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Sotto il balcone di Palazzo Venezia respinto indietro di venti secoli

gennaio 5, 2012

Roberto Pertici per “L’Osservatore Romano

Quando nel 1930 Henri-Irénée Marrou si trasferì a Roma, era, a ventisei anni, una delle promesse dell’antichistica francese. Ammesso all’École Normale Superieure nel 1925, vi aveva incrociato Jean Paul Sartre, Paul Nizan e Raymond Aron, promo 1924: «Conosco Aron — scriverà nel 1939 — è un ragazzo straordinariamente intelligente, ma (ne ha almeno il dubbio?) un po’ altezzoso, highbrow»: tuttavia — aggiungeva la sua Introduction à la philosophie de l’histoire — è «un libro che ormai dovrebbe servire di base alla formazione di ogni giovane storico francese». Quando invece nel 1936, l’allora comunista ortodosso Nizan pubblicò un opuscolo su Les Matérialistes de l’Antiquité (Democrito, Epicuro e Lucrezio), tutto permeato di materialismo dialettico, la sua reazione fu molto diversa: «Il normalienpienamente formato — aveva scritto — non è Nizan, che non sa riconoscere il valore storico dello stoicismo, del neo-platonismo e del manicheismo perché è paralizzato da un dogma di Engels (ogni religione a ogni momento del suo sviluppo è oppio per il popolo). Non è Nizan, è André-Jean Festugière, che si è fatto prete e anche domenicano, ma non ha dimenticato lo splendore del pensiero antico e la cui voce trema di emozione e di rispetto evocando le sofferenze e la morte di Epicuro, e la serenità dell’umanesimo ateo».

Come si vede, era tra loro di un’altra specie. Non solo perché Sartre e Aron studiavano filosofia e lui invece si era inoltrato nello studio della storia antica sotto la guida di Jérôme Carcopino, ma anche per la sua fede religiosa: Marrou era un tala (come si diceva nel gergo normalistico: vont à la messe), un cattolico, che stava maturando nei tumultuosi anni Venti, «in questa Europa sottosopra — sono ancora parole sue — che non riusciva a sentirsi in pace». Dopo l’agrégation, Aron avrebbe vissuto tre anni decisivi in Germania, assistendo alla crisi della repubblica di Weimar e alla vittoria di Hitler. Marrou era appunto venuto in Italia, rimanendo fino al 1932 a Roma all’École Française, poi fino al 1937 a Napoli, all’Institut Français: avrebbe qui terminato la sua celebre thèse su Saint Augustin et la fin de la culture antique pubblicata a Parigi l’anno seguente.

La scelta del tema non era dovuta a curiosità erudite o a problemi esclusivamente teologici: «ero un intellettuale del dopoguerra, colpito dalla crisi della cultura, e domandavo al mio testimone un’esperienza della decadenza, un esempio di rettifica culturale, un tipo di cultura di transizione. (…) le questioni che ponevo ad Agostino, e le idee che mi servivano a porle, venivano da me, e dal nostro tempo». Marrou non era chiuso nei suoi studi: come tutti gli storici di razza, avvertiva una feconda circolarità fra le questioni del giorno e le proprie indagini sul passato. Così anche nell’Italia fascista cominciò a guardarsi intorno e a osservare criticamente la vita del regime a cui allora — dopo la crisi del 1929 — molti, e non solo in Europa, guardavano invece con interesse e attenzione.

Al fascismo italiano dedicò una serie di notevoli articoli firmati prevalentemente con lo pseudonimoHenri Davenson, che venne pubblicando in diverse riviste cattoliche francesi: dopo il 1934 prevalentemente su «Esprit» di Emmanuel Mounier. Il suo atteggiamento è ben delineato da quello del giugno 1936 su Le fascisme italien et la femme, scritto all’indomani della vittoria africana. Marrou aveva assistito all’annunzio della presa di Addis Abeba: «La sera del 5 maggio ero anch’io a piazza Venezia: alle otto, quand’ormai la notte era dolcemente discesa dopo un ultimo volo di colombe, un balcone si aprì sulla folla osannante, e il Duce apparve. Nessun proiettore fu orientato verso di lui, ma un globo luminoso, enorme, posto dietro a lui all’altezza della testa lo circondava di un cerchio luminoso, come erano aureolate, nei secoli del basso Impero, le immagini degli imperatori. Io ero come sperduto dentro quella folla che acclamava (ah! non perché vi era costretta!) quella figura splendente di luce, solenne, sovrumana (e la voce amplificata dai microfoni accentuava ancora quell’atmosfera gigantesca). Io mi trovavo là, violentemente respinto fuori da quella comunione d’anime, solo. Respinto indietro di venti secoli, in compagnia di un piccolo giudeo di Cilicia, che, stretto dall’ansia di diffondere l’Evangelo di un Dio ignoto e disprezzato, fremeva d’indignazione allo spettacolo di questa città che si affollava intorno al suo idolo».

Marrou aveva avvertito il carattere “liturgico” di quell’adunata e il suo spirito pagano e inevitabilmente si interrogava sul rapporto fra questa nuova “religione politica” e il cristianesimo: «Il fascismo italiano rispetta i valori cattolici? Ufficialmente, sì. Con un notevole senso politico, ha liquidato l’assurda posizione di un governo anticlericale in un paese in cui le masse sono rimaste profondamente cattoliche. Ma chi può dubitare della sua profonda opposizione a quei valori? (A chi ha voluto ascoltarlo con attenzione, il magistero della Chiesa l’ha proclamato a sufficienza!). È necessario scorgere quali significati blasfemi sono impliciti nei suoi comportamenti. Il fascismo tende a usare per i suoi scopi la pura e semplice fede cristiana del suo popolo».

Per dimostrare tale opposizione Marrou affrontava un problema in cui un’apparente affinità fra le posizioni cattoliche e quelle del regime poteva facilmente confondere le idee: la concezione della donna e il suo ruolo nella società. Anche il fascismo, infatti, sottolineava l’importanza dell’istituzione familiare e il posto che vi era riservato alla donna, essenzialmente considerata come sposa e soprattutto come madre. Ma la madre fascista era proprio la stessa di quella delineata dal magistero della Chiesa? Lo storico dell’antichità avvertiva chiaramente l’orizzonte pre-cristiano della concezione fascista e il suo rifarsi alla morale pagana: «L’ideale che il fascismo propone alla donna è quello stesso che insegnavano le civiltà del Mediterraneo antico; è l’ideale della donna spartana, meglio ancora quello delle madri romane che sapevano che i loro figli sarebbero stati dei legionari e fin da subito li consacravano alla patria».

Lo storico ricordava la mobilitazione femminile che aveva accompagnato negli ultimi otto mesi la guerra coloniale, dal discorso mussoliniano del 2 dicembre 1935 alle madri e vedove dei caduti e a tutte le donne d’Italia, alla Giornata della fede il successivo 18 dicembre, all’elogio alle donne d’Italia dell’8 maggio 1936. Si era data la più grande pubblicità ai telegrammi e alle lettere inviate al Duce dalle madri dei combattenti caduti in Africa: «Fiera di essere italiana e madre, ringrazio Dio di aver permesso che mio figlio si sacrificasse (…) possa il suo spirito alato discendere sulle gloriose camicie nere». Molti contemporanei (anche non fascisti) trovavano questi atteggiamenti nobili e degni, ma per Marrou non potevano sussistere dubbi: si trattava di un ideale pagano. «Bisogna prender coscienza di questo fatto fondamentale, che non poche apparenze possono ancora occultare, ma che le coscienze veramente spirituali hanno da tempo riconosciuto: non è soltanto la nostra libertà personale, le nostre care abitudini anarchiche che sono minacciate d’un tratto da questa risurrezione della Città totalitaria, di Cesare. La minaccia riguarda l’essenziale della nostra fede».

Lo dimostrava il tentativo fascista di annettere «al suo ideale puramente pagano di donna la figura fra tutte venerata della Vergine Maria». Esempio tipico l’istituzione, nel 1933, della Giornata della Madre e dell’Infanzia, stabilita per il 24 dicembre, la vigilia di Natale: «La festa di Natale — avvertiva lo storico francese — è l’occasione delle cerimonie in onore delle madri prolifiche; è un Mothers’ Day di carattere politico». E aggiungeva: «Certo la pietà cristiana non ha mai cessato di commuoversi della divina Maternità attraverso cui si è compiuta l’Incarnazione (…) Ma bisognerebbe essere veramente ingenui per immaginare che il Natale fascista serva a illuminare di spiritualità la gloriosa maternità della donna italiana. Con brutalità, nella figura di Maria, i fascisti glorificano la Madre, il fatto biologico, sociologico, della maternità. (…) Il loro cattolicesimo ufficiale altro non è che una mitologia poetica che simbolizza le aspre realtà della città terrestre, della città pagana».

Anche durante la campagna etiopica si era tentato di usare la figura della Vergine a scopi di propaganda di guerra. Marrou citava il caso, allora molto noto, della Madonnina del Tembien: «Una camicia nera ha scolpito un bassorilievo che rappresenta la Vergine nel cimitero di guerra dove sono stati riuniti i soldati caduti nella battaglia dello scorso 21 gennaio al passo Uarieu: sotto l’immagine, una dedica che comincia con queste parole: O Madonnina del Tembien, Tu che sei simbolo della donna che offre il suo amore alla causa della civiltà». In quella battaglia — questo Marrou non lo diceva — era caduto il padre Reginaldo Giuliani, una figura presto divenuta emblematica di quell’innesto della simbologia religiosa nel discorso patriottico fascista, che lo storico francese qui criticava con tanta acutezza: «Sui morti che lasciammo a passo Uarieu, la Croce di Giuliani sfolgorò», avrebbe cantato di lì a poco un inno fascista divenuto assai popolare.

Ma oltre a questa strumentalizzazione della spiritualità cattolica da parte del regime, Marrou sottolineava come un tale ideale della madre al servizio dello Stato guerriero offendesse anche i valori puramente umani: «Praticamente l’orizzonte della donna fascista sarà limitato e definito dai lavori domestici, dal cucinare, dal cucire, dall’accudire la prole. Si vorrebbe che il pensiero dei figli, le loro vicende minute, occupino la totalità della sua vita. (…) Questo si chiama “esaltare le sublimi debolezze della maternità”. Retorica artificiosa che nasconde la cosa essenziale: praticamente questa riduzione della donna al solo ruolo di madre produce una degradazione della sua personalità. Come stupirsene? In fin dei conti il definire la sua ragion d’essere, il suo fine attraverso una funzione biologica comporta una degradazione dell’essere umano. È di questo che si tratta: la donna fascista altro non è che un organo riproduttore. (…) Era questo un tempo l’ideale delle donne romane, ma è proprio necessario imitare i pagani che non conoscevano Dio?».

Come si vede, nell’antifascismo di Marrou si intrecciavano preoccupazioni schiettamente religiose e rilievi di carattere sociale e politico. In entrambi questi momenti, lo storico mostrava il cammino compiuto in Francia da molti intellettuali cattolici della sua generazione: dal rifiuto della politique d’abord di Charles Maurras dopo la condanna del 1926 da parte di Pio XI era emersa la diffidenza verso ogni spurio connubio fra religione e politica e la decisa riaffermazione (avrebbe detto Maritain) delprimauté du spirituel.

Pio XI: il fascismo «illecito» ai cattolici

dicembre 8, 2011

Pio XI

Angelo Picariello per “Avvenire

Quel giorno che Pio XI pronunciò la condanna formale del fascismo. Avvenne nel concistoro segreto del 23 luglio 1931, nel pieno dello scontro col regime sull’Azione Cattolica. Il 29 maggio c’era stata la chiusura dei circoli, che aveva indotto il Papa a promulgare l’enciclica Non abbiamo bisogno in cui parlava esplicitamente di «statolatria pagana».

Ma il Direttorio del partito invece di indietreggiare aveva assunto, il 9 luglio, un’ulteriore iniziativa sancendo l’incompatibilità fra iscrizione al fascismo e all’Azione Cattolica. Il Papa rivolto ai 22 cardinali presenti (dei 25 residenti a Roma) dichiarò a sua volta «non compatibili con la coscienza e la professione di cattolici» quei «principii contrarii alle dottrine e ai diritti della Chiesa» e «illecita la volontaria ascrizione ad associazioni e opere che tali principii hanno» e «limitano alla Chiesa il diritto di educare ossia l’Azione Cattolica». Un discorso “riservatissimo” di 13 pagine che ora l’Archivio segreto vaticano porta alla luce con una ricerca condotta da Giovanni Coco per l’Archivio di Storia pontificia della Gregoriana.

La catalogazione dell’archivio del nunzio apostolico Borgoncini Duca (oggetto di una recente pubblicazione dell’Istituto di Studi politici San Pio V) e degli appunti dell’allora segretario di Stato cardinale Pacelli, custoditi presso la Congregazione degli Affari ecclesiastici della Segreteria di Stato, si rivela una miniera. Si riesce anche a ricostruire il dibattito che in quel concistoro si registrò fra i cardinali, ancora combattuti sull’attuazione se non sulla stessa opportunità del Concordato.

Voci pubblicate dai giornali, influenzate dal regime ma purtroppo non prive di fondamento, parlavano anche a più riprese delle dimissioni di Pacelli da segretario di Stato facendo riferimento proprio a divisioni sullo scontro per l’Azione cattolica. Il Papa l’aveva voluto al posto del cardinale Gasparri, artefice principale del Concordato, anche per favorire un maggiore coinvolgimento della Curia che lamentava, con diverse sfumature, una sostanziale estromissione. Il Concistoro del 23 luglio fu un’idea anche di Pacelli.

Si riunì alle 9 e durò circa tre ore. Il Papa difese la scelta di un’enciclica a sostegno dell’Azione Cattolica, volta a originare «la pronta e imponente partecipazione dell’episcopato e dell’universo mondo cattolico al cordoglio e all’offesa del Sommo Pontefice», che l’aveva definita «pupilla degli occhi del Papa» e aveva dato via libera al Concordato anche per quell’articolo 43 che ne riconosceva il ruolo. E ora gli consentiva, dopo aver ribaltato contro il regime le accuse di massoneria nella Chiesa, di poter parlare con i cardinali del Sacro Collegio di «atteggiamento ingiusto e illegale».

Nel concistoro, annota Coco, si registrò la posizione intransigente del solo cardinale Cerretti, mentre Serafini e Rossi pure favorevoli alla rottura col regime, non si opponevano a diverse decisioni. Quella riunione segreta, preparata da una rete di colloqui coi singoli cardinali, si rivelò un capolavoro diplomatico e insieme pastorale di papa Ratti. Ricompattato il Sacro Collegio su una posizione di mediazione (rottura solo minacciata, non promulgata), la mattina dopo, il 24 luglio, ordinò al segretario di Stato Pacelli di convocare padre Pietro Tacchi Venturi e, alla presenza dello stesso Pacelli che prendeva nota, dettò al gesuita il testo del suo messaggio a Mussolini.

Lo si desume dalla successiva confidenza di Pio XI a monsignor Ermenegildo Pellegrinetti: il papa ordinò a Tacchi Venturi di «informare» Mussolini del contenuto dell’«allocuzione ai cardinali», ossia la condanna del fascismo e «probabilmente – sostiene Coco – gli diede anche copia del discorso. La sera stessa (alle 19.30), il Duce ricevette Tacchi-Venturi a Palazzo Venezia. Il gesuita lesse il messaggio e Mussolini sembrò «come percosso da inaspettato funestissimo annunzio e in sembianze e parole d’uomo addolorato all’apprensione di un estremo male imminente, prese a dare sfogo ai profondi svariati sensi che la minacciata condanna papale gli aveva suscitato nell’animo esterrefatto», leggendolo come «una vera e propria dichiarazione di guerra».

Da quel giorno il falco Dino Grandi troverà il Duce non più disponibile a seguirlo sulla linea dura con l’Ac. La trattativa riprese e il 2 settembre verrà sancito l’accordo che, pur con restrizioni, riaprì i circoli di Azione Cattolica.

Revisionismo, un’accusa da provinciali

novembre 20, 2011

Renzo De Felice

Dino Messina per “Il Corriere della Sera

Revisionismo. Mai termine è stato tanto abusato e utilizzato per mettere a tacere le interpretazioni innovative del fascismo. Sergio Romano crede che ciò sia avvenuto soprattutto in quei Paesi con una forte presenza comunista. Mauro Canali, sulla rivista dell’università di Barcellona, «Cercles», argomenta nel lungo saggio Il revisionismo storico e il fascismo che quella parola sia stata abusata soprattutto «laddove la storiografia si è maggiormente mostrata ancilla scientiae politicae». Canali, noto per i saggi su Silone, sul delitto Matteotti e sulle spie del regime, traccia una storia del rapporto tra il revisionismo e il fascismo in Italia, dalla metà degli anni Sessanta, quando da Einaudi uscì il primo volume della biografia mussoliniana di Renzo De Felice (Mussolini il rivoluzionario, 1965), ai giorni nostri. L’ultimo libro citato è il lavoro collettaneo del 2009, La storia negata (Neri Pozza), in cui, dice Canali, con il pretesto di colpire «i discutibilissimi pamphlet di Giampaolo Pansa», si rispolverano «le logore e ormai sconfitte argomentazioni contro De Felice». Più che riassumere i tre nodi cruciali del dibattito (il fascismo come espressione di ceti emergenti e non come un movimento di declassati; l’esistenza o meno di una cultura fascista; il rapporto tra consenso e violenza all’interno del regime), qui vorremmo sottolineare la cesura che emerge dal saggio di Canali fra le ricerche italiane politicamente corrette e gli innovativi studi condotti dalla storiografia internazionale. Mentre Guido Quazza e Nicola Tranfaglia si scagliavano contro le tesi di De Felice, altri ispirandosi a Norberto Bobbio negavano la stessa esistenza di una cultura fascista, e Gianpasquale Santomassimo sull’«Unità» arrivava a rimproverare Laterza di aver pubblicato il saggio di Emilio Gentile Le origini dell’ideologia fascista, George Mosse e Zeev Sternhell andavano costruendo delle tesi sulla linea dei nostri studiosi accusati di revisionismo. Il consenso c’era stato, pur supportato dalla violenza, il fascismo fu espressione di ceti emergenti e aveva radici profonde nella cultura politica europea, che Sternhell faceva risalire alla fine del XIX secolo. Le discussioni sul revisionismo sono venute a noia, non parliamone più. Ma se lo facciamo ricordiamoci che sono state figlie anche del nostro provincialismo.

Il Duce sconfitto dai generali

novembre 8, 2011

Luca Gallesi per “Avvenire

Dalla Rivoluzione francese alla fine del secondo conflitto mondiale, la guerra era normalmente considerata un modo legittimo ed efficace di favorire l’interesse delle nazioni, e di conseguenza la guerra e la sua effettiva conduzione erano due degli avvenimenti più importanti nella vita di qualsiasi Stato». Questa considerazione, che apre l’ormai classicoSoldati e borghesi nell’Europa moderna, di John Gooch, tradotto più di trent’anni fa da Laterza, deve essere sempre tenuta presente dal lettore del nuovo, ponderoso saggio dello storico britannico: Mussolini e i suoi generali. Forze armate e politica estera fascista 1922-1940, (pagine 764, euro 45,00), appena pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana. Oggi, infatti, la prospettiva è cambiata: alla guerra si sostituisce la “missione di pace” e all’invasione di un territorio si preferisce il “bombardamento chirurgico”; ma la realtà, allora, era diversa, e alle guerre commerciali, finanziarie e informatiche di oggi, si preferivano quelle vere, combattute con uomini e mezzi consapevolmente sacrificati in nome di ideali ritenuti condivisi da tutta la nazione. Fatta questa doverosa premessa si può apprezzare appieno il grande sforzo di John Gooch per ricostruire dettagliatamente i piani dell’esercito, della marina e dell’aeronautica militare italiani nello sviluppo della politica estera dell’Italia fascista, a partire dalla Marcia su Roma del 1922, fino alla dichiarazione di guerra del 1940, attingendo soprattutto a documenti custoditi negli archivi delle Forze Armate. (more…)

Gramsci? Mussoliniano. Il leader dei comunisti era vicino al fascismo

ottobre 24, 2011

Un saggio di Leonardo Rapone, membro del comitato dei garanti della Fondazione Gramsci, ammette le affinità fra il leader comunista e il fascismo

Marcello Veneziani per “il Giornale

Quanto Mussolini c’era in Gramsci. E quanto Sorel, quanto Gentile, maestri del fascismo. Quanta ammirazione c’era in Gramsci per il d’Annunzio di Fiume e per il futurismo, che furono i precursori artistici del fascismo. E quanta considerazione per Oriani, Papini e Prezzolini. Di un Gramsci mussoliniano scrissi diversi anni fa, prima di me avevano scritto Augusto del Noce e pochi altri. Ma prima di tutti lo aveva detto lo stesso Mussolini che nel ’21 alla Camera aveva riconosciuto Gramsci e i comunisti italiani suoi «figli spirituali». (more…)

Schuster e la Milano antifascista

ottobre 4, 2011

Giorgio Rumi per “Avvenire

Il 29 novembre 1938, il federale di Milano, Parenti, risponde al Duce che lo aveva evidentemente rimproverato dell’eccessiva fiducia riposta nell’arcivescovo: «Non ho mai creduto, come qualcuno ha avuto il coraggio di affermare, che il cardinale Schuster avesse voltata la sua casacca vaticana per trasformarsi in un fascista. Né sono stati compiuti atti che potessero far credere ad una non ben definita linea in materia politica, del fascismo milanese, o ad una rinuncia a quelli che sono i principi della Rivoluzione».  (more…)

Arturo Labriola, l’antifascista che adorò il Duce

agosto 19, 2011

Roberto Festorazzi per “Avvenire

Nel voluminoso “dossier antifascisti” detenuto da Mussolini, erano incluse anche le lettere di servile adulazione scritte al Duce da uno dei padri nobili del socialismo italiano, Arturo Labriola, tipico esponente della casta degli intellettuali (molti dei quali considerati ancora oggi ufficialmente oppositori del regime) che “tenevano famiglia”. Queste missive sono state scoperte da chi scrive agli Archivi nazionali britannici, e illustrano il codice comunicativo e comportamentale della legione di italiani “eccellenti” che ha bussato alla porta del dittatore per chiedere denari.

Personaggio noto a livello internazionale, oltre che per essere stato tra i fondatori del Partito socialista italiano, anche in ragione della sua affiliazione massonica, Labriola era stato un importante uomo politico, prima dell’avvento del fascismo, ricoprendo tra gli altri i ruoli di sindaco di Napoli e di ministro del Lavoro nell’ultimo governo Giolitti del 1920-21. Dunque, avrebbe dovuto avvertire su di sé il gravame di una responsabilità maggiore: quella di saper mantenere la schiena dritta di fronte al despota.  (more…)

Il doppio volto di Faccetta nera

Mag 7, 2011

Antonio Airò per “Avvenire

Settantacinque anni fa, il 9 maggio 1936, Mussolini annunciava a un popolo esultante la nascita dell’Impero italiano d’Etiopia. Pochi giorni prima il maresciallo Badoglio, alla guida di una colonna motorizzata di 1800 autocarri e 20.000 uomini, era entrato senza colpo ferire in Addis Abeba, «in una città semi deserta, con numerosi cadaveri» che le razzie degli stessi etiopi avevano saccheggiato ampiamente, mentre l’imperatore Hailè Selassiè fuggiva a Gibuti. La guerra vittoriosa si era conclusa in pochi mesi con un bilancio, in termini di vite umane, contenuto; 1976 i militari morti, 3557 i feriti.  (more…)

Ebrei in camicia nera, l’assurda alleanza

Mag 5, 2011

Anna Foa per “Avvenire

Nel 1922, quando il fascismo prende il potere in Italia, gli ebrei – una piccolissima minoranza della popolazione, circa 45000, cioè l’uno su mille – erano profondamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Avevano appoggiato il processo risorgimentale, partecipando attivamente ai moti e alle guerre d’indipendenza e legando strettamente la loro emancipazione al processo di costruzione della nazione italiana. Erano stati protagonisti dell’irredentismo, avevano partecipato con entusiasmo, come gli ebrei tedeschi e quelli francesi, alla prima guerra mondiale, nella convinzione che i legami di appartenenza nazionale si sarebbero ulteriormente rinsaldati versando il proprio sangue per la patria italiana. Avevano dato alla politica italiana ministri come Luzzatti, sindaci come Nathan, alti funzionari dello Stato e dell’esercito. Erano, cioè, profondamente italiani. Anche il sionismo, che aveva in quegli anni profonde radici nel mondo ebraico dell’Europa orientale, rappresentava in Italia a quella data un movimento assai marginale, patrimonio di una piccola élite, e tale sarebbe rimasto anche negli anni seguenti, nonostante il crescere di gruppi che univano all’anelito per il ritorno a Sion quello di un profondo rinnovamento interiore dell’ebraismo. Quando per gli italiani l’adesione alla patria si identificherà con quella allo Stato fascista, quindi, anche gli ebrei italiani, come gli altri cittadini, aderiranno al fascismo. In che forma e in che misura rispetto al resto degli italiani, è una questione che merita di essere vista più da vicino. (more…)

Missiroli & Co. i fascisti riverniciati

febbraio 22, 2011

Roberto Festorazzi per “Avvenire

I fascisti “riverniciati”, ossia coloro che decolorarono le loro camicie nere per presentarle linde e immacolate di bianco, oppure ritinte di rosso scarlatto, furono moltissimi in Italia dopo il 1943-45. Nella cultura italiana, centinaia di intellettuali che avevano militato in posizioni di avanguardia nelle file del cosiddetto “fascismo di sinistra” (cioè di un fascismo di marca ormai totalitaria, allineato con la Germania nazionalsocialista e depurato di ogni incrostazione liberale), furono reclutati da quel Partito comunista che a metà degli anni Trenta aveva lanciato il suo famoso appello ai «fratelli in camicia nera». (more…)

STRANI ALLEATI

gennaio 18, 2011

da “Il Giornale

Mentre, sul far della sera, il 30 gennaio 1933, a Berlino imponenti cortei si dirigevano verso il palazzo del governo per festeggiare la «presa del potere» da parte dei nazionalsocialisti, l’ambasciatore italiano in Germania, Vittorio Cerruti, affidava a un messaggio diretto a Benito Mussolini le sue impressioni a caldo. Le parole del diplomatico, giunte sul tavolo del presidente del Consiglio italiano una mezz’ora dopo la mezzanotte, sottolineavano la sorpresa generale di gran parte degli ambienti politici tedeschi per la collaborazione fra Hitler e Hindenburg. In realtà, il meno sorpreso fra i diplomatici accreditati a Berlino era proprio Cerruti, il quale, da qualche tempo, si era reso conto che il movimento hitleriano avesse più concrete possibilità di giungere al potere di quante non ne avessero gli ambienti conservatori tradizionali. Aveva quindi espresso su di esso valutazioni positive. Ciò aveva avuto come conseguenza un intensificarsi di contatti del movimento di Hitler con il fascismo che, fino a qualche tempo prima, aveva preferito guardare con attenzione, anche servendosi di una «diplomazia parallela», soprattutto al mondo composito della destra tedesca di tradizione militare e conservatrice. Non a caso il caustico ambasciatore francese André François-Poncet lo aveva definito il «Lord Protettore del Reich». (more…)

Il Duce in guerra contro i gerarchi

gennaio 1, 2011

Roberto Festorazzi per “Avvenire”

È un Mussolini-contro-tutti, una specie di kamikaze, quello che, nella primavera del 1940, decide freddamente di entrare in guerra a fianco della Germania. Nuovi e clamorosi documenti dimostrano, per la prima volta con dovizia di particolari inediti, quanto forte fu il “partito della pace” che, dentro il regime stesso, tentò di opporsi all’avanzata della strategia della guerra a oltranza contro gli anglo-francesi che, ad un certo punto, fece breccia in modo inesorabile nell’animo del Duce. Fino al marzo del 1940, il dittatore fascista apparve incerto su come procedere e ancora fortemente tentato dal “cambio di alleanza”. Mussolini avrebbe voluto saltare in groppa agli Alleati, deluso dai molti tradimenti di Hitler, che troppe volte lo aveva messo di fronte al fatto compiuto ferendolo nell’orgoglio. Lo scontro tra “bellicisti” e “neutralisti” si ebbe, dall’8 al 14 febbraio 1940, durante la sessione della Commissione suprema di difesa presieduta dal Duce. Ad accendere il fuoco delle polveri fu colui come oggi appare tra i più strenui sostenitori dell’accordo con gli anglo-francesi, il ministro degli Scambi e valute (cioè del Commercio estero), Raffaello Riccardi. (more…)

Idee per una Classe dirigente. Economia e politica: la lezione di Mattioli

ottobre 31, 2010

Raffaele Mattioli

In due documenti, uno indirizzato nel 1931 a Mussolini e l’altro inviato nel 1947 a Togliatti, non c’era solo un piano di ristrutturazione del sistema produttivo e creditizio ma un progetto organico d’interventi per uno sviluppo duraturo dell’Italia

Massimo Mucchetti per “Il Corriere della Sera

Perché Benito Mussolini avallò l’ascesa e la permanenza di Raffaele Mattioli al vertice della Banca commerciale italiana, senza incontrarlo mai? Negli anni Trenta, la Comit era l’istituto di credito più importante del Paese, e lo Stato ne possedeva il capitale. Mattioli aveva combattuto da valoroso nella Grande guerra. A Fiume, aveva frequentato i legionari e D’Annunzio, ma senza perdersi dietro al Vate. Tra i suoi amici spiccava l’economista Piero Sraffa, che da Cambridge era in contatto clandestino con il pensatore comunista Antonio Gramsci in carcere a Turi. Il suo braccio destro era Giovanni Malagodi, di ceppo liberale. Nell’ufficio milanese di piazza della Scala, incontrava dirigenti come Ugo La Malfa, Sergio Solmi ed Enrico Cuccia e amici come Adolfo Tino, tutti antifascisti. Prese la tessera del Fascio solo nel 1934, obbligato dalla nuova carica. Perché il Duce tollerava una tale eccezione al conformismo della dittatura? Nel novembre 1999, un giornalista con il passo dello storico, Sandro Gerbi, ebbe modo di chiederlo a Cuccia. Che rispose: «Mattioli non era fascista, bensì intelligente, mentre i fascisti erano “fessi”. Cosa che Mussolini, tutt’altro che “fesso”, sapeva benissimo». (more…)

Sturzo e il modello della «pax britannica»

agosto 3, 2010

Nell’articolo: La capitale dell’Impero britannico, infatti, era allora piena di personalità, di idee, di movimenti liberali fortemente proiettati verso l’esigenza di un nuovo ordine internazionale. In questo contesto Sturzo ha incontrato interlocutori interessati a capire il nuovo regime politico che si stava affermando in Italia e ad essi egli spiegò lo stretto rapporto tra componente antiliberale e tendenze imperialiste nel fascismo

Agostino Giovagnoli per “Avvenire

Luigi Sturzo aveva seguito da vicino l’intenso dibattito tra i cattolici che ha accompagnato la Prima guerra mondiale, spaziando dal pacifismo ideologico di Guido Miglioli all’esaltazione religiosa del conflitto da parte di Romolo Murri, mentre su un piano più alto e universale si levava il solenne monito di Benedetto XV contro l’«inutile strage». In quel dibattito, il futuro esponente popolare Egilberto Martire mise in discussione le «tesi correnti in campo cattolico sul concetto di guerra giusta indicando acutamente lo scandalo giuridico implicito in ogni guerra ed avvertendo l’esigenza di una organizzazione internazionale che ponesse fine» a tale scandalo, come ha notato Pietro Scoppola. Martire, però, abbandonò presto queste idee, finendo per approdare, contraddittoriamente, all’esperienza clerico-fascista. Sturzo, invece, ne fece oggetto di una riflessione che egli ha sviluppata gradualmente nel tempo.

Al congresso di Torino del 1923, egli registrò che tra le accuse dei fascisti ai popolari, c’era anche quella «dell’internazionalismo pacifista. Ci dipingono tiepidi patrioti e filo-internazionalisti. È superfluo dire che noi per le nostre idee internazionali non neghiamo la patria e la nazione. Noi neghiamo la concezione delle nazioni-impero, concezione egocentrica, esasperante e al di fuori della realtà. Noi siamo di tendenza internazionale nella questione della ricostruzione europea. Noi tendiamo verso forme più larghe di internazionalismo. Domani può attenuarsi la barriera nazionale in un interesse e in una vita internazionale? Vi ostano la lingua, la razza, il costume; ma queste barriere non sono insormontabili». Sotto la spinta delle critiche fasciste, Sturzo maturò una consapevolezza crescente del nesso tra la «iper-valutazione della nazione come entità spirituale superiore agli stessi uomini» e la «concezione che i nazionalisti hanno dello Stato»: militarista, oligarchico, autoritario, protezionista, uno Stato, insomma, anti-liberale e anti-democratico. (more…)

Il cinema di Mussolini: facciamo un po’ di luce attorno all’Istituto Luce

agosto 2, 2010

Maurizio Cabona per “Il Giornale

Da quando la propaganda ricorre alle immagini cinematografiche, rivederle illude di cogliere la storia nel suo farsi. Nato alla fine del 1925 per iniziativa pubblica e in mano pubblica rimasto anche in epoca antifascista, l’Istituto Luce è depositario di questa forma di memoria (non di storia) intrinseca alla politica. Infatti è ancora l’esito avverso della seconda guerra mondiale a determinare la politica italiana, specie nelle conseguenze dell’«armistizio lungo» del 1943, ridefinite nelle clausole segrete del trattato di pace del 1947.
Meno di un settimo dell’unità nazionale rientra nell’«era fascista». Eppure i tanti documentari di compilazione che la riguardano sono più visti dei pochi dedicati a tutti gli altri periodi messi insieme. Coi libri è lo stesso: gli ottomila giorni di governo di Benito Mussolini hanno ispirato altrettanti saggi e romanzi. Tranne l’essenziale (le clausole segrete restano tali), quasi tutto è stato detto e ridetto, mostrato e rimostrato. I dettagli sono ormai così fitti da costituire una barriera di fumo.
Se n’è accorto il documentarista Enzo Antonio Cicchino, che per fare un po’ di luce ha scritto Il Duce attraverso il Luce (Mursia, pagg. 830, euro 25), dove cerca di tornare alla realtà passando attraverso lo specchio deformante dell’informazione. Si parte dal 1926, quando cominciò l’attività del Luce, e si arriva al 1943-45, quando l’Italia viene ridimensionata come potenza, perdendo il ruolo centrale mantenuto anche quando Francia e Gran Bretagna avevano già perduto gran parte della sovranità: l’una a vantaggio della Germania, l’altra a vantaggio degli Stati Uniti. (more…)

Mussolini-Churchill, lo «scherzo» del carteggio

luglio 14, 2010
Nell’articolo: Il nazional-socialismo è consapevole della sua forza (vedi le statistiche annunciate da Simon sull’attuale armamento tedesco), e Hitler è deciso a non accettare condizioni di inferiorità da parte della Francia e dell’Inghilterra. L’Italia ha il dovere e il diritto di cautelarsi e di garantirsi per il futuro
Roberto Festorazzi per “Avvenire
Del carteggio Churchill-Mussolini, la corrispondenza supersegreta intercorsa tra il duce e lo statista britannico, si discute e si litiga da decenni. Così come per i Diari di Mussolini, la scomparsa dei documenti originali – che pure ci sono stati e forse tuttora esistono – ha generato la proliferazione di falsi, i cosiddetti apocrifi mussoliniani. Non è tuttavia esatto affermare – è il caso di Dino Messina, sul “Corriere della Sera” del 18 giugno scorso – che nessuno abbia mai letto neppure la versione apocrifa del carteggio Churchill-Mussolini.

Parte dei documenti, come è noto, furono pubblicati, nel 1954, sul “Candido” di Guareschi e sul settimanale “Oggi”, e furono oggetto di famose controversie giudiziarie. Queste carte molto eterogenee tra loro, rimaste in possesso del giornalista Alessandro Minardi, antico e fedele collaboratore di Giovannino Guareschi, furono attentamente esaminate, negli anni Ottanta, da Arrigo Petacco, che dedicò un libro al mistero dell’epistolario tra il capo del fascismo e l’uomo col sigaro. Petacco, dopo aver analizzato le carte, concluse: «Se si tratta di falsi, bisogna riconoscere che sono falsi realizzati con grande abilità da persone dotate di una conoscenza approfondita, fin nei particolari, della storia, nonché dei personaggi i cui scritti avrebbero falsificati». Insomma, se di apocrifi dobbiamo parlare, aggiunge il giornalista-scrittore, bisogna ammettere che furono fabbricati da «artisti di prim’ordine». Vero, ma solo in parte. (more…)

1925, quando il re fermò Mussolini

luglio 1, 2010

Nell’articolo: Inaspettatamente il re gli oppose un fermissimo e secco rifiuto. “Sono stato educato secondo principi liberali. Sono assolutamente democratico, per natura e convinzione. Ho giurato sulla Costituzione e i Savoia non sono mai stati spergiuri. Non firmerò mai”

Roberto Festorazzi per “Avvenire

Benito Mussolini, dopo il discorso parlamentare del 3 gennaio 1925, quello in cui rivendicò la propria responsabilità politica e morale nel delitto Matteotti, tentò di instaurare la dittatura, con un colpo di mano. A sorpresa, la mattina seguente, il duce si presentò dal re con un decreto di scioglimento del Parlamento che prevedeva anche l’arresto di tutti i parlamentari dell’opposizione.

Ma Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmarlo, con un’energia senza precedenti. Solo nell’autunno del 1926, dopo il quarto fallito attentato al capo del governo, il sovrano abbassò il capo di fronte alle “leggi fascistissime” che introdussero la dittatura abolendo i partiti e facendo decadere i deputati di opposizione. Il clamoroso retroscena, destinato a cambiare i libri di storia, emerge dalle pagine inedite di un documento straordinario, il memoriale di Margherita Sarfatti, che fu amante e consigliera politica di Mussolini. (more…)

Balbo, l’anti-Duce che non voleva entrare in guerra

giugno 22, 2010

Nell’articolo: Quando, la sera stessa del 28 giugno, Dino Grandi seppe della morte del Maresciallo dell’Aria, considerò il fatto «un evento funesto» e disse ad alcuni amici che erano con lui: «Balbo è un fortunato perché la morte lo ha sorpreso al suo posto di combattimento ed egli non vedrà, come noi vedremo, la rovina dell’Italia»

Francesco Perfetti per “Il Giornale

Il 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.
La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose – e anche le ricostruzioni storiografiche – esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore. (more…)

Il riciclaggio dei docenti: da antisemiti a democratici

giugno 15, 2010

Nell’articolo: “C’è una lettera (1 luglio 1946) del fisico Enrico Persico al suo amico e collega Franco Rasetti che merita di essere citata: «L’epurazione», scrive Persico, «come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle università”

Paolo Mieli per “Il Corriere della Sera”

Nel 1998 Giorgio Israel e Pietro Nastasi scrissero un libro, Scienza e razza nell’Italia fascista (Il Mulino), nel quale puntavano l’indice contro la «clamorosa insufficienza della storiografia» nel campo degli studi sulle leggi razziali del 1938. Riconosciuto a Renzo De Felice il merito di aver intrapreso, già all’inizio degli anni Sessanta, lo scavo sull’argomento con la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Einaudi), i due autori si applicavano a temi che erano stati successivamente solo sfiorati. Infatti fino agli anni Novanta la materia era stata a lungo disattesa — con qualche eccezione come i saggi di Roberto Finzi L’università italiana e le leggi antiebraiche (Editori Riuniti) e di Michele Sarfatti Gli ebrei negli anni del fascismo. Vicende, identità, persecuzione (Einaudi) — e meritava perciò molti approfondimenti. Poi, nel decennio successivo, nuovi libri (e nuovi documenti) hanno proiettato sul tema ulteriori fasci di luce. È il caso— per citare solo alcuni — di L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane (Zamorani) di Annalisa Capristo; di Scienza e fascismo (Carocci) di Roberto Maiocchi; de L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei (Il Mulino) di Marie-Anne Matard-Bonucci; dell’assai interessante Leggi del 1938 e cultura del razzismo a cura di Marina Beer, Anna Foa e Isabella Iannuzzi; e di alcuni saggi pubblicati su «Nuova Storia Contemporanea» da Paolo Simoncelli (sul suicidio di Tullio Terni) e da Eugenio Di Rienzo; oltre a uno assai importante di Tommaso Dell’Era su «Qualestoria». C’era di che tornare sull’argomento ed è quel che ha fatto Israel (stavolta senza Nastasi) con Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime, edito anche questo dal Mulino.

Il nuovo libro si sofferma meritoriamente sulla tortuosità e le contraddizioni con cui l’Italia, dopo l’uscita di scena di Mussolini, si liberò delle famigerate leggi. Il fascismo cadde come è noto il 25 luglio del 1943, ma nessuno si preoccupò di chiudere in tempi brevi la stagione dell’antisemitismo di Stato. Lo notò già Piero Calamandrei in una pagina del suo diario agli inizi dell’agosto di quello stesso 1943. Il padre gesuita Pietro Tacchi Venturi, a nome della Segreteria di Stato vaticana, intervenne addirittura nei confronti del governo Badoglio per suggerire cautela nell’abrogazione di quelle leggi. Al ministro dell’Interno Umberto Ricci, Tacchi Venturi fece presente che «secondo i principi e la tradizione della Chiesa cattolica» quella legislazione aveva «bensì disposizioni che vanno abrogate», ma ne conteneva «pure altre meritevoli di conferma». Così il processo di abrogazione delle leggi razziali fu, secondo Israel, di una «lentezza esasperante» e si dovette attendere il 20 gennaio 1944 (!) per la promulgazione di un testo organico abrogativo. Un testo, peraltro, «sofferto e insufficiente». Tant’è che per regolare le eredità degli ebrei deceduti in seguito ad atti di persecuzione ci fu bisogno di un’apposita legge del maggio 1947. Per l’estensione alle vittime delle leggi del ’38 dei provvedimenti già emanati per i perseguitati politici si dovette attendere addirittura una legge del 10 marzo 1955. Per una serie di riconoscimenti agli israeliti colpiti dalla Repubblica sociale italiana si aspettò l’11 gennaio del 1971, quando erano trascorsi oltre ventisette anni dalla seduta del Gran Consiglio che provocò la destituzione di Mussolini. È quindi evidente, sottolinea l’autore, che «la caduta del fascismo non segnò per gli ebrei italiani un trionfale reingresso nella comunità nazionale». È altresì indubitabile che per alcuni decenni la sensibilità pubblica nei confronti di quel che era stata la persecuzione antisemita in Europa — e nella fattispecie in Italia — fu piuttosto tenue. (more…)

Quegli intellettuali in svendita per il Duce

giugno 15, 2010

Ungaretti

Da Ungaretti ad Ada Negri passando per legioni di giornalisti. Un saggio rivela i nomi di chi era a libro paga del fascismo. Che erogava sovvenzioni solo su richiesta degli interessati per legarli indissolubilmente al regime

Nell’articolo: “Gli intellettuali, insomma, per poter ottenere queste sovvenzioni erano costretti a mettere in moto un meccanismo che prevedeva il loro personale coinvolgimento e attivava, come osserva Sedita, una «triade» formata dal duce, dal capo della polizia e dal ministro della Cultura popolare: l’istanza del richiedente veniva infatti proposta dal Minculpop a Mussolini che l’autorizzava (o, eventualmente, la rigettava) di proprio insieme al capo della polizia. Il beneficiario, poi, doveva rilasciare quietanza con alcune righe di ringraziamento. Il tutto veniva, infine, archiviato in un fascicolo personale”

Francesco Perfetti per “Il Giornale

Sottoposto a processo di epurazione nel 1944, Giuseppe Ungaretti giustificò i finanziamenti che aveva percepito regolarmente ogni mese dal regime per un totale di 144.000 lire sostenendo che si trattava di «una sovvenzione» che si dava a «persone onorevolissime» affinché «potessero proseguire con regolarità il loro lavoro». Si sarebbe trattato, insomma, a suo parere, di una normalissima «sovvenzione statale» paragonabile a quella concessa a un «agricoltore» per consentirgli di «portare a termine lavori di bonifica» o a uno «scienziato» per permettergli di «proseguire le sue ricerche di laboratorio». Il fatto di averla accettata, pertanto, aveva fatto sì che egli avesse potuto dedicarsi ai suoi studi letterari e alla sua poesia «con qualche continuità».

Le cose, in realtà, stavano diversamente. La concessione di sovvenzioni, fisse o saltuarie, a intellettuali o a riviste e giornali rispondeva a una logica ben precisa: quella di costruire il consenso e favorire la formazione di una intellettualità militante. Un saggio dello storico Giovanni Sedita dal titolo Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo (Le Lettere, pagg. 258, euro 20), in libreria da oggi, ricostruisce, per la prima volta, sulla base di una ricchissima documentazione inedita, la mappa completa dei finanziamenti erogati dal regime al mondo della cultura e illustra anche le modalità che dovevano essere seguite per consentire agli intellettuali di poter accedere alle sovvenzioni. (more…)

E il duce (abbagliato) salì sul treno in corsa

giugno 9, 2010

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra

Nell’articolo: “Il Governo inglese si dimostrò poco propenso a fare concessioni all’Italia, non per miopia politica (come talora si è sostenuto) ma per una serie di considerazioni estremamente realistiche:  il duce – così si pensava – non poteva cambiare schieramento né restare per sempre fuori dalla guerra”

di Roberto Pertici per “L’Osservatore Romano
Il 10 giugno del 1940, l’Italia interrompeva la non belligeranza dichiarata il primo settembre dell’anno precedente ed entrava nel nuovo conflitto europeo. Si tratta della scelta più impegnativa e tragica che una sua classe dirigente abbia compiuto nel xx secolo, ma sul percorso che portò Mussolini e i suoi più diretti collaboratori a quel passo ancora ci si interroga. Non pochi presentano l’alleanza italo-tedesca come uno sbocco inevitabile dell’affinità ideologica dei due regimi, ma in realtà si trattò di una vicenda molto più complicata, legata a problemi geo-politici oltre che immediatamente ideologici, e che solo molto tardi giunse a un punto di non ritorno. In essa emergono nitidamente la mancanza di realismo, la sopravvalutazione del proprio peso nella politica internazionale, la colpevole sottovalutazione dell’impreparazione militare del Paese, che contrassegnarono allora la politica del duce:  limiti ancor più inescusabili in chi faceva sfoggio continuo di “realismo” e di “spirito guerriero”. (more…)

Vittorio Foa, l’anticipazione: dal carcere all’Europa

giugno 5, 2010

Pubblichiamo l’introduzione della ristampa delle «Lettere della giovinezza. Dal carcere 1935-1943», che uscirà il 15 giugno per Einaudi

Federica Montevecchi per “L’Unità

Vittorio Foa riteneva le lettere che aveva scritto dal carcere fascista la memoria di riferimento della sua lunga vita: ne parlava spesso, ne ricordava con precisione brani, che poi voleva rileggere e verificare, e tutte le volte ogni lettura, lungi dal risolversi in un omaggio al passato, apriva inesauribili possibilità di riflessione e di discussione. Questo accadeva non soltanto perché Vittorio viveva la vecchiaia in maniera progettuale, con rare concessioni alla malinconia, ma anche perché il suo epistolario si presta a interpretazioni molteplici. Esso è a un tempo il documento di un’esperienza storicamente fondamentale, la testimonianza indiretta di un mondo, quello della Torino antifascista degli anni ’30 del Novecento, e il resoconto di una educazione politico-intellettuale. L’intreccio di questi aspetti si riflette naturalmente anche nella scelta di lettere (o di parti di lettere) che Vittorio preparò, nell’estate del 2008, per questa edizione: il criterio adottato per tale scelta era riconducibile in primo luogo al bisogno di mettere in risalto quello che egli riteneva essere il suo carattere prevalente, vale a dire quell’identità profonda e invariabile che permane in ogni età e nelle mutevoli espressioni dell’esistenza. Le comunicazioni ai genitori e alla famiglia, le riflessioni, le analisi di libri contenute in questa scelta di lettere mostrano come il carattere prevalente di Vittorio fosse intellettuale: questo era il continuum che costituiva il suo modo di essere e che, per il legame inscindibile di intellettualità e politica, ha trovato necessariamente e coerentemente espressione nei diversi ruoli che egli ha ricoperto nella vita pubblica italiana. Prova di tutto ciò è dunque la vita stessa di Vittorio a partire proprio dall’esperienza del carcere, luogo dove egli trascorse gran parte della giovinezza, dai 25 ai 33 anni. (…)  (more…)

Lanital, salpa e rayon, la guerra degli italiani

giugno 5, 2010

La nostra vita quotidiana tra divieti e tessuti autarchici

Antonio Carioti per “Il Corriere della Sera

Nessuno che si tenga minimamente informato può dirsi colto di sorpresa, quando nel primo pomeriggio del 10 giugno 1940, sotto un sole ormai estivo (31 gradi a Milano, 26 nella più temperata Roma), i megafoni agli angoli delle strade annunciano che «alle ore 18, dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini parlerà al popolo italiano». In tutto il Paese, anche nei centri minori, carri radiofonici e camion di camicie nere percorrono le vie, esortando la popolazione a concentrarsi nelle piazze e davanti alle sedi del Partito nazionale fascista.

La guerra è nell’aria. Gli italiani l’hanno sentita avvicinarsi man mano che i giornali si riempivano di titoloni inneggianti alla trionfale avanzata tedesca in Francia. Le scuole hanno chiuso prima del tempo, il 31 maggio, e le strade sono piene di bambini e ragazzi: molti si apprestano a partire per le colonie di villeggiatura, fiore all’occhiello del regime. Il 4 giugno il governo ha rinviato l’Esposizione universale del 1942, per la quale è stato realizzato il nuovo quartiere romano dell’Eur. Si lavora per trasferire al sicuro le più importanti opere d’arte esposte nelle gallerie: anche le grandi vetrate del Duomo di Milano sono state rimosse. (more…)

PECUNIA (DEL DUCE) NON OLET

giugno 3, 2010

IL FERVORE MUSSOLINIANO (IN CAMBIO DI FINANZIAMENTI) DI UNA BELLA FETTA DEGLI INTELLETTUALI SIMBOLO DELLA CULTURA ANTIFASCISTA (UNA VOLTA CADUTO IL REGIME) – DAGLI ARCHIVI SPUNTA LA CODA DEI POSTULANTI: DALLA ALERAMO A CARDARELLI, DA BRANCATI A QUASIMODO – VITTORINI, POI ORGANICO AL PCI, SCRIVEVA: “PRESO LA PENNA IN MANO L’HO ADOPERATA AL SERVIZIO DELLE IDEE FASCISTE SU GIORNALI FASCISTI”…

Francesco Borgonovo per “Libero

Nei giorni scorsi, il fatto che “Libero” abbia regalato i dvd con i discorsi di Benito Mussolini ha sollevato molte polemiche. Segno che abbiamo fatto bene ad allegare i documenti audio e video dei comizi duceschi, i quali permettono di confrontarsi con la storia nella maniera più diretta possibile.

Il dibattito suscitato dalla nostra iniziativa ha dimostrato, una volta di più, che il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con il Ventennio: da una parte ha pensato solo a rimuoverlo, dall’altra lo ha liquidato come il male assoluto, senza riflessione critica, senza analisi. Per capire le ragioni di questa riflessione mancata è molto utile un libro in uscita il 14 giugno per l’editore Le Lettere e anticipato ieri da Paolo Mieli sul Corriere della Sera.

Si intitola “Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo” (pp. 246, euro 20). L’autore, lo storico Giovanni Sedita, ha esaminato gli archivi del Ministero della cultura popolare (il famigerato Minculpop), di cui si appropriarono gli Alleati nell’immediato dopoguerra. E ha documentato – cifre alla mano – il legame di tantissimi intellettuali italiani con il regime.

Da Sibilla Aleramo a Vitaliano Brancati, da Elio Vittorini a Salvatore Quasimodo, venivano finanziati dal fascismo, tramite compenso mensile o saltuario. Non solo: molti di loro indirizzavano al ministero lettere strappalacrime, lamentando condizioni economiche precarie e pregando di ricevere denaro. (more…)

Ariani? No, lillipuziani

Mag 23, 2010

di Marco Impagliazzo per “Avvenire

Il 1938 fu un anno di scontro tra Chiesa e fascismo. L’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista e l’adozione di una legislazione antisemita provocarono quella che Andrea Riccardi ha definito una «disaffezione» dei cattolici verso il fascismo. In quell’anno terribile per l’ebraismo europeo, con il varo di leggi razziali in Italia, Ungheria, Romania e Austria annessa al Terzo Reich, vi fu una contrapposizione prolungata tra Pio XI e Mussolini. Il primo intenzionato a non cedere sulle questioni di principio, quali l’unità del genere umano e il rifiuto del razzismo; il secondo irritato da quella che considerava un’ingerenza della Chiesa in questioni politiche. 

Proprio il 1938 è il fulcro delle vicende narrate nel recente volume di Valerio De Cesaris Vaticano, fascismo e questione razziale (Guerini, pp. 288, euro 23,50). Il libro, che si basa su lunga ricerca d’archivio, descrive sia le reazioni del mondo cattolico italiano alla campagna antisemita del fascismo, sia il confronto diplomatico tra governo e Santa Sede sulla questione razziale. Ne emerge un quadro ampio, in cui le prese di posizione contro l’antisemitismo non furono poche e isolate come si potrebbe credere.  (more…)

Shoah, quei treni si potevano fermare?

Mag 22, 2010

Paolo Sorbi per “Avvenire

«È un errore supporre che il problema di evitare un’altra guerra non solo europea ma, con ogni probabilità mondiale, dipenda, per la maggior parte, dalla risposta che Hitler ha indirizzato alle potenze di Locarno. Bisogna, io credo, fermare ora la valanga!» Così Winston Churchill sull’Evening Standard del 3 aprile 1936. Come sappiamo le potenze democratiche fecero orecchie da mercante. Continuarono inutili conversazioni col tiranno tedesco e pochi anni dopo scoppiò la tremenda Seconda guerra mondiale. Se non inquadriamo “l’abbandono ebraico” in questo scenario di politica internazionale di metà, fine degli anni Trenta non possiamo intendere perché poi nessuno poté più salvare l’ebraismo europeo. Allora, nell’inizio del ’36, con una decisione di attacco alla Germania nazista, sarebbe stato possibile. Ma questo non ci fu.

L’impossibilità di agire durante la guerra, mentre si doveva agire prima, lo sottolinea correttamente Claude Lanzmann, attuale direttore di Temps Modernes e grande regista di Shoah, in un lungo servizio uscito di recente sul Nouvel Observateur. Le democrazie furono culturalmente innanzitutto, e poi anche politicamente, “bloccate” dall’insidiosa tattica hitleriana, accettarono la linea delle continue mediazioni con Hitler dell’allora primo ministro inglese Chamberlain. Anche perché, ribadisce sempre Lanzmann, la percezione dell’importanza culturale e spirituale dell’Ebraismo nella millenaria storia europea non era affatto centrale nell’opinione diffusa degli europei, sia nelle élites che nelle popolazioni.  (more…)

Vilipendere gli ebrei è una bestemmia

Mag 19, 2010

Quando «L’Osservatore Romano» condannò l’antisemitismo

Arriva in libreria il volume Vaticano, fascismo e questione razziale (Roma, Guerini, 2010, pagine 283, euro 23,50). Anticipiamo parte dell’introduzione dell’autore e uno stralcio dal secondo capitolo del libro

di Valerio De Cesaris

Il 1938 fu un anno di contrapposizione tra il Vaticano e il governo fascista, sia per la controversia sul ruolo e l’assetto dell’Azione Cattolica, sia per la questione razziale. Su questo secondo aspetto, è diffusa tra gli storici l’interpretazione che riconosce alla Chiesa di Pio xi di aver condannato con decisione il razzismo, mentre le attribuisce molta minore fermezza rispetto all’antisemitismo. Ciò è unanimemente considerato il portato del secolare antigiudaismo cattolico e della scelta di non contrapporsi eccessivamente al governo italiano, più che il prodotto dell’adesione all’antisemitismo razziale.
Eppure diversi articoli apparsi su “L’Osservatore Romano”, accanto ai pronunciamenti di altri organi di stampa e di personalità cattoliche, e alla documentazione vaticana ora disponibile, consigliano una rivalutazione complessiva della questione, per cogliere le diverse sfumature e ricostruire le differenti posizioni che si ebbero sia nel mondo cattolico italiano che in Vaticano. Alcuni brevi esempi riguardanti “L’Osservatore Romano”:  il 25 dicembre 1937 Guido Gonella, citando l’ebreo convertito René Schwob, scriveva:  “Vi è nell’antisemitismo trionfante qualche cosa che lo Schwob chiama “ignobile”. Ed è la lotta contro una razza semplicemente in nome di un’altra razza, la lotta contro una religione non perché è religione dell’errore ma semplicemente perché è una religione universalistica. In tutto ciò l’antisemitismo non è affermazione dello spirito, bensì una delle tante esaltazioni della potenza della carne contro lo spirito”. Il 4 marzo 1938 il giornalista Renzo Enrico De Sanctis, proveniente dalla Fuci, dopo aver ricordato che “Iddio si è fatto uomo ebreo”, si chiedeva “come esprimere l’enormità dell’oltraggio e della bestemmia che consiste nel vilipendere la razza ebraica?”. Il 24 novembre dello stesso anno il giornale riportava un intervento dell’arcivescovo di Parigi, cardinale Jean Verdier, in cui si leggeva una chiara critica all’antisemitismo:  “A migliaia e migliaia di uomini vicini a noi si dà la caccia, in nome dei diritti della razza, come a delle bestie feroci, spogliandoli dei loro beni, veri paria che cercano invano in mezzo alla civiltà asilo e un pezzo di pane. Ecco il risultato fatale della teoria razzista”. Alla stampa fascista che presentava un Cristo estraneo “alla razza ebraica, maledetta e deicida”, la stampa vaticana replicava che quella teoria era una vera e propria eresia e che “l’odio in un’ora di persecuzione, contro dei perseguitati non solo incappa in pericolosi spropositi contro la dottrina della Chiesa, ma altresì contro la carità”. Nel bel mezzo dell’offensiva antiebraica e della messa a punto delle leggi razziali anche in Italia, la stampa vaticana scriveva che “gli ariani esistono allo stesso grado degli Iperborei, dei Lillipuziani e dei Giganti danteschi. Sono, cioè, spiritose invenzioni di poeti e d’altri sapienti fantasiosi”, aggiungendo che “togliere a Cristo, oggi, la universalità – la cattolicità – della sua dottrina, che annulla le razze nella superiore unità della figliolanza da un unico Padre, è ripetere un’eresia non meno pericolosa di quella dell’antico arianesimo”. (more…)

La politica del disprezzo

Mag 17, 2010

Lo Stato e il partito durante il periodo fascista

di Andrea Possieri
Un’interpretazione storiografica d’uso comune, che si ritrova facilmente in ogni manuale scolastico, è solita rappresentare il fascismo come una forma di “totalitarismo imperfetto”. E cioè come un regime che, a dispetto dei suoi corrispettivi del periodo, il nazismo e lo stalinismo, si differenziava per almeno due motivi. Prima di tutto, per il ruolo svolto in Italia da due istituzioni, la corona e la Chiesa, che limitarono l’invasività coercitiva del regime sulla società italiana. In secondo luogo, per il diverso rapporto che si instaurò tra il partito e lo Stato. Mentre nella Germania nazista e nell’Unione Sovietica lo Stato venne infatti sottomesso al partito, il fascismo fece esattamente l’opposto:  ossia procedette a subordinare, anche formalmente, il partito unico allo Stato.  Se a queste affermazioni corrisponde un giudizio storiografico pressoché unanimemente condiviso, più complesse e discusse rimangono, invece, le modalità attraverso cui si sviluppò il rapporto tra lo Stato e il partito. Questo problema storico campeggia al centro dell’ultimo libro di Loreto Di Nucci, Lo Stato-partito del fascismo (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 632, euro 40) che prende in esame tutto il periodo del fascismo monarchico, dalle origini del movimento dei Fasci al collasso del regime.
Basato su una vasta documentazione, il saggio analizza il rapporto tra lo Stato e il Pnf da un duplice angolo visuale, ovvero dalla prospettiva della meccanica istituzionale del regime da un lato e della costruzione identitaria della patria degli italiani dall’altro. Due piani d’indagine che, intersecandosi e sovrapponendosi, gettano una nuova luce sui rapporti, al tempo stesso conflittuali e simbiotici tra l’edificio statual-nazionale, di derivazione risorgimentale, e il nuovo soggetto politico scaturito da quel particolarissimo rimescolamento delle carte del gioco ideologico che fu la grande guerra.
Il Pnf, infatti, ebbe sicuramente un ruolo subalterno rispetto allo Stato, ma non così tanto, secondo Di Nucci, da essere sbrigativamente liquidato come una macchina propagandistica funzionale alla mobilitazione e alla raccolta del consenso. (more…)

La testimonianza di Giuliana Cardosi e il racconto su Fossoli di Mariagrazia Gerina

aprile 25, 2010

Giuliana Cardosi: “Mia madre ebrea deportata dai fascisti” da “Il Giornale”

Gentile dottor Cervi, le scrivo con tanta amarezza e pena dopo aver letto sul Giornale del 31 marzo la sua risposta alla lettera del signor Motta sulle leggi razziali in Italia durante il fascismo.
Ho 84 anni e sono una degli ultimi testimoni della Shoah. Con le mie sorelle, Marisa e Gabriella, ho dedicato tanti anni di vita per cercare di ricostruire la nostra tragedia familiare ed insieme trasmettere alcuni aspetti, forse poco conosciuti, della persecuzione antiebraica in Italia durante il fascismo. Attraverso la ricerca di testimonianze dirette e documenti originali di archivi (e con l’incitamento e la guida di eminenti studiosi), abbiamo cercato di stabilire un confronto tra le diverse norme legislative antiebraiche e la relativa applicazione non solo in Italia ma soprattutto in Germania e nei principali Paesi occupati d’ Europa. Nostra madre, Clara Pirani, era ebrea, nostro padre, Franco Cardosi «ariano», un «matrimonio misto» che venne proibito nello Stato italiano dall’art. 1 del Rdl 17 novembre 1938 – XVII n.1728. Nostra madre aveva dovuto lasciare l’insegnamento di ruolo nelle scuole elementari a Torino dal 10-12-1938 con i primi provvedimenti razziali. Il 7 marzo 1944 venne diramata dal capo della Polizia Tamburini a tutti i Capi delle Provincia della Repubblica sociale italiana la circolare del ministero dell’Interno 7-3-1944 n.3968/442 che escludeva dall’invio in Campo di Concentramento gli ebrei di famiglia mista. Ci illudemmo di essere salvi. (more…)

Quel vergognoso commercio di Predappio

aprile 25, 2010
MAURIZIO VIROLI
L’opinione pubblica deve sapere, in occasione della Festa della Liberazione, che a Predappio è fiorente da anni il commercio, alla luce del sole, di materiali di vario genere che esaltano la figura di Mussolini e il regime fascista. Sulla via principale del paese si possono acquistare busti ed effigi del duce di ogni foggia e colore, una ricchissima selezione di magliette con slogan del ventennio e ammirare divise originali della milizia fascista e bandiere, anch’esse originali, della Repubblica Sociale Italiana. Non mancano neppure i prodotti per bambini quali felpe e tovagliette con motti truculenti, naturalmente per la gioia e l’orgoglio dei genitori.La storia va avanti da tempo, come ha documentato Alberto Papuzzi in un’inchiesta che «La Stampa» ha pubblicato anni fa. Da allora il commercio fascista è diventato più fiorente, almeno a giudicare dal numero dei clienti che affollano i negozi in questa vigilia del 25 aprile. Eppure pare proprio che nessuno si preoccupi degli evidenti effetti diseducativi nei confronti di una popolazione sempre più povera culturalmente che non sa più, o non ha mai saputo, che cosa sia stato il fascismo. Nessuno si chiede come mai in Germania sia severamente vietato esporre e vendere immagini del Führer o materiali propagandistici del Terzo Reich, mentre a Predappio Mein Kampf campeggia su tutte le vetrine dei negozi che praticano il commercio nostalgico. È accettabile, dal punto di vista morale e politico, che vengano messe in vendita magliette che eccitano esplicitamente all’odio nei confronti degli immigrati, come quella in cui una mannaia brandita da un energumeno di foggia ariana cala sul battello dei disgraziati con la scritta «accettiamoli»? (more…)

La riva bruna la riva nera

aprile 12, 2010

Un parallelo tra le milizie naziste e fasciste

di Gaetano Vallini
Per quanto le camicie brune tedesche, le sa (Sturmabteilungen), ammirassero le camicie nere italiane, la Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), l’influsso diretto di queste ultime sulle prime dal punto di vista della struttura e del carattere dell’organizzazione fu minimo. Tuttavia svolsero un ruolo decisivo soprattutto in relazione alla politica del potere, perché il movimento nazista ricevette dal successo fascista in Italia, per il solo fatto che “lo si può fare”, come disse Hitler, una spinta enorme. Dunque sotto il profilo più ampio del modello di potere, il fascismo italiano fu considerato un esempio luminoso. In ogni caso sia le camicie nere che le camicie brune giocarono un ruolo importante rispettivamente nell’ascesa del duce e del führer; per questo lo storico Sven Reichardt, dell’università di Costanza, si è concentrato sullo studio comparato delle due organizzazioni paramilitari, fotografandole nel momento di massima ascesa, peraltro antecedente alla presa del potere da parte dei due movimenti:  il 1921-1922 per le squadre d’azione fasciste, il 1929-1932 per le sa. (more…)

Il rettore fascista che divide Bologna

febbraio 26, 2010
C’è un’imbarazzante traccia di Repubblica sociale italiana nel rettorato dell’Alma mater studiorum, l’antica e prestigiosa Università di Bologna. Nella galleria che ospita i ritratti dei rettori dall’Unità d’Italia ad oggi compare ancora quello di Goffredo Coppola, nominato con decreto del ministro dell’Educazione nazionale della Rsi Carlo Alberto Biggini in data 24 novembre 1943. Una nomina non valida. Recita infatti all’art. 2 il decreto luogotenenziale n. 249 del 5.10.1944: sono «privi di efficacia giuridica» gli atti e i provvedimenti del governo della Repubblica sociale italiana «concernenti la nomina, la carriera e la cessazione dal servizio dei dipendenti dello Stato».

Eppure l’effigie del professor Coppola, realizzata nel 1952 da Gino Marzocchi, continua a incombere nell’anticamera dello studio del rettore. La decisione di esporre il ritratto fu adottata dall’autorità accademica nel 1957 (che ignorò le pur vivacissime contestazioni culminate in un’interrogazione in Parlamento). In pieno ’68, l’allora rettore Walter Bigiavi rimosse il ritratto, che fu ricollocato qualche anno più tardi dal professor Fabio Alberto Roversi Monaco. Di origini campane, Coppola nel 1932 arrivò alla cattedra di Greco presso l’Università di Bologna, dove insegnò anche Letteratura latina. (more…)

Quelli che il fascismo non c’è mai stato

ottobre 6, 2009

138324_0610_P29_CulCom_A02_F01Caduto il fascismo e sorta la Repubblica, uno dei compiti principali ai quali la cultura di sinistra si dedicò fu quello di sostenere che durante il Ventennio non c’era stata una cultura fascista. Nella “dimostrazione” di questo assunto si impegnarono personalità vicine al Partito d’azione e al Partito comunista.

 Così Norberto Bobbio sostenne perentoriamente che la cultura dell’epoca fascista era derivata tutta dalla cultura precedente, e che quindi non era stata fascista. Un caso esemplare era stato quello dell’Università: «Di fronte al processo di trasformazione dello Stato», disse il filosofo torinese, «la cultura accademica non eccedette nell’inneggiare né si ribellò: accettò, subì, si uniformò, si conformò, si rannicchiò in uno spazio in cui poteva continuare, più o meno indisturbato, il proprio lavoro». Un lavoro certo non apertamente antifascista, ma che, comunque, nulla aveva a che fare col fascismo. (more…)

L’impresa di Fiume: ma quanto era libertario il regno di D’Annunzio?

agosto 29, 2009
AOP57KVCALDVKIMCA47CD9HCAWEQ6SICALSDWVKCAH8XV8UCABLHNAUCAZVE0MCCAB8CN52CANEQXX9CAV3NK39CAG6O13ACA3PC5MJCA8586RKCAJKT9EECA43E04YCAZC2HTECA51MOIOCAFYTJSZ«Ah, se fossi morto a Fiume…». Quante volte questo pensiero deve aver attraversato la mente di Gabriele d’Annunzio, murato vivo al Vittoriale a contemplare l’osceno crepuscolo di sé stesso. Quante volte, fra un biglietto firmato «Frate gentile», «Fratel Gabriel priore indegno», «Piccolo seguace di Sant’Antonio», propedeutici tutti a notti di lussuria, una richiesta economica al Duce del Fascismo, un messaggio ai legionari in partenza per l’Africa, una comunicazione di servizio al gioielliere Buccellati, l’idea di essere un sopravvissuto in quell’Europa degli anni Trenta che, pure, avrebbe potuto essere sua terra d’elezione, deve averlo toccato. Fiume era stata per lui l’ultima illusione di fermare il tempo, la possibilità di essere signore e padrone di un regno vero eppure fantastico: il prodigio incarnato di leggi e di pietre, di eroismi e di fiori, di arte e di amore. Aveva 56 anni, era già nell’età in cui «non suonano per me se non gli addii, se non i commiati, se non le separazioni, se non le rinunce, se non le condanne. Ho sognato che ripiegavo la mia carne come un mantello senza colore». L’«esosa vecchiezza» celebrata da allora in poi nel mausoleo di Gardone, suo cilicio e sua tomba, gli detterà un ultimo epitaffio: «Ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla». (more…)

Satira

giugno 14, 2009

imagesvignette e barzellette, così si rideva sotto il fascismo

Mussolini, in una delle sue prime visite ufficiali a Vittorio Emanuele III come capo del governo, dice: «Maestà, ho fatto installare al Quirinale una linea telefonica diretta per comunicare direttamente fra noi». «Ah, bene», risponde il re: «E qual è il numero?» «Sei uno zero», scandisce il duce. È una storiella da terza elementare, ma aveva molto successo durante il regime fascista: un tempo che oggi ci appare crudo, se non crudele, ma in cui la maggior parte degli italiani disponeva ancora di una semplicità contadina e si rideva – come si piangeva – con facilità. Le barzellette erano di gran moda, come i giornali umoristici, molto più di oggi, e se ne faceva uso abbondante, negli spettacoli di varietà come fra la gente. Sempre sottovoce, e soltanto fra amici sicuri, quando si trattava di scherzare sul fascismo, i suoi gerarchi e – soprattutto – il suo capo. (more…)