRISI

luglio 8, 2009

imagesLE CARTE DI CREDITO – NEGLI USA -38% DI NUOVE EMISSIONI NEI PRIMI 4 MESI 2009: LE NUOVE LEGGI FARANNO CALARE ANCORA IL MERCATO – MOROSITà AI MASSIMI STORICI – L’ITALIA NON CORRE RISCHI: DENARO ELETTRONICO USATO POCO

 

1 – CARTE DI CREDITO IN CADUTA LIBERA NEGLI STATI UNITI…
Francesco Semprini per “La Stampa”

 

Carte di credito in caduta libera negli Stati Uniti. Nei primi quattro mesi del 2009 banche e società finanziarie hanno emesso 9,8 milioni di nuove carte, ovvero il 38% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Allo stesso tempo il limite medio di prestito è sceso del 3% a quota 4.594 dollari. (more…)