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Dino Campana. Poesia e follia nelle lettere di un buon diavolo

gennaio 20, 2012

Silvio Ramat per “il Giornale

Quando ci si addentra nell’«universo Dino Campana» (la poesia e la vita dell’autore di un unico libro, Canti Orfici, 1914) ci coglie un malessere, che deriva dall’incompiutezza dell’una e dell’altra: del suo destino di poeta e della sua esistenza, conclusasi nel 1932 in manicomio dopo 14 anni di restrizione. Tuttavia, per Campana non si può dire che il primato della Vocazione lo spinga a un totale rifiuto degli umani rapporti. Anzi, un desiderio ansioso di amicizia costituisce la nervatura della sua corrispondenza epistolare, che appare un correttivo alla solitudine diffusa nel suo libro.
Si sa che i Canti Orfici circolarono in una cerchia ristretta di cultori di poesia, suscitandovi però significativi consensi, da Boine a Cecchi a De Robertis. Ma di fatto il libro non varca i confini di un doloroso isolamento; ci vorranno un paio di generazioni prima che esso si imponga come una pietra miliare del ‘900 poetico. Oggi le Lettere di un povero diavolo (Polistampa), dove trattano esplicitamente dei Canti Orfici e della loro sorte, sembrano rassegnate all’isolamento. Malgrado una orgogliosa sottolineatura, quando in Dino prevalga l’insofferenza, del divario che intercorre fra il suo libro e il tipo di poesia che in quella stagione gode di maggior ascolto.
Gabriel Cacho Millet, il curatore del volume, ha all’attivo un’imponente mole di indagini su Campana. Infaticabile nel ricercare e collazionare documenti, è riuscito a incrementare il suo primo inventario del 1978: Le mie lettere sono fatte per essere bruciate. Cominciava così a mettere ordine in una selva aggrovigliata, nella quale acquistavano una più giusta prospettiva sia le lettere a Sibilla Aleramo, oggetto di un furioso amore nell’estate del ’16, sia le missive indirizzate ai letterati: Mario Novaro, Cecchi, Soffici, Papini. Nei loro confronti, alle ire con minaccia si alternano umili attestati di devozione; talvolta sono preghiere che Dino rivolge a chiunque possa procurargli un lavoro. Una disarmante fragilità si incrocia con la fierezza del consapevole portatore di una croce. Il «povero diavolo» ha viaggiato, nomade, dall’Europa alla Pampa, senza sprecare il seme della sua avventura; ma quale più copioso raccolto avrebbe potuto darci, solo che… O forse no, doveva andare com’è andata; la follia non ha nutrito la poesia, in colui che qualcuno chiamò sbrigativamente «il Rimbaud italiano», ma ne ha determinato la temperatura, a un grado che spesso ci vieta un’interpretazione logica o tantomeno una parafrasi del testo.

Sibilla e Dino, passione e fughe. «Bruceremo soli sulla terra»

agosto 3, 2011

La scrittrice Sibilla Aleramo

Il poeta finì in manicomio. «Ti prego, liberami da qui»

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera

Ci sono tanti misteri nell’amore disperato tra il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo. Tanti misteri su cui la corrispondenza tra i due non riesce del tutto a far luce. Si sa che fu un amore disperato e violento. Ma per capirci qualcosa bisogna partire da una constatazione banale: Sibilla fu nella vita di Dino il solo amore, lui fu per lei uno dei moltissimi, anche se quell’incontro le sconvolse la vita. Sul perché le sconvolse la vita, Sebastiano Vassalli (autore di un romanzo-verità memorabile sul poeta di Marradi, La notte della cometa) ha un’idea, che non tutti condividono. L’idea chiara è la sifilide, diagnosticata come nefrite e «congestione cerebrale». Il 3 agosto 1916, quando a Barco, nel Mugello, riceve la prima visita della Aleramo, Campana è già gravemente malato, oltre che «pazzo»: l’estate precedente aveva avuto una «paralisi vasomotoria al lato destro».

Probabilmente Sibilla sa ancora poco di lui, del suo continuo girovagare per l’Italia, del soggiorno enigmatico in Argentina, dei ricoveri, dei problemi economici, degli incidenti con la polizia e dei ripetuti arresti, delle fughe in Svizzera, delle ossessioni e della malattia che ormai lo costringe a zoppicare con un occhio fisso. Sa però che qualche anno prima l’«uomo dei boschi» aveva tentato i primi, sfortunati, contatti con i circoli culturali dell’avanguardia fiorentina (Soffici e Papini avevano perso il manoscritto delle sue poesie) e soprattutto tiene tra le mani una copia deiCanti orfici, stampati in mille copie nel giugno 1914 da un tipografo di Marradi. Sibilla è stata rapita dall’intensità visionaria di quel libro, ha anche letto la recensione di Emilio Cecchi su «La Tribuna», ha già scambiato diverse lettere con lo stesso Campana, ha buttato giù una sua poesia ispirata ai Canti: «Cuor selvaggio,/ musico cuore,/ chiudo il tuo libro,/ le mie trecce snodo…». (more…)