Posts Tagged ‘Economia’

Le balle che preludono al caos

giugno 2, 2010

La distinzione tra capitalismo finanziario e capitalismo industriale è un inganno e le prediche di Tremonti sono irritanti

Massimo Fini per “Il Fatto

Nell’ultima pagina del mio libro Il denaroSterco del demonio, del 1998, dopo aver raccontato la trionfale cavalcata del denaro dall’epoca della sua prima apparizione (a cavallo fra l’VIII e il VII secolo a.C., in Lidia piccolo regno dell’Asia Minore nell’orbita della cultura greca) ai giorni nostri e della sua progressiva trasmutazione, quasi alchemica, da mero intermediario dello scambio, per evitare le triangolazioni del baratto, e misura del valore a merce vera e propria sia pur assai volatile, così concludevo: 

“Il giorno del Big Bang non è lontano. Il denaro, nella sua estrema essenza, è futuro, rappresentazione del futuro, scommessa sul futuro, rilancio inesausto sul futuro, simulazione del futuro a uso del presente. Se il futuro non è eterno ma ha una sua finitudine noi, alla velocità cui stiamo andando, proprio grazie al denaro, lo stiamo vertiginosamente accorciando. Stiamo correndo a rotta di collo verso la nostra morte, come specie. Se il futuro è infinito e illimitato lo abbiamo ipotecato fino a regioni temporali così sideralmente lontane da renderlo di fatto inesistente. L’impressione infatti è che, per quanto veloci si vada, anzi proprio in ragione di ciò, questo futuro orgiastico arretri costantemente davanti a noi. O, forse, in un moto circolare, nietzschianoeisteiniano, proprio del denaro, ci sta arrivando alle spalle gravido dell’immenso debito di cui l’abbiamo caricato. Se infine, come noi pensiamo, il futuro è un tempo inesistente, un parto della nostra mente, come lo è il denaro, allora abbiamo puntato la nostra esistenza su qualcosa che non c’è, sul niente, sul Nulla. In qualunque caso questo futuro, reale o immaginario che sia, dilatato a dimensioni mostruose e oniriche dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro, nemmeno da immaginare. Ce lo saremo divorato”.  (more…)

All’industria serve una mano (pubblica)

aprile 20, 2010

di Dani Rodrik

Il premier britannico Gordon Brown la promuove come strumento per la creazione di posti di lavoro altamente qualificati. Il presidente francese Nicolas Sarkozy parla di usarla per conservare in Francia i livelli occupazionali del settore manifatturiero. L’economista capo della Banca mondiale, Justin Lin, la sostiene apertamente per accelerare il cambiamento strutturale nelle nazioni in via di sviluppo. La McKinsey consiglia i governi su come applicarla nel modo giusto.
La politica industriale è tornata. In realtà, non è mai uscita di moda. Anche se gli economisti infatuati del Washington Consensus neoliberista l’avevano messa al bando, le economie di maggior successo hanno sempre fatto affidamento su politiche pubbliche mirate a favorire la crescita accelerando la trasformazione strutturale.

La Cina è un caso esemplare. Lo straordinario successo manifatturiero del Celeste Impero poggia in buona parte sull’assistenza pubblica alle nuove industrie. Le imprese di proprietà statale hanno agito da incubatrici di competenze tecniche e talento manageriale. Le norme sulla difesa dei prodotti nazionali hanno generato industrie floride che riforniscono l’industria dell’automobile e dell’elettronica. I generosi incentivi all’esportazione hanno aiutato le aziende a farsi strada sui competitivi mercati globali.

Il Cile, spesso raffigurato come un paradiso del libero mercato, è un altro esempio in tal senso. L’uva cilena ha conquistato i mercati mondiali grazie alla ricerca finanziata dallo stato. I prodotti forestali hanno ricevuto ingenti sovvenzioni. E la florida industria del salmone è una creazione di Fundación Chile, un fondo d’investimentidirischio semipubblico. (more…)

La lap dance può salvare l’economia

novembre 28, 2009
RICHARD NEWBURY
Nel 1720, al tempo della Bolla dei Mari del Sud, un membro del parlamento britannico propose che tutti i banchieri fossero chiusi dentro sacchi pieni di vipere e gettati nel Tamigi. Nonostante l’ampio appoggio pubblico, la proposta non diventò legge. Gli elettori britannici oggi sono dello stesso umore. Volenti o nolenti, si trovano azionisti di maggioranza di banche internazionali «troppo grandi per fallire», coinvolti personalmente perché, attraverso il governo, hanno garantito interventi per un miliardo di sterline.

Non solo le banche hanno evitato qualunque «rischio morale» ma oltre mille banchieri della City, com’è riportato nel Walker Report commissionato dal governo e presentato ieri, hanno ricevuto bonus superiori al milione di sterline. Una cifra che è almeno il doppio di quanto i loro nuovi azionisti – cioè i britannici – guadagnano mediamente in tutta la loro vita. Se il governo usasse qualcosa di più delle parole per bloccare questi bonus, i banchieri si sposterebbero all’estero dalla sera alla mattina. E considerevole sarebbe la perdita di tasse e di reddito. (more…)

Gli ebrei contro il capitale

novembre 20, 2009

A Lanny Ebenstein, che nel 2007 avrebbe mandato in stampa una delle sue prime biografie postume, Milton Friedman lo chiarì sin dalla prima conversazione che ebbero: “Quello che dico a una persona, lo dico a tutti”. E in effetti la vita dell’economista americano fu perlopiù un libro aperto, anche nei suoi aspetti privati, avventurosi ma non troppo per un paese dove quella del self-made man non è mai stata una specie rara. Gli stessi argomenti utilizzati per consigliare il presidente Ronald Reagan, Friedman li espose pubblicamente nelle sue tre visite nella Cina comunista; le stesse lezioni trasmesse ai tanti allievi incontrati nella carriera universitaria furono al centro dei dibattiti con Mises, Popper e Hayek nella Mont Pèlerin Society che gli stessi fondarono nel 1947. Si ripeteva spesso e volentieri Friedman, all’inizio incompreso, poi sempre più spesso celebrato, tanto che nella sua autobiografia del 1988 scrisse: io e mia moglie, Rose, oggi siamo “nella corrente principale di pensiero e non, come cinquant’anni fa, una minoranza derisa da tutti”. Una figura dunque, quella del luminare liberista scomparso nel 2006, da ricostruire innanzitutto attraverso i suoi interventi pubblici. E a maggior ragione acquista valore, perfino storiografico, la registrazione inedita che da qualche giorno l’Università di Chicago ha recuperato e messo a disposizione del pubblico. (more…)

“Chinamerica SUPERFUSION”!

ottobre 19, 2009

imagesLe economie di USA e Cina sono a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un’unica realtà – MA LA PARITà TRA STATI NON ESISTE IN NATURA E PECHINO SI MANGERà GLI HOT DOGS – senza gli oltre 800 miliardi di dollari in buoni del Tesoro Usa detenuti dalle banche cinesi sarebbe stato TRACOLLO PER Obama…

Maurizio Molinari per “La Stampa – Economia & Finanza”

 

Le economie di Stati Uniti e Cina sono a tal punto interdipendenti da essere oramai diventate un’unica realtà. A sostenerlo è «Superfusion», il saggio firmato dall’economista Zachary Karabell che tiene banco a Wall Street come nei centri studi – il «Council on Foreign Relations» gli ha dedicato una seduta di approfondimento ad hoc – perché documenta l’esistenza di «Chinamerica» come di una fonte di ricchezza unica, con un pil combinato che in alcune circostanze arriva ad essere oltre la metà di quello dell’intero Pianeta. (more…)

Suv a case in svendita : il sogno americano finisce a passa la mano

settembre 23, 2009

imagesTonino Bucci
E pensare che col consumismo gli Stati Uniti hanno costruito il loro impero in tutto il pianeta. Lo scriveva qualche anno fa la storica Victoria De Grazia in un libro che si intitolava L’impero irresistibile. La società dei consumi americani alla conquista del mondo (uscito per Einaudi). Il modello americano è stato molto più di una potente miscela di forza militare e dominio economico. La sua egemonia (di cui tutto sommato si parla molto poco) ha funzionato molto di più quando non si è limitata a esportare il proprio sistema politico negli altri paesi con le armi. L’America più potente è quella che ha conquistato l’immaginario – oltre che i mercati – che ha dosato il napalm e i colpi di stato con il fascino seducente di cui era dotata la propria way of life . Uno stile di vita, per l’appunto, una filosofia esistenziale, un approccio al tempo che era la completa negazione dell’ascetismo e del sacrificio, la rivalutazione del consumare ora e qui – e così via per sempre – al posto dell’etica del risparmio. L’America ha vinto perché – direbbe il filosofo Slavoj Zizek – ha imposto al mondo l’imperativo «devi godere» (è appena uscita per Bollati Boringhieri la summa del suo pensiero, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo ). (more…)

Cinquanta colpevoli

luglio 27, 2009

imagesLa politica fiscale non funziona se il governo federale fa una cosa e quello statale un’altra. Un articolo di James Surowiecki

 

Se dovessimo fare un elenco di ostacoli alla ripresa economica statunitense, la lista comprenderebbe tutti i soliti sospetti: il sistema bancario ancora debole, il crollo dei prezzi delle case, i consumatori troppo indebitati, le imprese troppo prudenti. Ma ci sono anche cinquanta colpevoli più insoliti: gli stati. Il federalismo, spesso considerato un punto di forza del sistema statunitense, è diventato un serio ostacolo all’uscita dalla crisi.Oggi, naturalmente, è facile ironizzare sui governi statali, mentre la California firma cambiali per pagare i conti e il governatorato di New York è diventato teatro di congiure di palazzo. Il vero problema non è l’inaffidabilità dei politici locali, ma il modo in cui gli stati devono gestire i loro affari. (more…)