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Guerre senza fine

dicembre 18, 2011

Matteo Persivale per “Il Corriere della Sera

«Usare la parola “vittoria” mi preoccupa sempre, perché richiama quest’idea dell’imperatore Hirohito che va a firmare la resa da MacArthur». La data di scadenza dell’impero americano — questione dibattuta non più soltanto tra gli accademici di sinistra, vedi Noam Chomsky, ma ormai anche dalla destra più pragmatica, vedi Niall Ferguson — potrebbe essere assegnata all’intervista nella quale, parlando dell’Iraq, Barack Obama ha smesso i panni professorali nei quali si trova maggiormente a suo agio per ammettere, con sincerità, che non esistono più le vittorie di una volta.

Il ritiro degli ultimi 24 mila soldati Usa rimasti in Iraq — doveva terminare entro sabato 31, ma gli americani lo hanno completato con due settimane di anticipo, lasciando ufficialmente il Paese giovedì scorso—dimostra che non è più possibile contare su guerre che vanno a finire: la risoluzione dei conflitti ora trova ragioni geopolitiche che superano le categorie tradizionali di vittoria e sconfitta. Che, in una società mediatica, hanno contato per un secolo su un’immagine significativa— o più immagini—che decretavano visivamente la fine di un conflitto. Guerre calde—o fredde—concluse da una foto che documenta la vittoria: la bandiera a stelle e strisce che sventola su Iwo Jima (23 febbraio 1945, l’autore dello scatto è Joe Rosenthal), il muro di Berlino abbattuto dalla folla in festa (9 novembre 1989), Slobodan Milosevic alla sbarra davanti al tribunale dell’Aja per crimini di guerra. E una foto documentava anche le sconfitte: l’ultimo elicottero che lascia l’ambasciata americana di Saigon (29 aprile 1975, foto di Hubert van Es), il corpo nudo del soldato americano William David Cleveland trascinato per le strade di Mogadiscio dalla folla in festa (il 3 ottobre 1993 di Black Hawk Down, l’autore della fotografia è il canadese Paul Watson).

Immagini-feticcio, tanto potenti da trasformarsi, nella nostra memoria, in qualcosa d’altro: è successo anche al presidente, che nell’intervista con la Abc ha parlato della definizione di vittoria come «Hirohito» che firma la resa «da MacArthur ». Ma la foto a cui si riferisce non ritrae né l’imperatore né MacArthur. L’immagine del 2 settembre 1945, infatti, mostra il ministro degli Esteri nipponico, Mamoru Shigemitsu, firmare il documento di resa a bordo della portaerei Missouri sotto lo sguardo del generale Richard K. Sutherland, il capo dello staff di MacArthur.

Quando il ministro della Difesa americano — ed ex direttore della Cia — Leon Panetta si è presentato il mese scorso davanti alla commissione forze armate del Senato, è finito sulla graticola messa a punto dal repubblicano John McCain per la scelta di non lasciare una presenza di truppe in Iraq più in là del 2011. «Qui si parla di negoziare con una nazione sovrana. Una nazione indipendente… Qui non si parla di noi che andiamo a dir loro quel che devono fare… Qui si parla di un Paese che prende una decisione». Panetta, che per lunghi anni è stato anche un potente deputato, ha finito per usare con McCain modi insolitamente aspri per l’etichetta parlamentare americana, dando apertamente del bugiardo all’avversario nella parte più dura del dialogo («Senatore, semplicemente questo non è vero»).

In apparenza stavano discutendo della clausola di immunità legale davanti alla giustizia irachena pretesa dall’amministrazione americana per restare in Iraq (e non concessa). Ma in realtà il nocciolo della questione è che Obama ha lasciato l’Iraq senza — nella pratica — quella che gli esperti di strategia chiamano «vittoria decisiva» e senza — nella forma — la sua immagine di vittoria, di fine della guerra. Mercoledì scorso, daWashington, ha annunciato il ritiro dopo otto anni e otto mesi di spedizione irachena, e il giorno dopo a Bagdad il solito Panetta ha preso parte a una pochissimo mediatica e inevitabilmente mesta cerimonia di ammainabandiera: lasciando ai posteri non un’immagine da libri di storia, ma la foto un po’ burocratica del soldato in mimetica e anfibi che ripiega e porta via l’ultima bandiera a stelle e strisce.

Quanto ai filmati sgranati dell’esecuzione di Saddam Hussein, presi col cellulare, semmai sono la conclusione di un’altra guerra del Golfo, quella cominciata nel 1991 e che per oltre un decennio lasciò il raìs al suo posto. La goffa foto di George W. Bush, il 1˚maggio del 2003, sulla portaerei «Lincoln» con quel grande striscione con la scritta «Missione compiuta» alle spalle, non solo non ha funzionato, ma ha rappresentato, secondo quanto ha ammesso lo stesso Bush (in due interviste rilasciate dopo aver lasciato la Casa Bianca), un errore.

Otto anni esatti dopo quell’infelice uscita di Bush sulla portaerei, il 1˚maggio 2011, Obama aveva annunciato al mondo l’uccisione di Bin Laden nel raid di Abbottabad. E neppure in quel caso aveva potuto consegnare la «foto ricordo» della vittoria avvenuta o, per dirla con Bush, della missione compiuta. L’unica foto di Bin Laden morto che ha fatto il giro del mondo era il solito falso diffuso via Internet. Non che se la Casa Bianca avesse davvero reso pubbliche le immagini del raid sarebbe cambiato molto (a parte la visione del cranio spappolato del leader di Al Qaeda, soddisfacente per alcuni sotto il profilo emotivo, ma spaventosa per tutti gli altri): non ci sono più immagini di vittoria — o di sconfitta — significative perché Iraq e Afghanistan segnano la fine di un’era per due motivi. Il primo, di natura strategica. Il secondo, di natura mediatica.

Il primo motivo: le «piccole guerre» — quelle in cui l’equilibrio tra le due parti è fortemente sbilanciato, generalmente sono foriere di sconfitte per chi appare più forte sulla carta dai tempi dell’Impero britannico contro i ribelli comandati da George Washington in poi, come dice Martin Van Creveld — vedono l’inevitabile «fallimento delle grandi potenze», e la classica definizione data da von Clausewitz della guerra come «una partita a carte» si trasforma in una partita dal finale confuso, dove ci si rialza dal tavolo senza riuscire a contare esattamente quante chip sono andate perse e quante se ne sono guadagnate. E l’«estensione della politica con altri mezzi» — altra definizione di von Clausewitz — non riesce a estinguersi nell’«uso più completo dei suoi risultati».

Il secondo motivo: la nostra concezione della guerra — Baudrillard scrisse che la prima guerra del Golfo, vista da tutti in tv via satellite, «non è mai accaduta» — in una società mediatica è cambiata per sempre. La seconda guerra del Golfo, quella di Bush figlio, è stata basata dal Pentagono sulla strategiashock and awe, «spaventa e stupisci», una guerra basata sulle immagini e astratta in partenza (con dosi di «realtà» comunicate grazie a giornalisti embedded al seguito delle truppe, il contrario del caos democraticamente senza filtri dell’informazione durante la guerra del Vietnam).

L’artista tedesco Gerhard Richter con la serie di quadri dedicati alla banda Baader-Meinhof — Tote, 1, 2, und 3, olio su tela, 1988 — dipinge sopra le foto dei terroristi morti e da oltre un ventennio fa pensare e scatena polemiche: sono immagini di martiri, la Rote Armee Fraktion vista da Mantegna? Sono elaborazioni in primo piano delle fotografie viste sui giornali, dei fotogrammi dei telegiornali? A quarant’anni dai crimini della Raf e a quasi un quarto di secolo dalla realizzazione di quei quadri, la Ulrike Meinhof di Richter, con gli occhi chiusi e il segno del cappio sulla gola, attira folle di visitatori alla grande mostra della Tate Gallery a Londra in queste settimane, come il quadro delle Torri gemelle che bruciano dietro un cielo opaco che sembra preso in prestito a un olio di Turner.

Alla recente Biennale, un grande carro armato rovesciato (e trasformato in un tapis roulant da palestra) troneggiava inquietante davanti al padiglione americano: opera di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla. Ma nessuno capisce che la nostra concezione della guerra è stata formata dai media — specialmente dai film, e dai film di guerra — più dell’artista inglese Fiona Banner, 45 anni, che l’anno scorso ha esposto alla Tate Gallery londinese dei caccia — Harrier e Jaguar — sistemati in picchiata a pochi centimetri dal pavimento, quattordicimetri di metallo scintillante per farci riflettere davanti a un enorme specchio portatore di morte e distruzione. Banner dall’inizio della sua carriera gioca con le sceneggiature dei film di guerra americani, riproducendone i testi in una specie di ossessivo stencil che copre le pareti delle sue installazioni e che avrebbe fatto la gioia di Robbe-Grillet, collegando una scena all’altra con «e poi», «e poi», ripetuti insistentemente come fanno i bambini quando raccontano in fretta qualcosa che li ha impressionati.

Un’altra opera di Fiona Banner, Black Hawk Down, è una descrizione del film sulla sconfitta americana in Somalia: «È un cataclisma del linguaggio, il testo che finisce schiacciato dal proprio peso finché non riesci più a leggere — ha detto l’artista —. È la lotta per tradurre non soltanto dal visivo al verbalema dalla storia almito, e dal mito alla storia, e la confusione che tutto questo comporta. La forma del testo sulmuro, e l’immagine che forma, è come uno schermo diviso a metà, qualcosa che ha strappato l’immagine a metà — sembra un po’ un paesaggio bombardato». È il bombardamento di immagini mediatiche che genera il nostro bisogno di vedere una guerra che va a finire, la rassicurazione della sconfitta o della vittoria sintetizzata in una sola immagine, uno slogan visivo. Ma è una necessità destinata a restare frustrata, come ha scoperto il ministro Panetta al Senato e come vede Obama ogni giorno, aprendo i giornali che gli chiedono conto del bilancio di una guerra che è stato costretto a chiudere senza un finale da film, senza la conclusione del terzo atto che da Aristotele in poi mette alla nostra tensione di spettatori la parola «fine».

Barbero: “Le guerre sono scontri di creatività”

settembre 3, 2009

att_jpgCi vuole estro per fare la guerra. Perché – è la storia a dimostrarcelo – la forza distruttiva dei conflitti può celare una buona dose di creatività, inventiva, intraprendenza. «Le guerre sono un fenomeno complesso in cui le società e gli individui sono messi alla prova più che nelle situazioni ordinarie e pertanto mettono in campo, secondo capacità e risorse, anche forze creative». Lo sostiene Alessandro Barbero, professore di Storia medievale all’Università degli Studi del Piemonte Orientale, romanziere (premio «Strega» nel ’96 con il racconto storico Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo, Mondadori) e saggista affascinato dall’arte bellica.

Ha appena pubblicato Benedette guerre. Crociate e jihad (edito da Laterza nella collana dei Libri del Festival della Mente, pagg. 95, euro 10), brillante riflessione storica sulle guerre di religione. Durante questo fine settimana sarà al Festival della Mente di Sarzana, annuale appuntamento culturale dedicato alla creatività: oltre a presentare il suo ultimo libro, discetterà di «creatività distruttrice» ovvero di come la guerra, a modo suo, aguzzi l’ingegno. Dalla scoperta degli eserciti mercenari (sul campo è meglio affidarsi a professionisti disillusi e pagati che a inesperti invasati) ai manuali napoleonici sull’educazione dei soldati: Barbero sostiene che la guerra abbia una creatività tutta sua e per dimostrarlo racconterà al pubblico retroscena e aneddoti sulla battaglia di Campaldino del 1289 tra guelfi e ghibellini, sulla battaglia di Lepanto del 1571 tra gli ottomani e la vittoriosa Lega Santa e sulla disfatta di Napoleone a Waterloo nel 1815 (venerdì, sabato e domenica alle 19,30 alla Fortezza Firmafede). (more…)

Guerra e crimini sessuali: la svolta dell’ICTY

settembre 1, 2009

14367-220x220Violenza sessuale in contesti di guerra, una fattispecie criminale ben presente nei maggiori conflitti degli anni novanta. E’ la giurisprudenza del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ad aver contribuito a sensibili avanzamenti in materia di punibilità giuridica di tali crimini

Di Sonia Giari

Il ricorso diffuso all’uso di crimini di natura sessuale è una costante comune ai conflitti che hanno segnato la storia dell’umanità sino ad oggi. In particolare la presenza di un cosciente utilizzo di simili fattispecie criminali in contesti di guerra, è stato fortemente comprovato sia per quanto riguarda le due guerre mondiali, sia per i due maggiori conflitti svoltisi negli anni novanta, quali quello ruandese e quello che interessò l’area dell’ex Jugoslavia. Ma fu solo in quest’ultima occasione, con l’istituzione del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ed il relativo statuto, che si sviluppò una giurisprudenza tesa a riconoscere e punire le violenze sessuali, e nello specifico lo stupro, quali crimini contro l’umanità, elaborando inoltre regole tese a garantire protezione ai testimoni di tali violenze. E’ quindi sostenibile che i mezzi giuridici e la giurisprudenza prodotta dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, si possano considerare quale incipit virtuoso della dottrina giuridica internazionale successivamente sviluppatasi, tesa a garantire la punibilità dei crimini di natura sessuale nel corso dei conflitti che seguirono. (more…)

Una guerra fatta di errori

agosto 20, 2009
imagesBARBARA SPINELLI
Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba. (more…)