Posts Tagged ‘giornali’

I QUOTIDIANI SONO IN SIMIL-AUTOPSIA E SI DÀ LA COLPA AI BAR!

Mag 13, 2011

SECONDO I DATI ADS-FIEG E AUDIPRESS OGNI COPIA DI GIORNALE VIENE LETTA IN MEDIA DA SEI PERSONE – I PIÙ SCROCCONI SON TERRONI: PER OGNI “GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO” CI SONO PIÙ O MENO 19 LETTORI – A SEGUIRE: “IL MATTINO” (13) E “LA GAZZETTA DELLO SPORT” (12), CAMPIONE DI READERSHIP CON OLTRE 4 MLN DI AFFEZIONATI – ACCANTO AL CAPPUCCINO CI STA MEGLIO “REPUBBLICA” (7 LETTORI A COPIA) DEL “CORRIERE” (6) – “AVVENIRE” PROPRIO NO (3)…

Andrea Montanari per “Milano Finanza”, da “Dagospia

«Basta con i giornali letti a sbafo nei bar. Si distrugge il nostro lavoro di editori. Si perdono copie vendute e quindi ricavi». Il grido d’allarme lanciato il 29 aprile scorso sulle colonne di MF-Milano Finanza da Andrea Riffeser Monti, proprietario della Poligrafici Editoriale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno), non è caduto nel vuoto. Anche perché lo stesso imprenditore emiliano ha portato il tema all’attenzione della federazione di categoria, la Fieg.

D’altronde il problema esiste, da anni. Ed è sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno vengono vendute 5-5,5 milioni di copie di quotidiani (in edicola o per abbonamento) che sono però lette da più di 33 milioni di persone. Con l’incasso di una sola copia di giornale, in sostanza, si informano più di sei italiani, cinque dei quali si abbeverano dei contenuti di attualità, economia, cronaca, politica e sport senza spendere nulla. (more…)

Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni

settembre 21, 2010

Una ricetta per salvare i quotidiani di carta insidiati dalla concorrenza dei nuovi mezzi tecnologici

Guido Ceronetti per “La Stampa

Hanno fatto la rivoluzione francese, hanno raddrizzato l’orribile ingiustizia fatta al capitano Dreyfus, creato la leggenda di Mussolini, fatto entrare in guerra la riluttante Italia del 1915, riportato discorsi memorabili, interviste da nobili esigli, tirato in luce crimini sepolti, spinto fuori con manovre ostetriche la repubblica italiana, e i contenuti delle loro collezioni sono impressionanti, enormi, pieni di grida… E adesso? Chiuderanno le testate? Non reggeranno l’urto col virtuale, il network, il cellulare, il tam-tam telefonico e mailofono, la resa che cresce, la spesa irriducibile, la rinuncia al fotoreportage, all’immagine irripetibile?

Eppure, non c’è potenza più forte della stampa quotidiana, più temuta, più emozionante, più manipolatrice, più riparatrice. Il giornale è inseparabile dal Treno, fin dalla locomotiva di Stephenson, e per quanto sia stato un lutto per l’igiene pubblica e personale il giornale, puntigliosamente lavorato dal tagliacarte, è stato la Carta Igienica delle nazioni più evolute, dopo la foglia preistorica di nocciòlo e le dita intrepide delle fanterie. Finalmente, tra la morte di Gandhi, la fondazione d’Israele e la legge Merlin in Gazzetta Ufficiale, il Rotolo Bianco apparve, e i meno-alfabetizzati lo commenterebbero come «Svolta epocale». Amen.

Giornali amati – anche troppo. Un tempo, gloria, generosi coi bravi collaboratori; ora più tirchi di Arpagone; sconsigliabili ai giovani sognatori. Non li manderebbero più a soffrire nelle giungle insanguinate, ma li inchioderebbero davanti a miriadi di computer redazionali, ad abbeverarsi di Agenzie. Del resto, chi vai a intervistare? Le più grandi stature storiche oggi sono tutte formato cartolina: dov’è un Churchill, dov’è una Dietrich, un Jean Gabin, una Mistinguett, un Largo Caballero, un Tesla, un Einstein, un Fleming? Un Massud valeva un viaggetto: l’hanno fatto fuori. Le città, forse… Le città sono intervistabili fruttuosamente, ma bisognerebbe starci qualche mese – c’è un giornale che ti mantenga? Caro giovane, leggi Fame di Knut Hamsun, è la storia di un giovane sconosciuto giornalista, che quando gli si materializza una paga per un articolo si precipita in un’osteria e divora un pezzo di carne qualsiasi. (more…)

Quotidiani e iPad l’unione farà la forza

giugno 25, 2010

Nell’articolo: Microsoft e Hp hanno rinunciato a sviluppare Courier e iSlate, i loro annunciatissimi tablet; finisce in amministrazione controllata iRex, l’azienda olandese giudicata la più attrezzata a conquistare il mercato mondiale degli e-reader, i dispositivi con la carta elettronica. Inutile e frustrante, per loro, combattere sullo stesso terreno di Apple, tanto è lo svantaggio competitivo incassato

Carlo De Benedetti per “Il Sole 24 Ore

Dice il primo: «Siamo sulla stessa barca, noi e voi editori. Personalmente sono convinto che la sopravvivenza del giornalismo di alta qualità sia essenziale per il funzionamento di una moderna democrazia». Il secondo: «Una delle mie certezze è che ogni democrazia si fonda su una stampa libera e in salute. Io non intendo dipendere da una nazione di blogger. Ora più che mai abbiamo bisogno di giornalismo professionale».
Eric Schmidt, Ceo e stratega di Google, e Steve Jobs, fondatore e presidente di Apple, condividono dunque quei principi che in Italia si vorrebbero liquidare una volta per tutte.

E se li condividono, significa che si stanno per alleare stabilmente con editori e giornalisti? I quali dovranno presto ringraziarli per averli tirati fuori da una crisi che appariva senza vie d’uscita? Prima di rispondere, vediamo come stanno le cose.

All’estero, in effetti, la stampa guarda al futuro con qualche ansia in meno rispetto a pochi mesi fa, quando l’International Herald Tribune scriveva che i giornalisti sono come i lavoratori dell’acciaio negli anni Settanta: destinati a scomparire, anche se non lo sanno. Invece la richiesta di contenuti professionali è in ripresa, nell’ultimo mese le pagine web dei giornali americani hanno richiamato il 57% dell’utenza (fonte comScore) con un significativo aumento sul 2009, i conti del New York Times tornano in attivo grazie alle maggiori entrate pubblicitarie online. In Europa l’emorragia di copie sembra tamponata, le aziende si stanno ristrutturando, gli editori hanno capito che bisogna costringere Google a considerarli compagni di strada e d’affari, non mucche da mungere. Le azioni legali volte a ottenere l’equo compenso dei contenuti informativi che attraggono utenti sul motore di ricerca di Brin e Page stanno influenzando non poco, limandone l’arroganza, l’atteggiamento di Google nei confronti dei giornali. (more…)

“Per capire il mondo servono ancora i giornali di carta”

Mag 4, 2010

Parla Derrick De Kerckhove, l’erede di McLuhan: “Rispetto alla Rete sono un’àncora di sicurezza. Indispensabili, saranno finanziati come le arti”

«Siamo come pesci nell’acqua. Nessun animale riconosce l’acqua meno dei pesci, che si accorgono della sua esistenza solo quando manca. Noi ci comportiamo allo stesso modo con le nuove tecnologie: ci sguazziamo dentro, ma non le capiamo granché».
Non rinuncia alla battuta, fatta in fluente italiano, il belga Derrick de Kerckhove, considerato unanimemente l’erede di Marshall McLuhan, professore con alle spalle torrenziali pubblicazioni sulla cultura digitale (l’ultimo pubblicato in Italia si intitola Dall’alfabeto a internet. L’homme «littéré»: alfabetizzazione, cultura, tecnologia, Mimesis 2009) e due cattedre sull’argomento, una all’Università di Toronto e una alla Federico II di Napoli. A Udine tra i principali ospiti del festival «Vicino/Lontano» (parlerà sabato 8 maggio, alle ore 15, nella chiesa di San Francesco), il teorico della web society riflette anche sul futuro del giornalismo. E lancia una previsione originale.

Professor de Kerckhove, viviamo nel paradosso di un’informazione pervasiva e della difficoltà a interpretare il presente. Il giornalismo stesso continua a interrogarsi, spesso con preoccupazione, sul suo futuro prossimo. Lei che cosa ne pensa?
«I giornali sono in pericolo: è vero. È una novità? Non mi pare. Il calo delle vendite è da tempo permanente e, in parte, irrecuperabile. La rete ha accelerato un processo iniziato già con la diffusione della televisione».

Il Wall Street Journal, per fare concorrenza al New York Times, in questi giorni ha deciso di puntare sulle edizioni locali: il futuro dei giornali è local?
«L’iper-localismo è indubbiamente una delle tendenze, ma non la sola. Credo tuttavia che i giornali potranno salvarsi quando davvero capiranno di doversi trasformare in any media, ovvero in un medium unico e versatile con contributi allargati su carta, tv, radio e web. Un ruolo importante per mantenere in buona salute i giornali potrebbe essere svolto dalle università». (more…)

La Francia secondo le Crapouillot, foglio realista e di battaglia

dicembre 26, 2009

Nato nel 1915 come giornale di guerra, per anni rivaleggiò con il Canard Enchaîné grazie a un direttore-padrone geniale e a prestigiosi collaboratori. In odio a case editrici e intellettuali per bene

In apertura di un nuovo processo per diffamazione a carico di Jean Galtier-Boissière nella sua funzione di direttore del Crapouillot, il giudice di turno fece notare che in quella circostanza era improprio parlare come al solito di ennesimo processo, essendo quella esattamente la centesima volta che il suddetto Galtier-Boissière, più noto nel suo ambiente come Venerato Direttore, era citato a giudizio. Il brillante avvocato del Venerato Direttore non perse l’occasione per una battuta: “Signor giudice, come si può non celebrare una ricorrenza così significativa?”. Il giudice, uomo di spirito, aderì. Il procedimento fu archiviato. Tanto condannare Galtier-Boissière per diffamazione era un’impresa: il Venerato Direttore ai suoi collaboratori concedeva di parlare di chi e di cosa credevano, ma esigeva che verificassero i fatti con il massimo scrupolo.
Cento processi in quarantanove anni di direzione di un giornale come il Crapouillot, che aveva nell’anticonformismo una bandiera, non erano poi molti.

Il caporale di fanteria ventiquattrenne Jean Galtier-Boissière aveva concepito e fondato il Crapouillot nel 1915, nella trincea di Neuville-Saint-Vast, nell’Artois, dove i poilus, i fanti francesi, rassegnati al coraggio e disposti al sacrificio, ma non al silenzio, avevano vanificato il sogno tedesco della guerra lampo. Crapouillot, che nel francese civile vuol dire rospetto, nel gergo militare era un nome di un tozzo mortaio, particolarmente efficace per fare danni e morti nelle trincee. I giornali di guerra erano numerosi e anche eleganti. In Francia per esempio c’era la Baïonette, con sontuose illustrazioni a colori che mostravano signore seducenti vestite secondo i dettami del grande sarto Paul Poiret (il quale partecipava peraltro allo sforzo bellico disegnando uniformi per l’esercito) o addirittura, in copertina, una specie di Giovanna d’Arco in armatura luccicante che sotto i pennacchi di piume di struzzo sfoggiava un sorriso da mannequin di maison de mode. Sorrideva, ma a chi? Ai poilus nel fango o agli imboscati rimasti a casa ad arricchirsi? Anche i giornali nati in trincea si erano proposti fino ad allora di distrarre i soldati, di fare credere loro che la vera guerra non era quella che vivevano giorno dopo giorno, ma quella che era rappresentata nelle illustrazioni popolari, raccontata dai reportage dal fronte, cantata dai poeti e dagli chansonnier patriottici. (more…)

Salvare i giornali di partito?

dicembre 9, 2009

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”. (more…)

Il giornale con 56 milioni di lettori

novembre 29, 2009
JULIEN BOUISSOU
NEW DELHI
A qualche metro da un capannone inondato da tempeste di polvere, le erbacce incolte mostrano ancora il segno del peso dei corpi che sono caduti lì, tramortiti dai colpi di spranga e martello. Assassinati. Le loro grida perse nella notte.

E’ lì, nell’estrema periferia di New Delhi, che un ragazzo di quattordici anni e i suoi genitori, appena arrivati da un povero villaggio del Rajastan, sono stati uccisi.

Lalit Vijay solleva i materassi coperti di polvere, apre i cassetti, scatta delle foto con il telefonino. «Tutte le volte la stessa storia: la polizia passa, e gli indizi rimangono inosservati. Sono a corto di organico e vanno sempre di fretta», spiega il giovane giornalista che ha già ritrovato, due giorni prima, un cellulare che apparteneva a una delle vittime.

E’ una nuova inchiesta che comincia per Lalit Vijay: in sella alla sua moto e con un foglio di carta sempre infilato nella tasca posteriore dei suoi jeans, non si perde mai un caso interessante. Ha visto tanti di quei cadaveri che è diventato vegetariano, scherza. Le sue inchieste finiscono sulle pagine del giornale più letto al mondo: il Dainik Jagran, con le sue 240 edizioni locali, pubblica ogni giorno più di 10 mila articoli. I suoi mille giornalisti hanno le porte spalancate, dappertutto: la gente chiama prima loro della polizia. (more…)

Come un terremoto

novembre 9, 2009

260Q05B1La crisi del comunismo sui giornali mondiali all’indomani del crollo del muro

di Andrea Possieri

A sfogliare oggi i giornali del novembre 1989 sembra quasi di annusare e inghiottire il pulviscolo di quel cemento armato rinforzato che, a poco a poco, scendeva giù come strame da quel muro di “quinta generazione”, terribile e svillaneggiato, che divideva in due la città di Berlino e che veniva picconato con una forza liberatoria dai primi vagiti di libertà. Le cronache dell’epoca ci restituiscono un clima di festa liberatorio e improvviso, spontaneo quanto contagioso. E al tempo stesso, quelle medesime cronache, ci riconsegnano sentimenti opposti di paura e di speranza, di dubbi e di timori.
Zbigniew Brzezinsky, sul “Washington Post” del 12 novembre, fu tra i pochi osservatori che, da subito, avvertì lucidamente che la caduta del muro di Berlino significava non tanto e, non solo, la fine dell’ordine di Yalta ma anche il collasso della leadership sovietica – “ho avuto la precisa sensazione di una leadership travolta dalle difficoltà e da una diffusa atmosfera di stanchezza” – e, soprattutto, preludeva al crollo imminente dell’Unione sovietica. “Sotto il profilo socio-economico – scriveva il politologo statunitense, già consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca – l’Unione sovietica dà soprattutto l’impressione di un Paese del terzo mondo in piena stagnazione”.
Lo storico Michail Heller, invece, intervistato lo stesso 12 novembre, fornì un’interpretazione del tutto opposta:  “Aspettiamo prima di dire che il comunismo è morto e che tutto è finito. A mio avviso, debbono passare ancora decenni e forse più. Il comunismo si trasforma, come una bestia che cambia pelle”. E al giornalista che gli chiedeva se esisteva concretamente la possibilità di una riunificazione delle due Germanie, la risposta era categorica:  “Da escludere. Nessuno lo vuole. Soprattutto la Germania Federale. E tantomeno Mosca”. (more…)

La stampa s’è destra

settembre 18, 2009

TESTATE_di_destraSporchi, a volte brutti, decisamente cattivi. Ecco perché i giornali berluscones stanno scalzando le testate storiche

Una brutta mattina persino Mario Adinolfi, lo strenuo blogger ed eroico sostenitore di Dario Franceschini, è stato assalito dalla realtà: “Nell’attesa di riorganizzare le mie idee attorno alla manifestazione del 19 settembre sulla libertà di stampa, mi sono ritrovato sorpreso da un pensiero orrido: i giornali di destra sono fatti meglio”. Sono giornali che “hanno momenti di giornalismo anticonformista decisamente più significativi, in quelli a me più prossimi vedo prevalere un deciso conformismo. Comincio a preferire Vittorio Feltri a Ezio Mauro e Roberto Arditti a Concita signora-mia De Gregorio… Per farla breve, leggo prima Libero di Repubblica, penso di trovarci notizie più interessanti… Sul Giornale c’è più ‘pensiero laterale’ che sull’Unità, il primo va letto perché è sempre centrale nel dibattito, la seconda si può pure trascurare”. (more…)

La libertà di stampa che piace a D’Alema è quella di Pol Pot

settembre 15, 2009

imagesdi Giampaolo Pansa

«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D’Alema. Max ha anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata. Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le cause civili e le richieste astronomiche di danni. La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D’Alema che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari, direttore di “Repubblica”. Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso fa il capo dell’antipartitocrazia». (more…)

L’ultimo articolo

agosto 25, 2009

A2G9CF1CAVFD70LCAR6ZKQBCA5MYAWKCACUK6AHCA61AQALCA0HY7DOCAEG5AOXCAI8BIAYCA0B9DZ0CAK3CN76CAQMZ93SCAO6R8DWCAHHD2KTCAJMB61FCABM2Z64CA07VHLFCAY3OER8CA5I9LUQIn questa stagione gli addii ai giornali vanno così forte che Travaglio addirittura ne fa due

Beh, non è un addio alle armi (piuttosto all’armeria), ma comunque una certa solennità è richiesta. Richiesta e, nel caso, replicata. Marco Travaglio – a maggior tormento dei lettori tutti dell’Unità – il suo lo ha dato due volte: prima del grande esodo estivo, e adesso a esodo estivo concluso. Un addio, come si conviene, da bollino rosso. A fine giugno, sotto il maestoso titolo “Commiato” salutava tutti, amici e parenti e lettori “dopo circa 2 mila articoli”: “Domani 30 giugno uscirà la mia ultima rubrica quotidiana su questo giornale…” – un bacio ai pupi e via verso il manufatto padellariano. Ma come si verifica sempre il controesodo, ecco il controaddio. Ieri, pagina 14 dell’Unità, rispunta Travaglio (“ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”). Titolo: “La vergogna di non vergognarsi” – così si capisce subito dove si va a parare – e un p.s. a fine pezzo: “Questa è la mia ultima rubrica su l’Unità… Ancora grazie di cuore a tutti i colleghi e i lettori” – e si ricomincia con baci e abbracci e un divertito clima da “arrivedorci, arrivedorci”, e c’è da vedere chi mette le pizzette e il prosecco per il secondo rinfresco. Forse la ragione del mistero del corso e ricorso (e chissà, Concita avrà tentato di trattenere il partente: Marco, ne me quitte pas…) sta in quella definizione di “rubrica quotidiana” nell’addio di inizio estate e di semplice “rubrica” in quello del dopo Ferragosto – ci fosse vagante ancora una più indefinita “rubr…”, potrebbe giungere un terzo saluto verso Ognissanti. (more…)