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ABBASSO GARY COOPER

maggio 9, 2012

J.D. Salinger

da “Satisfiction.me

Nell’estate del 1946 Salinger scrive una lettera a Hemingway, dalla Germania. Resa pubblica a Boston nel 2010, Satisfiction la pubblica in Italia per la prima volta.

Hemingway e il giovane sergente J.D. Salinger si conobbero nel 1944, poco dopo la Liberazione di Parigi, all’Hotel Ritz di Place Vendôme. Tra bottiglie di champagne e bagordi notturni, in quei giorni Hemingway riceveva visite di ogni tipo, da Jean-Paul Sartre a André Malraux, passando per Marlene Dietrich. Incontrò anche Salinger, dunque, ed è difficile immaginare due uomini più distanti tra loro, almeno come immagine “postuma”. Il primo era guascone, rissoso, macho, tutto preso dalla propria parte di Grande Scrittore in guerra, il secondo fragile e introverso, pronto – di lì a qualche anno, dopo il successo de Il giovane Holden e le critiche ai libri successivi – a nascondersi ossessivamente dai propri lettori, a vivere come un recluso. Eppure a Parigi i due si intesero alla perfezione: Hemingway lodò alcuni racconti di Salinger, e Salinger si disse felice di conoscere uno degli scrittori che ammirava di più.
Due anni dopo, nell’estate del 1946, ormai segnato dalla guerra e in preda a uno stress nervoso, Salinger sarà ricoverato in un ospedale tedesco. Come sergente ha fatto il suo “dovere” fino all’ultimo, partecipando allo Sbarco in Normandia e alla battaglia delle Ardenne, liberando campi di concentramento e interrogando prigionieri di guerra. Può raccontare anche lui il suo “Addio alle armi”, ora. Ma nella lettera respinge subito qualsiasi forma di “eroismo”, con tono amaro e ironico. “Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley” scrive all’inizio, e non si tratta soltanto di una battuta. Catherine Barkley è l’infermiera bella e fragile di Addio alle armi, ovvero la Agnes von Kurowsky conosciuta da Hemingway durante la prima guerra mondiale, in Italia. Per Salinger non ci sono infermiere belle e fragili. Solo, depresso, traumatizzato dalla guerra, scrive a Hemingway per tirarsi su, forse per “parlare con qualcuno di sano”. In bilico tra sarcasmo e disfattismo, gli racconta della vita nell’Esercito, gli chiede del suo nuovo romanzo, accenna al suo incidente a Cuba, gli scrive dei propri progetti letterari – nominando un certo Holden Caulfield, protagonista di una commedia ancora in nuce –, e conclude con un paragrafo su Fitzgerald, allora in pieno “revival”.
Salinger ricorda davvero i giovani reduci dei Nove racconti, qui. Come il protagonista di Per Esmé, con amore e squallore, è infatti solo, nervoso, stanco, depresso, in un paese straniero. E come lui sembra cercare in una lettera – e quindi in un altrove, attraverso la parola – un rifugio contro la guerra, e un ritorno a casa.

La lettera è stata resa pubblica dalla biblioteca John F. Kennedy di Boston nel marzo del 2010, due mesi dopo la morte di Salinger. Ripresa da diversi siti americani e inglesi – come http://www.usatoday.com/ – la presentiamo ai lettori italiani per la prima volta.

Edoardo Pisani

Caro Papa,
Ti scrivo da un ospedale di Wurmberg. Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley, devo dire. Mi aspetto di essere dimesso domani o dopodomani. Non avevo niente di grave, ma ero in uno stato di avvilimento quasi costante e mi sono detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno di sano. Mi hanno chiesto della mia vita sessuale (che non potrebbe essere più normale – per fortuna) e della mia infanzia (normalissima: mia madre mi ha accompagnato a scuola fino ai ventiquattro anni – ma conosci le strade di New York), e alla fine mi hanno domandato se mi piaceva o no l’Esercito. Mi è sempre piaciuto l’Esercito.
Ho conosciuto Lester Hemingway prima che la Quarta Divisione tornasse negli States. È venuto nella nostra casa di Weissenburg e ha bevuto e chiacchierato con me. È un tipo a posto.
Rimangono pochissimi arresti da fare, nella nostra divisione. Adesso stiamo prendendo tutti i bambini sotto i dieci anni che hanno un’aria sprezzante. Bisogna concedere all’Esercito i suoi arresti vecchio stampo, bisogna gonfiare il Rapporto.
Il Capitano Ollie Appletton, il precedente CO del reparto, ha ottenuto il Congedo attraverso la Croce Rossa, tornando negli Stati Uniti sotto una pioggia di stelle di bronzo. Prima di andarsene, in nome dei vecchi tempi, ha passeggiato intorno alle foto dei suoi possedimenti in Scarsdale. Per molti di noi è stato un momento maledettamente toccante.
Come sta venendo il tuo romanzo? Spero che tu ci stia lavorando sodo. Non venderlo al cinema. Sei un tipo ricco. Come Presidente dei tuoi tanti fan club, so di parlare a nome di tutti quando dico Abbasso Gary Cooper. Perché stai davvero lavorando a un nuovo romanzo, no? Mi rendo conto che a Cuba le macchine non sono sicure.
Ho chiesto al CIC di mandarmi a Vienna, finora senza successo. Nel 1937 ci sono stato quasi per un anno intero, e ho voglia di mettere di nuovo un pattino da ghiaccio al piede di qualche bella ragazza viennese. Non mi sembra di chiedere troppo all’Esercito.
Ho scritto un altro paio di racconti incestuosi, diverse poesie e parte di una commedia. Se riuscirò a uscire dall’Esercito, potrei finire la commedia e chiedere a Margaret O’Brien di interpretarla con me. Con un taglio di capelli militaresco e una fossetta di Max Factor sull’ombelico, potrei recitare io stesso la parte di Holden Caulfield. Una volta ho fatto un’interpretazione molto sensibile di Raleigh, in Journey’s End. Molto sensibile.
Darei il mio braccio destro per andarmene dall’Esercito, ma non con un biglietto psichiatrico del tipo quest’uomo-non-è-adatto-alla-vita-militare. Ho in mente un romanzo molto sensibile, e non permetterò che l’autore passi per un idiota nel 1950. Io sono un idiota, ma non voglio che la gente sbagliata lo sappia.
Mi piacerebbe che mi mandassi due righe, se ci riesci. Lontano dalla scena, è molto più facile pensare chiaramente. Con il tuo lavoro, voglio dire.
La prossima volta che sarai a New York, spero di essere in giro e riuscire a vederti, se avrai tempo. I discorsi che abbiamo fatto qui sono stati gli unici momenti di speranza in tutta la faccenda.
Sinceramente,
Jerry Salinger

P.S. Se c’è qualcosa che possa fare per te, qualche messaggio da portare a qualcuno, ne sarei lieto.
Il progetto del mio libro di racconti è andato a pezzi. Il che è un gran bene, e non sto indorando la pillola. In questo momento sono ancora troppo legato da bugie e affetti, e vedere il mio nome stampato su una copertina polverosa rimanderebbe qualsiasi vero miglioramento di svariati anni.
Edmund Wilson ha pubblicato una specie di album di ritagli su F. Scott Fitzgerald (che cosa sporca), chiamandolo The Crack Up. Malcolm Cowley lo ha recensito per il New Yorker, o ha recensito Fitzgerald stesso in maniera dannatamente superiore rispetto ai critici medi che recensiscono uomini morti. È così facile scrivere una «buona» recensione di Fitzgerald. Le sue imperfezioni saltano agli occhi, e se un paio non lo fanno, è Fitzgerald stesso a puntarle col dito. È stupido da parte dei critici lamentarsi del fallimento di Fitzgerald di «sviluppare» le sue storie. Mi sembra ovvio che chiunque scriva un libro come Gatsby non potrebbe mai «sviluppare» un bel niente. La sua arte, o la sua bellezza, era applicabile soltanto alle sue debolezze, non ti sembra? Diversamente da molti critici, non penso che Gli ultimi fuochi sarebbe stato il suo libro migliore. Era lì lì per incasinare tutto. Lì lì per dare al libro un twist alla Gatsby. In effetti, è meglio che non l’abbia finito, credo.
Buone cose.
J.

HEMINGWAY, A 50 ANNI DALLA MORTE

luglio 1, 2011

Stenio Solinas per “il Giornale

Non si fa retorica, né si va lontani dal vero, se si dice che in Italia Ernest Hemingway scoprì sé stesso. Aveva appena diciott’anni, fu ferito e vide la morte in faccia, si innamorò e cominciò a capire cosa significhi morir d’amore, fece il suo apprendistato letterario, imparò a bere, la sconosciuta civiltà del vino che un vecchio continente decaduto e decadente offriva come ultimo dono ai nuovi barbari conquistatori venuti a prenderne il posto. Ha raccontato la moglie Mary che la sera prima che lui si ammazzasse, quell’inizio di luglio di mezzo secolo fa, «era stata così quieta e serena! Avevamo cantato quella vecchia canzone imparata a Cortina: “Tutti mi chiamano bionda”… E poi avevamo ricordato Venezia, l’Hotel Gritti, la grande festa che aveva voluto dare per gli amici che accorrevano da ogni parte del mondo… Ci ricordammo del vecchio Adamo, il conte Kechler e la cara Adriana Ivanich». Ernest l’italiano… (more…)

Anniversari: Céline e Hemingway

giugno 30, 2011

Mezzo secolo fa, l’1 e il 2 luglio, morivano a distanza di poche ore il maledetto francese ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti e lo scrittore americano circonfuso di gloria e gonfio di rum

da “La Stampa

Céline, la musica infernale del secolo breve
MASSIMO RAFFAELI
Due scrittori che non potrebbero essere più opposti e complementari, Ernest Hemingway e Louis-Ferdinand Céline, muoiono a distanza di poche ore, il 1˚ e il 2 luglio del 1961: l’uno, circonfuso di gloria e gonfio di rhum, si suicida nel suo buen retiro di Ketchum, Idaho, mentre l’altro, ancora lordo della duplice infamia di antisemitismo e collusione coi nazisti, si spegne per un aneurisma nel villino-catapecchia di Meudon, a Ovest di Parigi, dove è ritornato nel ’52 in semiclandestinità, dopo anni di prigione e di esilio in Danimarca. I giornali sparano su nove colonne il suicidio di colui che traduceva l’esistenza in velocità dattilografica incarnando la via americana alla letteratura, come ne fosse il mito temerariamente hard boiled ; al recluso di Meudon, viceversa, riservano scarne notizie di agenzia e qualche imbarazzato necrologio in cui si riferisce la scomparsa di una belva collaborazionista.  (more…)

Hemingway, com’era divertente sentirsi dannati

giugno 29, 2011

Con la prima moglie nella Parigi della Lost Generation: dalla versione restaurata di Festa mobile , un inedito dello scrittore che moriva il 2 luglio di 50 anni fa

Festa mobile , il romanzo postumo di Ernest Hemingway, torna da oggi in un’edizione restaurata a cura del figlio Patrick e del nipote Seán (Mondadori, pp. 224, 10). Pubblichiamo un brano da «Piaceri segreti», uno degli otto capitoli inediti che sono stati aggiunti.

ERNEST HEMINGWAY, da “La Stampa

Fino a che lavorai per i giornali e dovetti andare in varie parti d’Europa come inviato mi fu necessario avere un vestito presentabile, andare dal barbiere, e avere un paio di scarpe rispettabili. Queste cose erano un inconveniente quando cercavo di scrivere perché ti rendevano possibile lasciare la tua riva del fiume e passare sulla riva destra a trovare i tuoi amici di là, andare alle corse e fare tutte quelle cose divertenti che non potevi permetterti o che ti avrebbero cacciato nei pasticci.

Scoprii molto presto che il modo migliore per evitare di andare sulla riva destra e di finire coinvolto in tutte le cose piacevoli che non potevo permettermi e che mi procuravano, come minimo, un rimorso gastrico era quello di non tagliarmi i capelli. Non potevi passare sulla riva destra con i capelli tagliati come uno di quei pittori giapponesi di stirpe nobile e meraviglioso aspetto che erano amici di Ezra. Questo sarebbe stato l’ideale e ti avrebbe rigorosamente confinato sul tuo lato del fiume e obbligato a lavorare. Non eri mai al riparo da missioni giornalistiche per un periodo abbastanza lungo da farti crescere una zazzera di quel tipo ma in due mesi arrivavi a somigliare a qualcosa di residuato dalla guerra civile americana e di inaccettabile. Dopo tre mesi eri a buon punto per il tipo di pettinatura che avevano i meravigliosi amici giapponesi di Ezra e i tuoi amici della riva destra avrebbero pensato che eri ormai dannato. Io non ho mai capito a cosa si supponeva che tu fossi dannato ma dopo quattro mesi circa eri considerato dannato a qualcosa di peggio. A me piaceva essere considerato dannato e a mia moglie e a me piaceva essere considerati dannati insieme. (more…)

I 48 giorni del giovane colonello ubriaco

giugno 10, 2011

Così Hemingway presentò “Di là dal fiume e tra gli alberi”: «L’idea mi venne in una nebbia alcolica»

Marzio Breda per “Il Corriere della Sera”, video

La voce è calda e robusta, profonda. Scandisce frasi brevi, in un inglese pulito. E’ stata riascoltata qualche settimana fa nel luogo dov’era echeggiata tante volte: l’Harry’s Bar di Venezia. Per chi ascoltava, l’effetto era straniante. Come se, per i nove minuti di durata della registrazione, nella sala fosse calato il buio e una piccola luce avesse illuminato unicamente il leggio di un attore e, insomma, come se l’io narrante si esprimesse per interposta persona. Solo che quella non era una recita e chi parlava — con timbro non falsificabile, alla stregua di una firma — era Ernest Hemingway, che in una serata degli anni Cinquanta aveva intrattenuto un gruppo di amici con la storia del suo «prossimo romanzo». Una tall tale, cioè un racconto paradossale, deformante e assurdo tipico di una certa tradizione dell’Ovest americano, che rovesciava le vicende di Di là dal fiume e tra gli alberi. (more…)

The Current, inedito giovanile di Ernest Hemingway

aprile 28, 2010

di Ernest Hemingway

Stuyvesant Byng fece un bel sorriso alla domestica che aprì la porta e, come d’abitudine quando Stuyvesant Byng faceva un bel sorriso, ricevette un sorriso di risposta.
«La signorina Dorothy sarà subito da lei, signor Stuyvesant. Posso prendere le sue cose?». Lo fissava con uno sguardo che andava oltre l’approvazione. In genere le donne Stuyvesant lo guardavano così. Quella sera, andando a casa di Dorothy Hadley, si era fermato a una cabina telefonica e due ragazze uscite dalla cabina accanto si erano date una gomitata mentre passava.
Stuyvesant Byng di questo era ignaro, ovvio. Non sapeva che in genere le donne lo fissavano e spesso facevano commenti su di lui, e stasera era particolarmente ignaro di tutto, perché stava andando a casa di Dorothy Hadley per uno scopo ben preciso. Stava andando a chiedere a Dorothy di sposarlo, e non era per niente sicuro di quale sarebbe stata la risposta. (more…)

Il pugile messo ko da uno scarafaggio

agosto 13, 2009

att_jpgNel 1922, all’età di ventitré anni Ernest Hemingway, che conosceva già l’Italia per avervi partecipato, in qualità di autista di ambulanze, alla Grande Guerra, si trovava di nuovo in Europa come inviato del Toronto Star. Aveva già scritto diversi racconti che si trovavano tutti nel cassetto e nessuno dei romanzi e dei racconti che avrebbero fatto di lui uno dei massimi scrittori del secolo aveva ancora visto la luce.Viveva di preferenza a Parigi, dove aveva già preso contatto con il mondo artistico e letterario, che con numerosi grandi nomi ben noti a tutti comprendeva anche un buon numero di suoi connazionali, alcuni dei quali si autoproclamavano esuli non perché lo fossero davvero, ma così, perché essere esuli era molto di moda. Proprio in quell’anno era finalmente uscita l’edizione definitiva di un romanzo molto scandaloso, Ulysses, scritto dall’irlandese James Joyce, dove si parlava molto, oltre che di sesso, anche di esilio. (more…)