Posts Tagged ‘gabriele d’annunzio’

Le Ninfe oscure di d’Annunzio. Così nacque la «femme fatale»

ottobre 1, 2011

Gaetano Previati Il Sogno, 1912 Collezione privata

Franz von Stuck Il Peccato, 1908 Palermo, Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo” (Su concessione della Galleria d’Arte Moderna E. Restivo, Palermo, foto Giacomo D’Aguanno)

Nelle sue protagoniste il ritratto di un mondo che cambia

Giordano Bruno Guerri per “Il Corriere della Sera

Se la nascita del Simbolismo europeo è sancita definitivamente dall’apparizione del poemetto di Stéphane Mallarmé L’après-midi d’un faune (1876), non sembra casuale che nella Biblioteca di Gabriele d’Annunzio, al Vittoriale, si conservi un’edizione francese delle Poésies di Mallarmé fittamente annotata dal Vate; è ancora meno casuale che molte delle note manoscritte, delle sottolineature e dei segni di lettura si trovino proprio nelle pagine de L’après-midi d’un faune. Ancora: se Charles Baudelaire è il precursore della poesia simbolista e con Les fleurs du mal imprime una svolta radicale al linguaggio poetico, ebbene d’Annunzio legge, annota e conserva gelosamente tra gli scaffali anche quest’opera, insieme a quelle degli altri grandi simbolisti francesi Verlaine e Rimbaud.

La critica dannunziana, però, non è unanime nel definire d’Annunzio un simbolista nel senso stretto del termine; se alcuni studiosi lo definiscono il protagonista italiano del simbolismo, la maggior parte dei critici ritiene più esatto parlare di Decadentismo con integrazioni e influenze simbolistiche, anche se non manca chi sostiene che il simbolismo del Vate non sia una semplice «avventura occasionale» ma trovi radicamento nella poetica e nella prosa dannunziane.

Oltre a alcune delle opere maggiori, come il Trionfo della morte, è utile leggere una lettera che il diciottenne Gabriele scrisse alla fidanzata Giselda Zucconi, il 4 maggio 1881: «… Sai? Sto preparando un bel quadretto a olio per te: spero di finirlo presto per mandartelo. È un tramonto d’estate pieno di luce opalina. Ci lavorai anche ieri, dopo ricevuta la tua letterina, pensando a te. Se tu avessi visto che belle pennellate mettevo sulla tela, e com’eran vivi i colori, e com’erano audaci gli scorci! Proprio tu sei una fata; io ho paura di starti accanto; qualche giorno tu mi lascierai lì incantato e te ne volerai via per sempre…»

Il Trionfo della morte rappresenta il punto di arrivo consapevole di una cultura che ha assimilato la letteratura francese; nel romanzo troviamo tutte le parole chiave, gli schemi e i personaggi del Simbolismo reinterpretati in chiave dannunziana. Il Trionfo, pubblicato nel 1894 al termine di un lungo quinquennio di gestazione, rappresenta un periodo fondamentale per l’evoluzione dell’opera di d’Annunzio: durante il quale viene messa a fuoco anche l’immagine della figura femminile. Ippolita Sanzio, ovvero Barbara Leoni, introduce il lettore nel mondo delle donne dannunziane tormentate e oscure, fatali e crudeli.

Lo stesso d’Annunzio nell’epistola dedicatoria preposta al romanzo e indirizzata all’amico Francesco Paolo Michetti (un artista che si colloca in maniera speciale nel Simbolismo pittorico), propone un’immagine della terribile donna fatale ricorrendo anche al repertorio biblico: Ippolita viene definita «…una bella donna voluttuaria, terribilis ut castrorum acies ordinata, alta su un mistero di grandi acque glauche sparse di vele rosse, morde e assapora con lentezza la polpa d’un frutto maturo mentre dagli angoli della bocca vorace le cola giù pel mento il succo simile a un miele liquido». Ippolita incarna perfettamente la figura della Ninfa già incontrata nei precedenti romanzi dannunziani. La descrizione che Giorgio dà del suo corpo nudo disteso sul letto ne è la prova: «Ella posava il fianco destro sul lenzuolo, in un’attitudine composta. La sua forma era snella e lunga, d’una lunghezza forse soverchia ma piena di serpentine eleganze. L’esiguità dell’anca la faceva somigliare a un giovinetto. Il ventre sterile aveva conservata la primitiva purità verginale. Il seno era piccolo e rigido, come scolpito in un alabastro delicatissimo, soffuso d’una tinta tra rosea e violacea…». Alla femme fatale fa da contrappeso un personaggio maschile – Giorgio Aurispa, maniaco e suicida, innamorato e possessivo – che tormenta Ippolita con una gelosia senza tregua e che preferisce uccidere e uccidersi pur di non avere un possesso soltanto illusorio; e la gelosia di Giorgio è una gelosia che il Poeta patisce realmente.

Gabriele d’Annunzio, infine, è influenzato anche da un gruppo di artisti che lo circondano e che spesso illustrano i suoi scritti, oppure dei quali possiede numerose opere. Tra questi merita una citazione speciale Gaetano Previati, protagonista del simbolismo europeo e di un radicale cambiamento della cultura e dell’arte in Italia tra Otto e Novecento. Se da un lato le sua ricerca apre la strada al futurismo, dall’altro la sua interpretazione del simbolismo supera i confini nazionali e si confronta con i principali artisti europei. Il grande ciclo decorativo conservato oggi al Vittoriale, eseguito nel 1908, denota l’esplicita volontà dell’artista di riscattare – proprio grazie a quelle composizioni grandiose – la produzione italiana invasa dai modelli stranieri.

Quando Montale rideva del Vate

luglio 28, 2010

Pietro Gibellini per “Avvenire

«Alcione» e no: questo era il titolo dello scritto di Sergio Solmi nel numero speciale che “Letteratura” dedicava a D’Annunzio nel 1939, per il primo anniversario della morte del poeta. Solmi stilava un bilancio personale e insieme generazionale, dipingendo un quadro chiaroscurato, in cui s’intrecciavano continuità e fratture, adesione e repulsione. E lo riproponeva, poi, nell’edizione dei suoi studi, riuniti nel 1963, Scrittori negli anni; nel titolo del saggio e in quello del libro è implicitamente formulato un metodo critico e storiografico ed un discreto e fermo invito a vagliare la durata della poesia nel tempo.

Che forma prenderebbe, oggi, un discorso su Alcione e noi? Certo, l’approccio novecentesco al linguaggio dannunziano nel suo complesso fu cauto o decisamente improntato al diffidente distacco o al gioco ironico che si riservano a un modello lessicale troppo sussiegoso e autoritario, con le sue dorature classicheggianti e déco.

Non stupisce perciò che, nel virtuosistico rifacimento italiano degli Exercices de style di Raymond Queneau, Umberto Eco sia ricorso alla pàtina dannunziana (lo dichiarava espressamente) per rendere il registro “précieux” dell’estroso transalpino: C’était aux alentours d’un juillet de midi. Le soleil dans toute sa fleur régnait sur l’horizon aux multiples tétines […] Un autobus à la livrée verte et blanche, blasonné d’un énigmatique S, vint recueillir du côté du parc Monceau un petit lot favorisé de candidats voyageurs aux moites confins de la dissolution sudoripare, suonava il modello; ed Eco: «Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezzava con accecante virilità le opime mammelle dell’orizzonte ambrato. […] Carro falcato, cocchio regale, gravido di enigmatica e sibilante impresa, l’automotore ruggì a raccoglier messe umana molle di molli afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu chiami Monceau, o Ermione».
(more…)

Il poema satirico da cui partì il grido «Eja alalà»

Mag 9, 2010

Trovare versi inediti di Gabriele d’Annunzio è una festa, prima che un’emozione. Una festa che si è celebrata ieri al Vittoriale degli Italiani, insieme al ritrovamento di altri importanti documenti e all’inaugurazione di un’opera d’arte, di cui diremo. Lo «scherzo poetico» a rime baciate e intrecciate – che viene pubblicato qui per la prima volta – è un manoscritto autografo in 28 fogli, dalla misura singolare: 41,5×15,5 centimetri: lunghi fogli di carta ingiallita, vergati in inchiostro bruno con numerose correzioni.
Priva di titolo, quest’opera rischia di passare alla storia come un «poemetto giovanile», perché così è stato presentato nel catalogo della casa d’aste Bloomsbury. In realtà, «giovanile» è Primo vere, composto e pubblicato dal liceale Gabriele nel 1879, a 16 anni, e già di qualità tale da portarlo agli onori delle cronache letterarie dell’epoca.
Il componimento che potete leggere in queste pagine è databile fra il 1893 e il 1897, ovvero quando d’Annunzio aveva 30-34 anni: certo non aveva ancora scritto i suo capolavori poetici, a partire dall’Alcyone – di inizio Novecento – ma non era né un ragazzino né un giovane autore in attesa di fama. Il Piacere, il romanzo che lo portò alla celebrità, non solo italiana, è del 1889, L’Innocente del 1891. Quanto alla vita privata, nel 1893, a trent’anni, Gabriele aveva già avuto i suoi quattro figli: tre maschi dalla moglie Maria Hardouin d’Altemps di Gallese, e Renata (1893) dalla relazione adulterina con Maria Gravina Cruyllas di Ramacca Anguissola. (more…)

“Quel fantasma di Matteotti tra Mussolini e D’Annunzio”

marzo 13, 2010

Pubblichiamo un brano del memoriale di Carlo Delcroix (1896-1977), eroe della Prima guerra mondiale e grande Invalido, scritto nel 1959 e rimasto finora inedito: D’Annunzio e Mussolini (Le lettere, pagg. 96,euro 9,50: in libreria da oggi)

Carlo Delcroix

Fummo accolti nel parlatorio e Mussolini era con lui. D’Annunzio parlava per quanto l’altro era silenzioso, e per lunghe ore tenne vivo il discorso con una felicità e una continuità che non mi sorpresero, anche se non potevo allontanare il ricordo di un’altra sera, quando la sua voce metallica mi aveva passato il petto con parole di tristezza e di morte. Fra il 21 dicembre del ’23 e il 24 maggio del ’25 il poeta aveva avuto forse il tempo di perdonare, e certamente Mussolini aveva avuto modo di apprezzare il suo silenzio, se mai non avesse abbastanza ascoltato il suo richiamo. Nell’intervallo le fortune del fascismo erano state sul punto di declinare e, se d’Annunzio avesse unito la sua voce al coro di denunzie e di accuse, avrebbe potuto essere il colpo di grazia. Approfittare di una di quelle questioni morali, di cui egli stesso aveva fatto l’esperienza su altro terreno, ripugnava al suo spirito e al suo stile, ma fu certo portato dalla preoccupazione per il paese a considerare almeno imprudenti gli appelli di coloro che per primi avevano predicato e praticato la violenza di cui reclamavano la condanna. (more…)

Un poeta al comando

settembre 12, 2009

133465_1209_P34_ComCul_A03_F01Il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio entrava a Fiume e ne proclamava l’annessione all’Italia. In realtà, Fiume, “dimenticata” nel Trattato di Londra nel 1915, sarà annessa all’Italia soltanto cinque anni dopo, con Mussolini al governo. D’Annunzio non pensava a Fiume più di tanto: voleva realizzare un sogno, in quel settembre 1919, ed era il tanto sospirato volo fino a Tokio, un’altra delle sfide del Comandante. Invece dirottò i suoi interessi sulla città del Quarnero, perché capì che si trattava di una “coda” essenziale alla guerra, una risposta alla “vittoria mutilata”.

 D’Annunzio, con l’occupazione in realtà mirava a tre obiettivi: che il mondo si stupisse; che l’Italia insorgesse e che il governo Nitti si dimettesse. Nessuna di queste tre cose si realizzò e, fallite le trattative per risolvere pacificamente la questione (il famoso modus vivendi), dal gennaio 1920 D’Annunzio si spostava a sinistra, con l’ingresso di un repubblicano, mazziniano e sindacalista come Alceste De Ambris, che portava a Fiume la giovane esperienza del sindacalismo soreliano, antisocialista e antiborghese. (more…)

L’impresa di Fiume: ma quanto era libertario il regno di D’Annunzio?

agosto 29, 2009
AOP57KVCALDVKIMCA47CD9HCAWEQ6SICALSDWVKCAH8XV8UCABLHNAUCAZVE0MCCAB8CN52CANEQXX9CAV3NK39CAG6O13ACA3PC5MJCA8586RKCAJKT9EECA43E04YCAZC2HTECA51MOIOCAFYTJSZ«Ah, se fossi morto a Fiume…». Quante volte questo pensiero deve aver attraversato la mente di Gabriele d’Annunzio, murato vivo al Vittoriale a contemplare l’osceno crepuscolo di sé stesso. Quante volte, fra un biglietto firmato «Frate gentile», «Fratel Gabriel priore indegno», «Piccolo seguace di Sant’Antonio», propedeutici tutti a notti di lussuria, una richiesta economica al Duce del Fascismo, un messaggio ai legionari in partenza per l’Africa, una comunicazione di servizio al gioielliere Buccellati, l’idea di essere un sopravvissuto in quell’Europa degli anni Trenta che, pure, avrebbe potuto essere sua terra d’elezione, deve averlo toccato. Fiume era stata per lui l’ultima illusione di fermare il tempo, la possibilità di essere signore e padrone di un regno vero eppure fantastico: il prodigio incarnato di leggi e di pietre, di eroismi e di fiori, di arte e di amore. Aveva 56 anni, era già nell’età in cui «non suonano per me se non gli addii, se non i commiati, se non le separazioni, se non le rinunce, se non le condanne. Ho sognato che ripiegavo la mia carne come un mantello senza colore». L’«esosa vecchiezza» celebrata da allora in poi nel mausoleo di Gardone, suo cilicio e sua tomba, gli detterà un ultimo epitaffio: «Ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla». (more…)