Posts Tagged ‘debito pubblico’

La ricchezza (pubblica e privata) delle nazioni

Mag 19, 2011

Marco Forte per “Il Sole 24 Ore

La dimensione complessiva del debito estero (privato e/o pubblico), la sua composizione e la sua “copertura” da parte del patrimonio privato sono sempre più riconosciute a livello internazionale e dagli analisti quali variabili cruciali della sostenibilità finanziaria di una nazione.

Lo dimostra anche l’articolo di Daniel Gros pubblicato il 12 maggio sul Sole 24 Ore, in cui si sottolinea come la ragione vera della crisi dei Paesi periferici sia la loro posizione internazionale sull’estero fortemente negativa: cioè l’esistenza di un elevato stock di debiti (privati e/o pubblici) accumulato nel tempo verso i creditori stranieri. Sono vari i fattori che possono concorrere al peggioramento di questo indicatore, tra cui il perdurare di una situazione di bilancia delle partite correnti strutturalmente passiva o una quota crescente di debito pubblico sottoscritta da investitori esteri. (more…)

Debiti sovrani senza angoscia

agosto 19, 2010

Nell’articolo: Gli altri paesi dell’Europa Occidentale hanno sempre onorato, nel XX secolo, i debiti contratti in tempo di pace (fanno eccezione solo quelli contratti dalla Germania per fare fronte alle riparazioni di guerra impostele nel 1919). L’ultimo default del Portogallo risale agli anni 90 dell’800, l’ultimo ripudio del debito da parte della Spagna avvenne nel 1871. Dal 1815 a oggi, gli antichi stati italiani e poi l’Italia unita hanno sempre ripagato puntualmente il proprio debito sovrano

Gianni Toniolo per “Il Sole 24 Ore

Dopo l’allarme lanciato martedì da Moody’s sul possibile declassamento dei debiti sovrani di Stati Uniti e Gran Bretagna, non è da escludere che, per smottamenti successivi, sui mercati ritorni l’isteria collettiva d’inizio giugno sulle prospettive dei titoli di stato (il cosiddetto debito sovrano) dei paesi mediterranei e dell’Irlanda. Le innumerevoli mani appoggiate ai mouse pronte a “cliccare” ordini di vendita potrebbero tornare in azione.

La volta scorsa, alla fine, la ragione ha avuto la meglio. In Spagna e Grecia le aste per le nuove emissioni sono andate meglio del previsto, gli acquisti di titoli di stato da parte della Bce sono diminuiti, gli stress test sulle banche europee hanno confermato la buona solidità complessiva del sistema. La notizia della morte dell’euro, propagata per disinformazione o interesse, si è rivelata, come avrebbe detto Mark Twain, fortemente esagerata. (more…)

Chi taglia il debito cresce

giugno 24, 2010

Nell’articolo: Wolf si preoccupa (giustamente) della fragilità del sistema finanziario soprattutto europeo. In questo momento non c’è nulla che minacci di più la stabilita dei mercati finanziari e delle banche della montagna di debito pubblico in circolazione, che molti cominciano a vedere come non più tanto sicuro. Se i titoli di stato non sono più sicuri, le banche devono ritirare prestiti che erano “garantiti” nel loro bilancio da titoli un tempo sicuri e con una leva molto alta data la loro sicurezza

Alberto Alesina per “Il Sole 24 Ore

In un articolo pubblicato ieri sul Sole 24 Ore e sul Financial Times Martin Wolf definisce non convincenti i risultati di un lavoro di ricerca di Silvia Ardagna e del sottoscritto. In quel saggio abbiamo esaminato in dettaglio la storia di tutte le riduzioni forti di deficit pubblici dal 1970 ai giorni nostri in tutti i paesi Ocse. I nostri risultati sono che: primo, tagli alla spesa pubblica che riducono i deficit non provocano sempre recessioni, anzi spesso sono associati ad aumenti immediati di crescita; secondo, aumenti di imposte sono fortemente recessivi, quindi dovendo ridurre i deficit conviene farlo dal lato della spesa, soprattutto in paesi dove la pressione fiscale viaggia verso la metà del Pil.

Wolf ipotizza che questi risultati non si applichino oggi perché i tassi di interesse sono bassi, la disoccupazione è alta e l’ouput gap negativo. E che quindi il pericolo è che riducendo la spesa si torni alla recessione.

La tesi di Wolf fondamentalmente si basa sul presupposto che l’evidenza empirica ha dimostrato errato, ovvero che la spesa pubblica stimoli molto l’economia e quindi che tagli di spesa siano molto dannosi. Non è vero: in genere l’effetto in entrambe le direzioni è molto basso soprattutto tenendo conto che più spesa significa prima o poi più tasse. Molti studi recenti lo confermano, compresi quelli spesso citati di Roberto Perotti e di Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo monetario internazionale. (more…)

La terza via tra Keynes e i tagli

giugno 9, 2010

Nell’articolo: “I governi si sforzano di ripristinare la loro credibilità nei confronti dei mercati operando tagli draconiani della spesa pubblica. Anche questo è un approccio sbagliato. Bisogna evitare che al semplicistico piano di stimoli dell’anno scorso faccia seguito una semplicistica austerità. Ecco alcune linee guida possibili”

di Jeffrey Sachs per “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Gaia Seller)

I keynesiani classici sono al canto del cigno. Gli stimoli di bilancio globali patrocinati l’anno scorso da Obama sono al capolinea, ripudiati da quello stesso G-20 che l’anno precedente li aveva sottoscritti. Di fronte a una crisi del debito pubblico, è arrivato il momento di abbandonare le teorie di corto respiro e privilegiare quegli investimenti a lungo termine necessari per garantire una ripresa solida.

Gli stimoli keynesiani si basavano su premesse discutibili: si diceva che erano necessari per prevenire una depressione globale, che un’iniezione di spesa pubblica sul breve periodo avrebbe rilanciato l’economia, che i progetti “cantierabili” avrebbero soddisfatto sia le esigenze cicliche sul breve periodo sia le esigenze strutturali di lungo termine, e da ultimo che la rapida ascesa del debito pubblico determinata dagli stimoli non doveva essere guardata con timore. Il fatto che simili teorie abbiano trovato ampio consenso è la dimostrazione del persistente fascino politico esercitato dai tagli delle tasse e dall’innalzamento della spesa. (more…)

Tra “Pigs” e Paesi Baltici, l’Europa teme l’effetto domino

gennaio 31, 2010

di Federico Rampini

“TOO big to fail”, troppo grande per essere lasciato fallire. È il pericolo che ha piegato i governi di tutto l’Occidente nel 2008 di fronte al collasso dei giganti bancari. Impossibile subìre il crac delle maggiori banche americane, inglesi, svizzere o belghe: gli Stati sono dovuti intervenire, dissanguando le loro finanze.
“Too big to fail”, oggi l’incubo si ripresenta sotto un’altra forma, non meno drammatica. Che fare se è un intero Stato come la Grecia a rischiare la bancarotta, quali le conseguenze per l’Eurozona? Possiamo permetterci di assistere senza intervenire? E se il crollo greco fosse il primo di un effetto-domino, destinato a travolgere altri paesi? Partendo dalla “periferia”: perché lì si trovano paesi che già prima della crisi avevano finanze pubbliche più dissestate, Stati meno efficienti, sistemi industriali meno competitivi.

Questa nuova emergenza si è imposta ai leader europei mentre affluivano al World Economic Forum. All’inizio della settimana il premier greco Georgios Papandreou ha dovuto rivolgersi in affanno ai mercati internazionali per finanziare il suo debito pubblico. In apparenza ha guadagnato tempo, collocando titoli del Tesoro per 5 miliardi di euro. A un costo altissimo: un interesse del 6,25% che andrà a cumularsi ai debiti greci. E la tregua è stata illusoria. Gli stessi investitori internazionali che avevano presentato domande cinque volte superiori all’offerta di Bot greci, 24 ore dopo fuggivano disordinatamente. Vendite in massa di titoli di Atene hanno fatto schizzare i tassi ancora più su, fino a 3,7 punti sopra i Buoni del Tesoro tedeschi: una forbice-record mai raggiunta da quando la Grecia entrò nell’euro. Un segnale tremendo in vista dei prossimi appuntamenti coi mercati. Quest’anno Papandreou deve riuscire a raccogliere altri 54 miliardi, la metà entro aprile. E se non ce la facesse? (more…)

Ci salvano i cinesi

dicembre 17, 2009

Tremonti scopre il feeling con la Cina perché Pechino investe nel debito italiano

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di
Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”.Oggi sono amici di Tremonti?

Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro Rischi fatali del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana.E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese. (more…)

Da dove viene e dove va l’allarme debito pubblico

novembre 19, 2009

Ora è allarme debito pubblico. Non tanto o non solo nel Vecchio continente, ma a partire dalla testa dell’economia mondiale. Ieri infatti il debito pubblico americano ha superato la soglia dei 12 mila miliardi di dollari, avvicinandosi al tetto autorizzato dal Congresso di 12.104 miliardi, pari all’80 per cento del pil. Mentre in Giappone, secondo l’Ocse, il disavanzo annuale si sta avvicinando al dieci per cento del pil e il debito pubblico potrebbe superare anche il 200 per cento entro il 2011. “E’ una situazione già vissuta”, dice al Foglio Kenneth Rogoff, professore di economia all’Università di Harvard, “i governi si indebitano a velocità crescente e la crisi, da finanziaria, nel giro di dieci anni si potrebbe trasformare in una crisi del debito”.

Ma c’erano alternative per fronteggiare la più grave recessione del dopoguerra? “L’Amministrazione Obama, come molti governi in giro per il mondo, è stata troppo buona con le banche – sintetizza Rogoff – presto rimpiangeremo il fatto di aver fornito garanzie a tanti istituti finanziari e creditizi, quale che fosse la loro condizione. Non solo i cittadini hanno dovuto sostenere l’onere di questa scelta. Nel lungo periodo abbiamo anche aggravato i rischi derivanti dall’azzardo morale nel sistema finanziario”. Quanto alle misure di stimolo fiscale, Rogoff si dice scettico ma non nega “gli effetti ottici” dell’intervento: “Ci consente, oggi, di trattare con dati migliori, ma non è questa la soluzione”. Per la stretta monetaria, invece, “meglio aspettare che il paese si rimetta su un sentiero di crescita”. Intanto però in America la disoccupazione cresce: “Oggi non possiamo farci molto. Sicuramente non aiuterebbe un secondo stimolo fiscale”. Eppure Barack Obama ci starebbe pensando. Forse non si chiamerà ‘stimolo’, ma l’intenzione è di utilizzare soldi pubblici per creare occupazione: “Sarebbe un errore e renderebbe ancora più rapido il processo di accumulazione del debito”. (more…)