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Da Mattei a Cuccia, l’élite che non si misurava in busta paga

gennaio 26, 2012

La «regola aurea» di Adriano Olivetti: a nessuno più di 10 volte il salario minimo

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera

Senza dubbio i piani del governo inglese o la legge che ha ora in cantiere la Commissione europea sui tetti alle maxi-retribuzioni dei manager resteranno ben lontani per propositi e risultati dalla regola morale di Adriano Olivetti: «Nessun dirigente, neanche il più alto, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minino». Ma si sa, accanto alla fabbrica dell’imprenditore-utopista c’erano la più grande biblioteca privata del Piemonte e una scuola materna che figurava nelle più importanti riviste di architettura del mondo.

Nel post crac Lehman, quando gli Stati di tutto il mondo si prodigavano per salvare le banche con i soldi dei contribuenti, è tornato di attualità anche il tema della disparità fra le retribuzioni dei manager e quelle degli impiegati o operai e si è cominciato a parlare di leggi, tetti, «moral suasion» delle authority per porre un freno a eccessi che hanno trovato terreno particolarmente fertile nel turbocapitalismo finanziario degli anni Novanta, ma che nascono prima: in Italia il rapporto fra i compensi degli alti dirigenti e dei dipendenti medi, pari nel 1980 a 45 a uno, già nel Duemila era «esploso» raggiungendo la quota di 500 a uno. E negli anni successivi le distanze sono aumentate in modo siderale.

Un trionfo dell’élite manageriale che non ha confronti con il passato.Quando almeno una parte della classe dirigente sembrava condividere, per necessità o virtù, se non proprio la regola aurea di Adriano Olivetti, un principio di moderazione che vedeva prevalere servizio e responsabilità. Certo, può far sorridere la frase di Antonio Maccanico sul rapporto fra il fondatore di Mediobanca Enrico Cuccia e il denaro: «Per lui era solo un mezzo». Detto di un banchiere può sembrare una battuta. Ma basta ricordare un episodio per capire il senso vero delle parole: la retribuzione di Cuccia era allineata a quelle che l’Iri decideva per le Bin, le banche d’interesse nazionale. Quando Lucio Rondelli di Unicredit va a Roma per «negoziare» un aumento e torna a Milano con un buon risultato, Francesco Cingano (allora Comit) e Cuccia si auto-tagliano l’incremento del 20%. Difficile ricostruire quanto percepisse Cuccia, perché allora non c’erano obblighi di comunicare le retribuzioni «apicali», ma nel 1999, un anno prima della sua morte, il banchiere aveva dichiarato al fisco 350 milioni di lire, metà dei quali in virtù della carica di presidente onorario di Mediobanca. Solo che lui, uno degli uomini più potenti d’Italia, che si recava in vacanza sulla A112 della figlia, quel compenso non ha mai voluto incassarlo. E il suo Delfino, Vincenzo Maranghi, nel 1998, primo anno in cui l’istituto ha reso noti i compensi osservando le nuove regole Consob, percepiva 81 milioni come consigliere e 1,4 miliardi (sempre di lire) come direttore generale. Per allineare Mediobanca alle «richieste» degli analisti internazionali, ha introdotto le stock option nel 2001, distribuendole peraltro a tutti i dipendenti, ma per sé non le ha mai volute perché, come Cuccia, non le condivideva. E il 7 aprile 2003, quando lascia Mediobanca per espressa richiesta di alcuni azionisti, dice: «Non voglio un euro in più di quanto mi spetta. La liquidazione e basta. Nemmeno l’indennità di licenziamento». Nessun paracadute o premio alla carriera: esce di scena con la liquidazione e 1,6 milioni per le ferie arretrate.

Non sono note nemmeno le retribuzioni del mitico Raffaele Mattioli per lungo tempo a capo della Comit. Però un indizio sulle loro dimensioni, tutt’altro che modeste ma probabilmente non paragonabili a quelle oggi da «frenare» per legge, lo si può ricavare da un calepino nel quale il banchiere umanista annotava i libri di antiquariato che «non poteva permettersi» di acquistare.

E che dire di Enrico Mattei? Come ha riferito lo storico dell’economia Giulio Sapelli, il numero uno dell’Eni che sfida le Sette Sorelle aveva disposto che il suo stipendio da supermanager venisse versato al monastero delle Clarisse di Matelica, cittadina nella quale la sua famiglia si era trasferita pochi anni dopo la sua nascita. La ragione? Conflitto d’interessi, visto la originaria comproprietà con il fratello di una piccola azienda chimica.

Il Cav. e Mattei, qualcosa in comune

settembre 22, 2009

berluscheiokLa visita di Silvio Berlusconi all’Aquila, in terra di Abruzzo, per celebrare la consegna in tempo da parte delle imprese delle case ai terremotati, che lasciano le tendopoli per  moderni e confortevoli alloggi costruiti a tempo di record, mi ha fatto venire in mente Enrico Mattei, che aveva ereditato e rilanciato le disastrate Agip e Anic e, scoperto il metano, nella pianura padana, non lontano da Milano, aveva creato la Snam. La cui sigla, per noi, appena arrivati all’Eni, nel 1955-56 in cui era stato fondato, voleva dire “Siamo Nati a Matelica”, la città di cui Mattei era oriundo, fra le Marche e l’Abruzzo. Un’area industriale di imprenditori rampanti, che può essere considerata la Brianza del Sud.

Alla Snam di marchigiani quasi abruzzesi ce ne erano, oltre a Enrico Mattei, anche molti altri, ed erano impregnati dello stesso spirito fanatico del fare. Anche Mattei, quando realizzava una “missione impossibile”, come, ad esempio, quella di prendere nell’Eni una fabbrica meccanica disastrata come il Pignone, trasformandola in un’impresa di tecnologia avanzata nel settore delle sonde e delle trivelle per le ricerche di petrolio, faceva una cerimonia fastosa, in cui si enunciavano le concrete realizzazioni, specificando i tempi e i costi e, accanto agli aspetti economici, quelli sociali. Ora nella cerimonia berlusconiana il numero di famiglie sistemate nelle nuove case e di famiglie a cui ciò accadrà entro date prestabilite vicine. Allora, nelle cerimonie di Mattei, accanto alla quantità in kg o tonnellate di tubi in acciaio o trivelle o che altro, prodotte, con i relativi costi unitari, i nuovi posti di lavoro creati. “Dare lavoro” era una delle idee fisse di Mattei. Berlusconi nel 2001 ha fatto un  programma elettorale promettendo un milione di posti di lavoro. E la scommessa che pareva assurda è stata realizzata. Mentre vedevo le cerimonie di Berlusconi basate su appartamenti di tre vani più cucina e servizi, consegnati ai terremotati, e riandavo al piazzale pieno di sole ove Mattei elencava la quantità di kg di metallo lavorato prodotto e i posti di lavoro creati, mi è capitato di leggere un editoriale del Corriere della Sera in cui si sosteneva che Berlusconi, oramai, si era messo contro tutte le élite: la magistratura, gli economisti (ma è Tremonti che se l’è presa con loro e comunque nel suo mirino c’è un gruppo particolare di economisti), i banchieri (idem come sopra), i giornalisti. In effetti il paragone fra Mattei e Berlusconi muove da qui. Ma non dalla critica alle élites, bensì dalla legge della circolazione delle élite, enunciata da Mosca e Pareto, che l’editorialista del Corriere e quello successivo che ha ripreso il tema sul Sole 24 Ore”, sembrano ignorare. (more…)