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David Bowie

Mag 28, 2013

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I giorni silenziosi di David Bowie

gennaio 9, 2012

David Bowie

L’artista compie oggi 65 anni in quasi anonimato. Dice: «È  una percentuale della tua vita che se ne va»

Marinella Venegoni per “La Stampa

L’ultima volta l’hanno visto qualche giorno fa nel McNally Jackson bookstore a Soho, cappotto grigio e cappelluccio, mentre comprava un paio di DVD. Da lungo tempo sono solo squarci rubati di vita quotidiana a regalare notizie su David Bowie: l’inarrivabile Duca Bianco, il padrino del glamrock, oggi compie 65 anni e, come spiegò una volta, «ogni anno che passa è una percentuale della tua vita che se ne va». Avrà al fianco la moglie Iman e la loro figlia undicenne Lexy, nella quiete della casa di Manhattan che descrivono molto grande e molto english. Un quasi-anonimato soffice accompagna la sua vita dal 2004. Il 25 giugno di quell’anno, all’Hurricane Festival di Scheesel, in Germania, un dolore tremendo lo costrinse ad accorciare il concerto del tour di Reality, suo ultimo album: dopo il bis di Ziggy Stardust, svenne fuori scena. Fu portato in elicottero in ospedale. Infarto, operazione difficile, lunga convalescenza.

Un ritorno ai concerti fu annunciato e poi annullato nel 2007, e da allora su Bowie è calato il mistero, con voci sempre più allarmanti a percorrere il web che è peggio delle galline che strillano sui tabloid: cancro al fegato, si leggeva. Veniva dato per quasi morto finché nel 2010 la sua bassista Gail Ann Dorsey raccontò di averlo sentito al telefono per il compleanno del 2003 e di averlo trovato di buon umore: «Gli piace la vita di famiglia, ascolta gli Arcade Fire, jazz e musica cinese. Pensa che sia passato troppo tempo da quando ha smesso, teme che i troppi tributi che gli rendono possano far pensare che la sua carriera è terminata». Il fatto che da quelle parole siano passati due anni di silenzio, rotti solo dalla smentita che Bowie avrebbe concesso la colonna sonora per l’allestimento inglese di Heroes: the musical, come segno complessivo non è granché.

Giornali inglesi riportano in questi giorni dichiarazioni rassicuranti di amici («Legge, dipinge, vede film, va a prendere la figlia a scuola»), ma l’approdo ai 65 (che Mick, Keith, Sir Paul si sono ormai lasciati alle spalle), arriva ancora nel segno del mistero, mentre prendono il via le celebrazioni di un personaggio seminale nella musica popolare della seconda metà del Novecento. Eppure David Robert Jones, figura enigmatica e mercuriale, un occhio verde e uno azzurro per una pupilla paralizzata durante un gioco infantile, non sapeva neanche bene lui dove parare quando cominciò a darci dentro col sassofono durante le superiori.

La ricerca di una dimensione artistica propria fu una specie di odissea disseminata di tentativi, fino all’uscita di Space Oddity che nel ‘69 doveva coincidere con l’allunaggio americano. Coincidenza che finì per rimanergli addosso, con una vocazione eterna al futuro e la negazione della nostalgia, mentre arrivavano i ‘70 e Bowie sposava Angela, faceva il primo figlio Zowie, e sorprendeva finalmente con The Man Who Sold the World: suoni pesanti, sintetizzatori, vocalità drammatica, nello stile che anticipava il lavoro successivo. Lo aiutava intanto la fama sulla sua ambiguità conclamata: dalla sua relazione con il ballerino e regista Lindsay Kemp, aveva ricavato una straordinaria capacità di creazioni sceniche e trasformazioni artistiche, e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars arrivava nel ‘72 a disturbare la scena ormai accomodata del rock, trascinandola verso nuove prospettive che ancora fanno scuola (vedi solo Lady Gaga).

L’impatto fu fortissimo, anche sulla sua vita d’epoca, nella quale in questi giorni molti si divertono a scavare: «A metà dei ‘70, era sconvolto dalla cocaina. Viveva di peperoncini e latte ed era così sconvolto che conservava la propria urina nel frigorifero per la paura che gliela rubassero», scrive il Guardian. E anche lo stesso Bowie nel 1997 confessava: «Penso che Ziggy sarebbe probabilmente scioccato che: uno, sono ancora vivo; e due, ho riguadagnato qualche senso di razionalità a proposito della vita e dell’esistenza umana».

Fu comunque una stagione intensissima e feconda, innervata anche da memorabili esperienze cinematografiche come L’uomo che cadde sulla Terra (1976) e Gigolò (’79). Gli Ottanta gli fecero ancora cambiare pelle, fra le raffinatezze di Let’s Dance, i primi tour-monstre, i Tin Machine. Ma, sempre, ogni uscita e apparizione del Duca Bianco ha portato a visioni destinate a fare scuola, nelle sonorità, nella tecnologia e nelle scenografie dei tour.

T’AMO PIO BOWIE

novembre 16, 2011

Giuseppe Videtti per “la Repubblica“, da “Dagospia

Il giorno in cui nacque, a Londra, l´8 gennaio del 1947, Elvis Presley festeggiava il dodicesimo compleanno e il pittore americano Jackson Pollock iniziava la sua rivoluzionaria action painting. Per David Bowie non furono solo coincidenze. Più tardi avrebbe rivelato che aveva scritto Golden Years (uno dei brani dell´album Station to Station) con la segreta speranza che il re del rock & roll la cantasse. Quanto a Pollock, avrebbe confidato: «Realizzò il suo primo quadro con la tecnica del dripping il giorno in cui nacqui, quindi so distinguere da un chilometro se una cosa è stata dipinta prima o dopo».

A scrutare giorno per giorno infanzia, adolescenza ed esordi di David Bowie, che a gennaio compie sessantacinque anni, si scoprono talmente tanti segnali, coincidenze, arcani, premonizioni, illuminazioni, intuizioni e iniziazioni da mettere in crisi anche il più cavilloso dei biografi.

Non Kevin Cann, per oltre due decenni suo personale archivista, che è riuscito a compilare una meticolosa, maniacale cronologia dei primi ventisette anni, dalla nascita come David Robert Jones nel quartiere londinese di Brixton alle prime sortite come sassofonista dei Kon-Rads, quando quindicenne incrociò per la prima volta Mick Jagger; dagli stage con Lindsay Kemp, che gli trasmise l´arte di Marcel Marceau, all´invenzione di una primitiva incarnazione androgina di pop singer con il brano Velvet Goldmine; dalla pubblicazione in sordina di Space Oddity – stellare capolavoro che impiegò tre anni a esser compreso e proprio in questi giorni è diventato un libro per bambini per mano dell´illustratore canadese Andrew Kolb – alla trionfale ascesa di Ziggy Stardust, una delle più seducenti, ambigue e contagiose maschere della storia del rock; dall´incisione dell´inquietante Diamond Dogs alla partenza per gli Usa in cerca di una definitiva dimensione d´artista – finalmente vate del pop contemporaneo.

«Come si raggiunge un successo di queste dimensioni?», scrive l´autore nell´introduzione a Any Day Now. Gli anni londinesi: 1947-1974 pubblicato da Arcana. «Qui trovate tutto, ma poi tocca a voi aggiungere l´unicità del fattore genio e di un certo esoterismo che regola la sua ispirazione. Il regista Stanley Kubrick, che ha esercitato un´influenza profonda sulla carriera di David, parlando dei suoi film commentò: “Sta al pubblico scoprire le idee, il brivido della scoperta le rende ancora più potenti”».

Fu certamente 2001: Odissea nello spazio il film che gli fece scattare la scintilla di Space Oddity, Starman e Life on Mars, i capolavori del primo periodo, insieme alla vocalità tipicamente cockney dell´Anthony Newley di Feeling Good e il timbro oscuro di Scott Walker, tormentato cantante dei Walker Brothers innamorato di Jacques Brel, il segreto trait-d´union tra Sinatra e il Duca Bianco.

A guardare le foto del sassofonista adolescente già s´intuisce che il ragazzo era avanti. Un intrigante mod ingentilito dal perfetto grooming dandy; biondo, elegante, carismatico già a quell´età. Avrebbe potuto fermarsi lì, era già un personaggio. Ma nella testa aveva un frullato di Kubrick e Nietzsche, Elvis e Dylan, Andy Warhol e Carnaby Street, psichedelia e avanguardia.

Avesse esordito oggi, lo avrebbero eliminato al primo insuccesso; nessun discografico pazienterebbe sei anni prima del trionfo. Nonostante Morrissey (Smiths) a posteriori abbia sentenziato «The Man Who Sold the World è il miglior disco di David Bowie», il mondo poco o niente sapeva di lui prima di Ziggy Stardust. Paradossale che vent´anni dopo proprio Morrissey abbia spacciato per sua una frase che Bowie aveva pronunciato ancor prima di diventare star: «Da piccolo desideravo tutto tranne la normalità. Essere corrotto mi sembrava fantastico».

Nel destino di David era scritto che avrebbe fatto e detto tutto prima di tutti. Bisex? Transgender? Intersex? Trasgressivo? Lo era ancor prima che i termini entrassero nel linguaggio comune; per la copertina di Hunky Dory scelse una foto in cui era sessualmente indefinibile; leggendarie le sue fellatio on stage inginocchiato davanti alla chitarra del fido Mick Ronson.

Artista di culto adorato come un semidio? Anche Michael Jackson ammise di dovere molto alle arti mimiche di Bowie. Glam rock? Tutti suoi discepoli. New romantic anni Ottanta? Pallide imitazioni. Punk rock e grunge? Kurt Cobain s´inchinò a sua maestà cantando un´ossequiosa versione di The Man Who Sold the World. Senza Bowie non avremmo avuto l´Elton John di Rocket Man, e neppure lo slandro teatrino pop di Lady GaGa. Difficile trovare nella storia del rock una star che abbia sostenuto ogni scelta/svolta della sua carriera con tanto stile ed erudizione.

Novembre 1971, quarant´anni fa: dopo quattro capolavori underground, Bowie entra in studio determinato a trascinare il rock fuori dalla comfort zone in cui Beatles e Rolling Stones l´avevano accomodato. Il suo nuovo manager, Tony Defries, sa quanto vale quel che bolle in pentola. Incontra a New York il boss della Rca, l´etichetta di Elvis. «Non avete niente di grosso dagli anni Cinquanta», lo aggredisce, «con David Bowie potete prendere in mano le sorti degli anni Settanta, come i Beatles hanno fatto con i Sessanta».

Furono i dischi di Norman Carl Odam, un bizzarro artista texano che si era battezzato The Legendary Stardust Cowboy e pretendeva di produrre psychobilly music, a ispirare il personaggio di Ziggy Stardust. Racconta l´artista: «All´inizio del 1971 incontrai un dirigente della Mercury che mi mise furtivamente in mano un paio di singoli. “Ascoltali”, mi disse, “non sarai più lo stesso dopo”. A casa quasi soffocai quando misi sul piatto Paralyzed e I Took a Trip on a Gemini Spaceship. L´integrità, l´onestà e il guizzo brutale e innocente di quell´artista semisconosciuto mi rapirono. Ero diventato suo fan a vita, e Ziggy aveva trovato il suo cognome».

Il potente concept album – The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars – esce il 6 giugno 1972: Bowie si cala nei panni di una rockstar aliena venuta a portare messaggi di speranza sulla Terra nei suoi ultimi cinque anni di vita: finirà divorato dall´adorazione dei fan, dal sesso promiscuo e dalla droga. Bowie viene risucchiato dal personaggio fin dal concerto di apertura del tour, al Rainbow Theatre di Londra, agosto 1972; gruppo di spalla i Roxy Music con Brian Eno, costumi di Kansai Yamamoto.

Una notte che ancora a ripensarci vengono in brividi. Con l´aiuto della troupe di mimi di Lindsay Kemp, Bowie mette in scena l´odissea del suo eroe fino allo straziante finale in cui, come un´asessuata, esangue Garland, Ziggy esegue il suo canto funebre (Rock´n´Roll Suicide) accasciandosi sul palcoscenico. Nel giro di una settimana mezza Londra ha i capelli color carota e il taglio alla… David Bowie. La Ziggymania aggredisce il mercato rock con una tale prepotenza e morbosità che alla fine del tour – dopo molti trionfi americani – lo stesso Bowie è devastato dal bipolarismo e dagli eccessi che condivide col suo alter ego.

Luglio 1973, concerto finale all´Hammersmith Odeon di Londra (in sala c´è anche D. A. Pennebaker, il documentarista che aveva filmato Dylan in Don´t Look Back). Dopo aver cantato Love Me Do dei Beatles a un pubblico in delirio, il divo annuncia: «Non è solo l´ultima data del tour, questo è l´ultimo concerto che faremo». Panico. Delirio. Lacrime da beatlesmania. Ma non è Bowie che parla, è Ziggy. Una trovata geniale. Uccidendo la sua formidabile invenzione scenica, Bowie sta salvando la sua carriera. Una frenesia di quelle dimensioni lo avrebbe divorato. O condannato alla routine che aveva ridotto Elvis a una caricatura.

L´ultima volta che lo abbiamo incontrato, nel 2002 – due anni dopo si è sottoposto a un intervento di angioplastica e a causa dei problemi cardiaci le sue apparizioni sono diventate assai sporadiche (è di questo giorni la notizia che lascerà la Emi e sta negoziando un nuovo contratto discografico) – ancora parlava con entusiasmo della sua creatura. «La saga per me non è mai finita», ci disse. «Il mio sogno è di produrre contemporaneamente un film, uno spettacolo teatrale e un evento multimediale legato a Ziggy Stardust. E lo farò».

Bowie, angelo divorato dall’ansia di essere star

marzo 26, 2011

Con la moglie Iman

Esce “Starman”, la biografia sul Duca Bianco “Mai soddisfatto, unica sua regola è l’eccesso”

Andrea Makaguti per “La Stampa

Com’era David Bowie in quel complicato ventennio, più o meno tra il ’70 e il ’90, in cui decise di attraversare il cielo della musica, dal folk acustico al Krautrock, con il volo azzardato di un angelo ambiguo? Com’era davvero, dietro quella maschera da uomo-donna, quell’espressione indecifrabile da Gioconda di fine millennio?

Un artista in preda a continui desideri privi di oggetto, divorato dall’ansia di diventare una star, dominato da una fame sessuale potente e inesauribile. Un cacciatore di uomini, di donne e di transessuali, schiavo della cocaina, rapito dal lato oscuro della forza e terrorizzato dall’idea di dare alla luce il figlio del Diavolo. Un Jim Morrison senza calore, artificiale, ma ancora più trasgressivo. Certamente più vorace e determinato. E per questo capace di scavalcare l’abisso senza farsi ingoiare. «Mentre ti tiravano fuori dalla tenda ad ossigeno hai chiesto dov’era l’ultimo party». (David Bowie, Diamond dogs ). (more…)

David Bowie – Little Wonder

settembre 24, 2009

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