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Torino e gli industriali, destini incrociati

ottobre 4, 2011

Dalla riforma dell’associazione voluta da Agnelli all’isolamento nella marcia dei 40mila

Sergio Bocconi per “Il Corriere della Sera”

In fondo lo «strappo» di Fiat da Confindustria si inserisce in una lunga, travagliata e per certi versi emblematica storia di destini incrociati che ha segnato in Italia l’evoluzione della rappresentanza di imprenditori e sindacati.

Lo spiega bene Cesare Annibaldi che, responsabile in Fiat di relazioni industriali ed esterne, si è occupato a lungo e strettamente dei rapporti con l’associazione degli industriali: «Dagli anni Settanta fino a tempi relativamente recenti non è facile mettere in evidenza grandi discontinuità. Il modello è stato abbastanza stabile: il Lingotto sosteneva l’organizzazione mettendo a disposizione uomini, risorse organizzative, e non solo a livello centrale. Anzi, c’era una grande attenzione alla “periferia”».

Un filo probabilmente ininterrotto che traccia il percorso di una relazione che con la presidenza di Giovanni Agnelli, fra il 1974 e il 1976, raggiunge ovviamente l’apice, quasi una identificazione dell’associazione nel suo leader più carismatico che, alla sua uscita, è il primo a indicare il suo «successore» in Guido Carli. Prima Governatore della Banca d’Italia, Carli è fra i pochi numero uno di Viale dell’Astronomia ad accedere agli «onori ed oneri» di quella posizione senza essere stato imprenditore o «padrone».

Ma Agnelli si può dire sia stato sempre in Confindustria e probabilmente mai abbia pensato che il Lingotto potesse uscirne. Un episodio significativo lo ha raccontato Enrico Salza che prima di diventare banchiere a Torino è stato imprenditore nell’azienda di famiglia che produce fiammiferi. E’ il 1965 e il giovane Salza raccoglie e partecipa ai fermenti degli industriali jr che arrivano anche a ipotizzare l’uscita dall’associazione. Agnelli, giovane anch’egli, esprime la propria solidarietà ma aggiunge con una certa diplomazia: «Non posso garantire che la Fiat esca da Confindustria con voi».

Ed è Agnelli a spendersi non poco accanto a Leopoldo Pirelli nel ’69-70 al progetto di riforma dell’associazione affidato dall’allora presidente Angelo Costa e che prenderà sostanza nella cosiddetta Riforma Pirelli. Una riforma che prevedeva «una collegialità di governo», spiega Carlo Callieri, che in Fiat ha ricoperto diversi incarichi ed è stato per otto anni vicepresidente della Confindustria e candidato alla presidenza quando ha prevalso Antonio D’Amato, «ma che poi non è stata applicata proprio a Torino dalla Unione industriali».

Ma se con Agnelli leader si arriva all’identificazione, che significa anche rappresentare i compiti associativi in intese come quella sul punto unico di contingenza firmata con Luciano Lama (che con l’Avvocato ha un rapporto di evidente reciproca stima) non si può dire che i rapporti fra Fiat e Confindustria siano sempre stati contrassegnati da questo registro. Annibaldi lo spiega facendo riferimento alla marcia dei 40 mila. «Fiat ha in quella occasione avuto l’impressione di essere sola. Io partecipai a diverse riunioni in Confindustria con presidente Vittorio Merloni, che uscì allo scoperto solo dopo 20-25 giorni. Non ci fu nulla che potesse dare effettivamente una percezione di distacco, ma…».

Un episodio, certo. Che tuttavia segnala l’evoluzione alterna dei destini incrociati. La Fiat in un’associazione dove acquistano peso i piccoli e le aziende pubbliche, è influente nella scelta dei presidenti, esprime fra gli altri in Viale dell’Astronomia un direttore generale di peso come Paolo Annibaldi, fratello di Cesare e un vicepresidente come Callieri, «sale» di nuovo alla presidenza con Luca Cordero di Montezemolo che, presidente di Ferrari, lo diventa di Fiat quattro giorni dopo la nomina al vertice dell’associazione. Ma quando Giovanni Agnelli sostiene ufficialmente Callieri e assiste alla sua sconfitta, non gli resta che dire con amarezza che è la «vittoria dei berluschini». D’Amato lancia il tema dell’associazione come lobby. Però Fiat, che di certo non ha mai avuto bisogno di Confindustria per sostenere i propri interessi, non «ci sta» in questa definizione. In crisi entrano le forme della rappresentanza. E ora lo «strappo» che il giovane Agnelli forse non avrebbe mai immaginato ne è la prova più significativa.

Diritti Globali

COME SI DICE IN INGLESE MARPIONNE?

luglio 28, 2011

Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

La cattiva giornata della Borsa non ha certo favorito il recupero del titolo Fiat Spa. Ma più dell’ 8% della quotazione sacrificato in due giorni dopo l’anticipazione della semestrale 2011 a far riflettere è la Fiat Spa che consolida la Chrysler. L’euforia che aveva accolto la scissione del gruppo storico cede il passo al realismo: promossa Fiat Industrial, con i camion e le macchine agricole, voto sospeso per Fiat Spa, i cui conti sono pesantemente influenzati da partite straordinarie e dall’incertezza su tre partite: Fabbrica Italia; il collocamento in Borsa di Chrysler; il destino della quota Chrysler in mano al sindacato Uaw. (more…)

FIAT BLUFF

giugno 6, 2011

PER COMMENTARE LE SCELTE DI MARPIONNE NON C’È BISOGNO DI CORAGGIO: BASTA METTERE IN FILA I NUMERI – MUCCHETTI: “I GOVERNI AMERICANO E CANADESE SONO STATI RIMBORSATI FACENDO ALTRI DEBITI CON LE BANCHE USA, SALVATE DALLA CASA BIANCA – NÉ LA FIAT NÉ CHRYSLER HANNO IL VOTO DI SUFFICIENZA DELLE AGENZIE DI RATING. ECCO PERCHÉ SI TENGONO TANTA, COSTOSA LIQUIDITÀ IN CASA: L’ACCESSO AI MERCATI FINANZIARI RIMANE UNA SCOMMESSA”…

Massimo Mucchetti per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

C’è qualcosa che stona nel modo in cui Sergio Marchionne, reduce dall’ascesa al 52%della Chrysler, si rivolge all’Italia: in questo suo ripetuto lagnarsi di non ricevere gli stessi elogi che gli vengono rivolti negli Stati Uniti. Stona, perché a un’intelligenza tanto veloce non sfugge la differenza di peso tra il vasto coro dei consensi e le isolate riserve della Fiom e le impertinenze di qualche osservatore.

Nel Paese dove la libertà si esercita anche dicendo male di Garibaldi, un manager che giostra sui due mondi, ma non ha una Caprera nel suo domani, sa bene che né lui né gli Agnelli possono vantare verso lo Stato italiano lo stesso credito politico che hanno verso la Casa Bianca: là la Fiat ha aiutato, qui è stata aiutata. La verità è che Marchionne segue la politica del carciofo. Mette sul piatto una foglia per volta. (more…)

LEGGERE SULL’ULTIMA PAGINA (LA PIÙ VISTA) DI “METRO”, IL FREE PRESS DISTRIBUITO OVUNQUE A NEW YORK: “FIAT: FINANCING IRANIAN ACT OF TERRORISM” (FINANZIARE ATTI TERRORISTICI IRANIANI), NON DEVE ESSERE STATO IL MIGLIOR BENVENUTO USA PER MARPIONNE

maggio 2, 2011

L’APPELLO DELLL’ASSOCIAZIONE UANI (UNITED AGAINST NUCLEAR IRAN): “INACCETTABILE CHE FIAT CONTINUI A FARE AFFARE CON UN REGIME CHE VIOLA SFACCIATAMENTE IL DIRITTO INTERNAZIONALE. LA FIAT HA STIPULATO NEGLI ULTIMI 10 ANNI CONTRATTI CON IL GOVERNO USA PER 246 MILIONI $. MA SOPRATTUTTO DOPO LA SUA ACQUISIZIONE DI CHRYSLER HA RICEVUTO MILIARDI DI DOLLARI IN AIUTI PER LA CRISI DELL’AUTO” – 4- UANI FA UN PESANTE RIFERIMENTO AL FATTO CHE I VEICOLI IVECO (GRUPPO FIAT) SONO USATI PER TRASPORTARE MISSILI IRANIANI E PER ALLESTIRE ESECUZIONI PUBBLICHE – 5- GRAN FINALE: “NON CREDIAMO CHE GLI AMERICANI VORRANNO COMPRARE VEICOLI FIAT O CHRYSLER SAPENDO CHE I PROVENTI VANNO A UN’AZIENDA CHE FA AFFARI CON L’IRAN. FIAT DEVE SCEGLIERE SE FARE AFFARI IN USA O IN IRAN. DOVREBBE SEGUIRE L’ESEMPIO DI KIA E TOYOTA E INTERROMPERE IMMEDIATAMENTE LE SUE ATTIVITÀ IN QUEL PAESE” –

DAGOREPORT, da “Dagospia

Leggere sull’ultima pagina (la più vista) di Metro, il free press distribuito ovunque a New York “FIAT: Financing Iranian Act of Terrorism” (Finanziare atti terroristici iraniani), non deve essere stato il miglior benvenuto in America per il gruppo guidato da Sergio Marchionne. Il 23 aprile scorso, a New York c’è stata l’inaugurazione dell’Auto Show, evento annuale in cui Fiat ha presentato la 500 cabrio e la Chrysler 300 SRT8. Non è stato però l’impulloverato a presentare i due nuovi modelli pensati per il mercato americano, ma rispettivamente Laura Soave e Olivier Francois, responsabili dei brand per il mercato USA.

Eppure è la sua immagine che l’associazione UANI (United Against Nuclear Iran) ha scelto per la vignetta che ha pubblicato il 29 aprile Metro, il free press più gettonato di New York. La missione di UANI è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica e di spingerla a boicottare le compagnie che, mentre ricevono aiuti o contratti dal governo federale americano, continuano a fare affari con l’Iran. (more…)

SMOKING MARPIONNE

gennaio 12, 2011

L’EROE DEI DUE MONDI NON PENSA SOLO AI CASINI DI MIRAFIORI (MICA CI SONO SOLO STIPENDIO E STOCK OPTION DEL LINGOTTO): È PRESIDENTE DI SGS, VICEPRESIDENTE DEL COLOSSO BANCARIO UBS, E CONSIGLIERE DI PHILIP MORRIS, IN CUI CONTINUA A INVESTIRE FACENDO OTTIMI AFFARI – NON HA ANCORA ESERCITATO L’OPZIONE SUI SUOI 200 MLN € IN TITOLI FIAT. ASPETTA FORSE ALTRE DICHIARAZIONI (INCONTROLLATE) DEL SUO PROTETTO JAKY ELKANN, CHE FANNO SCHIZZARE IL TITOLO IN BORSA?…

Vittorio Malagutti per “il Fatto Quotidiano“, da “Dagospia

Nel bel mezzo della battaglia di Mirafiori, tra un viaggio in America e una dichiarazione alla stampa, Sergio Marchionne ha trovato il modo di farsi un regalo di Natale. Un regalo in azioni che vale quasi 300 mila euro. Azioni Fiat? No, Philip Morris. Per la precisione 6 mila titoli della multinazionale statunitense delle sigarette comprati il 20 dicembre a 60 dollari ciascuno. (more…)

Marchionne sul lettino dello psicanalista

settembre 12, 2010

Il manager in pullover e l’analisi immaginaria del senatore Debenedetti

Nell’articolo: Il tempo era trascorso e io sono un freudiano preciso. Mentre finivo di prendere i miei appunti lo sentii mormorare: “Ma quello che è un bene sicuro per il Paese, sarà un bene sufficiente per la Fiat?”

Franco Debenedetti, da “Il Foglio

Ormai mi è chiarissimo: un Edipo grosso come una casa. Lo sospettavo già dalla prima seduta, quando sul lettino continuava a mormorare: “Quello che è bene per la Fiat è bene per Il paese, oppure quello che è bene per il Paese è bene per la Fiat?”. Un’evidente incertezza di ruolo, dovuta allo shock di un’ambigua scena primaria.

La riprova l’ho avuta dall’incontenibile reazione alla domanda se vedeva relazioni tra i 3 di Melfi e i 61 di Mirafiori del 1980: “Romiti, Romiti! Son capaci tutti, con le brigate rosse in casa! E’ col fermo dei carrelli che si vede se uno ha le palle!”. Per calmarlo gli ho chiesto di fare associazioni su Pomigliano: “Ci provo, con le associazioni, ma c’è qualcosa, o qualcuno, che mi sfugge sempre. Un professore l’aveva scritto qualche anno fa, facciamo una scommessa in azienda, tra imprenditore e lavoratori, e se vinciamo vinciamo tutti. Mi pareva una bella cosa, mi avevano detto che si poteva fare, che bastava che la maggioranza fosse d’accordo. E invece non è così, la regola della maggioranza vale dappertutto, ma non nelle fabbriche italiane. Adesso mi dicono che ci andrebbe o una firma o una legge, ma nessuno ha più una penna. Mi dicono che si potrebbe tentare, bisognerebbe però uscire da Confindustria, ma che Emma non vuole. Io non chiedo soldi, prometto investimenti che non hanno mai visto, lo metto nero su bianco, scrivo a tutti, parlo con tutti, ma nessuno mi crede. Forse su Melfi mi è scappata la frizione, ma giù tutti a parlar solo di quello, che è il passato, e invece su Pomigliano, che è infinitamente più importante, che è il futuro, della Fiat e dell’Italia, zitti e mosca: tutti, proprio tutti!”. (more…)

LINGOTTO STORY

settembre 9, 2010

DA MIRAFIORI A MELFI, TRA AGNELLI, ROMITI, GHIDELLA E MARCHIONNE, L’AMARCORD DI MARCO BENEDETTO, CAPO UFFICIO STAMPA DELLA FIAT DEGLI ANNI DI PIOMBO – E A SORPRESA TRONEGGIA NON IL SOLITO AVVOCATO DI ANNA MONTATA MA LA RIVALUTAZIONE DI UNA FIGURA SEMPRE STINTA E DIMENTICATA: “FU DI UMBERTO AGNELLI LA STRATEGIA COMPLESSIVA GRAZIE ALLA QUALE LA FIAT BLOCCÒ LA SPIRALE DI VIOLENZA FUORI CONTROLLO CHE STAVA PORTANDO ALLO SFASCIO L’ITALIA INTERA”…

Marco Benedetto per www.blitzquotidiano.it, da “Dagospia

Mai cedere alla tentazione di confrontare i fatti del presente con le storie del passato. Ho provato a guardare le vicende sindacali della Fiat di oggi controluce con quelle di trent’anni fa e si è rivelata una fatica non da poco. E non sono affatto sicuro di esserci riuscito.

Mancano meno di due mesi al trentesimo anniversario della marcia del 40 mila a Torino, il 14 ottobre 1980, a conclusione di 35 giorni di Mirafiori, la fabbrica simbolo, ma a prima vista, come spesso accade per le ricorrenze, sembra solo una coincidenza, che tutto finisca lì. Le due Fiat e le due Italie non si possono misurare tra loro, stiamo parlando di due pianeti diversi. Grazie al cielo, il calippo ha preso il posto della molotov. Può però aiutare a capire meglio il presente ripercorrere il passato.

Per la Fiat oggi ci sono mercato globale e competizione mondiale, allora c’era la sopravvivenza. I problemi di oggi sono titanici eppure quasi normali, di modelli, di produzione, di vendita: sono trent’anni che la Fiat non conosce più quel clima tormentato di conflittualità permanente, di odio viscerale, totale e assoluto, che faceva anche un po’ paura e che teneva l’azienda impiombata a terra. Però. come in un loop da incubo, la limitata dimensione dei conflitti sindacali non basta da sola, senza tutto il resto, è condizione necessaria ma non sufficiente. E allora vediamo… (more…)

«A Marchionne dico: i sindacati? Li puoi battere, non dividere»

agosto 28, 2010

Nell’intervista: Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia»

Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?».

No, dottor Romiti. Ce la dica.

«Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…». (more…)

Sergio “paladino del domani”, ma pesano le illusioni del passato

agosto 27, 2010

Così l’ad cerca di ricucire con il Paese

Nell’articolo: Ma quante volte se lo sono già sentiti ripetere, i lavoratori dipendenti, dalle più diverse campane, che le rinunce odierne avrebbero generato benefici futuri, che la flessibilità concessa sarebbe stata a buon rendere, che i sacrifici sarebbero stati equamente ripartiti?

Gad Lerner per “La Repubblica

SAPIENTE e immaginifica, la sequenza delle diapositive che scorrono dietro alla polo nera di Sergio Marchionne sul palco riminese, ne esalta il profilo avveniristico, extraitaliano, ma non ne stempera la tensione. Orme sulla sabbia dirette verso l’ignoto quando racconta la sua emigrazione in Canada a 14 anni, e poi la catena spezzata di una palla al piede da cui non riesce ancora a liberarsi. Messaggi subliminali, niente foto di operai o di scocche alla catena di montaggio.

E’ offeso Marchionne, non solo affaticato, e vuole darlo a vedere. Descrive con brutalità inedita “il grande male della Fiat” cui approdò nel 2004, rinunciataria al confronto col resto del mondo, chiusa in se stessa, come la penisola che adesso non saprebbe rendergli il giusto merito per i risultati conseguiti. Poco gli importa se già prima di lui, a partire dal 1980, altre generazioni di manager avevano ottenuto la flessibilità del lavoro che oggi invoca, e l’abbattimento delle ore di sciopero, senza però che la Fiat ne abbia tratto vantaggio rispetto ai concorrenti. Forte del suo indubbio fascino, è come se tutto potesse ricominciare da lui, incarnazione della metamorfosi dal locale al globale, in uno sforzo titanico ma incompreso. (more…)

“La nostra sfida al mondo”

luglio 10, 2010

Nell’articolo: Voi lo avete dimostrato nel modo più evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si è guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali

Sergio Marchionne, da “La Stampa

Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente. Se ho deciso di farlo è perché la cosa che mi sta più a cuore in questo momento è potervi parlare apertamente.
Per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione. Non è la Fiat a scrivere questa lettera, non è quell’entità astratta che chiamiamo «azienda» e non è, come direbbe qualcuno, il «padrone».

Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare. Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che succede intorno. (more…)

MARPIONNE ANNO ZERO

luglio 3, 2010

LA FIAT RIPIOMBA NEL BUIO PRE-MARCHIONNE: LA QUOTA DEL MERCATO EUROPEO (ITALIA ESCLUSA) STA PRECIPITANDO AI LIVELLI CHE L’AD AVEVA TROVATO AL SUO ARRIVO, NEL 2004 – PER RIPRENDERSI DALLA BATOSTA SARÀ NECESSARIO UN ATTO DI FEDE DEGLI OPERAI DI POMIGLIANO E IL SUCCESSO (A RISCHIO) DELL’ACCORDO CON CHRYSLER…

Nell’articolo: Che cosa è accaduto? La risposta va cercata nella fine dei piani di incentivazione che in diversi Paesi d’Europa, dopo lo scoppio della crisi, erano stati avviati per dare ossigeno all’industria dell’auto, premiando in particolare le auto a più basso consumo

Luca Piana per L’espresso”

Ce la farà la Fiat? In queste settimane, mentre l’attenzione era concentrata sul futuro della fabbrica di Pomigliano, la casa automobilistica guidata da Sergio Marchionne si è ritrovata a vivere un momento di mercato negativo come non accadeva da tempo. Negli ultimi anni, infatti, la Fiat aveva mostrato una continua progressione nelle vendite o almeno, da quando era scoppiata la recessione mondiale, nelle quote di mercato.

E la percezione di un risanamento ormai acquisito sembrava un dato di fatto, per di più dopo l’applaudito ingresso nell’americana Chrysler. A partire da aprile, però, la situazione è tornata a farsi difficile e alcuni problemi nelle strategie commerciali e di prodotto impostate da Marchionne sono venuti alla luce tutti insieme.

Poco più di un anno fa, nel maggio 2009, la Fiat aveva raggiunto una quota di mercato molto lusinghiera, non solo in Italia. In Europa occidentale aveva toccato un picco del 9,3 per cento, raggiunto anche grazie ai miglioramenti in mercati cruciali come Germania e Gran Bretagna. (more…)

Pomigliano story

giugno 21, 2010

Ricordate la fine dell’Alfasud? Le incursioni della politica spiegano perché la Fiat non ha mai amato quello stabilimento automobilistico

Nell’articolo: Diciamola chiara: l’Alfa Sud era un bastone gettato dall’Iri e dalla Dc tra le gambe della Fiat ritenuta poco amica dei democristiani e troppo vicina alle posizioni di Saragat, vecchio amico del professore Valletta. Certo, poi c’erano altri motivi, ad esempio quello di aprire una fabbrica al sud. Ma la spinta politica era decisiva”.

Stefano Cingolani per “Il Foglio”

Anche lui, al pari di tutti i grandi vecchi, ha finito per coltivare solo i propri rancori. Eppure era un uomo fine, elegante, coltissimo, un letterato prestato all’industria come ce ne sono stati tanti nel secolo scorso, da Paolo Volponi a Giorgio Soavi. Giuseppe Luraghi si è spento nell’ormai lontano 1991 con il rammarico nel cuore: impotente, ha visto decadere la sua creatura quasi fosse l’amante posseduta e rigettata di Charles Baudelaire. Lui, Giuseppe Luraghi, il padre della Giulietta, autore di versi (“Presentimento di poesia”, “Cipressi di van Gogh”), saggi e romanzi (“Due milanesi alle piramidi”), una sola volta ha preso la penna per una invettiva dai toni popolari: quando ha raccontato la sua amara vicenda dell’Alfa Sud intitolandola “Mezzogiorno di fuoco”. Il libro esce nel 1975, esattamente un anno dopo l’abbandono. E’ amaro, un distillato di eroici furori e cocenti delusioni. Eppure, non aveva ancora visto niente.

Pomigliano è morto tre volte: la prima quando diventa l’emblema della disaffezione operaia; la seconda quando si arrende alla Fiat e la speranza di far concorrenza al monopolista privato, svanisce in disfatta; la terza quando diventa, poco a poco, uno stabilimento periferico, intercambiabile, inessenziale se non proprio superfluo nella mappa della fabbrica mondiale.
Nel 1986, mentre è alle terme di Abano per curare i reumatismi, Luraghi riceve Giorgio Bocca e confessa le proprie amarezze. Gli parla di Carlo Donat-Cattin, di Ciriaco De Mita, di Nino Gullotti più volte ministro delle Partecipazioni statali. E del professor Giuseppe Petrilli, statistico e matematico, eurocrate di tutto rispetto, per vent’anni proconsole democristiano all’Iri. Gli diceva: “Ha ragione Luraghi, lei è un ottimo tecnico, ma non sa come muoversi nel mondo politico. Dica di sì, dica che farà quello che loro vogliono e poi rinvii, posponga, rimandi tutto all’infinito”. Uscendo dai fanghi, finalmente vuota il sacco: “Erano i primi anni ‘70, la crisi petrolifera ancora lontana, la vendita delle Alfa Romeo andava in crescendo e lo stabilimento di Arese cominciava a starci stretto. Ampliarlo? No, i danni dell’immigrazione erano troppo forti. Conveniva fare uno stabilimento al sud. Del resto, anche la Fiat faceva lo stesso. C’era l’area di Pomigliano d’Arco, già fornita di servizi e infrastrutture. Lavorammo come pazzi, in tre anni furono pronti gli stabilimenti e quel gioiello d’auto che era l’Alfasud. Eravamo riusciti perfino a preparare il personale usando tutti i centri di addestramento e riqualificazione tra Napoli e Caserta. Insomma, avevamo pronti i tubisti, i meccanici, gli elettricisti. Stiamo per assumerli quando Donat Cattin blocca tutto. Le assunzioni, dice, si fanno agli uffici di collocamento. Roba da pazzi! (more…)

La Fiat: l’auto, l’Italia e il resto

giugno 9, 2010

Il calo della produzione in Italia, le ultime mosse, le alleanze, i posti di lavoro al rischio. E il nodo dell’Alfa ancora da sciogliere. La situazione della multinazionale italiana dell’auto, e il suo ruolo all’interno di un settore che è stato definito “un progetto di job creation finanziato dai governi”

Nell’articolo: “Ma, come dicevano una volta i dirigenti di Detroit, grandi auto grandi profitti, piccole auto piccoli profitti –peraltro mal gliene incolse, perché le società Usa scelsero a suo tempo di continuare a produrre quasi solo quelle grandi, con i risultati che sappiamo”

Vincenzo Comito, da “sbilanciamoci.info

Se si guarda alla redditività espressa dal settore dell’auto negli ultimi dieci anni e la si confronta con i rischi, appare evidente che dal punto di vista degli investitori il gioco non vale più la candela, almeno nei paesi ricchi. Come afferma uno specialista del settore, nella sua attuale configurazione quello dell’auto, almeno nell’ottica dei mercati finanziari, non è ormai nient’altro che ”un progetto di job creation finanziato dai governi”.

Naturalmente, questo punto di vista è in conflitto acuto con quello dei lavoratori del settore, molti dei quali rischiano nei prossimi mesi ed anni il loro posto di lavoro. Ne risulta una contraddizione che sarà difficile sanare.

Intanto l’Italia è diventata il paese al mondo con il più alto numero di automobili per chilometro quadrato; le nostre città sono intasate, il territorio devastato. I vari governi non hanno fatto nulla per arginare il fenomeno, ma hanno invece lasciato il sistema di trasporti pubblici in una situazione largamente sottosviluppata. (more…)

I frutti della lezione americana

maggio 17, 2010

Valerio Castronovo per “Il Sole 24 Ore

«Siamo appena all’alba di un grandioso movimento di capitali, di masse, di lavoro. Mi sbaglierò, ma l’automobile segnerà l’inizio di un rinnovamento sociale dalle fondamenta», aveva affermato Giovanni Agnelli all’atto di fondazione della Fiat, nel 1899. A renderlo ancor più convinto che sarebbe andata così, fu la prima visita da lui compiuta nel 1906 negli Stati Uniti, quando vide sfilare per le strade un gran numero di quattro ruote. Cominciò da allora a pensare come si sarebbe potuto costruire in Italia un’auto che non fosse solo un prodotto di lusso per una ristretta élite di più abbienti. La ricetta gliela fornì Henri Ford nel 1909 quando, tornato in America, si trovò di fronte alla linea di montaggio allestita nello stabilimento di Detroit da cui era uscito l’anno prima il famoso “modello T”. Occorreva perciò introdurre anche in Italia una lavorazione in serie per abbassare i costi e i prezzi.

Agnelli non era stato il primo imprenditore italiano a scoprire il segreto dell’eccezionale marcia in più dell’industria americana; Camillo Olivetti, approdato oltre Atlantico fin dal 1893, come assistente di Galileo Ferraris in visita al laboratorio di Thomas Edison, aveva capito che tutto stava non solo nell’applicazione della scienza all’industria, ma anche nella cultura sociale e nella mentalità pragmatica della classe dirigente. (more…)

UN ARTICOLO AL CETRIOLO DI “PANORAMA” SUGLI ELKANN FA INFURIARE LA FIAT

aprile 20, 2010

Ugo Bertone per “Panorama

Maledetto fu quel pallone cacciato dentro la porta del tribunale di Napoli dal ferroviere Luciano Moggi che si vuol travestire da conte di Montecristo. Maledette quelle bobine che scottano e che comunque obbligheranno la proprietà bianconera a fare qualcosa «per non restar prigioniera» scrive “La Stampa” «dell’accusa mai sopita di non avere difeso in fondo la sua ex dirigenza 4 anni fa».

Ora ci vorrà un forcing davanti ai giudici sportivi, oltre a una campagna acquisti molto costosa, almeno per uno parsimonioso come John Philip Elkann. Intanto brontola la pancia del popolo bianconero su internet e sugli spalti dell’Olimpico di Torino, la seconda casa dell’Avvocato da cui l’erede al trono è meglio che oggi stia lontano.

Assieme al fratello Lapo, che allo stadio può far dei guai. Già, maledetto quel pallone di basket che Lapo, maldestramente appostato a bordo campo sul parquet della Nba, ha rubato dalle mani del playmaker dei Toronto Raptors come un bambino dispettoso, facendo ridere mezza America.

Maledetti i paparazzi tutti, a partire da quelli che si appostano dietro i cassonetti di Roma, per riprendere i baci galeotti di papà Alain, presidente del Museo egizio, ad Alessandra Di Castro, affermata antiquaria della capitale, all’insaputa, of course, della compagna Franca Sozzani, raggiunta poche ore dopo dall’infaticabile ex marito di Margherita Agnelli e di Rosy Greco per la «vernice» della mostra “The museum of everything”. (more…)

Romiti: “Il Corriere non lo volevo. E’ stato Bazoli a fare tutto…”

aprile 18, 2010

“La Fiat entrò nella cordata senza indagare. Ci bastò la parola del Nuovo Banco Ambrosiano. Col senno di poi forse fu un errore. Solo leggendo il Giornale ho capito che cosa c’era dietro”

Nel settembre del 1981, Angelo Rizzoli, proprietario del Corriere della Sera, ricevette nel suo ufficio di Roma la visita inaspettata di un agente segreto appassionato di gastronomia, un uomo dall’evidente doppia identità, o forse afflitto da sdoppiamento della personalità considerato che firmava le recensioni dei ristoranti sull’Espresso con lo pseudonimo Gault & Millau: Federico Umberto D’Amato, già direttore dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, iscritto alla loggia P2. Il controverso personaggio gli disse: «Calvi la vuole vedere». Roberto Calvi era il presidente del Banco Ambrosiano e l’anno dopo sarebbe finito impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Il 29 aprile aveva acquistato da Rizzoli, che deteneva il 90,2% del pacchetto di controllo dell’omonima casa editrice, il 40% delle azioni, senza però pagare il dovuto: in tutto 150 miliardi di lire, comprensivi di un aumento di capitale che i due avevano concordato all’atto della compravendita. (more…)

E i 40 mila battezzarono la rivoluzione centrista

marzo 21, 2010

Con la marcia dei capi e impiegati Fiat si avviò nell’80 la slavina che avrebbe travolto la Prima Repubblica

GIOVANNI DE LUNA
Il 14 ottobre 1980 la marcia dei «40 mila» capi e impiegati che attraversò Torino fu l’evento conclusivo dei «35 giorni» della Fiat, quello decisivo: al termine di una dura vertenza sindacale, l’azienda riportò una vittoria schiacciante contro i sindacati e gli operai, avendo mano libera per mettere in cassa integrazione 24 mila lavoratori e avviare un drastico ridimensionamento: dei 102.508 dipendenti che ancora nel 1979 costituivano l’organico della Fiat Auto in Piemonte, nel 1984 ne restavano 55.398. In quei 35 giorni, i presidi ai cancelli, le bandiere rosse, le canzoni, i picchetti misero in scena, per l’ultima volta, il conflitto di classe così come si era sviluppato per tutto il ’900. (more…)

“Ecco la Fiat dei miei sogni, più forte, cuore e testa in Italia”

marzo 6, 2010

«Vorrei parlarvi del mio sogno che è quello di una Fiat sempre più forte, quello che ho vissuto in questi anni. E per farlo voglio iniziare dal 2002». La Fiat raccontata per la prima volta da John Elkann sta in questi otto anni, tra l´azienda che c´era e non c´è più, e quella che sarà ma non c´è ancora. La Fiat del Novecento finita con l´Avvocato e la Fiat di Sergio Marchionne che cerca spazi nel mondo per restare tra i big player dopo essersi affacciata pericolosamente sull´abisso della scomparsa. «Una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell´Italia, con il cuore e la testa a Torino» E´ una serata molto torinese quella in cui il giovane vicepresidente della Fiat e presidente di Exor racconta e si racconta, in un salone dell´Unione Industriali davanti a una platea di soci del Rotary. Primo capitolo, la paura del declino.

L´addio all´Avvocato

«E´ il 2002, l´anno in cui il dottor Gianluigi Gabetti è rientrato dalla Svizzera e io dagli Stati Uniti. Siamo tornati per senso del dovere e perché c´erano tante cose che pensavamo potessero essere fatte. Mio nonno era gravemente malato e l´azienda stava attraversando un momento difficilissimo. Alla sua morte, mio zio Umberto assunse la presidenza. Fu allora che decidemmo di investire 250 milioni di risparmi come famiglia: eravamo convinti che la situazione non fosse così disperata come veniva descritta».

E´ la breve e turbolenta stagione della Fiat guidata da Giuseppe Morchio e della malattia di Umberto Agnelli. La svolta avviene ancor prima dei funerali di Umberto. «L´ingegner Morchio fece sapere a Gabetti e a Franzo Grande Stevens che era sua intenzione convocare un consiglio di amministrazione al quale sottoporre la proposta dell´assunzione del doppio incarico, di presidente e amministratore delegato. Da tempo però noi avevamo considerato che, per il buon funzionamento dell´azienda, fosse necessario tenere distinti i due ruoli. Un equilibrio adeguato che non avevamo intenzione di modificare. Il 31 maggio c´era l´assemblea della Banca d´Italia e Morchio voleva essere sicuro di arrivare a quell´appuntamento con il doppio incarico. Noi ritenemmo che ciò non fosse possibile». (more…)

Intervista a Sergio Marchionne

febbraio 4, 2010

L’ad della Fiat: “cassa” annunciata subito per non finire a ridosso delle elezioni

MARIO CALABRESI
TORINO
«Sono agnostico sugli incentivi: il governo faccia la sua scelta e noi la accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall’incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia». Senza giri di parole Sergio Marchionne parte subito dai problemi più spinosi, ci tiene a presentarsi sereno e collaborativo e riesce anche a fumare meno: «La decisione di smettere di produrre a Termini Imerese è stata presa, ma siamo pronti a fare la nostra parte, a farci carico, insieme al governo, dei costi sociali di questa scelta. Cerco il dialogo e chiedo di mettere da parte la dietrologia: nella decisione di fermare le fabbriche per due settimane non c’è nessuna provocazione e nessun ricatto».

Sulla scrivania del suo ufficio al Lingotto c’è un’immensa rassegna stampa che annuncia lo sciopero in corso e riepiloga le polemiche delle ultime settimane. L’amministratore delegato della Fiat ha voglia di spiegare e per una volta spegne tutti e cinque i suoi telefoni. Dalla busta che li contiene spunta una piccola statuetta della divinità indiana Ganesh – quella con la testa di elefante -, «Chi me l’ha regalata dice che porta fortuna e di questi tempi ogni cosa è ben accetta».

Fino all’anno scorso lei riceveva applausi da destra a sinistra, metteva d’accordo tutti e veniva definito il salvatore della Fiat e il manager dei miracoli. Oggi il clima è completamente diverso, cos’è cambiato?
«Nulla. Zero. Sono sempre lo stesso, è il mondo che è cambiato. Il mio impegno è uguale, come le mie idee, ma quando sono arrivato c’era solo la crisi della Fiat ora c’è una crisi globale. Il contesto è completamente diverso. Il mercato dell’auto in Europa scenderà quest’anno tra il 12 e il 16 per cento, che significa tra un milione e mezzo e due milioni di macchine in meno, tante quante ne vende la Fiat nel continente. Abbiamo rimesso in piedi l’azienda ma se ora non interveniamo per risolvere i problemi strutturali derivanti dalla crisi allora rischiamo di distruggere tutto e di giocarci il futuro».
Marchionne tira fuori da un cassetto un suo discorso del giugno del 2006 e comincia a leggere dei passaggi ad alta voce: «Ascolti cosa dicevo: “E’ nell’interesse della società appoggiare le persone che soffrono le conseguenze delle trasformazioni causate dai movimenti dei mercati. Queste persone hanno bisogno di sostegno per permettere loro di trovare un nuovo lavoro e mantenerle integrati nella società”. Oggi la penso allo stesso modo e per questo ci faremo carico dei costi sociali delle ristrutturazioni». Mentre parla tiene una calcolatrice in mano, fa e rifà conti: «Oggi la Fiat rispetto al 2004 ha 12 mila persone in più che lavorano nel gruppo. Ma sembra che la Fiat sia diventata l’unico problema nazionale. Ci si rifiuta di guardare a ciò che sta accadendo nel mondo, di vedere il quadro della crisi globale, di riconoscere che l’industria dell’auto è costretta a ristrutturarsi in ogni Paese. Sei anni fa la General Motors era la più grande azienda automobilistica del mondo, ed è fallita, come la Chrysler, nel 2009. Ogni volta che parlo del problema dell’industria automotive in Italia devo ricominciare a spiegare da capo qual è la situazione. Certo è chiaro che non si può chiedere all’operaio di Termini di farsi carico della crisi globale, ma lo devono fare insieme governo, sindacati e Fiat». (more…)

I liberisti che boicottano la Fiat

gennaio 31, 2010

Dazi? Protezionismo? Embargo contro la Cina? Macché, i ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione dei Pdl junior, hanno invitato a boicottare la Fiat e i prodotti «riconducibili alla casa torinese». Con manifestazioni e bandiere al vento. In 30 città.
Non stropicciatevi gli occhi, è proprio così: i futuri ministri liberal-liberisti vogliono punire i consumatori limitando la scelta delle automobili e i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del gruppo torinese. Accentuando la causa della loro stessa protesta: i licenziamenti dovuti alla chiusura, tra due anni, dello stabilimento di Termini Imerese. Meno auto Fiat vendute, più licenziamenti. (more…)

Da Torino all’avventura americana, così il Lingotto sta cambiando pelle

gennaio 13, 2010

di Federico Rampini

Secondo il Financial Times la terapia-shock di Sergio Marchionne alla Chrysler “oggi è la riconversione più osservata di tutta l’industria automobilistica”. Vista con gli occhi della storia è anche un’altra cosa: un cambio di natura della Fiat, dal radicamento torinese e italiano verso una dimensione sovranazionale, con nuovi legami in America che potrebbero diventare sempre più profondi. Dal salone dell’auto in corso a Detroit colpisce un’immagine. E’ Marchionne che abbraccia affettuosamente Nancy Pelosi, la House Speaker, mentre lei è concentrata ad ascoltare le sue spiegazioni sul piano industriale. E’ l’istantanea di un nuovo rapporto privilegiato, con il governo di Washington che ha puntato tutto sul nuovo management per salvare da morte sicura il terzo gruppo automobilistico americano. (more…)

Lo stile Fiat sbarca a Kragujevac

dicembre 24, 2009

Fabrizio Salvatori
Un grande striscione con su scritto “Bentornata Fiat”. Un anno e mezzo fa Kragujevac, cittadina industriale di 200mila abitanti a meno di cento chilometri da Belgrado, aveva almeno la speranza.
Dieci anni dopo i drammatici bombardamenti sulla Serbia. Dieci anni di povertà, malattie e disperazione. Dieci anni a tenere in piedi quella fabbrica, la Zastava, contro la quale la Nato aveva riversato tonnellate di bombe all’uranio impoverito perché – così sosteneva – in quel sito, che dava da mangiare alle famiglie di quasi quarantamila tute blu, in realtà si producevano armi. In realtà vennero quasi azzerati gli impianti di produzione auto e la centrale termica. (more…)

Fiat-Corriere, alta tensione

ottobre 20, 2009

27763_31677_lapresse_r_1817326_mediumPer ora è soltanto una minaccia. Parole gettate con insolita forza sul tavolo della discussione. Come un pugno: «A questo punto noi che ci rimaniamo a fare dentro Rcs?». Una domanda retorica che potrebbe precedere un clamoroso terremoto nelle élite italiane.

Scena: ai margini del consiglio d’amministrazione di Rcs Mediagroup. La data: il 14 ottobre scorso, due giorni dopo il sorprendente doppio editoriale anti-scalfariano di Ferruccio de Bortoli sul Corriere della sera, in cui il direttore scrive: «Il Corriere ha tra i principali soci la Fiat eppure ciò non ha impedito al giornale di esprimersi contro la concessione di altri incentivi al gruppo torinese». I protagonisti: John Elkann detto Yaki e Franzo Grande Stevens, che siedono per conto della Fiat nel cda del gruppo editoriale più importante del paese. Davanti a uno sconsolato Piergaetano Marchetti, presidente, i rappresentanti della Fiat consegnano agli altri azionisti un lungo sfogo contro il nuovo corso del Corriere. E lo concludono, appunto, con una minaccia: «La Fiat che interesse ha a rimanere azionista?». (more…)

FIAT BATTE CASSA. UN FILM GIÀ VISTO

ottobre 3, 2009

imagesLa politica europea sugli aiuti di Stato è ricca di ipocrisie: ancora oggi sono quasi trenta i canali attraverso i quali i governi possono finanziare le imprese nazionali. Tra l’altro, le rottamazioni per l’auto sono considerate aiuti ai consumatori e quindi non conteggiate. Quanto alla Fiat, ha già ricevuto oltre 300 milioni di aiuti di Stato ufficiali proprio per gli stabilimenti del Sud che ora minaccia di chiudere. Dovrebbe perciò cercare sul mercato le risorse per superare le difficoltà dovute alla crisi. Ed elaborare un piano industriale di rilancio delle produzioni italiane.

Ci risiamo con gli interventi a favore dell’auto. E ci si chiede per quanto ancora dovremo usare fondi pubblici per questo settore, e perché. (more…)

SI SCRIVE FIAT, SI LEGGE BANCA INTESA

settembre 20, 2009

imagesSOTTO IL PASTICCIACCIO FIDEURAM-EXOR, BRUCIA LA SOPRAVVIVENZA DI PASSERA ALLA GUIDA DELLA BANCA – BAZOLI ORDINA, DE BORTOLI DISPONE E MUCCHETTI ESEGUE – E SULLA PRIMA PAGINA DEL CORRIERE ESPLODE UN VIOLENTISSIMO PEZZO CONTRO I FURBETTI DEL LINGOTTINO…

Massimo Mucchetti per il Corriere della Sera

L’ amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne chiede una nuova tornata di incentivi pubblici in tutta Europa per sostenere la do¬manda di automobili e affrontare una crisi ancora non domata. Negli stessi giorni l’Exor, controllata dalla famiglia Agnelli e detentrice del con¬trollo di fatto della Fiat, tratta con In¬tesa Sanpaolo l’acquisizione di Fi¬deuram, banca specializzata nella ge¬stione del risparmio raccolto da una rete di promotori finanziari.

Sergio Marchionne chiede una nuova tornata di incentivi pubblici per sostenere la domanda di automobili che, com’è naturale nel corso di una recessione, resta fiacca. Ed esalta l’America dove la Casa Bianca lascia chiudere gli stabilimenti in eccesso di Gm e Chrysler nonostante abbia loro concesso ingenti aiuti per evitarne il fallimento. (more…)