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Istantanea di un mostro: spread

novembre 25, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Più vorticoso del gorgo di Lofoden di Edgar Poe, più schiacciante dell’Incubo di Füssli: SPREAD

Questa parola di una lingua che sta a poco a poco prepotentemente scacciando la nostra (e pagheremo caro il rifiuto di difenderla dallo stupro), nel suo idioma d’origine significa innocentemente diffusione , espansione e altre cose. A stravolgerla è stato il gergo della Borsa americana: e qui il mio rifiuto di tuffarmi in questo ignoto dalla brutta grinta mi impedisce di inseguirla nei suoi significati, che inquietano e spaventano la povera e pulita gente alla quale desidero fino all’ultimo appartenere. Non mi occupo di Spread, ma di destino umano.

La vecchiaia non è una meringa. È più indigesta dell’olio di merluzzo. Ma, come l’olio di merluzzo contiene una vitamina delle più preziose e rare: ti toglie una quantità di preoccupazioni del domani, ti fa sorgere spontanea l’adesione alla massima evangelica: «Basti a ogni giorno il suo male». Il male di ogni giorno ride di quel che sarà lo Spread del giorno dopo e di quel che sarà in un inesistente domani il futuro pensionistico di figli spesso ancora in mostra sul passeggino. Sciaguratamente, l’ossessione di una Economia che non ha il minimo aggancio col significato della sua origine greca («legge della casa»), che non entra nelle case, che è una mera astrazione, una ipotesi contraddittoria e sposta capitali enormi attraverso onde improbabili immaginate al di là dell’orbita – capitali che sono vuoto su vuoto, pur facendo impazzire gli Stati, le più potenti come le più franose nazioni. Ma i calcoli sono fatti da macchine onnipotenti, che danno vita a statistiche che pochi soltanto ritengono di saper interpretare. Ma le percentuali, che ci vengono presentate inoppugnabili, che oracoli sono? Non sono povere Pizie senza il Dio, Pizie da marciapiedi?

Mi capita di ascoltare, a tavola, tra mezzogiorno e l’una, la trasmissione dell’ottima Radio Ventiquattro Salvadanaio , che mentre annaspo in un convito di solitudine, mi procura la viva felicità di sperimentare come tutto, dico tutto, senza residui, di quella trasmissione, che tratta temi economici ravvicinati all’odierno modo di esistere, mi sia meravigliosamente indifferente. La conduttrice Debora Rosciani domina le materie astruse di cui si occupa con una fantastica disinvoltura di competente che non ne lascia fuori neppure una briciola. Non l’ho mai vista, ma la sua voce m’incanta, mi calma anche quando riflette violente perturbazioni al di là degli spiccioli. Per lei Spread non ha segreti, lo srotola come un tappeto davanti a chissà quanti ascolti, e io non ci leggo che lo Havèl havalìm del mio vecchio amico biblico Qohélet: «fumo di fumi, tutto non è che fumo e vento che ha fame».

Mi appassionano le voci ansiose del pubblico telefonante e mailizzante: «Devo investire in Australia o in Uzbekistan?» – «Ho una casa a Berlino: la scambio a Milano con un garage?». Il cuore delle ansie sono le banche, ma Debora distribuisce i suoi salvagenti da tutte le sponde: viaggi a basso costo, riscaldamenti, liti di condominio (il più tristo modo di abitare: l’inferno sono gli altri: fuggite il condominio e gli amministratori – nota mia), supermercati, saldi stagionali, rimborsi, tasse. Dalle domande assente cronico è la perplessità circa pezzi della terra che ci nutre, passaggi di poderi, uso e abuso dell’agro, dove chi ci sta ignora se il successore sarà un figlio o un costruttore-distruttore della vita. Anche questo è significativo: il denaro non ha altro fine che il denaro: le ricette Rosciani, o di ogni altro esperto, si fermano lì, dove l’infinito Nulla ti agguanta.

Immune dal comprendere Spread (meglio un etologo di un filologo) devo tuttavia confessare che un certo allarme mi serpeggia per l’euro. Incoraggerei chiunque lavori per il suo mantenimento, ma non ne ignoro l’intrinseca debolezza, l’esposizione ai raggiri, alle truffe mondiali, e la sinistra inclinazione a gonfiarsi. Ricordo la prima percezione di imbroglio rassodabile nell’Italia (1999? 2000?) appena entrata nella Zona Euro, ascoltando un imbonitore che il giorno prima svendeva tutto a mille lire, battere la sua merce a un euro soltanto uno! uno! uno! e la gente cascarci, felice di spendere uno invece di mille… Già, ma un euro non corrispondeva a mille – ma a quasi duemila. Il gioco era fatto.

Oggi l’euro è forte a Babilonia e a Samarcanda, e addirittura a Washington, a Wall Street: ma quanto vale a Roma, a Parigi? Quanti ne devi tirar fuori per un kg di cavolfiore o una tariffa medica non mutuata? Nell’esistenza minuta e sminuzzabile, l’euro è debole. Con un euro fai l’elemosina minima a un suonatore benemerito di strada, ma se vuoi vederlo sorriderti torci il collo alla tirchieria e con delicatezza deponi un cinque nel cappello.

L’euro è debole nel cavolfiore perché l’Europa unionista è partita dalla fine (la moneta) e non dal principio classico, l’urgenza strategica. Dall’ano e non dalla testa. Era il buon momento quando il progetto di una comunità di difesa andò in frantumi per refrattarietà idiote nazionali: la CED sarebbe stata una buona partenza. Cesare non romanizzò le Gallie con i sesterzi ma con le legioni; né gli Stati Uniti cominciano col dollaro, né i cantoni svizzeri furono tenuti a battesimo dai banchieri ginevrini.

La grazia dell’amore carnale

ottobre 30, 2011

Carlo Ossola per “Il Sole 24 Ore”

La versione del Cantico approntata da Guido Ceronetti apparve, la prima volta, da Adelphi, nel 1985; più volte ristampata, ebbe una preziosa edizione, quindici anni or sono, nel 1996, per i tipi di Tallone. Recensendola su questo giornale riportavo un passo della sua meditazione: «Dio nel Cantico non c’è, eppure Dio lo riempie. È poesia erotica il Cantico, eppure l’amore umano non ne è che l’ombra sul muro. Dio cerca Dio nel Cantico, ma Dio non può andare in cerca di se stesso. Il Cantico non ha principio, né centro, né conclusione. Come libro è il più scucito degli Agiografi. Insegna qualcosa? Niente… Che cosa ci dice dell’amore? Niente. Il Cantico mi svuota».

tutto l’articolo qui

Osama, venuto da lontano

Mag 9, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Ahahahahahah!!!!!-
Sospiro di immenso sollievo, nella confusione truce degli spari incrociati, di Osama bin Laden.
In un barlume estremo di coscienza, l’uomo che per molti anni è vissuto braccato, di rifugio in rifugio, tra spelonche, catacombe e occultamenti governativi.

Temuto anche dai suoi alleati, orfano di amici – avrà percepito la gioia di sentirsi sollevato da tutte quelle catene? E anche dalla più pesante di tutte: la catena del ruolo immutabile, dell’obbligo di rappresentare senza variazioni il male, di distillare, in azioni mostruose e anacronistiche, concentrazioni alchemiche di scellerato odio, di non essere più in grado di staccarsene, di avere sulla pelle appiccicata la camicia di Nesso, ardendone senza fine? Essere Osama era un brutto, impossibile mestiere; ed ecco è finita. Il primo al mondo a mormorare: grazie America è stato lui – Bin Laden. Ma adesso gli sta sopra la parola coranica sul Giudizio Finale: «Un atomo di bene compiuto, chi l’avrà fatto lo vedrà – Un atomo di male compiuto chi l’avrà fatto lo vedrà». Di laconica esattezza e di smisurata applicabilità. Dopo il soffio di sollievo nel momento della morte, la voragine espiatoria secondo il dogma islamico.
Su questa soglia ambigua lo lascio. (more…)

Ufo nostro che sei nei cieli

Mag 1, 2011

In un amore felice: dopo una vita dedicata alle poesie e agli aforismi, quasi un esordio nel romanzo. Una storia visionaria nata dal bisogno di Trascendenza

Lorenzo Mondo per “La Stampa

Nella premessa al romanzo In un amore felice (Adelphi), Guido Ceronetti afferma che, dopo avere trascorso una vita di lavoro dedicandosi alla poesia, all’aforisma, alla colonnina di giornale, è approdato in una «terra ignota, sponda anomala, patria d’altri, con rischio di incontrare popolazioni ostili». Un rischio scongiurato, nonostante l’impegno richiesto per apprezzarne le intenzioni e i risultati. Ceronetti si riferisce ovviamente al genere romanzo, che in realtà ha già praticato eccezionalmente, nei primi Anni Settanta, con Aquilegia, un libro che si può accostare a quest’altro soltanto per il contenuto esoterico e iniziatico.

Tra Aris, 75 anni, claudicante per una gamba offesa, e Ada, una giovane donna dotata di veggenza, scatta un misterioso richiamo che li fa incredibili amanti e soccorrevoli compagni di vita: «Come se una grazia nuda di Delvaux si fosse fatta avvolgere dal mantellaccio a toppe e brandelli di uno storpio di Bruegel il Vecchio». Lui è stato fotoreporter di guerra negli inferni in cui si è espressa, durante la prima metà del secolo scorso, l’umana vergogna; lei si porta sulle spalle un passato di sofferenza e di colpa. Ma più di queste ferite esistenziali concorre a unirli una straordinaria sensibilità per i fenomeni paranormali. (more…)

Dal mare il pericolo senza nome

aprile 5, 2011

Guido Ceronetti per “La Stampa

Tento di dare un’opinione-pirata. Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. «Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro». Esempio strategico pregnante: la linea Maginot aggirata, nel 1940; in quel momento i tedeschi erano già a Parigi. Ebbe inizio una convivenza tragica, finché la talpa si riscoprì uomo.

Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare. Quello che è strano, in questo dramma dell’assurdo, è che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. Se Israele accogliesse tre o quattromila palestinesi, Gerusalemme, il supremo esito del 1967, sarebbe subito, com’è già in parte, casa loro. Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione. (more…)

Se la Scala chiude, che male c’è?

dicembre 15, 2010
GUIDO CERONETTI per “La Stampa
Questa forma di teatro, il melodramma, l’Opera lirica, ha concluso il suo arco a metà del secolo scorso; è destinata a perdersi, è ormai un puro evento d’obbligo, ma di scarso significato. La musica invece è eterna, il teatro è eterno (di eternità per noi misurabili, che non valgono in aeternum). Ma anche nella musica per carnefici di lager c’è un soffio di eternità che vince il male; anche negli allestimenti di disperazione del Gulag c’è il soffio di eternità del teatro. Questo solo conta.

Il cartellone della Scala è, sia pure bellissimo, già un animale impagliato. Anche gli altri cartelloni… Che bisogno c’è di una stagione d’Opera al Regio di Torino? Di quelle voraci cavallette musicali dell’Arena di Verona? Non chiamiamo «cultura» un evento turistico estivo, costosamente mondano, con pizza finale di mezzanotte! La Fenice ha voluto morire, gioiello dell’epoca rivoluzionaria; ma era dal suo nome destinata a risorgere: potrà vivere di concerti. Si potrebbe lasciar vivere il Regio di Parma, dare una mano al festival rossiniano di Pesaro: Verdi e Rossini bastano, sono glorie, ricordi, e un Figaro qua e uno là fanno circensi di allegria. (more…)

Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni

settembre 21, 2010

Una ricetta per salvare i quotidiani di carta insidiati dalla concorrenza dei nuovi mezzi tecnologici

Guido Ceronetti per “La Stampa

Hanno fatto la rivoluzione francese, hanno raddrizzato l’orribile ingiustizia fatta al capitano Dreyfus, creato la leggenda di Mussolini, fatto entrare in guerra la riluttante Italia del 1915, riportato discorsi memorabili, interviste da nobili esigli, tirato in luce crimini sepolti, spinto fuori con manovre ostetriche la repubblica italiana, e i contenuti delle loro collezioni sono impressionanti, enormi, pieni di grida… E adesso? Chiuderanno le testate? Non reggeranno l’urto col virtuale, il network, il cellulare, il tam-tam telefonico e mailofono, la resa che cresce, la spesa irriducibile, la rinuncia al fotoreportage, all’immagine irripetibile?

Eppure, non c’è potenza più forte della stampa quotidiana, più temuta, più emozionante, più manipolatrice, più riparatrice. Il giornale è inseparabile dal Treno, fin dalla locomotiva di Stephenson, e per quanto sia stato un lutto per l’igiene pubblica e personale il giornale, puntigliosamente lavorato dal tagliacarte, è stato la Carta Igienica delle nazioni più evolute, dopo la foglia preistorica di nocciòlo e le dita intrepide delle fanterie. Finalmente, tra la morte di Gandhi, la fondazione d’Israele e la legge Merlin in Gazzetta Ufficiale, il Rotolo Bianco apparve, e i meno-alfabetizzati lo commenterebbero come «Svolta epocale». Amen.

Giornali amati – anche troppo. Un tempo, gloria, generosi coi bravi collaboratori; ora più tirchi di Arpagone; sconsigliabili ai giovani sognatori. Non li manderebbero più a soffrire nelle giungle insanguinate, ma li inchioderebbero davanti a miriadi di computer redazionali, ad abbeverarsi di Agenzie. Del resto, chi vai a intervistare? Le più grandi stature storiche oggi sono tutte formato cartolina: dov’è un Churchill, dov’è una Dietrich, un Jean Gabin, una Mistinguett, un Largo Caballero, un Tesla, un Einstein, un Fleming? Un Massud valeva un viaggetto: l’hanno fatto fuori. Le città, forse… Le città sono intervistabili fruttuosamente, ma bisognerebbe starci qualche mese – c’è un giornale che ti mantenga? Caro giovane, leggi Fame di Knut Hamsun, è la storia di un giovane sconosciuto giornalista, che quando gli si materializza una paga per un articolo si precipita in un’osteria e divora un pezzo di carne qualsiasi. (more…)

Ho portato una iena al Quirinale. E Cossiga rise

agosto 30, 2010

Nel diembre dell’86 con le marionette del Teatro dei Sensibili. Una storia truculentissima che divertì il Presidente

Nell’articolo: Mi domando: che cosa può nascere, di buono, in un luogo così distante dalla vita reale? (Stessa sensazione la sperimenti entro le mura vaticane)

Guido Ceronetti per “La Stampa

Un giorno d’inizio dicembre 1986, il bagaglio di scena di un piccolo teatro di marionette che lavorava allora a Torino per il Teatro Stabile attraversava il portone di servizio del Quirinale sul lato di via XX Settembre.

Non so se mai entrò qualcosa del genere in quel palazzo all’epoca dei Papi; nel periodo dei Savoia, certamente mai; e così da De Nicola a Cossiga. Ma Cossiga di quel teatrino (che era il mio Teatro dei Sensibili) non sapeva nulla come i suoi predecessori. Però aveva, come si sa, degli estri, dei lampi che lo rendevano un Presidente non di routine. La proposta gli venne fatta dal suo addetto stampa, Ludovico Ortona; Cossiga ne fu stuzzicato. L’invito fu giubilo per lo Stabile, che non volle il rimborso di Stato, ma non ci guadagnò in immagine, perché il Quirinale richiese, avendoci rapiti, il silenzio stampa. La notizia ne apparve, forse, in poche righe, e forse soltanto su questo quotidiano.

Nell’immensità del palazzo fu scelta, per la recita, una sala (sono tutte bellissime) sufficiente a ospitare un castelletto con piccolo boccascena, dove si sudava crudelmente, lo stesso che usavamo al tempo del teatro in appartamento delle nostre recite romane di famiglia. (more…)

Davìd e Saul, quando il nemico è alla toilette

agosto 1, 2010

Guido Ceronetti per “La Stampa”

La vita dell’uomo non è sacra, non accumuliamo troppe bugie. In ogni caso io non sono un loquens mendacium. Se le nostre povere vite fossero davvero sacre non sarebbe stato messo sulla croce Cristo, né pugnalato Cesare, né assassinato Gandhi o Rabin, né gli arciduchi a Sarajevo, e i due giudici di Palermo sarebbero vivi ancora. Tuttavia, la Bibbia, quella del Vecchio Testamento, dove si fa un enorme spreco di vite umane, contiene un episodio significativo, che racconta, sbrigativamente come fa di solito – quello in cui Davìd, che il folle re Saul sta perseguitando a morte, avendo in pugno la vita del suo persecutore, la risparmia. Perché, essendo troppo facile l’ucciderlo, trova che non è bello. Inoltre, coglierebbe il re in un momento dell’esistenza quotidiana che in ogni tempo e luogo è stato protetto dal timore di compiere, uccidendo qualcuno, un’empietà, un sacrilegio. L’episodio è narrato nel primo libro di Samuele, al capitolo 24. (more…)

I cavalli non tengono un diario

giugno 2, 2010

Guido Ceronetti per “La Stampa

Caro Direttore,
avendo scrupoli di verifiche, avrei da esprimere qualche dubbio.
Ha fatto titoli pieni di prima pagina un evento storico come questo: «Berlusconi cita Mussolini». Ma, quando si tratta di Storia, è necessario verificare. Potevano negligerle Erodoto e Tacito, ma per noi le Fonti, prima di diffondere l’importante notizia, sono da richiedere perentoriamente: – Documenti, per favore! –

Il Presidente del Consiglio ha detto di aver tratto la citazione dai Diari del nostro progenitore. Non era tenuto a dire giorno-mese-anno, editore e curatore: i giornali invece, ovviamente, sì. Dico ovviamente perché una certa disciplina filologica e storiografica l’ho bevuta, se non col latte materno, almeno coi caffè giovanili. Di questa pubblicazione diaristica confesso di non saper nulla. (more…)

Occhi aperti, Mr. Obama

Mag 7, 2010

di Guido Ceronetti per “La Stampa”

Questo articolo vorrebbe trattare di un’Opera Pia denominata La Base. L’originale parola araba, per cui è rinomata, suona e va trascritta in italiano: al-qàida (si può togliere il trattino). Ma per effetto di colonizzazione linguistica i lettori e ascoltatori-telespettatori ancora parlanti italiano sempre più se la vedono trascritta e la sentono pronunciare al qaèda: parola che non corrisponde a nulla – è semplicemente la traslitterazione in ortografia angloamericana per pronunciarla correttamente: al qàida.
Dopo qualche incertezza per la giusta trascrizione ho notato i giornali italiani pendere quasi tutti per la disastrosa e inesistente al qaèda. Soluzione da deplorare: vale la pena rivoltarsi contro il conformismo che ha suscitato anche questa idiozia da lingua impropria e vispamente imbastardita. (Non potendo accettarla, sorprenderò il lettore distillando qui nello spazio che mi ospita la grafia legittima: al qàida).
Obama ne ha parlato, in una radunata mondiale di Stati che sono accorsi numerosi al suo generoso richiamo, per lasciarlo alla fine con un pugno di Vuoto, tale che non potrebbe stendere K.O. nessuno. (more…)

Solo l’Oriente ci potrà curare

luglio 27, 2009

imagesLa filosofia “non salva, agita”, dice Cacciari. Ma è per ciò che l’Europa infelice si volge sempre più verso altre tradizioni di pensiero

GUIDO CERONETTI
Un paio di risposte di Massimo Cacciari nell’intervista di Alain Elkann (La Stampa, 19 luglio) che tratta del suo ultimo saggio Hamletica meritano di essere circoscritte in vista di una riflessione. Le riporto: «Sì, il pensiero filosofico non salva. È questa la differenza tra filosofia e fede. Una differenza insuperabile». E sotto, alla domanda dell’intervistatore: «Da questo ragionare è quindi esclusa la felicità?», Cacciari: «Il termine filosofia non è orientale, è greco, non c’è niente da fare: la filosofia non salva, agita. E fa questo effetto da Socrate in poi». Da sottolineare: «non salva, agita», che rende perplessi e sgomenti. (more…)

Gli “insetti senza frontiere” di Ceronetti

luglio 2, 2009

imagesCon i 343 pensieri pubblicati in Insetti senza frontiere (Milano, Adelphi 2009, pagine 172, euro 12) Guido Ceronetti torna ai suoi lettori, ripresentandosi col volto di ieri, quello dell’erudito, dell’esegeta, del poeta filosofo, del traduttore che scava nei testi, già maestro di citazioni, comparatista temerario. Reindossata la veste dell’indagatore, dietro alla quale si erano messi in marcia poco alla volta alcuni sparuti e solitari seguaci, eccolo oggi, come il filatelico quale si definisce (n.193), riaccendere la lampada magica puntata sui frammenti sapienziali della sua collezione.
Ma lo fa potenziato dall’esperienza, dalla sicurezza e dai felici risultati ottenuti dall’essere diventato “teatrante di strada”. (more…)