Posts Tagged ‘giorgio caproni’

Pagine inedite di Giorgio Caproni. Dal suo Diario di una vita

gennaio 11, 2012

Giorgio Caproni

Alcuni stralci di quelle pagine inedite del suo diario di una vita: pensieri e ricordi dal 1930 fino al 19 gennaio 1990, tre giorni prima della morte

da “l’Unità

Lassù, bisogna arrivare lassù, fino a quella bandiera. E c’erano arrivati. Il viottolo affondava in una folta mareggiata di fieno, che covava di tratto in tratto fruscii sospetti che fermavano di botto le tre ragazze. Pensavano, senza volerlo dire, alla vipera. Ma subito riprendevano il cammino, ridendo. Una bella delusione per tutti, la famosa bandiera. Ma una di quelle delusioni che, mettendoci in nuova curiosità, si accettano volentieri, perché se la scoperta rivela un oggetto del tutto diverso da quello immaginato, essa non confessa affatto, però, la natura vera di quello stesso oggetto, lasciandoci così padroni di nuove fantasticherie. Un alberello striminzito e secco, dunque, con un ciuffetto arido in cima. Sotto il ciuffetto, uno straccio bianco, sbrindellato, irrigidito nel vento che spirava robusto. E come appariva solo, quel desolato documento della volontà umana, nel deserto solare del cielo fino alla più remota vetta! Il cielo non si poteva guardare. Qui sui monti è d’un azzurro arido e spietato, che fa male agli occhi. Mille volte meglio riposare lo sguardo nel luminoso verde dei pendii.

***

Immagini… un morto che abbia la coscienza di essere morto: la mia anima se n’è andata con la mia Olga, ma ha ancora i sensi desti, e ai miei sensi ancora desti l’oziosa scena del mondo trascorre trasognata e passiva, senza nessuna reazione. Un morto che ha coscienza del bene perduto – la vita – e che questo contempla trasognato scoprendo ormai non più suo.

***

Un grande progresso mi pare d’averlo fatto, dall’8 all’8 settembre, quello di aver cominciato a convincermi che tutto quanto riguarda me solo, appunto perché per me ha la massima importanza, non ha la minima importanza per gli altri. Immaginate un’arpa dalle corde di seta arrancata dalle unghie di una tigre. Sotto il decoro di un’immagine abbastanza poetica, posso ipocritamente dire la verità: che per la mia estrema debolezza di nervi sono stato devastato, devastando la gioventù di Rina, per cinque anni di seguito dalla guerra e dalle sue intricate conseguenze. Forse la cronaca di tante giornate dure come sassate? Anima terrorizzata, montagne di tristezza materiale, nemmeno l’ombra di una casa, dal matrimonio, per me e i miei bambini. Rina più grande di una santa? E anche io santo o il più vile dei vili a sopportarmi secondo per secondo in tale indigenza plenaria. Non esprimerei nemmeno una riga, non per saggezza, ma per mancanza di penne a volo tanto alto.

***

Sono mesi, forse anni che non ricevo più mie notizie. Ho finito col perdermi totalmente di vista, con lo smarrirmi nel labirinto delle informazioni. (Non ho ancora tribolato abbastanza per meritarmi la convinzione ch’io nel mondo conto meno che nulla? Finirò, cuore agro e spaventato, di occuparmi di me stesso per pensare un poco anche al prossimo?). (Intanto ho fatto una scoperta: sono terrorizzato dall’idea di poter essere ucciso dagli uomini. Tutta la montagna del mio egoismo si rovescia contro questo diritto altrui ch’io mi rifiuto di conoscere. Non so se la notizia d’una morte naturale m’incuterebbe lo stesso orrore. Nessuna di tali cose si può dire finché non se ne ha la prova). (Un’altra informazione su di me: sono un uomo cui un fucile spianato, o anche il timore della possibilità di ciò, può far retrocedere, anzi senz’altro fa retrocedere. Non dico in guerra, di fronte a un plotone nero. Mi pare perciò che sia proprio inutile, ormai, ch’io pensi ancora alla possibilità di lasciare qualche eterna parola).

Dall’archivio storico de l’Unità i racconti di Giorgio Caproni

gennaio 22, 2010

LA LIGURIA NON CEDE

Rina era andata come ogni giorno sul costone, di lì potendo vedere a suo agio le case di Loco. Le identifica una per una, come il pastore identifica le pecore, e nel sole infinito che batteva su di esse fermava a lungo lo sguardo su quelle pietre cariate – sul suo paese tagliato dalla rotabile a fondo valle con tutte le case vecchie ad eccezione della sua e di poche altre, candide pei muri di calce al sole. Dava la mano ai suoi bambini che invece non guardavano nulla e che ogni volta ripetevano la stessa cosa («Perché non torniamo là, a casa nostra»), e ciò che le faceva ora opachi gli occhi non era nè esaltazione nè abbattimento: era un pensiero denso e caldo come un vento sabbioso nella sua testa – un sangue caldo che le saliva buio agli occhi con una solennità di cui lei stessa, ora, si sgomentava. Senonché era tornata subito quieta – aveva accettato con quiete quella nuova forza insorgente in lei, quasi si fosse scoperta un’altra volta incinta. E non rispondendo nulla alla domanda dei bambini, li aveva riportati piena di quell’illimitata quiete sopra la stalla a Casanova dove s’era esiliata.

«Una casa nient’affatto nuova», protestava il figlio più piccolo. Certamente una casa, pensava invece lei, non foss’altro libera – una casa dove non erano entrati «gli altri» e dove lei si sentiva, sulle tavole sopra la stalla, libera nel suo volontario esilio. E guardando le tavole con le fessure larghe un dito da cui passava il tanfo acre delle bestie, ai suoi bambini ch’erano tanto delicati su quelle tavole avrebbe voluto spiegare ciò che nemmeno lei sapeva spiegarsi – avrebbe voluto almeno immettere in loro un poco di quell’immenso flusso caldo che si sentiva in lei e che a lei da sola pareva di non poter contenere più. Senonché s’era limitata a dire questo ai suoi bambini, i quali forse nemmeno pensavano più alla loro domanda: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora ci sono loro ed è come se la nostra casa non ci appartenesse più». (more…)