Posts Tagged ‘europa’

La spartizione cinese dell’Europa

luglio 13, 2011

Carta di Laura Canali

Nell’ambito delle relazioni tra Europa e Cina, lo European Council on Foreign Relations ha pubblicato un report dal titolo provocatorio: “The Scramble for Europe”. All’indomani della visita nel Vecchio Continente del premier cinese Wen Jiabao, il parere del senior researcher Ecfr

Alessandro Aresu per “Limes

The scramble for Europe” riprende la nota espressione coloniale “scramble for Africa”, per raccontare una nuova spartizione in atto – seppur con regole, tempi e culture diverse – e che caratterizza, negli aspetti geopolitici e geoeconomici, il rapporto della Cina con l’Europa. Limes ne ha discusso col senior researcher Ecfr e co-autore del report, Jonas Parello-Plesner.

LIMES: Quali sono gli episodi fondamentali della “spartizione cinese” dell’Europa?

PARELLO-PLESNER: La sua accelerazione è legata alla crisi europea del debito. Il primo aspetto riguarda le promesse cinesi sul debito di Grecia, Spagna, Portogallo, Ungheria (che ha giocato la carta dell’interessamento cinese per rassicurare i mercati). Il secondo punto è il rapporto diverso che c’è ormai con investimenti cinesi che sarebbero stati fortemente criticati cinque anni fa, e che ora sono ovunque benvenuti. In Italia, pensate agli investimenti di China development bank – tramite Mandarin capital partners – nel gruppo Miroglio. L’altro elemento degno di nota riguarda l’azione cinese nel campo delle infrastrutture. (more…)

La visita di Wen Jiabao e gli affari della Cina in Europa

luglio 1, 2011

Il premier cinese è stato in Ungheria, Inghilterra e Germania. Per Pechino comprare il debito dei paesi dell’eurozona in crisi è una scommessa vinta in partenza, anche se questi fossero insolventi

Giorgio Arfaras per “Limes

«Se l’Europa è in difficoltà la aiuteremo. La Cina è disposta ad aiutare i paesi a seconda delle loro necessità acquistando una certa quantità del loro debito pubblico».Così il premier cinese Wen Jiabao nel corso della sua visita in Germania. Qual è il movente dei cinesi? Perché tanto spirito cooperativo?


Ampliamo un ragionamento già fattoLa Cina ha accumulato, come contropartita dei propri avanzi commerciali, enormi riserve valutarie, investite soprattutto nel debito pubblico statunitense. Ora si guarda intorno, per due ragioni: la diversificazione del proprio portafoglio – non può investire solo nel debito pubblico statunitense e in dollari – e le occasioni che si presentano. (more…)

E se a rischio fosse Berlino?

Mag 25, 2010

di Wolfgang Münchau (Traduzione di Fabio Galimberti) per “Il Sole 24 Ore

Eurolandia è insolvente? Nelle ultime settimane, tutti si sono concentrati sulla solvibilità di Grecia, Spagna e Portogallo. Ma nessuno ha mai messo in discussione quei paesi che garantiscono il debito dell’Europa meridionale.
È impossibile rispondere a questa domanda con sbrigativi riferimenti al rapporto fra debito e Pil nei paesi dell’Eurozona. È un approccio macroeconomico che qui serve a poco: secondo questi dati, Eurolandia si trova in una posizione migliore degli Stati Uniti, della Gran Bretagna o del Giappone.

Il problema è che quei numeri non tengono conto del credito condizionato e delle interconnessioni di flussi finanziari.
La tipologia più consistente di credito condizionato è quella costituita dalle varie garanzie offerte negli ultimi due anni dai paesi dell’Eurozona. I governi della Ue hanno garantito le passività di tutto il settore bancario, e anche tutti i depositi bancari fino a un certo limite. Gli stati membri dell’euro hanno garantito il debito greco per i prossimi tre anni, e poi hanno esteso lo stesso meccanismo a tutto il resto di Eurolandia. E queste garanzie probabilmente dovranno essere raddoppiate.
Ho già osservato che non era un caso che l’Eurozona avesse creato uno special purpose vehicle, la cosiddetta “società veicolo”, per gestire questo salvataggio. Non è solo il nome a richiamare alla mente le famigerate strutture finanziarie che hanno determinato la crisi dei subprime: i paralleli ci sono, e sostanziali. (more…)

Ciampi: “Che errore allargare l’euro”

Mag 9, 2010

di Macello Sorgi

Presidente Ciampi, ma uno come lei che l’euro l’ha fatto con le sue mani, da ministro del Tesoro, poi da presidente del Consiglio e da Presidente della Repubblica, si aspettava una crisi così forte e improvvisa della moneta comune? «Potrei risponderle di no, o almeno non di queste dimensioni. Ma se ripenso ai giorni in cui l’euro fu deciso, devo essere sincero: ci eravamo ripromessi, tutti quanti i rappresentanti dei Paesi dell’Unione Europea che avevano deciso di dar vita al sistema della moneta unica, di adoperarci per un più forte coordinamento delle politiche economiche dei governi. Avevamo la sensazione, chiarissima, che non sarebbe bastato il rispetto di ciascuno di noi per la disciplina che avevamo scelto, il famoso tre per cento del rapporto tra pil e debito pubblico imposto da Maastricht. Occorreva anche continuare il lavoro comune per far sì che insieme con il comportamento virtuoso dei singoli, necessario per restare all’interno del sistema, si facesse strada una forma di collaborazione più intensa e continuativa, dalla quale l’Unione Europea nel suo complesso sarebbe uscita rafforzata».

Fino ad approdare a quell’unione politica, e federale, agli Stati Uniti d’Europa, che in quell’epoca era lecito sognare e che invece nel tempo si sono rivelati un obiettivo molto più difficile da raggiungere? «L’auspicio era questo. Anche se a Bruxelles, quando l’euro fu varato, si parlava solo di moneta unica e di coordinamento delle politiche economiche. C’era un nesso evidente tra la decisione di entrare in un’epoca nuova, superando le difficoltà, e anche qualche diffidenza, che fino all’ultimo rischiavano di compromettere tutto, e l’impegno a fare in modo che il legame tra i diversi partners fondato sulla moneta unica si sviluppasse con comportamenti coerenti, dei quali tutti dovevano essere al contempo responsabili e garanti. È esattamente questo che è mancato o non è andato come si sperava. Ed è per questo che oggi ci troviamo a fronteggiare questa brutta crisi». (more…)

Tra “Pigs” e Paesi Baltici, l’Europa teme l’effetto domino

gennaio 31, 2010

di Federico Rampini

“TOO big to fail”, troppo grande per essere lasciato fallire. È il pericolo che ha piegato i governi di tutto l’Occidente nel 2008 di fronte al collasso dei giganti bancari. Impossibile subìre il crac delle maggiori banche americane, inglesi, svizzere o belghe: gli Stati sono dovuti intervenire, dissanguando le loro finanze.
“Too big to fail”, oggi l’incubo si ripresenta sotto un’altra forma, non meno drammatica. Che fare se è un intero Stato come la Grecia a rischiare la bancarotta, quali le conseguenze per l’Eurozona? Possiamo permetterci di assistere senza intervenire? E se il crollo greco fosse il primo di un effetto-domino, destinato a travolgere altri paesi? Partendo dalla “periferia”: perché lì si trovano paesi che già prima della crisi avevano finanze pubbliche più dissestate, Stati meno efficienti, sistemi industriali meno competitivi.

Questa nuova emergenza si è imposta ai leader europei mentre affluivano al World Economic Forum. All’inizio della settimana il premier greco Georgios Papandreou ha dovuto rivolgersi in affanno ai mercati internazionali per finanziare il suo debito pubblico. In apparenza ha guadagnato tempo, collocando titoli del Tesoro per 5 miliardi di euro. A un costo altissimo: un interesse del 6,25% che andrà a cumularsi ai debiti greci. E la tregua è stata illusoria. Gli stessi investitori internazionali che avevano presentato domande cinque volte superiori all’offerta di Bot greci, 24 ore dopo fuggivano disordinatamente. Vendite in massa di titoli di Atene hanno fatto schizzare i tassi ancora più su, fino a 3,7 punti sopra i Buoni del Tesoro tedeschi: una forbice-record mai raggiunta da quando la Grecia entrò nell’euro. Un segnale tremendo in vista dei prossimi appuntamenti coi mercati. Quest’anno Papandreou deve riuscire a raccogliere altri 54 miliardi, la metà entro aprile. E se non ce la facesse? (more…)

Krugman contro Krugman

gennaio 12, 2010

Winston Churchill sosteneva che solo i fanatici non cambiano idea. Deve essersi ispirato alla sua memoria il premio Nobel Paul Krugman, visto che, a nove mesi dalla definizione di Europa «continente alla deriva», ci ripensa e sulle colonne del New York Times trasforma il vecchio continente in un modello di giustizia sociale e progresso. Si dirà che la natura strumentale della lode è chiara fin dall’inizio: il fantasma di un’Europa schiacciata da benefit e tasse è l’argomentazione preferita dai nemici di Obama per bloccare la riforma sanitaria negli Stati Uniti: «Anche i conservatori- scrive Krugman – hanno manifestato grandi preoccupazioni sulla possibilità che la Obamacare (la riforma in gergo ndr.) possa trasformare l’America in democrazia sociale all’europea». Quale soluzione migliore per salvare la riforma di bonificare l’Europa agli occhi degli americani? Et voilà: «L’Europa – scrive – è un successo economico e il suo successo dimostra una cosa: la democrazia sociale funziona». (more…)

INTRECCI DI CULTURE TRA EUROPA E ASIA

settembre 24, 2009

imagesL’Europa e l’Asia, che una lunga tradizione ideologica ci ha abituato a considerare come universi distinti, hanno al contrario un passato con molte tracce comuni, e sono anzi difficilmente distinguibili anche solo a partire dal profilo geografico: gli Urali a nord, il Caucaso e i Dardanelli a sud non sono mai stati vere barriere alla diffusione di popoli e di idee; le cosiddette steppe eurasiatiche hanno costituito invece a lungo il terreno fertile per la crescita di culture nomadi e seminomadi che hanno influenzato in modo profondo le civiltà più stanziali, interagendo con esse tanto a occidente quanto a oriente. (more…)

NON ABBIAMO IMPARATO ABBASTANZA DALLA CRISI GIAPPONESE

settembre 11, 2009

imagesdi Keiichiro Kobayashi

Le politiche di cui si discute oggi negli Stati Uniti e in Europa sono pressoché identiche a quelle messe in atto in Giappone una decina di anni fa. Nel 1990, c’era stato in Giappone lo scoppio della colossale bolla immobiliare, seguito poi da una serie di crisi quando le banche più importanti e le società finanziarie erano state travolte dalla rapida crescita delle sofferenze bancarie. Per tutti gli anni Novanta era opinione diffusa tra economisti e politici che una massiccia spesa pubblica e una immissione straordinaria di liquidità avrebbero favorito la necessaria fiducia sui mercati e spinto la ripresa dell’economia. L’opinione pubblica di Stati Uniti ed Europa sembra ora pensarla allo stesso modo. (more…)

Ankara dopo le europee

giugno 24, 2009

ADFV38ZCAZI57AKCAIDOAKUCAOUITO2CAE4FR66CAQJSQKYCA439T34CAEW7P4PCAD5L576CAFRE23HCA0TUQTXCA8PEOAZCAQIS7JNCAYICI1XCA1SK9PRCA35JQK0CAAJKTTJCAE5DLW2CA05GH6PGli analisti turchi esaminano i riflessi delle elezioni europee sul percorso di avvicinamento di Ankara all’Unione Europea. Più che la nuova composizione dell’europarlamento ciò che incide sui negoziati sembrano essere i ritardi del governo nell’attuare le riforme

 

La nuova formazione del Parlamento europeo, con la prevalenza delle rappresentanze politiche di destra e l’aumento dei deputati contrari all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, si presenta come un ulteriore ostacolo nel processo di integrazione del paese candidato al gruppo dei 27. La bassa affluenza alle urne e la conseguente parziale rappresentatività della popolazione europea sono state tra le considerazioni principali degli analisti politici turchi. Tra di loro diversi hanno sottolineato che la nuova composizione parlamentare avrà comunque un’incidenza relativa sui negoziati della Turchia con l’UE, mentre la vera incidenza continua ad averla il ritardo del governo nell’attuare le riforme. (more…)