Posts Tagged ‘Greil Marcus’

Da Wolfe a Marcus. Ci vuole fegato per scrivere di rock

agosto 31, 2011

Antonio Lodetti per “il Giornale

Non ha letto Sulla strada di Kerouac e non ha mai visto Easy Rider «perché entrambi mi sembravano stupidi ogni volta che qualcuno mi diceva cosa mi stavo perdendo». Dice che nel rock le canzoni «on the road» sono fantasie, per giunta di scarso valore, perchè il senso di libertà in esso contenute non esiste. «Si può andare ovunque solo se si proviene da nessun dove, e nessuno proviene dal nulla». Non è l’ultimo dei reazionari ma Greil Marcus, che pubblica in questi giorni Bob Dylan. Scritti 1960-2010 (Odoya), che sarà presentato a Mantova la prossima settimana, ed è un simbolo di quel giornalismo musicale che ha trasformato la critica rock in un vero movimento culturale. Un movimento nato dal new journalism degli anni ’60 e basato su una scrittura intellettual-freak, edonista, sopra le righe (spesso sotto gli effetti della droga), estrema che si chiamò giornalismo «Gonzo» dal soprannome di Hunter S. Thompson, articolista di Rolling Stone che scrisse Paura e disgusto a Las Vegas, versione psichedelica di Sulla strada. Il sogno di tutti gli intellettuali alternativi degli anni ’40 e ’50 era il romanzo. Più esattamente era un ossessione, come sostiene Tom Wolfe: «Il romanzo non era soltanto una forma letteraria, era un fenomeno psicologico». Poi si invertì la tendenza e scrittori come Truman Capote, Norman Mailer, Terry Southern, Gay Talese presero a mescolare tecniche letterarie e pezzi di cronaca giornalistica su giornali cone Herald Tribune e Esquire e secondo Wolfe «questa scoperta, all’inizio umile, in realtà rispettosa, era il fatto che si potesse scrivere per un giornale come se si stesse scrivendo un romanzo». (more…)

“Le mille e una svolta di mister Bob Dylan, il mio miglior nemico”

Mag 16, 2011

Il critico Greil Marcus parla dei settant’anni del cantante: “Un rivoluzionario vero, con alcune cadute misteriose. Sulle quali abbiamo litigato”

Antonio Lodetti per “Il Giornale

Al ragazzino del Minnesota piaceva il rock’n’roll. Cominciò a suonare in improbabili gruppi come gli Shadows Blasters e i Satin Tones; comprò persino un giubbotto di pelle rosso come quello di James Dean e una Harley (che guidava piuttosto maldestramente), ma poi gli idoli ribelli del rock cedettero il passo a quelli dalla faccia pulita come Ricky Nelson, e lui se ne andò all’Università del Minnesota, buttò la giacca e ne indossò una di tweed presa all’Esercito della Salvezza e prese a cantare nei club folk. Era giovane, acerbo e copiava quì e là, sarebbe passato del tempo prima che diventasse Bob Dylan. Il Dylan che, tra una ballata e un vaticinio, compirà 70 anni il prossimo 24 maggio in un sabba di omaggi e tributi il più importante dei quali uscirà però l’8 settembre, presentato al Festival della Letteratura di Mantova. Sarà il libro Bob Dylan (Odoya) di Greil Marcus, esperto di rock che – con Lester Bangs, Cameron Crowe e persino Truman Capote – ha trasformato la critica rock in genere letterario. Marcus (che in Lipstick Traces e le correnti culturali degli anni ’20 e ’30) per spiegare il punk racconta il dadaismo e ci dà in anteprima il suo rapporto alla Bonnie e Clyde con Dylan.

Quando vi siete incontrati la prima volta?
«Nel ’63, a un concerto di Joan Baez nel New Jersey. Lei lo invitò sul palco, io non l’avevo mai sentito nominare, ma alla fine andai a congratularmi e a dirgli che era formidabile. Lui invece non era soddisfatto della sua performance e aveva l’aria molto seccata. Poi capii che era il suo modo di fare». (more…)