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La tensione metafisica di Eugenio Montale

gennaio 4, 2012

Claudio Toscani per “L’Osservatore Romano

«In genere la critica diffida altamente delle congiunzioni vita-opera, che invece sono la ragione stessa di questo lavoro». Ed ecco, a conferma, il sottotitolo di una monografia di Elio Gioanola su Montale (Milano, Jaca Book, 2011, pagine 388, euro 32): «L’arte è la forma di vita di chi propriamente non vive», che coglie la sigla poietico-esistenziale del personaggio in esame e, a un tempo, la ferma attenzione del critico, sia al vissuto del poeta, sia ai suoi esiti espressivi. Tanto alla sua biografia quanto al mistero dell’inconscio, dell’inconoscibile, dell’altrove, che si realizza nella compiutezza formale dei suoi testi.

Confermandosi artefice di rare sintesi totalizzanti sui massimi autori della letteratura italiana (da Pascoli a Pirandello, da Gadda a Pavese), Gioanola porta ora il suo sguardo critico su Montale e per cogliere le radici di cui si è nutrita la sua opera, salda i fatti della vita all’immaginario creativo, un dettagliato trascorso di eventi e di momenti a un altrettanto minuzioso ventaglio di corsi e ricorsi fantasmatici.

La poesia di Montale, si legge, «non obbedisce originariamente a esigenze estetiche, ma esistenziali ed etiche. Occuparsi del male di vivere in rapporto al vissuto del poeta non è scadere nel biografismo (…), ma andare al cuore del problema, se è vero che la poesia non ci sarebbe, o avrebbe caratteri completamente diversi, se non scaturisse da un profondo disagio, da una radicale incapacità di inserirsi nei ritmi della vita».

Esordisce riportandoci al 27 febbraio del 1926, il saggio di Gioanola, giorno in cui Montale s’incontra con Italo Svevo («Il signor Schmitz»): il primo viene dall’aver pubblicato, senza troppa fiducia nei propri mezzi, Ossi di seppia; l’altro ha già alle spalle i suoi libri più importanti ed è a poco più di due anni dalla morte. Entrambi si riconoscono tormentati da nevrosi («fertile terreno di modernità artistica») e vittime delle pulsioni dell’irrazionale creativo: inettitudine, impotenza, indifferenza.

Poi fa un passo indietro, recuperando i tempi dell’ infanzia e della giovinezza, abitati, o a dir meglio posseduti, da un padre frustrante e dal suo autoritarismo mai superato, che finirà per collocarlo stabilmente nella «razza di chi rimane a terra». Ha un angelo custode in famiglia, però, Montale, la sorella Marianna, che morirà nel 1938: la prima delle donne «salvifiche», o ritenute tali, che si chineranno su di lui, soggetto introverso e indeciso. Marianna lo seguirà negli studi e nelle letture formative, così come nei temporanei tentativi all’arte del bel canto; lo segnerà di originaria e intensa religiosità; lo scorterà nella sua insuperabile inadeguatezza pratica.

Montale in guerra è un capitolo di finissimi contrappunti tra impari osservanza del dovere e insperati, provvidenziali incontri determinativi, mentre vari e molteplici, e per un verso o l’altro insoluti rapporti con l’altra metà del mondo, ossia con le donne, sono i richiami che nel libro Gioanola riserva all’amore, o per dire altrimenti, al buon numero di “fantasmi” femminili che visitano il poeta, moglie compresa (dalla Mosca, appunto, che è la sua dialettica e mai arresa consorte, ad Arletta; da Irma a Volpe; da Laura ad Annalisa, e così via): tutte più meno “idoli”, o “angeli”, o “messaggeri”, o “promesse” di salvazione terrena e spirituale, ma quasi sempre “ceneri” di improvvisi “fuochi” dalle instabili “braci”.

Certo Gioanola si sofferma sugli anni di Genova ma ancor più di Firenze (dove Montale coglie il meglio della sua travagliata esistenza) e su quelli ultimi di Milano; sulla dedizione non sempre completa e convinta al giornalismo; sulle raccolte che seguono l’esordio (da Le occasioni a La bufera e altro; daSatura ai titoli successivi sino alle poesie postume lasciate, con il vincolo di un curioso calendario, in eredità ai posteri).

Il tutto costellato di citazioni dai testi e dalla ingente messe dei giudizi, quasi una antologia, motivata e spiegata, puntuale, puntigliosa e intelligente, dell’opera e della sua fortuna critica.

Ma da una sezione del libro il lavoro di Gioanola prende particolare luce di ineguagliabile sensibilità e accortezza esegetica. Il titolo è «Amico dell’invisibile», e vi si tratta della tensione metafisica di Montale, nutrita di irrazionale («combustibile di cui non può fare a meno»), nonché di misticismo più o meno confessato, tra sottosuolo psicologico e chiari rilievi di teologia in nome di una verità superiore. All’orizzonte della ragione sale il cielo di una seconda dimensione in cui entra in gioco il miracolo e l’imprevisto, l’imponderabile e l’incondizionato. Siamo al centro di multiple convergenze, di una apertura a quella alterità che conviene chiamare con il termine proprio del «religioso».

Tra religione e scienza Montale non ha dubbi: «La rivoluzione cristiana — scrive in morte di Paolo VI — è l’unica che abbia avuto veramente qualcosa da dire al cuore dell’uomo».

E se nonostante la sua continua aspirazione a trascendere la materialità del visibile, nemmeno per lui ci sarà mai approdo pacificato, nonostante il suo vario affidamento alla salvifica mediazione della figura femminile (angelo visitatore, simbolo di purezza, correlativo di speranza, mediatrice di grazia), lui terrà sempre aperto un figurale repertorio del divino, lo spiraglio verso l’altrove.

«Il mio Artefice no, non è un artificiere / che fa scoppiare tutto, il bene e il male, / e si chiede perché noi ci siamo cacciati / tra i suoi piedi, non chiesti, non voluti, / meno che meno amati. Il mio non è / nulla di tutto questo e perciò lo amo / senza speranza e non gli chiedo nulla».

Un Montale inedito tra balli e risate

gennaio 3, 2012

Nei ricordi di Maria Luisa Spaziani

Giovanni Russo per “Il Corriere della Sera

Fu la dissertazione di Carlo Emilio Gadda nel suo stile barocco sul dovere morale di descrivere nei più minuti dettagli «l’organo magnetico di un grand’uomo», ovvero il sesso di Picasso, che Maria Luisa Spaziani aveva avuto la ventura di vedere per un istante mentre le stava facendo il ritratto – comparso poi sulla copertina di un suo Oscar Mondadori – a scatenare la risata di Eugenio Montale. La sua risata si trasformava in un gorgoglio che culminava in una specie di ululato: un «chioccolio» lo definisce la Spaziani nella rievocazione degli anni trascorsi accanto al poeta.

Il suo libro Montale e la Volpe, il soprannome che lui le aveva dato, è una sorta di autobiografia in miniatura (Mondadori, pp. 114, € 12), una miniera di episodi inediti e spassosi, dalla quale viene fuori un personaggio molto diverso da «un monumento annunciato che era sempre un po’ tra il timido e lo scontroso». Montale esce dalla torre eburnea con i suoi umori e malumori, i suoi tic, le sue idiosincrasie, e si rivela una piacevole sorpresa per il lettore. «Raramente mi sono divertita tanto e ho riso come con Montale. In lui l’umorismo, il comico andavano in profondo anche quando si incarnavano in piccole situazioni o minimi personaggi», dice la Spaziani. Il racconto procede su un doppio binario: la società letteraria del 900 e il rapporto tra il grande poeta e colei che doveva diventare una raffinata poetessa.

Il 14 gennaio 1949, una data che ricorda ancora come fondamentale nella sua vita, la Spaziani incontra quello che era il suo mito, a una conferenza che Montale è andato a tenere a Torino. Lei si è appena laureata in Lingue con una tesi su Proust e dirige la rivista «Il Dado», che pubblica poesie inedite di Saba, Sinisgalli, Sandro Penna e Virginia Woolf. Montale, nel sentire il suo nome all’atto della presentazione, invece di limitarsi a un saluto formale, sbotta in un rimprovero perché non è mai stato invitato a pubblicare sulla rivista. E Maria Luisa, per farsi perdonare, lo invita a cena a casa sua. Fin dal primo incontro, Montale spazza via il cliché che gli avevano appioppato, dell’uomo scostante e noioso, esibendosi in una danza scatenata, i fianchi cinti da un tovagliolo, per mostrare all’attonita famiglia Spaziani come aveva ballato in Libano una baiadera.

Con Montale, Maria Luisa frequenta l’ambiente letterario milanese che si ritrova spesso al ristorante Bagutta: Sinisgalli, Alfonso Gatto, Ungaretti, Quasimodo, Bacchelli, Leo Longanesi, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Libero De Libero e il critico Giansiro Ferrata sono gli abituali compagni di tavolo. Per ragioni professionali – Montale quale inviato del «Corriere della Sera», che fu in grado di assicurargli finalmente la serenità economica, la Spaziani nella sua veste di giornalista, saggista e traduttrice dei classici francesi – hanno occasione di avere rapporti con Georges Simenon, Albert Camus, Marguerite Yourcenar, T.S. Eliot, Colette, Gérard Philippe, Ezra Pound, Picasso. Di ciascuno, è tratteggiato il profilo e raccontato un episodio che suscita sorpresa e ilarità. Come quando a Parigi a un ricevimento presso la casa editrice Gallimard è costretta a presentare a Eliot il rompiscatole di turno, che non trova di meglio da dire al premio Nobel: «Do you speak English?». Al che l’eccelso maestro della lingua inglese risponde: «Yes, I do». O come quando capita di fare un viaggio insieme con l’autore delGattopardo, il quale si sposta sempre con un baule pieno di biancheria perché «Abbiamo l’antica abitudine di non dormire mai in lenzuola dove abbiano dormito altri». Divenuto senatore a vita, Montale si diverte a immaginare proposte di legge, ad esempio «un vitalizio o l’esenzione dalle tasse per chi usi ancora il congiuntivo».

Nonostante l’intesa profonda, anche fra Eugenio e Maria Luisa si verificano contrasti: le divergenze sono però sempre attinenti al poetare. La poesia nasce dal suono della parola o da un’emozione? È lecito descrivere i fiori di sambuco «alte tremano guglie di sambuchi» senza averli mai visti?

L’ammirazione per il poeta non cancella però quelli che erano i suoi difetti, come la proverbiale parsimonia. Quando bisogna fare una colletta per Sibilla Aleramo perché abbandonata da Giovanni Cena, Montale non partecipa, perché se Sibilla va a letto senza Cena la cosa non lo riguarda.

Montale e la Volpe è non solo la storia di una lunga amicizia sentimentale, ma anche la testimonianza straordinaria di una stagione letteraria, in cui si muovono i personaggi più significativi del Novecento.

Quanto dura la poesia?

settembre 15, 2011

Eugenio Montale, da “Il Corriere della Sera

Quando non esisteva ancora l’arte della stampa la materiale sopravvivenza delle opere poetiche era più che dubbia. Gran parte della letteratura greca non è giunta fino a noi: molto di più della latina, ma non senza grosse lacune. Se il «Satyricon» fosse stato «tirato» a diecimila copie noi lo conosceremmo per intero e sapremmo se i suoi presunti numerosi volumi formavano un’opera a modo suo organica, una sorta di «Ulysses» del suo tempo. Se possedessimo un esemplare a stampa della «Commedia» uscito dai torchi sotto il controllo dell’autore molte dotte induzioni e ricerche ci sarebbero state risparmiate (non in tutti i casi analoghi, se si pensa alle differenze che si notano tra una copia e l’altra del primo Ortis). (more…)

Luna e poesia

settembre 14, 2011

Eugenio Montale, da “Il Corriere della Sera

Giorni fa mi fu chiesto da un cortese intervistatore quale potrebbe essere lo status poetico della luna dopo il fatto compiuto dell’allunaggio. Gli risposi che la scoperta dell’ombrello non aveva impedito a Debussy e a D’Annunzio di mimare la pioggia in due loro celebri composizioni. Aggiunsi pure che la poeticità della luna era già in ribasso molto prima che i futuristi scatenassero la loro offensiva contro la pallida Selene. Nessun poeta moderno si rivolgerebbe alla luna col famoso interrogativo «che fai tu in ciel» etc. Detronizzata da gran tempo, la luna sopravvive come parola d’uso (es. «era una bella serata di luna» in cui la parola luna non ha funzione di protagonista). E sopravvivranno all’allunaggio le numerose connotazioni misterico-negromantiche che hanno fatto del nostro vicino satellite un inquietante personaggio astrale. (more…)

Autointervista

settembre 13, 2011

Eugenio Montale, da “Il Corriere della Sera

Ci può dare qualche informazione sulla imminente sua «Satura»?
Il titolo ha tre o quattro significati. Escluso quello di appetitosi «avant-goûts», desidero che li mantenga tutti. Lei ha notato che ogni tredici-quattordici anni esce un mio libro di poesie. Non si tratta di intervalli programmati. Io pubblico quando si è prodotta in me una certa accumulazione, cioè quando mi accorgo che un certo numero di poesie «fanno» un possibile libro. Non credo possibile che appaia un mio quinto libro. Ciò dovrebbe avvenire nel 1985. Non è augurabile né a me né agli altri.

L’accumulazione di cui lei parla è anche di fatti, di episodi che riguardano la sua vita, oppure deve intendersi come una maturazione dei temi stessi che la interessano?
Gli episodi sono sempre stati pochi. Quando accadono non mi dico mai: ecco, ne farò una poesia. Questa riscoperta avviene in me dopo lungo tempo. Nella poesia «Venezia 19…» appaiono personaggi che ho trovato interessanti solo dopo vent’anni. In un certo senso io mi lascio scrivere. (more…)

Montale trent’anni dopo. L’ultimo dei classici

settembre 12, 2011

Il poeta moriva il 12 settembre 1981. Fin dalle prime opere le sue liriche assumono un significato esistenziale

Jonatthan Galassi per “Il Corriere della Sera

La poesia di Montale si dice vada letta allegoricamente, cercando cioè sotto il significato di superficie un altro significato «essenziale ed esistenziale nel suo senso finale e più alto», come ha scritto il poeta stesso. La poesia «metafisica» delle Occasionie de La bufera fa chiaramente riferimento al modello allegorico di Dante, e non vi è dubbio che nella raffigurazione di Clizia e Volpe siano presenti «significati più alti». Le immagini e le figure di Montale tendono però ad assumere un significato esistenziale fin dai tempi di Ossi di seppia , dove il paesaggio non è soltanto se stesso, ma rappresenta anche la realtà mentale del poeta. Iltrobar clus, la poesia criptica, del Dolce stil novo su cui si fonda l’allegoria della Vita nuova e della Commedia, è abbracciata da Montale – di cui celebriamo l’anniversario della morte – non solo nelle associazioni cortesi e nell’uso del tropo del celare, ma soprattutto perché conferma la sua predisposizione a ricorrere ai simboli. (more…)

«Semplice, piatto e bruttino»: Montale secondo la sua musa

luglio 21, 2011

La studiosa americana Irma Brandeis (1905-1990)

Delusione al primo incontro. Ma poi la passione fu travolgente

Paolo Di Stefano per “Il Corriere della Sera

È il 15 luglio 1933 quando una giovane alta e snella, occhi azzurri, i capelli corti a caschetto, si presenta al Gabinetto Vieusseux per chiedere del direttore. Si chiama Irma Brandeis, è un’italianista ebrea americana ed è rimasta folgorata dalla lettura degli Ossi di seppia , la prima raccolta di poesie di Eugenio Montale, che dal marzo 1929 dirige la biblioteca fiorentina. Lo troverà solo il giorno dopo. «Siamo diventati amici! – scrive con entusiasmo la Brandeis in una lettera -. Abbiamo parlato di Ezra Pound, di T.S. Eliot, dell’Inghilterra, dell’America e dell’Italia». «Vestito con buon gusto», ma già vecchio a 37 anni (lei 28), molto gentile, «davvero semplice, alquanto brutto e spesso, persino, piatto». Mai una conversazione da cui salvare «dieci parole degne di essere ricordate», postilla la ragazza, che poi però torna a casa e ricomincia, incantata, a leggere il suo libro. Il mese dopo aggiungerà: «Il grande poeta non sa parlare. Mi dice, umilmente, delle cose stupide. E mi piace adesso, non perché somiglia tanto alla sua opera, ma perché non ci somiglia affatto!». Così parlò la futura Clizia, la musa ovidiana di tante poesie de Le occasioni . (more…)

Il coraggio civile uno se lo può dare

aprile 11, 2011

Galante Garrone e Calvino contro Sciascia e Montale: un libro riscopre la polemica del 1977 ai tempi del processo alle Br

Alberto Papuzzi per “La Stampa”

Il coraggio, uno non se lo può dare. Il celebre aforisma con cui don Abbondio replica al cardinale Borromeo, che lo rimprovera di aver ceduto ai bravi, è stato al centro di una discussione che vide contrapporsi e polemizzare, nella primavera del 1977, da una parte Alessandro Galante Garrone e Italo Calvino, dall’altra Eugenio Montale e Leonardo Sciascia. Vale a dire: l’interprete più coerente dell’azionismo – e amata firma della Stampa -, il più grande poeta italiano e due tra i nostri maggiori scrittori. Questo episodio della vita culturale è rievocato in un libro fresco di stampa: Storico per passione civile, a cura di Aldo Agosti (Edizioni dell’Orso), atti di un convegno torinese di tre giorni (novembre 2009) dedicato alla straordinaria personalità di Alessandro Galante Garrone. La vicenda del 1977 è raccontata nel saggio di Pier Giorgio Zunino, storico dell’Università di Torino, sul radicalismo etico che contrassegnava il «vecchio azionista impenitente». (more…)