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Quella volta che ho incontrato Cioran

maggio 8, 2012

Herta Müller, da “Il Corriere della Sera

Scrive Cioran: ogni volta che il tempo mi tortura, mi dico che uno di noi due deve spezzarsi, che non è possibile perdurare all’infinito in questo crudele faccia a faccia…

Ed eccola ora, la morte, a cui Cioran con la lama quanto mai precisa e affilata della lingua ha impedito di parlare. E se mai una morte ha dovuto temere la propria intenzione, sarà stato probabilmente questa volta. Faticherà a tener testa a un uomo che tanto sovranamente le ha sottratto la paura. Che ha trasformato l’abilità di affrontare la vita facendone un’arte del fallimento.

E. M. Cioran nacque nel 1911 in Romania, figlio di un parroco romeno. Accompagnare la nascita e la morte era per suo padre un mestiere. E l’ovvietà della perdita e della morte era la realtà circostante, ovunque gli uomini cercassero di vivere. Da un lato c’era la vita inerme in un mondo sempre in agguato, fatto di una superstizione spietata e di un folklore infinitamente poetico. Dall’altro lato c’era la preghiera che si inginocchia rapida davanti a Dio, senza riserve. Cioran portò con sé questo groviglio nella mente quando nel 1937 andò a Parigi per studiare. E portò con sé il modo in cui la vita incespica al bordo della preghiera. Il fatto che in questo non si debba dire né domandare nulla, perché c’è il fallimento e la morte — così e basta.

Cioran non ha mai più messo piede in Romania, ha serrato consapevolmente le porte per non lasciarsi sequestrare e usare da altri, le porte attraverso le quali vengono sempre le persone sbagliate, i connazionali. Ha lasciato la lingua romena all’interno della testa e si è proibito di uscire all’esterno. Invitato quale ospite di Stato, dopo la caduta di Ceausescu, disse: «Io non farò visita al mio Paese come un ospite di Stato, cosa gli passa per la mente? Ma la lingua si vendica su di me, più invecchio e più spesso sogno in romeno. E non posso oppormi a questo».

In Francia Cioran rimase apolide, non accolse mai l’offerta di assumere la cittadinanza francese.

E tuttavia, la prima volta che andai solamente in visita a Parigi, lui mi cercò. E uno dei motivi per cui lo fece, forse addirittura il più importante, era che mi portavo appresso quel Paese dell’onnipresente fallire. Se avesse potuto proibire qualcosa, disse, avrebbe proibito il mio ritorno. Parlò dello sperpero cieco di ogni sostanza, della sua giovinezza e di tutte le esistenze spezzate di quegli anni. Del suo amico che ormai beveva soltanto anziché, dotato com’era, scrivere letteratura. Della finestra aperta davanti alla quale i due erano rimasti in piena notte. Ai rimproveri di Cioran l’uomo ubriaco aveva detto, rivolto verso il cielo scintillante di stelle: «Dio, perdonami di essere romeno».

Prima che ci incontrassimo Cioran era passato attraverso un parco ed era caduto sul sentiero ghiacciato. Aveva il ginocchio sbucciato e sanguinante. Ma non vedeva nel sentiero ghiacciato la causa della caduta. Quando il mio fazzoletto, che all’inizio non aveva voluto prendere, fu legato intorno al suo ginocchio disse: «La cerco e già cado, già sono un romeno».

Cioran si è spogliato della Romania come nessun altro. Ma si è riservato il ritornare singolo alle cose in cui esse, ricondotte alla loro qualità essenziale, non sono più riconoscibili. Viveva nella distanza della prossimità spezzata. E nel rifiuto meditato dell’uso che si fa dell’essere umano. Questa è la conseguenza più radicale di uno smarrimento politico giovanile — la simpatia per il fascismo romeno che, come molti intellettuali romeni di quell’epoca (fra cui Mircea Eliade), nel 1935 aveva propagandato nel libroSchimbarea la fata a Romaniei («La trasfigurazione della Romania»). Diceva che solo l’essersene andato, e poi l’aver chiuso fuori quel che aveva portato con sé, l’aveva salvato dal fallire collettivamente nella folla. Affidato solo a se stesso poteva valersi del fallimento, scrivergli in faccia l’insensatezza che cerca sempre di nasconderlo per aggredirci.

Cioran aveva praticato e appreso l’insensatezza di ogni agire. Il disgusto della vita era la sua fame stessa della vita. Ma l’invecchiare con le sue progredienti infermità fisiche divenne uno scandalo per la ragione intatta, inesorabilmente rivolta contro di sé. Anche se Cioran disprezzava il suo giovane corpo di un tempo e il ritmo funzionante delle attività, la fatica dell’invecchiare divenne per lui un’umiliazione. La sovranità conquistata in sostanza attraverso ogni frase scritta sulla morte gli rese difficile mostrare, mostrare agli occhi degli altri, lo spezzarsi della routine del corpo. Quel che si sarebbe sopportato di buon grado, egli lo ingrandiva nella parola. Vi dirigeva l’attenzione, senza lamentarsi. Bisognava saperlo prima di passare ad altro nel discorso: ecco un uomo le cui gambe si trascinano anziché reggere, le cui mani spargono intorno anziché versare nel bicchiere, la cui bocca nel mangiare lascia cadere il boccone, anziché inghiottire. Cioran insisteva a non ignorarlo. Insisteva perché voleva proteggere nell’unica maniera in cui la protezione è valida: puntando con chiarezza lo sguardo verso ciò che rende necessaria la protezione.

Ci incontravamo per mangiare. In quei momenti la frase di Cioran: «Se il mio corpo mi tradisce, mi chiedo come io debba combattere, con una simile carogna, contro l’abdicare degli organi», era lì sul tavolo, ben visibile. Si muoveva la mano per prendere il coltello e la forchetta, il bicchiere, e si toccava questa frase.
(Traduzione di Margherita Carbonaro)

© CARL HANSER VERLAG MÜNCHEN – PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH MARCO VIGEVANI AGENZIA LETTERARIA

Cioran e Ionesco nel Cortile dei Gentili

ottobre 11, 2011

Gianfranco Ravasi, da “L’Osservatore Romano”

Era denominato Cortile dei Gentili. Si trattava di uno spazio simbolico del Tempio di Gerusalemme, destinato ad ospitare i pagani, le gentes, i popoli esterni a Israele. Sulla scia di un’indicazione di Benedetto XVI, il Pontificio Consiglio della Cultura ha voluto — sotto questo stesso titolo — ricreare un ambito di dialogo serio e approfondito tra credenti e atei, desiderosi di confrontarsi tra loro sui grandi temi dell’essere e dell’esistere e sul mistero stesso di Dio.

Al suo interno vogliamo idealmente collocare due figure emblematiche originarie della Romania, scelte sul versante della non credenza aperta e sensibile alle domande spirituali. Il primo personaggio è lo scrittore Emil Cioran (1911-1995). «Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso»: forse è questa la più lapidaria e folgorante carta d’identità di Emil Cioran, nato l’8 aprile 1911 a Rasinari, nella Transilvania rumena. Come è noto, questo inclassificabile scrittore-pensatore nel 1937, a 26 anni, migrò a Parigi, ove condusse il resto della sua vita fino alla morte avvenuta nel 1995. Straniero, quindi, per la sua patria d’origine, che aveva cancellato dalla sua anagrafe personale, abbandonandone anche la lingua. Straniero per la nazione che l’aveva ospitato, a causa del suo costante isolazionismo: «Sopprimevo dal mio vocabolario una parola dopo l’altra. Finito il massacro, una sola rimase come superstite: Solitudine. Mi risvegliai appagato».

Straniero, infine, per Dio, lui che era figlio di un prete ortodosso. Talmente straniero da iscriversi alla «razza degli atei», eppure con un’insonne ansia di inseguimento nei confronti del mistero divino: «Mi sono sempre aggirato attorno a Dio come un delatore: incapace di invocarlo, l’ho spiato». È per questa ragione che di lui vorrei brevemente parlare, senza pretese di travalicare il mio perimetro di teologo sconfinando nell’analisi di critica letteraria che altri faranno in questo centenario. Cioran, infatti, si è appostato a più riprese per tendere agguati a Dio costringendolo a reagire e quindi a svelarsi. (more…)

Cioran, l’enigma dell’ateo-credente

aprile 5, 2011
Rosita Copioli per “Avvenire
Sono passati cento anni dalla nascita, avvenuta l’8 aprile 1911, e quasi sedici dalla morte di Emil Cioran, il 20 giugno 1995. Ripensare a Cioran, che – come Czeslaw Milosz – rappresentò l’epoca della disgregazione della Mitteleuropa tra le due guerre, porta a riconsiderarlo anche alla luce del nostro tempo. Vi avvengono crolli e mutazioni che non è esagerato dire epocali, dato che hanno sconvolto quasi di colpo la storia, la geografia, la fisica. Da un lato, grazie anche alla “rete”, che rivoluziona i rapporti di spazio e tempo, grandi stati d’Africa e d’Asia rovesciano regimi ed equilibri antichi, con una rapidità imparagonabile a quella che visse Cioran stesso come esule dalla Romania nel 1937. (more…)

L’insonne ansia d’inseguire il mistero divino

marzo 20, 2011

Emil Cioran

Gianfranco Ravasi per “Il Sole 24 Ore

«Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso». È forse questa la più lapidaria e folgorante carta d’identità di Emil Cioran, nato cent’anni fa, l’8 aprile 1911 a Rasinari, nella Transilvania rumena. Come è noto, questo inclassificabile scrittore-pensatore nel 1937, a 26 anni, migrò a Parigi, ove condusse il resto della sua vita fino alla morte avvenuta nel 1995. Straniero, quindi, per la sua patria d’origine, che aveva cancellato dalla sua anagrafe personale, abbandonandone anche la lingua. Straniero per la nazione che l’aveva ospitato, a causa del suo costante isolazionismo: «Sopprimevo dal mio vocabolario una parola dopo l’altra. Finito il massacro, una sola rimase come superstite: Solitudine. Mi risvegliai appagato». (more…)

Inedito Cioran innamorato

febbraio 27, 2010
«Ho osato considerarmi più distaccato del Buddha, ed ora vengo punito per le mie illusioni. Ho recitato troppo a lungo la commedia della saggezza». Così scrive Emil Cioran in una lettera a Friedgard Thoma. È il 1981. Il pensatore rumeno ha settant’anni esatti, la giovane amica tedesca meno della metà. Si sono conosciuti per via epistolare. Lei ha mandato al filosofo un biglietto dopo aver letto alcuni aforismi folgoranti. Lui ha risposto immediatamente. È l’inizio di un amore platonico ma bruciante. «Un libro è un suicidio in differita» scrive Cioran, ma nelle lettere raccolte da Friedgard Thoma in Per nulla al mondo (L’orecchio di Van Gogh, pagg. 152, euro 14), egli sembra tutt’altro rispetto a un aspirante suicida. La ragazza lo travolge e lui se ne sorprende: «Come può capitare, ad uno scettico di professione come me, di assumere un’attitudine così anti-scettica?». (more…)