Posts Tagged ‘filosofia’

Le nuove capitali del pensiero

gennaio 11, 2012

Corrado Ocone per “Il Corriere della Sera

Dove soffia oggi lo spirito della filosofia? È possibile tracciare una mappa dei luoghi fisici dove nascono le idee e le teorie? In una parola: perché la filosofia si racconta come storia, cioè nel tempo, ma dimentica il secondo «a priori» kantiano della sensibilità, cioè lo spazio? Andiamo con ordine.

Nell’ultimo cinquantennio i centri di irradiazione più potenti della cultura filosofica sono stati Harvard e Parigi. Nella università statunitense ha infatti insegnato John Rawls, autore nel 1972 di unaTeoria della giustizia di ispirazione contrattualistica e liberaldemocratica che ha rivoluzionato la filosofia politica anglosassone, fino allora dominata dall’utilitarismo, dando vita alla più imponente proliferazione di studi filosofici mai vista prima. Una bibliografia sterminata, quasi a supporto dell’icastico giudizio di Robert Nozick all’uscita del libro: pro o contro, ma da oggi non si può ragionare su questi temi a prescindere da Rawls. Quanto a Parigi, i grandi filosofi che vi hanno operato sono stati invece più di uno, da Michel Foucault a Jacques Derrida, da Jacques Lacan a Gilles Deleuze, ma tutti si sono mossi in una temperie di pensiero comune che è stata chiamata French Theory. Per semplificare: se i rawlsiani analizzavano i concetti, i francesi li decostruivano. La disputa odierna fra realisti e postmoderni è un tardo strascico di quella frattura.

Con la morte di Rawls nel 2002 e di Derrida due anni dopo, la forza propulsiva delle due correnti si è andata gradualmente esaurendo: analitici e continentali si sono diffusi in modo sparso per il mondo, persino in Cina o in Australia, dove oggi si traduce molto e fioriscono eccellenti università. Gli spazi geografici sono aumentati, ma non sembra essercene uno che domini sugli altri. Così come non è dato ancora vedere nuove grandi idee e grandi pensatori. Eppure, mai come in quest’ultimo periodo la filosofia ha assunto un ruolo pubblico: i filosofi scrivono editoriali sui grandi giornali; si fanno divulgatori e semplificatori (è il caso di un Julian Baggini, autore di opere di filosofia popolare molto diffuse in Gran Bretagna); applicano il loro sapere a settori a prima vista molto lontani come la vita delle imprese (si pensi all’enorme successo della cosiddetta «consulenza filosofica» in Olanda e in Germania con Gerd Achenbach).

Si è anche fatta avanti una figura di filosofo molto poco tradizionale, cosmopolita e legata ai mezzi di comunicazione di massa, con uno spiccato gusto per la provocazione intellettuale: i pensatori attualmente più influenti e tradotti, Slavoj Žižek e Peter Sloterdijk, che hanno «rivalutato» rispettivamente il pensiero di Lenin e addirittura l’eugenetica, non hanno un rapporto forte con le due piccole università a cui formalmente afferiscono (Lubiana e Karlsruhe per la precisione). Certo, nei ranking internazionali ai primi posti troviamo in filosofia le stesse università che dominano in campo scientifico: Harvard, Oxford, Cambridge, Princeton. Eppure, se esistessero i Nobel della disciplina, esse non credo che ne farebbero man bassa come nell’altro caso: la solidità di un’istituzione accademica non sempre è garanzia in filosofia di vitalità, originalità, pluralismo dialogico.

Da questo punto di vista, Berlino sembra oggi una città bene attrezzata per il futuro: non vi operano forse nomi memorabili (anche se uno studioso di bioetica come Volker Gerhardt, del tutto sconosciuto in Italia, ha i requisiti per diventarlo), ma c’è un gran fermento filosofico che vede spesso come protagonisti i giovani, non limitato alle università ma diffuso in centri culturali, istituti, fondazioni. Ciò è significativo anche perché, dopo il periodo d’oro dell’idealismo, l’egemonia filosofica tedesca aveva avuto come luoghi di elaborazione piccole città universitarie di antica tradizione come Heidelberg, Tubinga, Friburgo, Gottinga, Marburgo. Oggi tuttavia queste antiche università vivono per lo più in una profonda crisi, spesso chiuse in un settorialismo dogmatico che rinnega, forse per un malinteso «senso di colpa» legato al nazismo, la grande tradizione filosofica del passato. Un discorso a parte merita Francoforte, la cui Scuola, fondata da Theodor Adorno e Max Horkheimer, si è col tempo affrancata dal marxismo, continuando ad essere un punto di riferimento per gli studi di filosofia sociale ed etica. In essa dominano oggi il vecchio Jürgen Habermas, che è forse il maggior filosofo vivente, e i suoi allievi Axel Honneth e Rainer Forst.

Spostandoci invece in Gran Bretagna, direi che un centro di eccellenza anche per il pensiero filosofico è la London School of Economics: pensatori come l’hegeliano Richard Sennett o i liberali Kenneth Minogue e Chandran Kukathas hanno già dato contributi al pensiero non inessenziali. Oltreoceano, all’avanguardia è sicuramente la California, dove, sotto il nume tutelare di pensatori come John Searle e Antonio Damasio, sono fiorenti gli studi di filosofia della mente (il cosiddetto Mind Body Problem) in un dialogo proficuo con le neuroscienze e l’intelligenza artificiale.

Probabilmente questo frammentato arcipelago di pensiero presto si raccoglierà in un nuovo centro, come più volte è avvenuto in passato. Ci sono sempre stati dei momenti d’oro, dei periodi più o meno brevi in cui il pensiero è fiorito in una stessa città attorno a grandi pensatori legati da sodalizio o amicizia. I primi centri di studio di eccellenza di cui l’Occidente ha memoria sono sorti ad Atene, legati ai padri della filosofia: Platone, con la sua Accademia, e Aristotele, con la scuola peripatetica. La tradizione è poi continuata con le scuole dell’età ellenistica e con quelle di teologia del medioevo, per lo più ubicate presso abbazie e monasteri. E come dimenticare ancora, negli ultimi secoli, la Edimburgo dell’Illuminismo scozzese, la Berlino dell’idealismo classico o la Vienna del Circolo? E anche l’Italia ha avuto il suo momento d’oro nella Firenze medicea, quando si sono riscoperti i classici (Marsilio Ficino rifondò l’Accademia) e con Niccolò Machiavelli si è affermata l’autonomia della politica dalla teologia. L’auspicio è che, come allora gettammo i semi di una nuova età, nell’epoca di transizione che viviamo un contributo anche noi oggi lo si possa dare.

Le condizioni della verità

dicembre 4, 2011

Akeel Bilgrami

Akeel Bilgrami per “Il Sole 24 Ore”

Credo che la forma più convincente di realismo sia una combinazione tra l'”idealismo trascendentale” di Kant – privato però del richiamo alle “cose in sé” – e il “pragmatismo” di Peirce. Questo realismo ha un’ispirazione kantiana in quanto rinuncia a ciò che Hilary Putnam ha chiamato “realismo metafisico” – il “realismo trascendentale” della tradizione filosofica. Ma il realismo che prediligo ha anche un’ispirazione pragmatista, in quanto fa a meno del fallibilismo proprio dell’epistemologia cartesiana. Consideriamo prima il versante pragmatista. In questa prospettiva, ciò che è irrilevante per le pratiche cognitive con cui indaghiamo il mondo è irrilevante anche per l’epistemologia. È il caso del dubbio fallibilistico dello scetticismo cartesiano: essendo insignificante per le nostre pratiche cognitive, non ha alcun valore epistemologico. Lo scetticismo cartesiano si fonda su due tesi: che tutte le nostre credenze relative al mondo esterno possano essere contemporaneamente false e che nessuna credenza sul mondo è certa (si tratta di due tesi diverse, perché la seconda non implica la prima). La prima tesi è stata molto criticata, ma il pragmatismo si oppone anche alla seconda. L’idea è che se di nessuna credenza sul mondo potessimo sapere che è vera, allora la verità non sarebbe un obiettivo della nostra indagine sul mondo. Come potremmo sostenere che la verità è un obiettivo della nostra indagine e, insieme, che non possiamo mai essere certi di aver raggiunto quell’obiettivo?

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Siamo realisti, cosa esiste?

ottobre 30, 2011

Mario De Caro per “Il Sole 24 Ore”

Tra le questioni filosofiche, ce n’è una che da millenni appassiona i filosofi ma lascia di stucco chi filosofo non è: la questione del realismo. Spesso, ad ascoltare i filosofi che discutono di realismo, i profani si infastidiscono; e capita che battano il pugno sul tavolo per dimostrare che, inconfutabilmente, là fuori una realtà esterna c’è ed è indipendente da noi, checché ne dicano i filosofi. Le possibilità allora sono due: o i filosofi sono una categoria di perdigiorno oppure le cose non sono così semplici.

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Wojtyla teologo antitotalitario

ottobre 27, 2011

Maximilian Heim per “Avvenire

Quando nel 1959 il giovane Joseph Ratzinger tenne la sua prima lezione da professore, l’Università di Bonn non era molto grande, le varie cattedre non avevano assistenti e dattilografi, ma c’era un rapporto diretto fra i professori e fra questi e gli studenti. E il fatto che un’università avesse una facoltà di Teologia era motivo di orgoglio. L’università formava un “tutto” al di là delle sue diverse facoltà e in questo tutto, in questa dimensione universale dell’intelligenza si svolgeva il lavoro accademico. Una facoltà teologica trova il suo posto nell’università proprio per questo motivo, perché in tale disciplina da sempre fede e ragione si rapportano l’una all’altra. La ragione appartiene all’interrogarsi dell’uomo, al suo impulso verso la conoscenza e la verità che conosciamo già con Socrate. All’uomo non basta ciò che è apparente e superficiale ma è alla ricerca dell’Essere. L’università è il luogo in cui attraverso la ragione l’uomo indaga la struttura del cosmo. Perciò la teologia chiede la ragionevolezza della fede, anche se non tutti condividono questa fede. Un docente di Teologia dogmatica come Erwin Dirscherl ha scritto in un commento al discorso di Ratzinger a Ratisbona: «Il cuore della relazione tra fede e ragione consiste in un appello all’apertura al dialogo, dialogo in cui sosteniamo la nostra posizione ma consci dei nostri limiti e con una disponibilità all’apprendimento e ai cambiamenti». In che rapporto stanno filosofia e teologia? (more…)

Se il filosofo torna a volare alto

settembre 3, 2011

Vittorio Possenti per “Avvenire

Dopo decenni in cui il “pensiero debole” ha goduto di diffuso ascolto, da qualche tempo si mostrano segnali di un diverso orientamento all’insegna di un “nuovo realismo”. In un recente Manifesto pubblicato su “Repubblica” di Maurizio Ferraris si intende «restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di “realismo”, che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico». In dialogo critico con Vattimo, Ferraris ha notato che il primato delle interpretazioni sopra i fatti e il superamento del mito della oggettività, cui si richiamavano i debolisti, non hanno avuto gli esiti di emancipazione che immaginavano filosofi postmoderni come Richard Rorty. Il manifesto vuole allontanare l’assunto che tutto sia socialmente costruito, e «riabilitare la nozione di verità», tartassata per futili motivi dal pensiero debole. Inoltre un freno all’interpretazione infinita ed una viva attenzione etico-politica completano il quadro. Un realista incallito come il sottoscritto non può che rallegrarsi convintamente, non senza osservare che la nozione di verità non è stata mai abbandonata, neppure nel XX secolo in cui tanti si sono posti con un eccesso di entusiasmo alla scuola di Nietzsche e di Heidegger, seguendoli nel loro scatenato antirealismo: non si può perciò professare il realismo partendo da loro. (more…)

E Milano diventa la capitale dei filosofi

agosto 28, 2011

Andrea Lavazza per “Avvenire

Milano capitale del pensiero. Dall’1 al 6 settembre si tiene all’ombra del Duomo il VII Congresso della Società europea di filosofia analitica (Esap, www.esap.info/ecap7). Evento al quale partecipano studiosi anche di altri continenti e ospiti illustri, come Dan Sperber, Tim Crane e Kevin Mulligan. Ne parliamo con Michele Di Francesco, presidente dell’Esap e preside della facoltà di Filosofia dell’università Vita-Salute San Raffaele.
Che importanza ha il Congresso dell’Esap e quale significato riveste per l’Italia, e Milano in particolare, ospitarlo?
«Il congresso, per numero di relatori (intorno ai 350) e vastità delle tematiche trattate, è uno dei principali eventi filosofici dell’anno a livello mondiale – e uno di maggiori mai organizzati nel nostro Paese. Per la filosofia italiana è il segnale del suo pieno inserimento nella realtà filosofica europea, ottenuto attraverso un test severo e affidabile: i contributi al convegno sono stati selezionati da un comitato internazionale composto da più di 70 membri, e gli italiani hanno ottenuto percentuali di accettazione paragonabili a quello dei paesi tradizionalmente più avanzati nell’ambito della filosofia analitica. Per quanto riguarda Milano, la cooperazione tra Università Vita-Salute San Raffaele e Università degli Studi di Milano (co-organizzatrici del convegno), alle quali si sono presto aggiunte l’Università Cattolica, lo Iulm e la Fondazione Bassetti, rappresenta sia un risultato importante sia un prezioso punto di partenza». (more…)

Geometria come cultura

aprile 17, 2011

Federigo Enriques

Umberto Bottazzini per “Il Sole 24 Ore

Il 6 aprile del 1911 si apriva a Bologna il IV Congresso Internazionale di Filosofia sotto la presidenza di Federigo Enriques. Enriques? Un «professore di matematica che si diletta di filosofia», lo definisce un astioso Benedetto Croce in una celebre intervista rilasciata a un quotidiano dopo la conclusione del Congresso. Quel «professore di matematica» è in realtà un geniale matematico, che ha dato contributi di eccezionale valore nel campo della geometria e, all’epoca, è ormai considerato uno dei maestri della scuola italiana di geometria algebrica, una scuola che si è affermata su posizioni di riconosciuta avanguardia sulla scena internazionale. Insomma, uno dei grandi della matematica della prima metà del Novecento. (more…)

Fatti e valori della conoscenza

gennaio 10, 2011

Hilary Putnam da “Il Sole 24 Ore”

Qual è il rapporto della filosofia con la scienza? La risposta a questa domanda è resa problematica da alcune idee erronee, molto diffuse sia a livello filosofico sia a quello del senso comune: un esempio è l’idea secondo cui chi fa scienza applicherebbe una sorta di “algoritmo”. Nessuno scienziato, però, la pensa così. In realtà la ricerca scientifica presuppone – anche se spesso solo implicitamente – giudizi di ragionevolezza che possono essere oggettivi e manifestano le proprietà tipiche dei giudizi di valore. Avevano insomma ragione i maestri del pragmatismo quando sostenevano che «la conoscenza dei fatti presuppone la conoscenza dei valori». Questa osservazione è però stata largamente ignorata dalla storia della filosofia della scienza dell’ultimo mezzo secolo. Così, pur di non mettere in questione il vecchio dogma – l’ultimo dogma dell’empirismo? – secondo cui i fatti sono oggettivi e i valori soggettivi e non possono mai mescolarsi, sono state proposte le ipotesi più bizzarre: Popper ha sostenuto che la scienza presuppone solo la logica deduttiva, Reichenbach ha tentato di fondare deduttivamente l’induzione, Carnap ha preteso di ricondurre la scienza a un algoritmo e Quine ha sostenuto che le teorie scientifiche vengono scelte in base a misteriosi «condizionali osservativi veri» o, alternativamente, secondo modalità che andrebbero studiate dalla psicologia. (more…)

Anche i numeri hanno una materia: parola di Aristotele

gennaio 7, 2010

Pubblichiamo stralci di una delle relazioni presentate nell’ambito del colloquio internazionale di filosofia intitolato “Materia” in corso a Roma a Villa Mirafiori e organizzato dalle università di Roma La Sapienza e di Verona.

di Enrico Berti

Il glorioso Index aristotelicus di Hermann Bonitz (1870) riporta una decina di passi per quanto riguarda il significato comune del termine hùle (“materia”). Il significato è quello noto a tutti, cioè legno, o materia delle piante, sia terrestri che acquatiche, e quindi anche sterpi, ramoscelli, e più in generale boschi. La prevalenza di passi derivanti dalle opere biologiche conferma che si tratta di materia organica. Quanto al significato tecnico (artis vocabulum) di “materia” in generale, Bonitz dichiara che il primo a introdurlo nella letteratura greca è stato proprio Aristotele, citando al riguardo le ricerche di Waitz (1844) e Engel (1850). A questo proposito, però, va ricordato che lo stesso Aristotele non rivendica alcun primato nella scoperta del concetto di “materia”, ma lo attribuisce a quasi tutti i filosofi a lui precedenti in particolare a Platone, anche se ha da ridire sul modo in cui specialmente quest’ultimo lo ha inteso. Ciò rientra nella nota tendenza di Aristotele a trovare conferme delle proprie teorie nel pensiero dei suoi predecessori, attribuendo loro concetti che in realtà sono stati formulati con chiarezza per la prima volta da lui, salvo poi criticare gli stessi predecessori perché non avrebbero formulato tali concetti correttamente, cioè allo stesso modo in cui li ha concepiti lui.
La teoria per la quale Aristotele cerca una conferma nel pensiero dei predecessori è soprattutto la dottrina delle quattro cause, di ciascuna delle quali egli ricostruisce la scoperta nel primo libro della Metafisica, cominciando proprio con la causa materiale, da lui chiamata “la materia e il sostrato”. A proposito di questa Aristotele non esita ad affermare che “la maggior parte di coloro che per primi filosofarono ritennero che princìpi di tutte le cose fossero solo quelli del tipo della materia”, e interpreta come tali l’acqua posta da Talete, l’aria posta da Anassimene e Diogene di Apollonia, il fuoco posto da Ippaso di Metaponto ed Eraclito, i quattro elementi – cioè quelli già menzionati più la terra – posti da Empedocle, le “omeomerie” poste da Anassagora, il pieno e il vuoto posti da Leucippo e Democrito, e infine il “grande-piccolo” posto da Platone. (more…)

La filosofia è morta vent’anni fa

settembre 4, 2009

131793_0409_P29_CulCom_A02_F02Nel 1943 la rivista di Giuseppe Bottai, “Primato”, pubblicò un ampio dibattito sull’esistenzialismo, che fu aperto e concluso da Nicola Abbagnano e che vide la partecipazione di molti eminenti protagonisti della filosofia italiana del tempo: da Enzo Paci ad Armando Carlini e Augusto Guzzo, da Ugo Spirito a Pantaleo Carabellese, da Francesco Olgiati a Galvano Della Volpe, da Antonio Banfi a Cesare Luporini. Alla discussione diede un suo contributo anche Giovanni Gentile.

 Lo svolgimento di questo dibattito filosofico era la riprova della grande sensibilità culturale che caratterizzava la rivista di Bottai; ma a ciò bisogna aggiungere che diversi tra i filosofi citati sopra (che avranno un ruolo importante nella cultura del dopoguerra) erano fascisti ferventi. Travolto il fascismo dalla guerra perduta, alcuni di questi filosofi (Banfi e Della Volpe, Paci e Luporini) passeranno direttamente al comunismo. E non a caso, perché nel comunismo essi troveranno alcune idee direttive e alcuni miti che erano stati propri del fascismo, nel quale essi avevano creduto: la critica del liberalismo economico e politico, dell’individualismo borghese, e al tempo stesso la rivendicazione di una società e di uno Stato nuovi, di un “uomo nuovo”, di una civiltà nuova. Credo che questo passaggio dal fascismo al comunismo sia un elemento da tenere ben presente per capire la temperie culturale, anche in campo filosofico, dell’Italia repubblicana. (more…)

L’illuminista

agosto 11, 2009

imagesChe cosa non capiscono i filosofi contemporanei della “seconda navigazione” di Ratzinger

 

Qui finisce che “auctoritas non veritas facit legem”, si lamenta Emanuele Severino che sul nichilismo si arrovella da una vita e accusa Papa Benedetto di semplificare, “riducendo la grandezza del pensiero filosofico alla povera categoria del relativismo”. Anche l’ineffabile Gianni Vattimo s’è scagliato contro le pretese veritative del professor Ratzinger in terra d’Aosta, ribaltando contro di lui e sant’Anselmo il paradosso del “grande Bonhoeffer: un Dio che ‘c’è’, non c’è”. Eppure con due interventi in pochi giorni – il primo per paragonare la nostra epoca all’illuminismo: là vigeva la “dittatura del razionalismo” che negava Dio, mentre oggi a farlo è la “dittatura del relativismo”; la seconda all’Angelus domenica, quando ha messo anche l’inferno di Auschwitz sul conto del “nichilismo”, inteso come esito estremo “dell’esclusione di Dio dall’orizzonte dell’uomo” – Benedetto XVI insiste inflessibile su uno dei suoi temi elettivi: i limiti della ragione occidentale. Un oscurantista “assertivo e dogmatico”? O un illuminista cristiano che crede nella ragione, a patto che essa “non neghi la ‘seconda navigazione’ di Platone”, come dice il filosofo cattolico Elio Guerriero, storico editore per l’Italia della rivista teologica “Communio”, quella fondata da Ratzinger, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac. (more…)

Solo l’Oriente ci potrà curare

luglio 27, 2009

imagesLa filosofia “non salva, agita”, dice Cacciari. Ma è per ciò che l’Europa infelice si volge sempre più verso altre tradizioni di pensiero

GUIDO CERONETTI
Un paio di risposte di Massimo Cacciari nell’intervista di Alain Elkann (La Stampa, 19 luglio) che tratta del suo ultimo saggio Hamletica meritano di essere circoscritte in vista di una riflessione. Le riporto: «Sì, il pensiero filosofico non salva. È questa la differenza tra filosofia e fede. Una differenza insuperabile». E sotto, alla domanda dell’intervistatore: «Da questo ragionare è quindi esclusa la felicità?», Cacciari: «Il termine filosofia non è orientale, è greco, non c’è niente da fare: la filosofia non salva, agita. E fa questo effetto da Socrate in poi». Da sottolineare: «non salva, agita», che rende perplessi e sgomenti. (more…)