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Einaudi, il club dell’Italia civile

gennaio 3, 2012

Nasceva un secolo fa l’editore protagonista di una straordinaria impresa culturale. Gli inizi folgoranti, le scelte coraggiose, il rito dei mercoledì

Corrado Stajano per “Il Corriere della Sera

Furono fertili quei primi anni del Novecento, tragico di guerre, rivoluzioni, la Shoah, la bomba atomica. Giulio Einaudi nasce a Torino proprio un secolo fa, il 2 gennaio 1912, in via Giusti, una stradina dalle parti della stazione di Porta Susa. Suo padre Luigi, il futuro presidente della Repubblica, è professore di Scienza delle finanze all’Università e scrive sul «Corriere della Sera» di Luigi Albertini.

Nascono allora, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, Bobbio, Leone Ginzburg, Pavese, Mila, Vittorini, Dionisotti, Vittorio Foa che incroceranno i loro destini con quello di Giulio. Al liceo d’Azeglio ha come insegnante Augusto Monti, non è uno studente modello. Ma, ancora ragazzo, è attratto dai libri, gli piace toccare la carta, osservare le rilegature, le copertine. Nei primi anni Trenta, Luigi Einaudi va a parlare di quel suo figlio che dice di voler fare l’editore, con Raffaele Mattioli, allora direttore centrale della Banca Commerciale italiana, fino alla morte colonna portante e salvifica della cultura italiana, e gli chiede consiglio e aiuto. Mattioli, attento e generoso con chi vuole fare, è allora l’eminenza grigia della rivista «La cultura» fondata da Cesare De Lollis. Mattioli cede a Giulio Einaudi la rivista che nel 1934 viene pubblicata dal nuovo editore. Il direttore responsabile è Sergio Solmi, tra i curatori compare Cesare Pavese. Poi Mattioli, dapprima un po’ riluttante, regala a Einaudi anche il marchio, lo Struzzo, tratto dal libro di monsignor Giovio, Dialogo delle imprese militari et amorose che diventerà famoso. È l’alba della casa editrice.

Giulio Einaudi è stato uno dei più grandi editori, non soltanto italiani, del secolo passato. Ha pubblicato De Sanctis, Gobetti, Gramsci. Il catalogo, era solito dire anche negli anni dolenti della casa editrice, nessuno potrà mai cancellarlo. È l’architrave di un’Italia civile, che ha fede in se stessa e deve essere rispettata nel mondo. Basta sfogliarlo: lo popolano storici, critici, romanzieri di grande livello, oltre ai fondatori, Gianfranco Contini, Federico Chabod, Piero Sraffa, Franco Venturi, Cesare Segre, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Franco Fortini, Paolo Volponi, Italo Calvino, Vincenzo Consolo, Carlo Ginzburg, Ruggiero Romano, Corrado Vivanti, Nuto Revelli, Franco e Franca Basaglia, Carlo Levi, Primo Levi. E poi gli stranieri che Einaudi ha fatto conoscere agli italiani, Adorno, Benjamin, Borges, Brecht, Popper, Polanyi, tanti altri.

Sarebbe stato lieto, Giulio Einaudi, (è morto nel 1999), dell’onore delle armi che gli ha reso un altro grande editore, Roberto Calasso, da sempre antagonista, con la sua Adelphi, della linea politica e culturale della Einaudi. Al convegno sull’editoria tenuto il primo dicembre dello scorso anno al Palais de Luxembourg, ha accomunato Giulio, unico italiano, a editori di tutti i Paesi di riconosciuto lignaggio, differenti tra loro, ma ancorati tutti all’idea di una cultura nutrice, con i suoi saperi, della vita dell’uomo, che non ha nulla a che fare con le idee della maggior parte degli editori nostrani, omologati, privi di una propria identità, preoccupati solo della contabilità. ( I «monitoranti» del libro-marketing non pubblicherebbero mai oggi un Italo Calvino, che dei suoi primi libri vendeva 1.500 copie).

Con i difetti di cui menava vanto, il gusto di creare divisioni anche tra i più vicini collaboratori, le predilezioni fulminee e capricciose, un pizzico di crudeltà, il compiacimento che l’Einaudi fosse considerata un club esclusivo, Giulio aveva grandi qualità. La passione mascherata con l’indifferenza, la curiosità per tutto quel che succedeva nel mondo, la bravura di circondarsi degli uomini e delle donne adatti per le mutevoli stagioni.

Folgoranti gli inizi. Poi, dal 1935, la prigione, per molti einaudiani, e la guerra sanguinante, Ginzburg torturato e ucciso dai nazisti a Regina Coeli, Pintor morto saltando su una mina mentre cercava di passare le linee per unirsi ai partigiani del Lazio.

Nel dopoguerra la casa editrice ricomincia con fervore. Supera, con l’aiuto di Mattioli, una crisi finanziaria nel ’54-’55, va quasi tutto liscio fino alla Storia d’Italia che comincia a uscire nei primi anni Settanta con grande successo. La casa editrice allarga allora la sua dimensione, una scelta fatale.

Tutto funziona, i libri vengono letti, gli autori non mancano, la segreteria generale fa quel che deve, l’ufficio stampa anche. Per Giulio Einaudi non era un ufficio di relazioni pubbliche, ma l’ufficio politico, vi avevano lavorato persone di primordine, Calvino, Spriano, Ernesto Ferrero.

I mercoledì, poi, una grande invenzione di lavoro comune, non rispettato più tardi, ai tempi dell’Enciclopedia. Le riunioni, negli anni Settanta-Ottanta, si tengono nella grande sala della biblioteca, con le edizioni einaudiane negli scaffali e le fotografie di Nadar alle pareti. I consulenti siedono a una tavola ovale intorno a Giulio Einaudi, il regista, anche quando sta zitto. Calvino da una parte, Bobbio dall’altra. Giulio Bollati, il competitivo braccio destro dell’editore, dirige i lavori. Mila sta sul fondo con Venturi, Cases siede dove capita, gli altri disseminati, Spriano, Strada, Baranelli, Donzelli, Fortini, Asor Rosa, Natalia Ginzburg, Gallino, Ferrero, Magris, Ponchiroli, Carena, Davico Bonino. I libri vengono letti e riletti, le letture incrociate sono la regola. Se un testo scientifico viene affidato a uno specialista, tocca poi a uno qualsiasi dei consulenti dir la sua. Le discussioni sono spesso accese, coinvolgono la personalità di ognuno, la politica e la visione del mondo, grandi lezioni, spesso.

Sono successe tante cose, da allora. È cambiato il mondo, la società si è impoverita come la qualità intellettuale degli uomini. Dopo un angosciante periodo di crisi, seguito dalla paura del fallimento, dal commissariamento, dall’attesa dei compratori, è arrivata l’Elemond e poi, 17 anni fa, Berlusconi.

Roberto Cerati, che aveva cominciato la carriera come strillone del «Politecnico» e poi, via via, era diventato direttore commerciale di grande autorità, è ora il presidente, una coraggiosa sentinella senza garitta che cerca di difendere, da fedele tutore della memoria, un passato che non può ritornare. I mercoledì non ci sono più, le belle copertine bianche sono sparite, la storica collana degli «Struzzi» è stata tolta di mezzo. L’anima della casa editrice è mutata nel profondo. Non la conosceva chi, per motivi personali o di parte, ritiene che tutto, oggi, sia rimasto come un tempo.

Nel novembre 1994 se ne andarono soltanto in due.Uno disse che preferiva scrivere sui muri piuttosto che pubblicare libri nell’Einaudi di Berlusconi. L’altro fece una dichiarazione nobile e severa. Suo padre era stato uno dei fondatori più intelligenti della casa editrice.

I due fuggiaschi seppero poi che Giulio Einaudi li aveva invidiati molto.

“Così ho visto piangere Einaudi, vi svelo i segreti del grande editore”

dicembre 31, 2011

Cerati: “Timidezza e lacrime ecco il volto segreto di Giulio”.   Il 2 gennaio 2012 si celebra l´anniversario della nascita dell´editore. Così lo ricorda il suo grande collaboratore: “Ci teneva alle vendite altro che ideologia. E l´ho visto piangere quando le cose non andavano bene”. “Vittorini, Carlo Levi e Calvino erano magnifici ‘promotori di libri´. C´era pure Monica Vitti bellissima e spiritosa”. “Come un patriarca voleva che nessuno mai abbandonasse la ‘famiglia´ che lui aveva creato”

Simonetta Fiori per “la Repubblica”

I suoi silenzi sono leggendari, come la divisa che indossa da decenni, pantaloni antracite e polo nera. Conventuale nei modi e nella concezione del lavoro, Roberto Cerati è l´inventore del “pubblico Einaudi”. Un mito per i librai e per le persone che sanno. Cominciò a Milano, nel 1945, per caso. «Accompagnavo Ajmone che doveva mostrare a Einaudi dei lavori di incisione per Lavorare stanca di Pavese. In corridoio Giulio mi disse “Lei che fa?”. “Niente”. “Allora venga qui”». Prima strillone del Politecnico, poi venditore di libri, infine direttore commerciale al fianco del principe Giulio. Un´eminenza grigia, custode dei segreti di via Biancamano, annotati con la sua antica grafia minuta e ordinata. Per più di trent´anni, ogni settimana, ha mandato all´editore le sue note di lavoro, ricevendone indietro appunti scritti a mano. «Conosco così bene Cerati», disse una volta Einaudi, «che anche se sta zitto indovino qual è il suo pensiero». Un matrimonio lungo mezzo secolo, che ora Cerati – attuale presidente dello Struzzo – ci racconta alla sua maniera.
Cent´anni fa nasceva Giulio Einaudi. Con quale stato d´animo s´appresta a festeggiare l´anniversario?
«Spero solo che non abbia toni retorici, Einaudi li detestava. Era una persona di naturale fascino, ma ha offerto di sé troppe immagini che sono diventate stereotipi. Eccentricità, screzi, umori, piccola cronaca. Quello non è Giulio Einaudi, ma solo come appariva a chi gli stava intorno. O meglio una difesa che lui opponeva perché gli altri non entrassero nel suo privato».
Sta dicendo che era un timido?
«Sì, era come mosso da un istinto cautelativo. Non amava manifestare i propri sentimenti, né che alcuno li provocasse. Credo di essere stato tra i pochi che l´ha visto piangere, e non capitava di rado».
In quale occasione?
«Ai funerali di Arnoldo Mondadori, ma finsi di non accorgermene. Così come quando – al principio della crisi della casa editrice – ci trovammo a passeggiare in collina prima di colazione. Si fermò e mi disse: più vendiamo e più perdiamo, non so fino a quando resisteremo. Piangeva, ma era come se mi chiedesse di non vedere».
C´era intimità tra voi.
«Con me si lasciava andare alle emozioni, forse perché mi sforzavo di capire cosa c´era sotto. Einaudi era per la conoscenza indiretta: tu capisci, io capisco, basta così. Entrambi molto schivi».
Fruttero e Lucentini scrissero che gli stavano sinceramente a cuore le sventure degli altri, “sempre che fossero collettive e lontane”. Un ritratto feroce.
«Voleva la distanza tra sé e le cose che più lo toccavano. E come avvertiva venir meno la distanza si turbava».
Era distante anche nei modi?
«Non ti metteva mai una mano sulla spalla, ma se doveva attraversare la strada ti prendeva per il braccio».
Per rassicurare o sentirsi rassicurato?
«Per sentirsi sicuro. Però nell´interlocutore non cercava la sicurezza ma la coscienza del fare. “Provo” è la sola parola che Einaudi amava sentirsi dire. Se esposto un problema, ti avventuravi a dirgli “E adesso cosa devo fare?”, la sua risposta era “Arrangiati”. Ma era un “arrangiarsi” relativo, perché poi lui verificava costantemente quel che facevi. Mi fido, ma controllo».
Concreto.
«Sì, fondamentalmente un contadino. Ma questa dimensione è stata spesso sottovalutata».
Era un borghese, figlio del presidente della Repubblica e d´una aristocratica.
«Era il figlio di suo padre, ma con l´eleganza della madre. Erano persone con un forte senso della concretezza. Anche la libertà vigilata che ci concedeva rientra in questa filosofia. Quando si parlava di un libro, durante le riunioni del mercoledì, lui lasciava che la discussione fosse libera. Io ero stato ammesso, ma a una condizione».
Quale?
«Che rimanessi zitto. “Tu vieni e stai là, ma se ti fanno domande su quanto venderà un libro guardati dal rispondere”. Poi però veniva il seguito».
Il seguito del mitico mercoledì?
«Sì, il più prosaico lunedì. I titoli scelti la settimana precedente venivano sottoposti a un secondo esame a cui erano ammessi Giulio Bollati, Guido Davico Bonino, Daniele Ponchiroli, Oreste Molina e io. Era lì che ogni libro veniva pesato: in quale collana collocarlo, a che prezzo, con quale tiratura. Era un lavoro a cui teneva immensamente, che testimonia la sua natura double-face. Grande liberalità il mercoledì e grande concretezza il lunedì».
Come nasceva il piano editoriale?
«I mesi erano considerati alla stregua di canne d´organo. “Come suonano?”, chiedeva Einaudi. Non aveva il demone della novità a tutti i costi. I suoi libri dovevano “nascere vecchi”, fatti per durare».
È stato accusato di megalomania. Anche di recente Gianarturo Ferrari l´ha definito il “Fitzcarraldo del libro”.
«Non sanno cosa dicono. Il megalomane è ignaro delle conseguenze dei propri gesti, Einaudi dovette rinunciare a libri a cui teneva molto. Rifiutò Nietzsche non per ragioni ideologiche ma perché costava troppo. Lo stesso per l´Epistolario di Saba. Così lo vidi soffrire quando dovette congedarsi dalle Edizioni Scientifiche Einaudi passate a Boringhieri».
Però negli anni Ottanta la casa editrice è andata incontro a un fallimento.
«Le difficoltà sono nate quando il denaro ha cominciato a subire un´impennata. Il costo era arrivato al 18-20 % di interesse. In quei passaggi lo ricordo scostante, ma ne aveva ben motivo».
Molti attribuiscono la crisi alle grandi opere.
«No, non furono quelle. La crisi fu dovuta agli interessi bancari».
Giulio Bollati – lo riferisce Luisa Mangoni – attribuì la crisi non tanto alle grandi opere ma al modo in cui furono attuate e, nel caso dell´Enciclopedia, all´autonomia eccessiva di Ruggiero Romano.
«Ognuno che entrava qui dentro aveva l´ambizione di essere il primo nel cuore dell´editore. Bollati si vide arrivare Romano con l´aura dell´Ècole Normale, di Braudel e tutto il resto. Inevitabile un po´ di gelosia».
Anche tra lei e Bollati ci fu un po´ di maretta.
«Io non ero uno stinco di santo. Volevo vedere le copertine, insomma dire la mia. E come dissi a Einaudi che quella di Ferdydurke, il romanzo di Gombrowicz, era sbagliata, lui che forse la pensava come me trovò il modo di creare uno screzio».
Lo faceva spesso?
«Sì, era una specie di Giamburrasca, gli piaceva farci litigare. Poi chiudeva il teatrino con esibita magnanimità: ma ora basta, andiamo a colazione. E anche a tavola si facevano discorsi di grande importanza».
Con Bollati il rapporto fu molto burrascoso.
«Ebbe sempre un´alta stima della sua direzione editoriale. Il giorno in cui corsero tensioni di dimissioni, Einaudi mi disse: Giulio è fatto come è fatto, ma qui dentro è l´unico che può fare l´editore. Diglielo».
E infatti lui lo fece per conto proprio.
«Sì. Bollati se ne andò, acquisendo il marchio Boringhieri grazie alla sorella Romilda. E Giulio non gliel´ha perdonato. Non voleva perdere quello che aveva creato di buono. Aveva una concezione familista della casa editrice, da grande patriarca. E i patriarchi possono diventare feroci».
Con lei lo è mai stato?
«No, io ho sempre cercato di capire da cosa venivano le sue sferzanti ironie. Certo, non sono mancati momenti di disagio. A cena da “Simone” mi chiese una volta di parlargli di un libro appena uscito, il Capitano Smith di Henriquez. Farfugliai. “Non l´hai letto”, mi liquidò. Mi sarei sprofondato. Era presente Pavese che l´aveva tradotto. Mi alzai ed uscii. Però tempo dopo mi sarei preso una piccola rivincita».
Quale?
«Avevamo pubblicato Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Tiratura 1.500 copie, confidando più negli iscritti all´Anpi che nei librai. Avuta la copia pilota, la lessi nella notte. Il giorno dopo chiesi un´immediata ristampa di 2.000 copie. Mi disse di sì».
Quelli erano gli anni della maggiore vicinanza al Pci. Nel 1953, in morte di Stalin, uscì sul Notiziario Einaudi un articolo celebrativo a firma di Antonio Giolitti. Lei cosa ricorda?
«In casa editrice c´erano molte divisioni. E tra i mugugni di Franco Venturi e l´ortodossia di Giolitti, io ero più vicino a Giolitti, anche se dopo i fatti d´Ungheria il clima cambiò. Einaudi era fondamentalmente un laico liberale, che teneva insieme spezzoni di culture differenti. Non è un caso che, ricevendo a Torino la seconda laurea honoris causa, volle dedicare la prolusione a Gobetti editore».
Ma lei come interpreta il filosovietismo di quegli anni?
«È difficile giudicare quel che accadeva allora. Stalin era quella roba lì, il laudatore dell´uomo semplice (ndr Cerati indica uno scritto di Stalin appeso alla parete della sua stanza, mezzo nascosto da un grande ficus). Certo, poi ci sono state cattiverie grandissime… Però inviterei a cautela chi vuole identificare il crocevia delle idee portate avanti da Einaudi con una dipendenza o un dipartimento di Botteghe Oscure. Posso solo dire che i C. D. S (Centro Diffusione Stampa) delle federazioni del Pci furono negli anni Cinquanta altrettante librerie che visitavo. Era un filone di mercato sensibile ai nostri libri».
Sta dicendo che nel rapporto con il Pci interveniva un elemento mercantile oltre che di condivisione politico-culturale?
«I nostri lettori e gli elettori del Pci spesso coincidevano. E allora le librerie – non diversamente da oggi – erano aperte prevalentemente al libro che si vendeva di più. La nostra penetrazione in libreria fu lunga e possibile solo identificando ovunque il libraio che ti era più congeniale».
Mai avuto problemi?
«”Lei che vuole?”, mi chiese nel ‘47 un libraio di Bergamo. “Vorrei parlare delle novità Einaudi”. “Comunisti, fuori di qui!”. Col tempo arrivò ben altra accoglienza».
Le “settimane Einaudi” erano anche manifestazioni politiche di rilievo. Racconta Einaudi a Severino Cesari che fu lei, Cerati, a ricondurle a una dimensione commerciale.
«Era un momento di grande promozione, generalmente a luglio, per una decina di giorni. Gli autori della Casa facevano visita ai librai delle città. Elio Vittorini al Nord, Carlo Levi al centro, Italo Calvino a Sud fino alla Puglia».
E come se la cavavano da “venditori”?
«Elio solare e potente, Levi un pontefice e Calvino molto conviviale, tanto da superare la sua balbuzie. Qualche volta veniva con noi Monica Vitti, bella e spiritosa».
In casa editrice le donne erano pochissime.
«Natalia, certo. Non dico che fossimo maschilisti, ma forse un po´ sì. Giulio con loro era tra il timido e il provocatorio. Comunque le teneva a distanza».
Si dice che Einaudi fosse di scarsa cultura.
«La cultura di Einaudi era certamente fragile. Iscritto a medicina non arrivò alla laurea, ma il fiuto era grande, e il sapere di ascolto finissimo. Quando l´Università di Trento gli conferì nel 1997 la laurea, ricordo la battuta: oggi mi laureano. Attenzione, non disse: oggi mi laureo. C´era qualcosa di subliminale nella battuta».
Cosa vorrebbe dirgli oggi?
«Mi ha aiutato a crescere, ma lasciando che rimanessi me stesso. La grande difficoltà nei rapporti è la tendenza a divorare l´altro. Tra noi non è accaduto. E non smetto di essergliene grato».

Diritti Globali

Dispotico e dispettoso, il «divo Giulio» pubblicò opere immortali (senza leggerle) «Adoratore» di Stalin, alla fine cedette alla dittatura commerciale della tv

novembre 18, 2011

Giulio Einaudi

Luigi Mascheroni per “il Giornale

Giulio Einaudi era un Principe, e come tutti i Principi schifava i cortigiani di cui amava circondarsi. Fra i tratti del suo bizzoso carattere spiccava la ricerca spasmodica della devozione servile, in cui si distinse un branco di leccazampe sempre in lite tra loro per conquistare i favori dell’Editore dal quale ricavarono soprattutto disprezzo. Anaffettivo sul fronte familiare, non aveva amici su quello professionale. Per lui erano tutti dipendenti.  Dispotico e dispettoso (dava appuntamento al suo chauffeur alle 8,27 sotto casa, ma poi scendeva prima per il gusto di farlo sentire in ritardo), il divo Giulio amava ostentare la propria supremazia sugli autori rubacchiando loro il cibo dal piatto. Così come godeva nell’esibire la propria (incontestabile) ignoranza quando scambiava impunemente una chiesa del tardo Ottocento per una cattedrale barocca. Aveva sempre ragione lui, e gli altri digerivano tutto. Spiritus durissima coquit.
Editore di migliaia di libri che sfogliava appena – si dice che, interi, ne abbia letti una decina in tutta la vita – dava del tu a tutti, i quali tutti gli si rivolgevano ossequiosamente con il Lei. Giovane scapestrato figlio di papà (e che papà!), narciso dall’orgoglio stratosferico e dalla curiosità pettegola, il Principe – del quale tra pochissimo si celebrerà il centenario della nascita: Dogliani, 2 gennaio 1912 – era un uomo portato per temperamento a comandare. La sua fu una formidabile monarchia culturale fondata sul principio della qualità (secondo lui) o dell’ortodossia ideologica (secondo gli altri).
Un gigante quando pubblicava col marchio dello Struzzo pagine insostituibili della storia del pensiero, nella speranza che la cultura potesse diventare un patrimonio comune, si trasformava in un bambino viziato quando aizzava i suoi collaboratori gli uni contro gli altri per provocare proficui scatti delle intelligenze (diceva lui) o per un sadico gusto della rissa (dicevano gli altri).
Era un senza-cuore, ma di talento. I suoi autori li pubblicava ignorandoli – dava il meglio della sua perfidia quando, incontrandone uno, lo salutava con un insistito «Oh, ecco il nostro traduttore…» e magari era Sebastiano Vassalli, che non ha mai tradotto una pagina in vita sua – oppure li umiliava. Come quella volta che, alla presentazione della celebre Letteratura italiana, si rivolse per tutta sera al curatore Alberto Asor Ros´. Tutti gli altri li ignorava e basta. Ai giornalisti, che considerava l’ultimo gradino della scala evolutiva, concedeva solo il silenzio. Quando L’espresso nell’ottobre ’78 pubblicò un servizio sulla vicenda dell’edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche bocciata dall’Einaudi e che poi Luciano Foà pubblicò con Adelphi, quel giorno il Principe entrò in via Biancamano zittendo tutti con la sua vocetta nasale e beffarda: «Oggi l’Espresso non è uscito».
Antifascista, perseguitato dal regime insieme agli amici Ginzburg e Pavese, accusato da Benedetto Croce nel ’46 di «propaganda russo-bolscevica», per sua stessa ammissione «adoratore» di Giuseppe Stalin, Giulio Einaudi, pur senza avere la tessera del Pci era fraterno amico e solerte esecutore della Tessera Numero Uno. Tanto che leggendo il famigerato carteggio «zdanovista» uscito dagli archivi di Botteghe Oscure nell’93 si ha l’impressione che Togliatti sia il direttore editoriale dell’Einaudi e Einaudi un dirigente del partito comunista. Nelle cui sezioni, peraltro, infilava le sue librerie.
Braccio armato del gramscismo, custode dei valori Resistenziali e rivoluzionario intellettualmente estremista («A parte Calvino, sentivo all’Einaudi un’aria da libretto rosso», diceva Citati, peraltro poco amato in via Biancamano), il Principe fu per un cinquantennio il vero Nume editoriale della Sinistra. Pubblicò Grandi Opere ma impose pure saggi terribili che grondavano il peggio dello stalinismo.

Ci fece conoscere autori straordinari, ma anche ne rimosse alcuni (l’edizione epurata dei Minima moralia di Adorno, la bocciatura di un Fofi eretico…). Editò i Quaderni dal carcere di Gramsci (impostigli da Togliatti, bisogna aggiungere) ma a fine corsa ci somministrò pure i Biamonti e i Tabucchi. Ma ormai non era già più l’Einaudi di una volta… Altro che quella berlusconiana. Da Vittorini&Calvino si era già passati a Gino&Michele. E da Bobbio al Gabibbo, come quando, dopo aver evitato la televisione per tutta la vita, l’Editore apparve in T-shirt e mutande a Striscia la notizia confessando di essere un fan di Ricci, scatenando l’ira dell’intellighenzia progressista. Che aveva visto il Principe trasformarsi in giullare.