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Fellini e Zanzotto nel segno di san Paolo

gennaio 4, 2012

Federico Fellini

Goffredo Fofi per “Avvenire

Amico di Zanzotto, amico di Fellini, la loro collaborazione non poteva che intrigarmi. Dico subito di non essere un ammiratore di due dei film a cui Andrea ha collaborato, E la nave va e La città delle donne, considero anzi quest’ultimo come uno dei film meno riusciti di Federico Fellini.

Il contributo di Zanzotto a La città delle donne è secondario e lo si individua difficilmente anche se è documentato nella sceneggiatura. Il caso di E la nave va è diverso: è un’opera che io non amo quanto le altre del regista ma che è di estremo interesse, perché – in mancanza del Viaggio di Mastorna che Fellini progettò a lungo ma che forse fece di tutto per non girare – è il film più mortuario di questo regista, è un film sulla fine del mondo, dove la fine del mondo è quella di un mondo particolare, l’Europa che si butta voluttuosamente nella guerra del ’14-’18. In La dolce vita (1960) un altro mondo finiva, l’Italia in cui Fellini e Zanzotto (e mi ci metto anch’io) erano cresciuti, il popolo di cui si erano sentiti parte, l’Italia travolta dal miracolo economico, che distrugge un mondo e ne fa però nascere un altro.

Zanzotto aderisce al mondo di Fellini, Fellini aderisce al mondo di Zanzotto, e tuttavia si tratta di due alterità evidenti, forti, non di una simbiosi ma dell’incontro su un terreno comune di due differenze. L’incontro avviene su cose molto precise, che rimandano a questa sorta di informe che è l’informe del linguaggio, l’informe dell’origine, della nascita. Il linguaggio diventa sempre più fondamentale nella coscienza poetica di Zanzotto; diventa il cercare attraverso l’informe l’origine, e insieme ristabilire una dignità del linguaggio, ricostruire un linguaggio oltre l’incapacità di far parlare le parole che è diventata nostra caratteristica e condanna. Andare al cuore delle cose diventa per Zanzotto quasi un’ossessione.

C’è forse da rimarcare anche una differenza “psicanalitica”: Zanzotto ci sembra più legato a Freud (e a Lacan, nella sua insistenza a cercare il fondo del fondo della coscienza) mentre Fellini è più legato a Jung. Mentre Jung pensa agli archetipi, alle mitologie eccetera, Freud pensa alla guarigione. La grande illusione del Novecento, la grande sconfitta (Marx e Freud insieme) è stata quella di poter conoscere fino in fondo l’uomo o la società, le loro regole, e guarire l’uomo e le società. Zanzotto sta dalla parte di Freud, e in qualche modo, oso dire, dalla parte di Marx, di un Marx ideale che punta a un’idea di mutamento positivo, di una possibilità di tirar fuori dall’uomo qualcosa che sia collettivamente e socialmente importante.

C’è poi una differenza che nasce dai mezzi che i nostri due artisti usano: Fellini è per forza di cose realista (il cinema è nato dalla fotografia) mentre Zanzotto ha molti punti in più essendo poeta, non dovendo mostrare ma suggerire. Ha un vantaggio, una dignità superiore e la capacità di dire quello che non è possibile dire, e addirittura che non è possibile mostrare, attraverso il linguaggio, attraverso la parola. Con il linguaggio. La poesia può andare oltre: può mettere in discussione un ordine e allo stesso tempo può collaborare alla creazione di uno nuovo. Anche Fellini crede che l’immagine debba dire più di quello che non mostra (non dice), ma i mezzi del cinema sono più costringenti di quelli del verbo. La sfida è diversa, e per Zanzotto si tratta di arrivare a dire l’indicibile, «l’informale mondo, l’informale sete di esistere».
Quel che unisce i due artisti credo sia anzitutto la spericolatezza, l’azzardo. Fellini ha avuto sempre un coraggio da leone, tanto da vedersi, negli ultimi anni, le porte sbattute in facci dai produttori. Negli ultimi anni era una persona affranta, contrariamente da come ce la consegnavano la televisione e le musichette di Nino Rota: era un personaggio molto malinconico e deluso, che soffriva del fatto che questa società non gli permettesse di realizzare, per questa società e in nome di questa società, i suoi sogni, le sue visioni.
La spericolatezza dei due si muove in una direzione simile, lavorando all’interno non sull’esterno. Fellini ha raccontato il paesaggio nei suoi film realistici e da Otto e mezzo in poi ha scoperto lo Studio, il mondo separato degli stabilimenti di Cinecittà. Fellini ha imparato moltissimo da Rossellini, e però mentre Rossellini aspettava o inseguiva la Grazia all’esterno, nel mondo, fidente che, girando in un paesaggio, in una strada, qualcosa sarebbe successo (e molte volte accadeva!), disponendo di un terreno giusto, e mettendosi in attesa, in Fellini l’operazione era sostanzialmente la stessa, ma nel chiuso di Cinecittà, dentro un mondo inventato del quale predisponeva gli elementi affinché la Grazia scendesse e arrivasse nel film il di più dell’arte. Da parte di due artisti geniali come Zanzotto e Fellini c’è stato un tentativo costante di agire uno sulla parola e l’altro sull’immagine per arrivare a questo di più.
C’è in entrambi la rivendicazione al gioco e la rivendicazione all’avventura dell’io; c’è l’idea che l’io diventi tutto, sia dappertutto e c’è la parola del bambino, del dormiente che per entrambi può produrre qualcosa di inedito. Chiaramente entrambi finiscono in una situazione di difficoltà di fronte alla società contemporanea. Di Fellini ho detto ma credo che anche Zanzotto non si riconosce nel mondo così come esso è diventato. Per questo credo che La voce della luna abbia una valenza così importante nell’opera di Fellini e nel nostro cinema in generale, e non solo per gli aspetti evidenti come la Sagra dello gnocco che è forse la più straordinaria fotografia dell’Italia contemporanea (l’invasione della comunicazione, del denaro, la globalizzazione eccetera) ma anche in cose meno evidenti.Ad esempio l’invocazione alla luna che è molto presente anche nell’opera di Zanzotto, basti ricordare Filò oSputnik, in cui la luna è detta «violata» dalla tecnica. Il richiamo alla luna è un richiamo al dover ascoltarne la voce, al dover mettersi ancora e sempre in ascolto della musica degli astri degli astri e non del rumore delle macchine. Riascoltare la luna è l’unico modo per guarire.

Può colpire che sia in Zanzotto che in Fellini ci sia a un certo punto, in modi strani e bizzarri, una delle citazioni più ricorrenti nell’arte e nella letteratura di questo nostro presente informe e deformato: la lettera di san Paolo ai Romani. Noi non siamo in grado di vedere e capire e ci muoviamo in questo informe, in questo balbettio primigenio mossi dal bisogno di scavare, di scoprire, di capire. Di dare un senso. E però il mistero resta mistero.

Forse c’è stato un momento in cui gli dèi avrebbero potuto uscire dal magma, dal fango o dall’acqua, e spiegarci, farci vicini a loro, ma la nostra macchina non ha funzionato, e invece di aiutarli ad uscire alla luce li ha fatti ricadere nel buio, nel gelo della notte.

Federico Fellini

ottobre 18, 2011

TRANS-FELLINIANA

Mag 11, 2010

L’AMARCORD DI MARCELLA DI FOLCO: “ERO IL TRANS PREFERITO DI FEDERICO” – DA CASSIERE DEL PIPER A CARATTERISTA PREDILETTO DA FELLINI: “GLI DISSI: PUOI FARE TUTTO MA NON INSEGNARMI A FARE IL FROCIO” – LA MILO AMANTE PER 17 ANNI? “BALLE. L’AMANTE STORICA DEL REGISTA NON ERA DEL MONDO DELLO SPETTACOLO. ED È UN SEGRETO”…

Franco Giubilei per “La Stampa

Una voce si alza dietro le quinte della “Città delle donne”: «Maestro, lei è il più grande genio del mondo e nel cinema può fare tutto tranne una cosa: insegnarmi a fare il frocio, questo no!». Fellini scoppia a ridere, la tensione provocata dalla presenza di Giulietta Masina sul set si scioglie all’improvviso, si ricomincia a girare. Dal cappello dei ricordi di Marcella Di Folco, che nel frattempo ha cambiato sesso e dall’88 è presidente del Movimento d’identità transessuale, sbucano retroscena spassosi sul regista che l’ha scoperto e lanciato come caratterista.

Alla fine degli Anni Sessanta, Di Folco, che di nome faceva ancora Marcello, lavorava alla cassa del Piper a Roma e decideva chi entrava e chi no: «Una sera ho lasciato fuori la Vitti e Antonioni, così, per fare pubblicità». (more…)

LEZIONE DI GIORNALISMO

gennaio 18, 2010

50 ANNI FA FELLINI INVITAVA MONTANELLI A VEDERE IN ANTEPRIMA “LA DOLCE VITA” – “Fellini secondo me non vi tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la sua e la nostra società – il nostro cinema non ha mai prodotto niente di comparabile a questo film – qui ci si trova di fronte a qualcosa di eccezionale CHE VA al di là DELLO SCHERMO…”

Indro Montanelli per il Corriere della Sera – ripreso dal Foglio del lunedì

Sere fa, Federico Fellini mi ha invitato a vedere in privato il suo ultimo film La dolce vita.
Confesso che ci sono andato con qualche apprensione: e non tanto per i pareri molto discordi che avevo udito da coloro che avevano visto alcune scene isolate, quanto perché, parlando ogni tanto con lui, avevo avuto l’impressione che Fellini avesse perso il senso della misura.

L’uomo, di solito pacato e abbastanza staccato dal proprio lavoro, stavolta m’era parso che non sapesse uscirne nemmeno quando veniva a cena con me. Se gli parlavo di altre cose, mi fissava con l’occhio vitreo di chi non ascolta. E gira gira, il discorso tornava sempre lì.

Questa storia andava avanti da un anno, perché è da un anno che Fellini sgobba quattordici o quindici ore al giorno dietro a questa pellicola su cui evidentemente, rischiando grosso, ha puntato tutto. Non la finiva mai. Non la rifiniva mai. Non so quante decine di migliaia di metri ha ammatassato nei rulli. Non so quante volte ha fatto, disfatto e rifatto interi episodi per eliminare o aggiungere una virgola. Non avrei voluto essere, fino all’altra sera, il suo produttore, a cui credo che questa dolce vita ne abbia procurata una da cane. Ma ora, a cose fatte, non credo che lo rimpiangerà. (more…)

Federico, genio provinciale che intuì la decadenza italiana

novembre 9, 2009

foto-id=569321-x=198-y=149Parigi – «Siamo nati con tre immagini» diceva Federico Fellini: «II re, il duce, il papa». E ancora: «Per la mia generazione, la prostituta è stata l’alter ego della madre all’italiana. Ci ha iniziato alla vita sessuale con la stessa ineluttabilità con cui quest’ultima ci ha nutriti e vestiti». Era una interpretazione interessante, anche se parziale, ma Fellini non era uno storico o un sociologo, bensì un artista attratto più dalla finzione che dalla realtà, convinto anzi che la seconda fosse la prima: via Veneto o Rimini rifatte in studio, gli attori che al posto delle battute recitavano dei numeri, il copione che non esisteva, il film che era un pretesto… La vita come un susseguirsi di immagini, volti, travestimenti che a seconda di chi guardava cambiava di senso e di significato: la processione religiosa che si fa sfilata militare, défilé di moda, corteo politico, puttan-tour… Non è un caso che nel dedicargli questa imponente mostra al museo Jeu de Paume il curatore, Sam Stourdzé, le abbia dato per titolo La Grande Parade; né che la retrospettiva con cui la Cinémateque di Parigi lo celebra si intitoli «La fabbrica dell’immagine». (more…)