Posts Tagged ‘euro’

La crisi del Belgio ci riguarda

luglio 14, 2011

Secondo lo Spiegel le prolungate difficoltà politiche del paese senza governo da un anno diventeranno un altro problema per l’euro

da “ilpost

Da tredici mesi il Belgio è in attesa che valloni e fiamminghi si mettano d’accordo per formare un nuovo governo, e la storia è diventata ormai nota e persino derisa in tutto il mondo. Il risultato elettorale a metà giugno 2010 ha portato a una interminabile fase di stallo istituzionale che mediatori, politici e politologi non sono ancora riusciti a superare: nel nord hanno vinto gli autonomisti della Nuova Alleanza Fiamminga (Nieuw-Vlaamse Alliantie, N-VA) di Bart De Wever, mentre il sud ha visto l’affermazione dei francofoni del Partito Socialista guidato da Elio Di Rupo. I due partiti non riescono a mettersi d’accordo e si discute molto da tempo se il Belgio ne rischi la scissione o se questo trascinarsi non dimostri la forza di un paese nel sapersi autogovernare. Ma secondo il tedesco Spiegel, il perdurare dell’incertezza politica rischia invece di trascinare anche il Belgio nella crisi economica dell’euro. (more…)

LA BATTAGLIA FINALE PER L’EURO SARÀ COMBATTUTTA IN ITALIA

giugno 21, 2011

Dall’articolo di Edward Altman e Maurizio Esentato per il “Financial Times”, da “Dagospia
http://www.ft.com
http://video.ft.com/v/1007994235001/Italy-next– (VIDEO)
http://www.cnbc.com/id/43474315

Alcuni analisti ritengono che la Spagna sia l’ultimo bastione per la sopravvivenza dell’euro. Noi no, scrivono Edwaed Altman e Maurizio Esentato, rispettivamente professore di finanza alla Stern School of Business di New York e Ceo, nonché fondatore, di Classis Capital. Noi crediamo che l’ultima battaglia sarà combattuta nella pittoresca Italia, con la conseguente elezione di Roma a eroina oppure a cattiva a seconda che l’euro si salvi oppure no.

La maggior parte dei politici europei vuole ardentemente che la “fuga” da molti dei membri del loro “club” finisca, e che i salvataggi ripristino la fiducia. Ma questo, purtroppo, è un sogno che rischia di essere infranto mentre il prossimo pezzo del domino – la Spagna – è sotto un severo scrutinio circa la propria solvibilità. (more…)

Draghi: l’euro non si tocca ma l’autonomia della Bce è a rischio se aumentano gli acquisti di bond statali

dicembre 10, 2010

Ralph Atkins, Lionel Barber e Tony Barber, da “Il Sole 24 Ore

Mario Draghi tutto questo l’ha già vissuto. All’inizio degli anni 90 il suo paese, l’Italia, era in piena crisi. Il deficit dello stato era schizzato oltre il 10% del Pil, l’inflazione era quasi in doppia cifra e il terrorismo interno rappresentava ancora una minaccia. «Era una situazione sicuramente peggiore di quello che ci si può immaginare oggi», ricorda. Draghi, che all’epoca era direttore generale del ministero del Tesoro, contribuì a mettere in pratica un rigoroso piano di risanamento dei conti pubblici elaborato dal governo di Giuliano Amato, che portò al programma di privatizzazione più ampio della storia d’Europa. L’Italia riuscì a evitare una catastrofe.

Vent’anni dopo, il messaggio di Draghi è che con l’approccio giusto, focalizzato su un’azione aggressiva da parte dei governi nazionali, si può sconfiggere anche questa crisi drammatica che sta colpendo l’eurozona. «L’euro non è in discussione – insiste in apertura dell’intervista al Financial Times – l’euro è uno dei pilastri dell’integrazione economica europea, e tutti i paesi, dal primo all’ultimo, ne hanno ricavato grandi benefici». (more…)

La vicenda dello yuan spiegata a un marziano

luglio 5, 2010

Ecco perché la Cina tiene in pugno l’economia degli Stati Uniti, e un po’ anche la nostra. Che cosa significano fluttuazione, convertibilità, rivalutazione dello yuan?

Nell’articolo: Man mano che la Cina si arricchisce, impiega la propria liquidità per assicurarsi una crescita economica stabile: compra giacimenti di materie prime (gas naturale, petrolio, metalli etc.) dall’Afghanistan alla Nigeria, dall’Iran al Venezuela; investe come nessun altro paese al mondo nello sviluppo e l’applicazione delle nuove energie alternative; ogni anno rimpingua le casse di Washington acquistando i loro Treasury Bond, ovvero il corrispettivo dei nostri BOT, i titoli che uno stato mette in vendita per dividere con gli azionisti i propri debiti, e li paga con gli stessi dollari coi quali gli Stati Uniti, a loro volta, avevano comprato dalla Cina magliette, scarpe, computer, bulloni, penne, televisori e tutto il resto dell’armamentario da esportazione prodotto nella Repubblica, alimentando il circolo vizioso che impoverisce sempre di più gli yankees (non solo la squadra di baseball di New York) ed arricchisce sempre di più la Terra di mezzo

da “ilpost”

Non tanto per capire meglio, ma semplicemente per capire il significato reale della dicitura esoterica “convertibilità dello yuan”, è necessaria un’infarinatura di storia del mercato valutario, esperienza per certi versi molto noiosa della quale proverò a fare un riassunto semplice e comprensibile.

Nel 1944, dopo che la Grande Depressione aveva dilaniato l’economia di mezzo mondo e creato i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni, che di lì a poco avrebbe cambiato nome in Nazioni Unite, decise che fosse il caso di istituire un sistema valutario internazionale per evitare ulteriori crisi economiche globali.

44 nazioni mandarono i propri delegati a Bretton Woods, località del New Hampshire, per fondare un sistema che permettesse di regolamentare il mercato internazionale, istituendo il “sistema aureo”. Decisero che da ora in avanti, era il luglio del 1944, tutti gli stati avrebbero adottato una politica monetaria che facesse riferimento al dollaro, il quale veniva fissato al valore di un bene materiale che avrebbe costituito le riserve economiche nazionali: l’oro.

In pratica, ogni banconota da un dollaro aveva un corrispettivo reale misurato in once d’oro, e quando la banca centrale emetteva nuova cartamoneta, implicitamente garantiva che se mai un giorno il signor John Wayne, per esempio, si fosse recato in banca per cambiare i suoi soldi, gli avrebbero dato un’oncia d’oro ogni 35 dollari. (more…)

Stampare moneta, vedere ripresa

giugno 23, 2010

Nell’articolo: Insomma, quando, come ora, le economie colpite dalla fragilità del settore finanziario equivalgono alla metà dell’economia mondiale (anzi, se si mette nel conto l’economia giapponese, tuttora fragile, si arriva quasi al 60%), quando la grande economia più dinamica del pianeta (la Cina) segue una politica mercantilista, quando i tassi d’interesse sono prossimi allo zero e quando le famiglie e le imprese faticano ad accedere al credito, l’idea che un risanamento prematuro dei conti pubblici possa produrre effetti solidamente espansivi è sicuramente fuori dal comune. Io spero che sia vero. Ma non ci sono molti motivi per crederlo

di Martin Wolf per “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Fabio Galimberti), © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010

Festina lente (affrettati lentamente) è un consiglio che abbiamo ereditato dagli antichi romani. I politici occidentali odierni dovrebbero farne tesoro. Di fronte agli enormi deficit di bilancio, molti sono arrivati alla conclusione che il risanamento va affrettato il più possibile, nella speranza che produca effetti espansivi. Quante probabilità ci sono che vada così? Poche, secondo me. E ci sono anche a disposizione alternative migliori. Ma il loro inconveniente è che si tratta di misure non ortodosse, e purtroppo molte persone “di buon senso” preferiscono recessioni ortodosse a riprese non ortodosse.

In che modo un drastico risanamento strutturale dei conti pubblici può favorire la ripresa? Come osservano i due professori di Harvard Alberto Alesina e Silvia Ardagna in un autorevole saggio (Il Sole 24 Ore del 14 febbraio scorso), se c’è un deficit probabile più contenuto la fiducia di consumatori e investitori può migliorare, facendo crescere i consumi e facendo scendere i premi di rischio sui tassi di interesse.

Contemporaneamente, sul versante dell’offerta, il risanamento potrebbe incrementare l’offerta di manodopera, di capitali o d’imprenditorialità. Le conclusioni generali di questo saggio sono che le correzioni dei conti pubblici «basate su tagli della spesa e nessun incremento delle tasse hanno maggiori probabilità di ridurre il deficit e il debito pubblico in rapporto al Pil di quelle basate su incrementi delle tasse. Inoltre, i risanamenti operati intervenendo sulla spesa piuttosto che sulle tasse hanno minori probabilità di dare origine a una recessione». (more…)

Il futuro dell’Europa appeso alla sua moneta

giugno 23, 2010
Nell’articolo: Nel corso dei decenni, l’Europa ha altalenato tra eccessivo ottimismo e attacchi di «euro-pessimismo» come oggi. Come ha di recente osservato il giornalista Marcus Walker, si credeva che l’Europa sarebbe salita alla ribalta come protagonista sulla scena mondiale, sostenuta dal trattato di Lisbona. Al contrario sta cominciando a sembrare la parte perdente in un nuovo ordine geopolitico dominato dagli Stati Uniti e dalle potenze emergenti guidate dalla Cina

JOSEPH S. NYE, Professore alla Harvard University, per “La Stampa

Nella prima metà del secolo passato l’Europa si spaccò nel corso di due guerre e distrusse il suo ruolo centrale nella politica mondiale. Nella seconda metà del secolo leader lungimiranti seppero guardare oltre lo spirito di rivalsa e gradualmente costruirono le istituzioni dell’integrazione europea. Il pensiero di una Francia e di una Germania in conflitto tra loro oggi pare impossibile, e lo sviluppo dell’Unione europea ha enormemente migliorato la forza di attrazione dell’Europa e la sua capacità diplomatica a livello mondiale. Purtroppo, questa storica conquista viene ora messa in discussione.

Nel maggio del 2010, i mercati finanziari hanno perso fiducia nella capacità della Grecia di gestire il suo deficit di bilancio e di rimborsare il suo debito. I timori di una ricaduta hanno cominciato a influenzare altri Paesi, come il Portogallo e la Spagna, tra i 16 membri della zona euro. In risposta, i governi europei, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno messo a punto un programma di emergenza da 700 miliardi a tutela della zona euro per calmare le tempeste finanziarie. Se questo intervento garantisce un momentaneo sollievo, l’incertezza perdura nei mercati finanziari. Il mese scorso, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato che, «se l’euro fallisce non cade solo una moneta… sarà l’Europa a fallire e con essa l’idea dell’unità europea».

L’unità europea si trova già a fronteggiare notevoli vincoli. L’integrazione fiscale è limitata. Le identità nazionali rimangono più forti rispetto alla comune identità europea, nonostante sei decenni d’integrazione, e gli interessi nazionali sono ancora forti anche se meno rispetto al passato. (more…)

Euro debole non fa toccasana

giugno 1, 2010

di Wolfgang Münchau, Traduzione di Anna Bissanti, © FINANCIAL TIMES, da “Il Sole 24 Ore

Volete sentire le argomentazioni addotte dagli ottimisti sul futuro della zona euro? I programmi di austerità abbinati a un euro debole potrebbero salvarla. La tesi su cui si basano è che se la crisi è stata provocata dall’indisciplina fiscale, allora l’austerità vi porrà rimedio. Un euro debole e una ripresa globale ammortizzeranno l’impatto delle misure di austerity. Oltretutto le garanzie finanziarie e i divieti di vendere a breve termine terranno alla larga gli speculatori. Amen, fine della crisi.

Gli ottimisti finora non hanno avuto una buona crisi. E le cose non cambieranno. Ecco per quale motivo.
Prima di tutto, i programmi di aggiustamento fiscale in definitiva saranno sì necessari, ma i governi europei stanno ripetendo al momento i loro errori dei bei tempi, consistenti nel tagliare la spesa e alzare le tasse ben prima che l’economia si sia ripresa. Negli Stati Uniti è in corso un dibattito su un altro pacchetto di stimoli all’economia, per garantirsi che la ripresa non resti prematuramente a corto di slancio. Gli europei stanno soffocando la ripresa prima ancora che questa abbia avuto inizio. I prematuri programmi di austerità in ultima istanza intralceranno la riduzione del debito, in quanto la crescita nominale resta molto fiacca.

Oltretutto, Italia e Spagna necessitano entrambe di abbinare agli aggiustamenti fiscali le riforme strutturali. In Italia di queste riforme non c’è traccia alcuna all’orizzonte. La Spagna, invece, è prossima a decidere un pacchetto di riforme del lavoro. In ogni caso, ciò quasi certamente non sarà sufficiente a risolvere il problema fondamentale di un mercato del lavoro diviso ed estremamente poco flessibile. Perfino in Germania, dove la spesa pubblica resta anemica, la coalizione di governo sta trattando un aumento delle imposte. (more…)

E se a rischio fosse Berlino?

maggio 25, 2010

di Wolfgang Münchau (Traduzione di Fabio Galimberti) per “Il Sole 24 Ore

Eurolandia è insolvente? Nelle ultime settimane, tutti si sono concentrati sulla solvibilità di Grecia, Spagna e Portogallo. Ma nessuno ha mai messo in discussione quei paesi che garantiscono il debito dell’Europa meridionale.
È impossibile rispondere a questa domanda con sbrigativi riferimenti al rapporto fra debito e Pil nei paesi dell’Eurozona. È un approccio macroeconomico che qui serve a poco: secondo questi dati, Eurolandia si trova in una posizione migliore degli Stati Uniti, della Gran Bretagna o del Giappone.

Il problema è che quei numeri non tengono conto del credito condizionato e delle interconnessioni di flussi finanziari.
La tipologia più consistente di credito condizionato è quella costituita dalle varie garanzie offerte negli ultimi due anni dai paesi dell’Eurozona. I governi della Ue hanno garantito le passività di tutto il settore bancario, e anche tutti i depositi bancari fino a un certo limite. Gli stati membri dell’euro hanno garantito il debito greco per i prossimi tre anni, e poi hanno esteso lo stesso meccanismo a tutto il resto di Eurolandia. E queste garanzie probabilmente dovranno essere raddoppiate.
Ho già osservato che non era un caso che l’Eurozona avesse creato uno special purpose vehicle, la cosiddetta “società veicolo”, per gestire questo salvataggio. Non è solo il nome a richiamare alla mente le famigerate strutture finanziarie che hanno determinato la crisi dei subprime: i paralleli ci sono, e sostanziali. (more…)

Vivere con la moneta unica debole tra export, turismo e caro-benzina

maggio 18, 2010

Merci più convenienti all’estero, pesa la dipendenza energetica. Il rincaro delle materie prime accentua il rischio inflazione legato al massiccio intervento della Bce per comprare titoli pubblici. Un’altra tegola per i consumatori

Di Federico Rampini per “la Repubblica

Addio vacanze a Manhattan con incursioni da Brooks Brothers, Ralph Lauren e Tommy Hilfiger a prezzi di saldo. I turisti italiani non si sentono più dei magnati a Disney World, Orlando. In compenso Mercedes è la prima casa europea a cantare vittoria senza pudori: +22% di vendite sul mercato americano. Benvenuti nel mondo alla rovescia  –  capovolto rispetto agli ultimi cinque anni  –  dove l’euro è carta straccia e il dollaro è moneta forte. Consumo, turismo, esportazioni, energia e ambiente, costo del denaro: tutte le coordinate della vita quotidiana sono da rivedere. I conti vanno rifatti per capire l’impatto di questo terremoto: ancora pochi mesi fa l’euro era a quota 1,50 e adesso punta verso 1,20 o forse ancora più giù. Non era mai accaduto, per lo meno non concentrato su un tempo così breve, uno choc tanto brutale nei rapporti tra le due monete più usate del pianeta. Chi ci guadagna, chi ci perde? Dietro gli effetti immediati, quali saranno le conseguenze di lungo periodo?

I grandi scenari di geopolitica sono quelli che hanno attirato l’attenzione. L’Eurozona si è scoperta sfiduciata dai mercati. Lo spettacolo d’impotenza è diventato crudele quando Barack Obama ha dovuto improvvisarsi “arbitro” dell’Unione telefonando ad Angela Merkel e José Luis Zapatero per richiamarli alle loro responsabilità nella crisi. Il tracollo dell’euro ha sancito questa perdita di coesione e di rilevanza. Ma è davvero solo una catastrofe? Se così fosse, perché l’America non piangeva quando era il dollaro a subìre un declino che sembrava inarrestabile? E perché la Cina manipola il suo renminbi per tenerlo il più debole possibile? (more…)