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Prezzolini, lo zibaldone del giovane conservatore

gennaio 5, 2012

Giuseppe Prezzolini

Il diciottenne futuro fondatore della “Voce” aveva già le idee chiare sull’Italia e gli italiani

Gennaro Sangiuliano per “il Giornale

Cento anni di vita, dal 1882 al 1982 e quasi cento anni di attività culturale. Giuseppe Prezzolini, inventore della figura dell’intellettuale moderno, fondatore de La Voce , la più importante rivista culturale del primo ’900, è una miniera inesauribile. Negli archivi della Biblioteca Malatestiana di Cesena è conservato un quadernetto. Sulla prima pagina è scritto «Giuseppe Prezzolini – Zibaldone Letterario 1899-900». È probabilmente un inedito, un esercizio giovanile sulla letteratura italiana. Nel 1899 Prezzolini, figlio di un prefetto, aveva 17 anni, si preparava privatamente per quegli esami di maturità che non darà mai. Non conseguirà né il titolo di scuola media superiore né una laurea, anche se diventerà un apprezzato docente della Columbia University. Sin da ragazzo è un divoratore di libri, ama la cultura, ma soffre le costrizioni della scuola. Lo spirito di autodidatta trova conferma in questo quadernetto, centocinquanta pagine scritte a mano con una grafia fitta e ordinata, con poche cancellature. Una serie di schede sui grandi della letteratura italiana: Poliziano, Lorenzo de Medici, Ludovico Ariosto, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli. «Estratti, sunti e appunti», li denomina. Non è ancora il Prezzolini originale e ironico delle avanguardie del primo ’900,colui che importerà in Italia Bergson e Sorel. Questa stagione inizierà dopo pochi anni con la prima delle sue riviste, Leonardo , e poi con la grande iniziativa della Voce . Ma in questo giovane acerbo s’intravede già un’acutezza penetrante. Se pure in futuro si connoterà per un rapporto di amore odio con l’Italia, l’autore coglie immediatamente il rapporto tra letteratura e identità nazionale. Un certo spirito italiano, della consapevolezza di essere nazione, si forma proprio attorno alla poetica di Dante, perché l’Italia prima ancora di esistere come Stato, esiste nella lingua, nelle opere letterarie e nel sentire comune del suo popolo. Annota il giovane Prezzolini: «Dante Alighieri è l’ultimo uomo del Medio Evo, di quel Medio Evo che vide in Carlo Magno il genio della guerra, in Francesco d’Assisi il genio della carità… Ma Dante non compendia solo il Medio Evo ma per certi rapporti preannuncia il tempo nuovo,l’età cioè di transizione tra Medio Evo e il Rinascimento ». Il padre di Prezzolini era amico e compagno di scuola di Giosue Carducci. E il Dante prezzoliniano risente molto dell’interpretazione carducciana, soprattutto nella considerazione dell’«uomo come solo tra gli esseri partecipi di corruttibilità e incorruttibilità », dotato di un «doppio fine e doppia perfezione». Il giovane Prezzolini già comincia a diffidare di quelle costruzioni filosofiche e di quelle utopie che vogliono imporre la perfezione umana e credono di poter realizzare il Paradiso in terra, già lascia intravedere lo spirito del conservatore critico. Così la Divina Commedia diventa uno spunto per una riflessione sul potere: «Dante entrato nel regno dei morti, vi porta seco tutte le passioni dei vivi le passioni impetuose, con le civiltà, le barbarie. Alla vista e alle parole di un uomo vivo le anime rinascono, ritorneranno all’antica vita e ritorneranno uomini». Durante la lunga permanenza alla Columbia University, come docente di italianistica, negli anni ’30 e ’40,Prezzolini porterà a termine una delle sue opere più importanti: il Repertorio Bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana . E in questo inedito giovanile si scopre un’altra passione che troverà esplicazione nella maturità, quella per Niccolò Machiavelli: all’iniziatore della scienza politica sono dedicate molte pagine. Prezzolini prende a prestito alcune affermazioni di Pasquale Villari dal saggio Niccolò Machiavelli e i suoi tempi : «È forza ricordare che c’è in lui una grande, un’eroica passione, che lo redime, lo rialza, lo pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei». È affascinato dal personaggio Machiavelli, disincantato, nemico delle idee scontate, delle ipocrisie dominanti a cominciare dal «pacifismo belante ». Il realismo che sfocia nel pessimismo delinea i tratti del vero conservatore. La galleria dei letterati ospita Alfieri, Leopardi e Foscolo che danno vita a una triade nazionale e patriottica che si completa e trova il punto più alto in Manzoni. Qui sedimenta lo spirito della tradizione italiana datato al Medio Evo, l’Italia nazione gracile necessita della costruzione identitaria. Tuttavia, pur apprezzando lo spirito nazionale di questi autori, Prezzolini stupisce, tenuto conto della giovane età, quando richiama un nazionalismo meno retorico e più concreto, tema che svilupperà nella stagione della Voce . Prezzolini fu precoce (poco più che ventenne promuove Leonardo e collabora al Regno ). Le riflessionicontenute nel quaderno della Malatestiana lo confermano; sono molto più di semplici appunti di studio, a partire dalla capacità di inquadrare la letteratura nella vicenda nazionale.

Quelli che la tecnocrazia proprio non la vogliono

novembre 21, 2011

Max Weber

Gennaro Sangiuliano per “il Giornale

Max Weber, celebrato e riconosciuto fondatore della sociologia moderna, pur avendo forgiato la nozione di pubblica amministrazione in Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland pone il tema del controllo politico della burocrazia auspicando la formazione di un tipo di uomo politico che fosse in grado di subordinare l’apparato burocratico alla direzione politica.

La vera democrazia – per Weber – non è quella dei burocrati irresponsabili e privi di un mandato popolare e, infatti, scrive: «Il monarca crede di governare da sé, mentre in realtà la burocrazia gode del privilegio di poter comandare, coperta da lui, senza controllo e senza responsabilità. Il monarca viene lusingato e gli viene mostrata l’apparenza romantica del potere, poiché egli può cambiare a propria discrezione la persona del ministro».

«Sovrano è chi decide nello Stato di eccezione». Partendo da questa sua affermazione, Carl Schmitt ritiene che un’autentica democrazia debba fondarsi sull’omogeneità di un popolo, dove la politica è in primo luogo un «sistema metafisico» che porta le idee dei cittadini al potere. Così si esprime ne Il custode della costituzione (1931) e in Legalità e legittimità (1932).

C’è una lunga linea di pensiero, radicata soprattutto nella filosofia del diritto, che pone in seria discussione la tecnocrazia e per essa l’affermarsi di poteri invisibili che non sono radicati in quelle che Rousseau e Sieyes definiscono «volontà generale» e «volontà della nazione». Del resto l’articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, afferma: «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa». Thomas Mann, che pure si esercita nelle Considerazioni di un impolitico, mette in guardia dalla carica antipolitica che genera disgregazione dell’autorità nazionale, non lontano dallo Schmitt di Diktatur und Belagerungszustand e da quanto affermerà Jürgen Habermas.

Giuseppe Prezzolini, ebbe chiari i potenziali pericoli della tecnocrazia europea. Nel 1979 quando si svolsero le prime elezioni a suffragio diretto per il Parlamento europeo commentò caustico: «Concludo che se io dovessi o volessi e potessi votare pro o contro l’Europa unita, io, che pure ho più di un diritto di chiamarmi “europeo”, voterei contro un’Europa fatta così artificialmente e superficialmente come è stata concepita da coloro che l’hanno ideata con la testa riempita di nuvolosi teorici».

Qualcuno pensa di poter concepire una democrazia «agnostica», basata su regole astratte e formali. Il tema è quello della contrapposizione fra una democrazia formale e una sostanziale, incline alla partecipazione viva del popolo e sensibile alle tradizioni culturali. Martin Heidegger offre un solido retroterra filosofico a questa «democrazia dell’essere» quando richiama il comando (Führung); il popolo (Volk); l’eredità (Erbe); la comunità dei seguaci (Gefolgschaft); il radicamento alla propria terra (Bodenständigkeit).

La comunità politica che costruiamo non può non tener conto del «primato ontologico del problema dell’essere», in altre parole: di ciò che noi siamo per tradizione. Augusto Del Noce in un suo celebre saggio coniò il termine «transpolitico» per indicare una dimensione profonda che sedimenta nella coscienza dei popoli. Sulla stessa linea Oswald Spengler che, per primo, nel Tramonto dell’Occidente sottolinea la decadenza dell’uomo europeo, perso alla ricerca di un universalismo indefinito, basato su regole astratte. Sempre Spengler propone quindi una critica serrata alla tecnocrazia (che è «l’opposto della vita») alla quale contrapporre un’idea tradizionale di Europa culla della cultura occidentale.

Se è vero che molti tecnocrati si vestono da uomini di cultura – e qualche volta lo sono – bisogna osservare che la cultura profonda ha radicato in secoli di riflessione e speculazione la centralità del popolo e della sua di volontà di governo della res publica.

Prezzolini e Slataper biglietti sul ‘900

settembre 14, 2011

Marco Roncalli per “Avvenire

Da una parte lo scrittore morto ventisettenne combattendo da volontario nella Grande Guerra , l’autore dell’autobiografia Il mio Carso (ora ripubblicato da Mursia) oltre che di parecchi scritti sulla Trieste dell’epoca, ai suoi occhi senza «tradizioni di coltura». Dall’altra una figura-chiave nella cultura del nostro ’900, il fondatore e direttore di quella Voce, specchio di tanti problemi del Belpaese di ieri (e di oggi), poi docente alla Columbia University, corrispondente da New York di diversi giornali, letterato anarchico-conservatore morto centenario a Lugano nel 1982. Insomma: Scipio Slataper e Giuseppe Prezzolini.  (more…)

Il Parlamento a Montecatini

giugno 14, 2011

Giuseppe Prezzolini (archivio Corriere della Sera)

Errore considerare certi saggi del passato fuori dai nostri problemi. Prezzolini, l’attualità di una proposta

Alberto Bevilacqua per “Il Corriere della Sera

Stavo cercando uno spunto per una nota d’augurio ai lettori, a tutti noi, in un momento difficile del Paese. Evitando la retorica delle solite cose. Sarà stato il timore della retorica, sarà stata al contrario una voglia di arguzia, a farmi ritrovare, per caso, un libretto che stampò Sellerio. Un libretto di Giuseppe Prezzolini: gran cervello e forte coscienza critica, spirito ironico capace di mordere. Errore considerare certi saggi del passato fuori dai nostri problemi. Dovremmo consultarli più spesso.

Sorridiamo, dunque, scorrendo il libretto scritto nel finire della vita, negli anni Settanta. Dovendo sintetizzare, mi immedesimo nel suo autore. Titolo:Modeste proposte scritte per svago di mente, sfogo di sentimenti e tentativo di istruzione pubblica degli italiani. Premessa fantascientifica, ma non troppo (che potere profetico in Prezzolini!): visto e considerato che gli italiani non riescono a mettersi d’accordo nemmeno dopo la Caporetto economica, gli Stati d’Europa, con l’assistenza consultiva della Repubblica dei Soviet e della Cina, fanno la seguente proposta agli italici: prendere in affitto il loro governo, basandosi sul loro ingegno artistico e la loro prontezza nell’affrontare gli eventi e nel cambiare bandiera. Ecco alcune condizioni dell’affitto. (more…)

«I poeti che io amo ci insegnano a criticare il potere»

giugno 13, 2010

Ecco il testo di una lezione tenuta nel 1982 da Giuseppe Prezzolini in una libreria di Lugano

Nell’articolo: Nello stesso momento che abbiamo il fenomeno del Marino, dell’uomo della poesia stucchevole, della poesia fermentata studiata per piacere al pubblico, Campanella è uno che si infischia del piacere al pubblico, che parla con la verità, con la verità dei sensi, che sente la virtù dei sensi, la forza dei sensi”

da “Il Giornale

Cari ascoltatori di Lugano, io credevo di venire a una lettura di poeti, ma ho sentito anche delle lezioni di letteratura!
Non mi aspettavo che un professore ricevesse delle lezioni. Ma sono abituato dal tempo. Quando ero giovane andavo a sentire le lezioni dei professori. Dopo, quando diventai un professore, andai a sentire le lezioni dei professori. I miei colleghi ne sapevano più di me quando andai in America e mi trovai costretto a spiegar delle cose che non avevo mai letto.
Ora ho scelto un poeta, da leggere stasera; che suppongo non sia conosciuto da nessuno ma, se c’è qualcheduno che ha letto le poesie di Campanella, alzi il braccio. (Nessuno alza il braccio, ndr). Ecco, allora sono un uomo utile. In questi dieci minuti vi dirò qualche cosa di un uomo nuovo per voi.
È un frate, un frate del Seicento, nato nel 1568 e morto nel 1639. Nella sua vita ha passato 27 anni in carcere. Abilissimo nell’usare tutte le forze del carcere. Era diventato simpatico ai suoi carcerieri… e alle donne dei suoi carcerieri. Era un uomo incredibile; nato in un piccolo paese del sud dell’Italia, era diventato un uomo universale, perché pensava con la mente di Dio; credeva di pensare come Dio, di essere il Dio del momento e si rivolgeva non ai napoletani del suo regno, ma a tutto l’universo. (more…)

Libertà in Italia: fare i comodi propri

aprile 10, 2010

Nel 1979 Giuseppe Prezzolini tenne a Lugano, città dove viveva, una conferenza sull’identità italiana. Eccone il testo, pubblicato per la prima volta

Un inedito di Giuseppe Prezzolini

L’Italia non è romana: l’Italia è romana quanto la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Romania; cioè a dire un Paese che ha derivato la sua forza da un’altra espressione, che è l’individuo, e questa nozione dell’individualismo italiano viene da uno dei grandi svizzeri, il Burckhardt, che ha scritto mi pare nel 1850 un grande libro sulla Rinascenza, in cui l’elemento fondamentale è l’individualismo degli italiani.
L’individualismo ha fatto sì che l’Italia non si è mai potuta costituire in nazione.

E si è costituita in nazione per influsso straniero.
Era un grande uomo questo Burckhardt: questo libro ancora oggi dice qualche cosa. Dopo oltre cento anni è un libro che dice qualche cosa: questo libro dice che gli italiani sono di natura indipendente, ognuno vuole fare per conto proprio, ognuno vuole essere separato dall’altro, ognuno vuole essere «capo», soprattutto (ilarità). Basta un piccolo gruppo ed egli (l’italiano, ndr) vuole essere il padrone, per dominare gli altri. (more…)